Il Freddo e il Libano si prendono Cechov

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E poi ci sono i grandi progetti della vita… Chi di noi non ne ha uno? Vinicio Marchioni –  diventato popolare grazie alla serie tv Romanzo criminale, ma con vent’anni di teatro alle spalle –  sta per realizzare il suo: firmare la prima importante regia teatrale. E per fare il grande passo ha scelto Zio Vanja di Anton Cechov, che dopo l’anteprima del 24 gennaio a Narni debutterà due giorni dopo al Teatro della Pergola di Firenze (repliche fino al 4 febbraio, produzione Khora e Fondazione Teatro della Toscana). Ma non finisce qui, perché Uno zio Vanja – questo il titolo dello spettacolo – diventerà anche film e sarà pure una piattaforma web da cui poter seguire tutte le varie fasi del progetto. “Ho iniziato ad amare Cechov anni fa, quando ne sentii parlare al Centro teatrale Santa Cristina di Luca Ronconi – racconta l’attore romano -. Non lo so perché me ne sono innamorato, ma più approfondivo la sua conoscenza, più sentivo che parlava di me”.  

Vinicio, da dove è partito per affrontare questo testo così importante?

“Sono partito da un adattamento, quello di Letizia Russo. Ogni volta che rileggevo Zio Vanja ripensavo al fallimento della mia generazione. Oggi nessun attore compra più un appartamento dopo aver girato un film e per chi recita in teatro è addirittura difficile sopravvivere. Pensando a tutto questo mi sono chiesto: e se anziché un’azienda agricola di fine Ottocento i nostri protagonisti avessero ereditato un teatro di provincia in una delle nostre zone terremotate? Dell’Aquila non si occupa più nessuno ed io volevo parlare del nostro Paese. Farlo attraverso il terremoto mi sembrava potesse essere la metafora giusta per affrontare il problema dell’immobilità dell’Italia”.

Preparandosi a questa regia, cos’è che ha cercato di tenere sempre a mente?

“In questi anni ho lavorato con molti registi: Antonio Latella, Giuseppe Marini, Luca Ronconi. Da ognuno ho cercato di rubare un insegnamento. Mi sono avvicinato alla regia con tanti dubbi, ma alla fine ho pensato che fosse anche naturale, una bella scommessa che affronto dopo una lunga esperienza nel cinema. In questa regia cerco di stare attento soprattutto a due cose: non tradire l’autore e far sentire amati gli attori, che devono sentirsi liberi anche di sbagliare”.

Dopo Romanzo criminale, torna a lavorare con Francesco Montanari…

“Volevo circondarmi di attori bravissimi e che conoscevo bene. Francesco per me è anche un amico, siamo molto legati. Lui sarà Astrov ed io zio Vanja”.

Parliamo del film e della piattaforma web.

“Saranno il secondo e terzo atto di un progetto realizzato con Pepsy Romanoff e Milena Mancini. Il film, girato con lo stesso cast, racconterà la medesima storia dello spettacolo teatrale attraverso un altro linguaggio. La piattaforma web, invece, servirà a documentare tutte le fasi creative del processo e ad arrivare ad un maggior numero possibile di persone. Abbiamo chiesto ad un videomaker di riprendere tutto, per avere una documentazione reale e quotidiana. Credo che così facendo Cechov possa diventare popolarissimo, basta affrontarlo come un drammaturgo che mette in scena delle dinamiche umane”.

Come è andata, invece, sul set di Drive me home di Simone Catania, con Marco D’Amore?

“Benissimo, abbiamo finito di girare a fine ottobre. Tra me e Marco è nato un grande sodalizio e una grande amicizia. Spero di poter lavorare ancora con lui, è un attore meraviglioso”.

(Il Venerdì di Repubblica, 22 dicembre 2017)

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Un drink con Giulietta

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Un drink e via, che inizi lo spettacolo. Ma senza corse, perché stavolta il teatro accade proprio in mezzo a voi, mentre siete seduti davanti ad un tavolino e magari state per azzannare il vostro panino preferito o sorseggiando uno spritz in quel bar che tanto amate… Eh sì, d’altra parte bastano due attori, un musicista e le parole del Bardo per ricreare quella magica atmosfera che all’improvviso zittisce ogni rumore. Un allestimento semplice semplice in appena due metri quadrati, eppure incapace di lasciare gli spettatori indifferenti, che anzi, sono parte attiva dello spettacolo in cui lo scontro tra i Montecchi e i Capuleti avviene tra tavolini affollati di gente pronta a recitare al primo cenno. Nel nostro caso gli attori sono Enrico Pittaluga e Graziano Sirressi (musiche da vivo di Roberto Antonio Dibitonto, regia di Riccardo Mallus), estrosi affabulatori e accattivanti cantastorie.

Di bianco vestiti e con un’aria stravagante danno il via alla Tournée da bar, nome del progetto pensato e ideato da Davide Lorenzo Palla “per riportare il teatro in mezzo alla gente, coinvolgere nuovi spettatori, portare i grandi classici teatrali al bar”. E il teatro in mezzo alla gente è vivo eccome. I tavolini dello Zoo bar di Bologna sono tutti occupati da ragazzi che non si fanno certo pregare per svenire, ballare o urlare a seconda delle esigenze del copione. D’altra parte le frasi scritte sui muri bianchi di questo bellissimo spazio nel centro storico bolognese sembrano essere un prologo perfetto: “la fantasia è un posto dove ci piove dentro” scriveva Italo Calvino. E mentre lo sguardo viene rapito da parole, colori, casette di legno ecco che inizia Romeo & Giulietta (una produzione Ecate Cultura, coproduzione Teatro Carcano) con il giovane Romeo disperato per Rosalina e non ancora per Giulietta, come invece lascia intendere di sapere la maggior parte del pubblico, rivelando una conoscenza non approfondita di Shakespeare. Allora ben venga Tournée da bar, se aiuta anche ad avvicinarci meglio il grande Shakespeare. Diventato ormai un fenomeno socio-culturale il format ideato da Davide Lorenzo Palla si prepara a conquistare non solo il Nord, ma anche il Centro e il Sud d’Italia.  

IL REGISTA

“E pensare che è nato tutto per caso – ci racconta Palla, attore e regista, classe 1981 – proprio mentre in un bar raccontavo ad alcuni amici il progetto per il mio prossimo spettacolo. Eravamo seduti attorno ad un tavolino, ad un certo punto sono salito su una sedia e ho cominciato a declamare versi in mezzo al chiasso. All’improvviso il silenzio. Così ho capito che stavo facendo teatro e ho avuto l’intuizione… perché non portare il teatro in luoghi non convenzionali? Ed è così che da 5 anni Tournée da bar porta le parole di Shakespeare nelle osterie, nei locali, nei bar, nei circoli Arci”. Al momento sono tre gli spettacoli che girano l’Italia: Romeo & Giulietta, Macbeth e Otello. “L’idea nasce anche da una necessità, certo. Ho provato per diversi anni a fare l’attore di giro, ho lavorato con Castri, Popolizio dopo la formazione alla Paolo Grassi di Milano… ma quel sistema lì ad un certo punto è diventato stretto, le condizioni lavorative degli attori sono insostenibili. Eppure non ho mai avuto dubbi sul fatto che il mio mestiere sarebbe stato quello dell’attore. Sarà che mio padre era uno scenografo. Ho dei bellissimi ricordi della mia infanzia, allora guardavo il teatro da dietro. Quando ho detto a mio padre che avrei fatto l’attore, lui mi ha chiesto: ma sei proprio sicuro?”. Insomma mai avuto dubbi, nonostante i periodi difficili. “Il mio primo spettacolo creato, scritto e interpretato da me e portato nei bar, prima ancora dei testi di Shakespeare, fu Tritacarne Italia, che decisi di portare nei locali più per una scommessa: lanciare una sfida in un posto strano che diventava vivo proprio quando la città dormiva. Con Shakespeare ho usato molta immaginazione: c’è una scrittura collettiva che coinvolge direttamente il pubblico e ci sono la parole del Brado che vengono lette al leggio. Ho provato a pensare: cosa succede quando Romeo è in scena? E da lì sono partito per una riscrittura che gioca moltissimo con lo spettatore”. Che infatti ride, partecipa, svuota bicchieri di birra da riempire di sane risate. E se ci pensiamo, quello che accade in questi locali è molto più vicino all’idea di teatro popolare dell’epoca elisabettiana, quando la gente assisteva in piedi agli spettacoli del Globe Theatre, piuttosto che al teatro borghese di oggi.

I NUMERI

Un lavoro bellissimo, quello dell’attore, e in generale delle professioni legate al mondo dello spettacolo. Ma spesso questi lavori sono sinonimi di precarietà e di condizioni economiche insoddisfacenti, a meno che non si riesca a fondere in maniera armoniosa e intelligente l’aspetto creativo con quello più economico-aziendale. E anche questo è un piccolo segreto del successo di Tournée da bar, che si definisce una startup culturale. In questi anni ha fatto incetta di parecchi premi e bandi (CheFare, Funder35, Open di Compagnia di San Paolo, Rete Critica) che ha permesso alla compagnia di progettare nuove idee collaterali sempre con lo stesso obiettivo: intercettare nuove fasce di pubblico recuperando nello stesso tempo l’idea di festa e di condivisione dell’evento teatrale che trova spazio in luoghi alternativi alla distribuzione classica. “Sono soprattutto i giovani a seguirci – continua a raccontare Palla – perché vediamo nei giovani i primi interlocutori per un rilancio culturale. Oltre il 70% del nostro pubblico ha meno di 35 anni”. Gli stessi artisti e organizzatori sono degli under 35. “Il pubblico ci segue  e siamo molto felici. A Milano, che è la città da cui siamo partiti, ci è capitato di dover rinunciare a delle repliche perché il locale non sarebbe mai riuscito a contenere tutto il pubblico che aveva chiesto di partecipare”. Solo nel 2016 sono stati 8.200 gli spettatori raggiunti dalla Tournée; 58 i bar sparsi nelle 6 Regioni coinvolte.  E non finisce qui: a dicembre potrete vedere ancora Romeo & Giulietta in Valle d ‘Aosta, Alto Adige, Veneto, Piemonte e il 22 all’Ohibò di Milano con grande festa finale.

(Alias – Il Manifesto, 9/12/2017)

La Scampia che legge

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Rosario Esposito La Rossa, nato a Napoli 29 anni fa, ama circondarsi di ragazzi. E non solo. Ama stare in mezzo alla gente e raccontare del suo “vizietto”, quello di “spacciare” libri, cultura e progetti particolarmente originali. Non a caso lo fa in un territorio segnato da criminalità e disagio che tuttavia non ha intenzione di lasciare perché, dice, “è casa mia”. Della sua Scugnizzeria, la libreria che ha appena aperto a Scampia, e delle sue tante iniziative ha parlato anche di recente durante la cerimonia di consegna del Premio Bottari Lattes Grinzane (assegnato a Ian Mc Iwan, nella sezione La Quercia e a Laurent Mauvignier nella sezione Il Germoglio) dove era ospite d’onore e ha tenuto la sua lezione di fronte a tanti piccoli lettori.

Rosario, perché hai deciso di aprire una libreria a Scampia?

Sono nato e cresciuto a Scampia. Per 40 anni noi residenti siamo stati senza una libreria. Non se ne trovava una fino all’area Nord di Napoli, per questo motivo riuscire ad aprire uno spazio del genere per noi abitanti è sempre stata una priorità. E’ una cosa che abbiamo sempre sognato e in cui abbiamo sempre creduto. La voglia di fare è arrivata soprattutto dopo la morte di Antonio Landieri, disabile di 25 anni ucciso dalla camorra. Ci siamo battuti per la sua dignità. Ci sono voluti dieci anni e due mesi affinché Antonio venisse riconosciuto come vittima innocente della camorra, ed è andata anche bene, perché ci sono vittime che ancora aspettano questo riconoscimento.

Che ricordo ha di quel giorno in cui è morto Landieri, a cui hai anche dedicato un libro scritto quando avevi solo 18 anni (Al di là della neve, Marotta & Cafiero, 2007)?

Io vengo da una famiglia di calciatori. Fino al momento in cui fu ucciso Landieri il mio destino era quello… diventare calciatore. Di quel quel giorno ricordo soprattutto questo: la decisione di voler troncare un sogno per iniziare una battaglia.

Una battaglia che passa, evidentemente, anche attraverso la cultura e i libri. A Landieri, tu e tua moglie Maddalena Stornaiuolo, avete dedicato anche un premio per il teatro civile, il Premio Landieri, e nel 2007 è nata l’associazione Vo.di.Sca (acronimo di “Voci di Scampia”) che oggi gestisce la libreria Scugnizzeria. Ma come è nata la vostra passione per i libri? 

Io e mia moglie avevamo fatto esperienza con lo storico marchio editoriale campano Marotta & Cafiero, che abbiamo rilevato nel 2010. Poi abbiamo fondato, in collaborazione col Teatro Bellini di Napoli, il caffè letterario equo e solidale Sottopalco. Nel 2016 è rinata a Scampia la casa editrice della legalità Coppola, fondata nel 1984 da Salvatore Coppola a Trapani, nota per l’impegno nel contrasto alla criminalità organizzata e per aver inventato i “Pizzini della Legalità”. E insomma… ne parlavamo da tempo di aprire una libreria in periferia. Così abbiamo acquistato la sede. Per noi è stato un grossissimo sacrificio che però ci permette di avere a disposizione un luogo che durerà nel tempo, senza dover ricorrere a finanziamenti. Per far fronte alle spese abbiamo venduto per 5 anni delle scatole natalizie al costo di 10 euro contenenti libri, stelle di Natale ecc… Con i soldi ricavati abbiamo acquistato lo spazio.

Che tipo di volumi si trovano nella vostra libreria?

Io la chiamo “editoria terrona”, cioè case editrici prevalentemente del Sud, o case editrici indipendenti. Poi ovviamente ci sono anche i libri di Saviano o di Carofiglio, e un’attenzione particolare è dedicata ai ragazzi. Attorno all’attività della libreria ruotano poi tante altre iniziative per invogliare la lettura.

Per esempio?

Per esempio “il libro sospeso” (anziché il “caffè sospeso”…): decine di persone hanno lasciato in libreria un romanzo, un saggio, un volume di poesie per chi non può permetterselo. A volte ci sono famiglie che frequentano i nostri locali, girano tra gli scaffali, guardano incuriosii, vorrebbero acquistare libri ma non possono… proprio pensando a loro è nato “il libro sospeso”.

Sono soprattutto loro, le famiglie, a frequenta la libreria?

Sì, sono soprattutto le famiglie del quartiere. All’inizio non è facile attirare l’attenzione. Per avvicinarle è fondamentale anche l’attività teatrale che svolgiamo nei nostri 140mq. Nel 2010, tra l’altro, insieme con Maddalena Stornaiuolo abbiamo costituito Vodisca Teatro, compagnia di teatro civile in scena in tutta Italia. E nel 2011 abbiamo fondato a Napoli il webmagazine dedicato al mondo teatrale campano “Quarta Parete”. Il teatro è un mezzo di aggregazione potentissimo. Poi nei locali della libreria facciamo anche tanti laboratori, come “l’ospedale dei libri”, che non è un laboratorio in cui semplicemente si restaurano libri, ma un laboratorio in cui si prendono i libri rotti e si fanno riparare dai bambini ex detenuti che in questo modo aggiustano anche loro stessi. E’ bello perché i ragazzi si avvicino al libro come oggetto, e se manca una pagina devono inventare la pagina che manca.

Non hai mai desiderato lasciare Scampia?

Scampia è casa mia. Ho un senso molto forte di appartenenza. Ho scelto di vivere qui perché credo di lasciare un mondo migliore rispetto a quello che vedevo io da bambino. Forse fra tanti anni i giovani avranno qualche opportunità in più e allora vorrà dire che ne è valsa la pena.

E la squadra Scampia Rugby Football Club come va?

L’ho fondata nel 2013 perché era un altro dei tanti progetti in cui credevo. Ma ora non riesco più a seguirlo personalmente.

Pensi che il fenomeno Gomorra abbia fatto bene a Scampia?

Cinematograficamente io sono un grande appassionato della fiction Gomorra. Ma la realtà è diversa da quella che viene raccontata. Oggi a Scampia ci sono 120 associazioni che lavorano sul territorio. Se poi pensiamo alla lotta fra camorristi a cui fa riferimento Saviano, bé la realtà era molto peggio… E comunque resto un grande appassionato della fiction.

(Alias – il Manifesto – 2/12/2017) 

 

La ragazza che scattava tre volte

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Helena Janeczek è una di quelle scrittrici ossessionate dalla storia e, dunque, legge, si documenta, studia, approfondisce. Nei suoi romanzi, tuttavia, non rinuncia ad usare l’immaginazione per creare delle narrazioni che sono come raggi di luce nelle pagine più buie della Storia squarciate proprio dalla bellezza di certi suoi personaggi (basti pensare a Lezioni di tenebra e a Le rondini di Montecassino).

La ragazza con la Leica (Guanda) è il ritratto inedito, inaspettato, vero di una giovane straordinaria, Gerda Taro, prima fotoreporter morta sul campo, schiacciata a 26 anni da un carro armato a Brunete il 27 luglio del 1937. Una donna libera e antifascista, ribelle e seducente, intelligente e capace come poche di tirare fuori il meglio dagli altri. E sono proprio gli altri – un innamorato, un’amica e un ex fidanzato (Willy Chardack, Ruth Cerf, Georg Kuritzken) – a raccontare, circa 30 anni dopo la morte, di questa ragazza che viveva la sua vita come se fosse un romanzo, lei che inventò per se stessa lo pseudonimo di Gerda Taro (in realtà si chiamava Gerta Pohorylle) e per André Friedmann, suo compagno, quello di Robert Capa, nome con il quale all’inizio firmavano gli scatti di entrambi.

Era una grande fotografa Gerda, di fronte agli orrori non fuggiva ma “scattava, scattava tre volte”, e poi cambiava cadavere. “Si trascinava dietro la fotocamera, la cinepresa, il cavalletto, per chilometri e chilometri”. Nelle sue ultime ore di vita “ha chiesto se i suoi rullini erano intatti. Scattava a raffica in mezzo al delirio, la piccola Leica sopra la testa, come se la proteggesse dai bombardamenti”. Una storia di coraggio e determinazione che lascia senza fiato e con un senso di vuoto, come se anche noi l’avessimo conosciuta.

La ragazza con la Leica di Helena Janeczek

Guanda, pp. 336, euro 18,00

(Il Venerdì di Repubblica, 10 novembre 2017)

Che mio padre mi sia stato da esempio è una favola

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Quando si pensa ai Fratelli Forman, originalissima compagnia praghese, ecco che subito torna alla mente l’atmosfera magica e l’ambientazione onirica tipica dei loro spettacoli artigianali, antichi eppure vivi, sempre. Questo succede anche in lavori apparentemente distanti fra loro. Di recente, per esempio, Matěj e Petr hanno ricostruito il vecchio Far west  in Deadtown (Festival dei Due Mondi di Andria) e fra pochissimi giorni – il 25 e il26 novembre – li rivedremo in Italia con un altro spettacolo, Aladino, pronto a debuttare al Funaro di Pistoia, che li ospitò già nel 2014 con Obludarium e che torna ad accoglierli nei sui spazi per approfondirne la poetica, come accade spesso con gli artisti internazionali in residenza nel centro toscano.  “Sono diversi in mille dettagli, ma allo stesso tempo entrambi gli spettacoli tentano in maniera molto simile di ‘rubare le persone’ dalla loro vita quotidiana almeno per qualche istante – ci racconta Matěj Forman – . In quel momento tutti possono allontanarsi dalla routine e viaggiare con il piccolo Aladino e con noi. Questo è quello che è accaduto ad Andria e che accadrà a Pistoia”. Accompagnati dalla musica – attraverso immagini, ombre, pupazzi, albe e tramonti, giardini e palazzi reali – grandi e piccoli ascolteranno storie forse un po’ strane ma affascinanti.

A proposito di storie, Matěj in che modo sceglie quelle da raccontare in scena?

Io sono un uomo un po’ vecchio stile e sono particolarmente attratto dalle storie raccontate nelle performance. Ma a dire la verità non sono un lettore assiduo e preferisco accettare i suggerimenti di chi mi invita a lavorare ad un progetto. Aladino è venuto da me come il nomade che viene dal deserto in cerca di un amico. Sembrava un amico un po’ strano all’inizio, dato che le sue radici affondano in una cultura molto diversa dalla mia, ma poi, lentamente, abbiamo trovato il modo di capirci meglio l’altro con l’altro.

Le sono stati utili negli anni i consigli che immagino le avrà dato suo padre, il regista Miloš Forman?

Ho molto a cuore sia i consigli di mio padre che di mia madre. Ma ho sempre cercato di trovare la mia strada, unica e personale.

Quale è oggi la reazione del pubblico e del governo ceco di fronte ai vostri spettacoli?
I primi piccoli spettacoli all’aperto li abbiamo creati mentre Petr studiava i burattini ed io iniziavo a frequentare l’Università. Erano gli anni Ottanta. Tutto questo accadeva durante il comunismo, quando fare teatro in strada era proibito. Quel periodo finì nel 1989. Aver riconquistato la libertà era sufficiente per nutrire i desideri della maggior parte di noi cittadini. La nostra compagnia ha viaggiato molto  e quindi non ha vissuto in pieno quella situazione. Oggi siamo in una condizione particolare: non abbiamo una vera “casa”, ma organizziamo anno dopo anno le stagioni culturali su una vecchia barca galleggiante in mezzo al fiume Vltava e nello stesso tempo continuiamo a viaggiare. Lo facciamo solo per la gente.

(il Venerdì di Repubblica, 10 novembre 2017)

Le sette vite di Paolo Poli

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Entrando in casa di Lucia Poli, è la prima cosa che rapisce lo sguardo: i colori. Il rosso, il giallo, il blu sono quelli dei bozzetti di Lele Luzzati realizzati per gli spettacoli di Paolo Poli, scomparso a 86 anni poco più di un anno e mezzo fa, il 25 marzo del 2016.

Paolo l’amabile, Paolo il birbaccione, Paolo il genio, Paolo l’istrione… e potremmo continuare con altri 500 aggettivi circa fino alla lettera Z, come suggeriscono le parole scritte sui monitor delle vecchie tv accatastate nella mostra Paolo Poli è…, dal 22 ottobre al 6 gennaio nel foyer del Maggio musicale fiorentino, un percorso lungo i sessant’anni di carriera teatrale, a cura del compositore Andrea Farri, figlio di Lucia, e del critico teatrale Rodolfo Di Giammarco (in collaborazione con Mibact, Comune di Firenze, Maggio musicale fiorentino). Sarà una specie di album da sfogliare, fatto di fotografie quasi tutte inedite, locandine, spezzoni di spettacoli e interviste, bozzetti di scena e di abiti.

“Ci piaceva l’idea di una mostra che mettesse in primo piano il corpo di Paolo, ecco perché ci saranno soprattutto i video”, spiega Lucia Poli, che con lui condivideva il grande amore per il teatro. “Sono 11 anni più giovane –  continua  – e quando ero bambina mi affascinava questo fratello così divertente e fantasioso, che mi raccontava dei film e mi portava a vedere i  primi spettacoli. Lui mi tagliava i capelli, mi faceva i ritratti, mi vestiva con abiti scozzesi. Sono vissuta in una famiglia numerosa, eravamo 5 figli ed io ero la più piccola. Con Paolo crescendo ho maturato gli stessi interessi. Prima l’insegnamento, poi il teatro. E pensare che all’inizio non volevo seguire le sue orme. Poi ho cominciato a collaborare con la Rai e a frequentare Roma, che all’epoca trovavo una città molto viva e interessante. Ho conosciuto Pasolini, Moravia, Laura Betti. E ad un certo punto Paolo mi ha chiesto di lavorare insieme. All’inizio ho avuto paura, ero dubbiosa, sentivo il peso del confronto. Lui era molto più esperto, quindi inizialmente è stato difficile, ma con il tempo ho capito che il confronto doveva essere solo con me stessa. Ognuno di noi ha maturato un suo percorso. Lui aveva una personalità forte ed ha inventato un stile unico e irripetibile”.

E proprio quel suo stile “unico ed irripetibile” rivivrà nella mostra che ripercorre 40 spettacoli, da Il mondo d’acqua a Sei Brillanti, da Rita da Cascia a Magnificat. “Ho riordinato e restaurato circa 500 fotografie di scena dell’archivio personale di mio zio” ci racconta Andrea Farri. Gli abiti e le scene, invece, sono ancora conservati in un magazzino, “tranne due-tre grandi scenografie realizzate da Lele Luzzati e Lorenzo Tornabuoni che caleranno dall’alto nel foyer”, aggiunge.

Ho capito subito che nella vita avrei fatto un lavoro artigianale, in modo da usare non solo l’intelletto, ma anche il corpo”, racconta Paolo in un’intervista. E ci sembrerà di rivederlo quel corpo, spesso en travesti. Era bellissimo, “ma di una bellezza effeminata, ecco perché ha fatto poco cinema – ricorda la sorella  – negli anni Cinquanta andava di moda l’uomo macho, lui al massimo avrebbe potuto fare un pretino”. Quando Fellini gli offrì una parte in 8 1/2 però la rifiutò, “gli impegni teatrali erano troppi”. Dopo i primi successi non si è più fermato, la sua vena poetica e surreale ha fatto innamorare il pubblico, che se vorrà potrà riascoltarlo nel video inedito tratto dal recital Mezzacoda. Risuonerà per tutto il foyer, mente la sua immagine gigante se la riderà dall’alto.

(Il Venerdì di Repubblica, 27 ottobre 2017)

Marta Cuscunà, storie di donne e di resistenza

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Nel suo ultimo lavoro, Sorry, boys. Dialoghi su un patto segreto per 12 teste mozze, le si intravedono appena le gambe. Ha un gran bel da fare lì dietro, con tutti quei freni e i pedali da manovrare per mettere in movimento bocche e palpebre delle teste in lattice appese come trofei. Ma chi ha visto il suo primo spettacolo, E’ bello vivere liberi! Un progetto di teatro civile per un’attrice,5 burattini e un pupazzo, ricorderà certamente il suo volto da ragazza, voce narrante insieme agli attori di cartapesta. Con questo spettacolo ha vinto il primo Scenario per Ustica nel 2009 e da quando ha debuttato continua a portarlo in giro per l’Italia. Di recente è stata ospite del festival romagnolo “Arrivano dal mare”, il più antico festival italiano di teatro di figura. E la prossima tappa la porterà a Cantù (3 novembre). E’ bello vivere liberi! racconta la storia di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana e deportata ad Auschwitz.

Marta, le storie che racconti sono soprattutto storie di “resistenza”. Quanto ha influito sulle tue scelte il fatto di essere nata a Monfalcone, città famosa per i cantieri navali e per il triste primato di morti per malattie causate dall’amianto?

Sicuramente ha influito molto. Il primo spettacolo che ho scritto, E’ bello vivere liberi!, è strettamente legato a Monfalcone. Leggendo la storia di Ondina Peteani scritta da Anna Di Giannantonio, ho riconosciuto i luoghi, i racconti di cui ho sentito parlare. Ondina era un’operaia dei cantieri navali. Un giorno 1500 operai uscirono dalla fabbrica ancora in tuta da lavoro e salirono sulla montagna per unirsi alle formazioni partigiane. Le staffette partigiane hanno avuto un ruolo fondamentale nel nostro Paese. Mi ha colpito molto il gesto di quelle donne. Oggi sembra che tutto passi sopra le nostre teste, per questo la storia di Ondina contiene un messaggio positivo: ragazze così giovani sono l’esempio di come ogni singolo individuo può diventare indispensabile per la vita di un intero popolo. Quello, per Ondina, come dice lei stessa, è stato il periodo più felice della sua vita. Per noi giovanissimi che deleghiamo tutto è un grande insegnamento.

Perché per i tuoi racconti hai scelto storie di donne?

La questione femminile era un’urgenza che sentivo. Tutto il progetto sulle Resistenze femminili è nato dopo l’inchiesta della semiologa Giovanna Cosenza che ha chiesto ai suoi studenti bolognesi cosa pensassero del femminismo. E il risultato è stato spaventoso: l’opinione verso questo movimento era negativa. Ma perché, mi sono chiesta, visto che le donne sono ancora vittime di discriminazioni di genere? Così ho deciso di ragionare sui malintesi e di provare a smantellare i pregiudizi.

Nella prima tappa della trilogia sulle Resistenze femminili, E’ bello vivere liberi!, siamo addirittura in una fase molto precedente rispetto al femminismo.

Già allora le donne avevano iniziato a pensare ad un ruolo diverso per se stesse. Anna Di Giannantonio sottolinea che mentre per gli uomini era necessario scegliere durante la guerra se combattere o disertare, alle donne nessuno chiedeva nulla, potevano tranquillamente restare a casa. Quindi niente è scontato. Così ho capito che la donna è una risorsa irrinunciabile per la pace e la democrazia.

Il secondo spettacolo, La semplicità ingannata. Storie per attrice e pupazze sul lusso d’essere donna, ci porta, invece, nel Cinquecento.

In quel periodo avere una figlia femmina era un problema. Le clarisse di Udine, di cui parla lo spettacolo, sono tutte monache forzate, cioè obbligate a farsi suore pur di rinunciare alle doti matrimoniali. Queste monache si rendono conto, ad un certo punto, di poter creare una comunità femminile protetta dall’ingerenza maschile. Capiscono che possono farlo attraverso la cultura e immaginano un modello nuovo in cui le donne possono emanciparsi solo se solidali. E per difendersi da chi vorrebbe attaccarle utilizzano proprio gli stereotipi femminili. Il loro progetto comincia a trovare sostegno e solidarietà anche fuori e la Chiesa inizia a spaventarsi finché capisce che non c’è altra cosa da fare che separarle.

Il terzo lavoro, infine, Sorry, boys, chiama in campo anche l’altro sesso: gli uomini.

L’ultima tappa prende spunto da un fatto di cronaca successo a Gloucester del 2002, quando un gruppo di ragazze liceali rimasero incinte tutte insieme. La gravidanza sarebbe stata pianificata come parte di un patto segreto per creare una piccola comune femminile. Una delle ragazze confessa poi di aver voluto creare un piccolo mondo nuovo dopo aver assistito ad un terribile femminicidio. Sul caso sono stati girati film e se n’è parlato molto. In quella cittadina la polizia riceveva un numero elevatissimo di chiamate per violenza domestica. 500 uomini hanno marciato per le strade per sensibilizzare la comunità al problema. Mi sono accorta così che bisognava cambiare le cose e smetterla di nascondere i problemi sotto il tappeto.

Come è nato il tuo amore per il teatro di figura?

Da un laboratorio dell’artista catalano Joan Baixas, con cui ho approfondito i linguaggi del teatro visuale. Ho seguito un suo corso, e poi sono stata a bottega da lui. Mi disse: questa è la tua strada. E nel 2006 ho debuttato in Merma Neverdie, spettacolo con pupazzi di Joan Mirò e regia di Joan Baixas. Ho capito che anche i pupazzi, così snobbati in Italia, possono trattare temi forti e pericolosi, e parlare del potere.

E i tuoi pupazzi in che modo nascono?

Dalla fantasia… li immagino e poi cerco di trovare uno scenografo con cui collaborare. Per esempio per la schiera di teste mozze in Sorry, boys avevo pensato alle teste della serie fotografica “We are beautiful” di Antoine Barbot, ma non sapevo come fare per riuscire a far muovere le palpebre, la bocca, in modo tale da far sembrare le teste mozze più vive possibile, e poi con Paola Villani ci è venuta l’idea dei freni di biciclette. Per i pupazzi dagli occhi grandi di E’ bello vivere liberi!, invece, mi sono ispirata al mondo di Tim Burton. E poi avevo letto che durante la guerra andavano proprio in scena dei bozzetti drammatici che raccontavano la fine delle spie, quindi il linguaggio teatrale c’era e ne ho tratto ispirazione.

Stai già lavorando a nuovi progetti?

Proprio in questo periodo sono in residenza a Villa Manin,Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia,  dove sto lavorando ad una nuova produzione della Centrale Fies che debutterà nell’autunno del 2018. Ho letto gli studi di Marija Gimbutas, archeologa lituana che compara i reperti archeologici con le tradizioni e ho ritrovato le stesse cose in certe storie della memoria popolare. Forse, ho pensato, avevano già scelto un modello sociale non condannato alla violenza e alla sopraffazione dei più debole. Lo spettacolo si chiamerà Il canto nero della caduta.

(Il Manifesto – Alias – 21 ottobre 2017)

 

 

 

La magia di El Grito

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Occhi puntati all’insù e fiato sospeso. Non c’è circo che possa fare a meno di acrobati, funamboli, artisti in volo sopra le nostre teste. Non c’è circo che eviti di fare i conti con la paura e con rischio di perdere quell’equilibrio precario eppure eccezionale. Quando parliamo di spettacoli circensi, pensandoci bene, la gran parte delle persone immagina immediatamente domatori di leoni, elefanti e clown. Esiste un tipo di circo, invece, fatto di poesia e di linguaggi differenti che si mescolano fino a creare spettacoli surreali. Quello che da dieci anni gira il mondo con il nome di El Grito è un “circo contemporaneo all’antica”. Cosa significa? “Un tipo di circo nuovo nella metodologia di lavoro, aperto alle arti e più innovativo, e nello stesso tempo molto tradizionale per il modo in cui è organizzato – ci racconta Giacomo Costantini, fondatore della compagnia con Fabiana Ruiz Diaz – ; noi siamo una piccola comunità di nomadi, viaggiamo e viviamo insieme”. Una piccola comunità pronta ad allargarsi ogni volta che ingloba al suo interno altri artisti con i quali creare nuovi e fantasiosi show, come accade in Si tu t’imgines, la più grande coproduzione di circo contemporaneo italo-francese pronta a debuttare al Teatro Pergolesi di Jesi il prossimo 28 settembre (poi la tournée proseguirà in Basilicata e in Puglia fino al 15 ottobre, nell’ambito de “La Francia in scena”, stagione artistica dell’Institut français Italia realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia).

Giacomo, El Grito è una compagnia che nasce dal basso nel 2007, esattamente dieci anni fa. Oggi è una realtà riconosciuta e finanziata dal Ministero dei Beni culturali. Immagino che all’inizio sia stata molto dura…

“Tutto è cominciato in modo un po’ informale. Appena ho conosciuto Fabiana c’è stata subito sintonia tra di noi e abbiamo iniziato a viaggiare. Nel 2006 siamo arrivati a Bruxelles, che pensavamo fosse una tappa di passaggio,  e lì siamo stati accolti dallo Espace Catastrophe – punto di riferimento internazionale per il circo contemporaneo –  che l’anno successivo ha coprodotto il nostro primo spettacolo. Poi il grande passo lo abbiamo fatto nel 2008 con Scratch & Scretch., nato come spettacolo all’aperto che poi ha girato con successo un po’ ovunque, e con 20 decibel che ha debuttato alla Biennale internazionale di circo ed è diventato un nostro cavallo di battaglia. Ma ad un certo punto ci siamo stancati di essere sempre ospiti. Volevamo tornare in Italia, quindi nel 2011 abbiamo deciso di aprire un circo. Ne ho parlato con mio fratello – che nel frattempo aveva lasciato il suo posto di lavoro sicuro per andare a lavorare proprio in un circo – e in pochi mesi abbiamo costruito il nostro chapiteau. All’inizio abbiamo fatto di tutto, senza soldi e nessuna certezza, ce ne siamo andati in giro per il mondo guidando camion e imparando a fare qualunque cosa”.

E dal 2014 siete una delle due compagnie italiane di circo contemporaneo sostenute dallo Stato. Certo, l’Italia è ancora parecchio indietro rispetto, per esempio, ai cugini francesi… 

“Negli ultimi anni le cose si stanno muovendo anche nel nostro Paese, ma con grande ritardo. Non c’è paragone con la Francia o il Belgio, e infatti tutti gli artisti circensi italiani si trasferiscono all’estero.  Nel 90 per cento delle nostre date italiane il pubblico assiste per la prima volta ad uno spettacolo di circo contemporaneo. In Francia, invece, il circo contemporaneo è più finanziato della danza e lo possiamo trovare ovunque, anche nei centri culturali”.

Parliamo di Si tu t’imagines, questa grande coproduzione italo-francese che coinvolgerà gli artisti circensi Acolytes. E’ la vostra prima collaborazione?

“Sì, lo è e siamo molto felici. Si tu t’imagines  è uno spettacolo di cabaret itinerante. Io firmo la regia di questo lavoro che ha come punto di forza i numeri. In dieci giorni di prove creiamo il nostro universo. E’ un format che abbiamo già sperimentato e che permette ad ognuno di mostrare le proprie qualità artistiche. C’è sempre una piccola dose di incertezza in questo tipo di spettacolo, che però alla fine è molto fresco perché non sai mai veramente cosa accadrà. Sulle note di Bach, lo spettacolo di cabaret itinerante toccherà quattro luoghi diversi: la strada (nella piazza di Guardia Perticara, un borgo di 500 anime); l’arena (a Policoro o a Martina Franca per esempio); lo chapiteu di Taranto, dove si concluderà il tour; il teatro Pergolesi di Jesi, dove il nostro viaggio comincerà con un workshop aperto al pubblico. Ovviamente Si tu t’imagines non può essere uguale in luoghi diversi, quindi verrà adattato alla situazione. Saremo degli artisti in viaggio, insieme nella città: danzatrici aeree, giocolieri e acrobati, Sciamani 2.0 che esorcizzano la paura, guerrieri dell’acrobazia che sfidano la gravità nei luoghi in cui hanno avuto origine”.

A proposito di viaggi e di incontri, avete altri progetti con i Wu Ming?

“Sì, dopo l’esperienza di Piccolo circo magnetico libertario abbiamo deciso di proseguire nell’esperimento circo-letteratura. Wu Ming 2 sta scrivendo un nuovo libro, illustrato, e io realizzerò lo spettacolo a partire da questo testo. Il debutto è  previsto a dicembre.  E sempre a dicembre debutterà anche Caffè Bach, una vera e propria opera lirica, ma  stravolta. Al Teatro Pergolesi di Jesi”.

Ma perché dedicare una vita al circo?

“Intraprendere la carriera circense è come fare una piccola rivoluzione. Per molti della mia generazione (classe 1982) il circo significa fascino della strada e voglia di libertà. La mia è stata senza dubbio una vocazione. E ho imparato a fare questo mestiere da autodidatta.  Molti artisti, invece, scelgono di frequentare le scuole, ma in questi casi non hanno modo di conoscere l’aspetto più popolare, la vita insieme, la condivisione di ogni istante della propria esistenza”.

Quando un acrobata è lassù, in alto, non ha mai paura?

“La paura c’è sempre, soprattutto all’inizio, quando inizi a provare il numero. Poi più ti alleni, più la paura se ne va. Bisogna imparare a conviverci, perché il fattore rischio è parte del circo. Se non si corre il rischio di morire non c’è circo”.

(Alias – il Manifesto, 23 settembre 2017)

Agrupación Señor Serrano e quei duemila piccoli animali

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Un esercito di duemila piccoli animali e tre performer che tentano di gestire, riprendendo ogni dettaglio con una videocamera, un mondo caotico dove tutto è in movimento. Da un lato ci sono le guerre, le siccità, le coste inquinate, lo sfruttamento del lavoro, dall’altra i supermercati, le strade sicure, i servizi sanitari, il benessere. E in mezzo migliaia di uccelli migratori che in cielo tracciano le forme più bizzarre. Uuccelli insofferenti ai recinti, come l’uomo alle barriere. Si intitola Birdie il nuovo spettacolo della compagnia catalana Agrupación Señor Serrano vincitrice nel 2015 del Leone d’argento per il teatro (ideazione Àlex Serrano, Pau Palacios, Ferran Dordal, interpreti Àlex Serrano, Pau Palacios, David Muñiz). In Italia vedremo il nuovo lavoro al Teatro Vascello di Roma il 28 e il 29 ottobre, all’interno del Romaeuropa festival (20 settembre – 2 dicembre). Intanto, ce lo facciamo raccontare da Pau Palacios.

Pau, la vostra compagnia sta per tornare in Italia con Birdie: come nasce questo spettacolo?

Tutti i nostri spettacoli nascono da un’immagine, in questo caso da una foto molto potente e interessante, quella di Josè Palazon, in cui si vedono in primo piano degli uomini che giocano a golf mentre alle loro spalle decine di migranti sono in bilico su un recinto tentando di scavalcarlo. Una foto che abbiamo subito collegato al film di Hitchcock Gli uccelli, quei migranti accovacciati lì su ci hanno fatto pensare a quegli uccelli…

Quindi l’Quindi Quindi lìQidea di accostare la famosa foto di Josè Palazon a Gli uccelli di Hitchcock è arrivata immediatamente? E per portarci dove? 

La foto, il gioco del golf e il film Gli uccelli: queste tre cose sono state messe subito in collegamento. Il problema è arrivato dopo: come trattare l’argomento dei migranti? Non volevamo farlo facendo pornografia dell’immagine. E dunque siamo ripartiti da quella foto per provare a mettere a fuoco il problema.

Qual è stata la difficoltà maggiore?

Decidere in che modo strutturare il tutto. La foto di Palazon è del 2014 e il boom dei rifugiati c’è stato nel 2015, quindi siamo stati superati dalla realtà. Da qui il problema… complicato, soprattutto emotivamente. Noi cerchiamo di essere distaccati quando affrontiamo certi argomenti, più sono potenti più ci chiediamo come trovare i punti di distanza per poter poi andare in profondità.

E alla fine come ci siete riusciti? Nei vostri spettacoli, e anche in questo caso, avete sempre puntato sulle nuove tecnologie, che si intrecciano con una drammaturgia creata dall’incrocio di tanti linguaggi: in che modo lavorare per arrivare all’esito finale dello spettacolo?

Negli ultimi 4 spettacoli abbiamo seguito lo stesso percorso, che dura ogni volta circa due anni. Un processo creativo lungo e composto da diverse fasi: per i primi otto mesi leggiamo e facciamo ricerche, poi elaboriamo una piccola drammaturgia di 20 minuti circa. Per dieci giorni proviamo in residenza video e performance e poi facciamo una prima dimostrazione aperta al pubblico, per noi utilissima perché dopo quella prova aperta rivediamo il testo che di solito diventa di 35-40 minuti, poi andiamo ancora in residenza, poi di nuovo una dimostrazione aperta al pubblico e per altri due-tre mesi riscriviamo il testo. A volte facciamo un’altra residenza ancora. Insomma in questo modo arriviamo al debutto abbastanza sicuri. E nei primi sei mesi di repliche in genere lo spettacolo cambia ancora. Per esempio Birdie, che ha debuttato a Barcellona a luglio dello scorso anno, è diverso rispetto allo spettacolo che vedrete a Roma.

Nello spettacolo, dicevamo, si parla di migranti, un grande dramma dei nostri giorni. In che modo l’artista può fare la sua parte?

Quello che posso dire è che ciò che stanno facendo i nostri politici non va, loro sono responsabili di tutto ciò che sta accadendo e devono trovare una soluzione al problema. Noi artisti possiamo solo metterlo a fuoco e per una volta dare voce ai deboli.

Una curiosità, da dove provengono tutti quei piccoli animali che animano la scena di Birdie?

In scena ci sono duemila animali… sono tanti, sì. Noi siamo sempre alla ricerca di oggetti o di  pupazzetti per i nostri spettacoli. In questo caso il regista aveva visto questi animali in un Museo di Stoccolma, ma erano troppo cari. Così abbiamo rintracciato il produttore di Miami (Safari Ltd), ci siamo presentati, abbiamo spiegato a cosa ci sarebbero serviti e l’azienda ci ha spedito i pezzi di cui avevamo bisogno, diventando nostro sponsor.

Dai vostri spettacoli sembra che chiediate al pubblico se è davvero capace di leggere le immagini…

Sì, è proprio così. In Birdie proiettiamo la foto di Palazon e invitiamo il pubblico a guardarla bene, per un quarto d’ora. In genere dedichiamo un secondo e mezzo a fissare un’immagine. Noi invece qui la analizziamo. Siamo circondati da immagini, eppure le guardiamo sempre in maniera superficiale. Ma le immagini sono costruite, non sono innocenti. Anche nel linguaggio audiovisivo ci interessa mostrare che il racconto cinematografico è una costruzione, non è la realtà. Ci interessa svelare il trucco che c’è dietro.

Vale anche per l’informazione (altro argomento che affrontate spesso nei vostri lavori)? 

Sì, cerchiamo di mettere in guardia il pubblico: attenzione, tutto è frutto di una costruzione.

State già lavorando a nuovi progetti?

Sì, stiamo lavorando ad un nuovo spettacolo, Kingdom, che debutterà il primo luglio del 2018. E’ una critica al capitalismo e anche al patriarcato. Mettiamo in relazione King Kong con il capitalismo. In Italia arriverà nell’autunno del 2018.

E dopo il Romaeuropa festival avete altre tappe previste in Italia? 

Sì certo, saremo a Potenza il 2 novembre con Birdie e poi a Bergamo il 20 ottobre con lo spettacolo A house in Asia.

In Spagna è complicato come per l’Italia lavorare in teatro?

Molto più complicato. Da una parte in Spagna non c’è una tradizione teatrale forte, non c’è un modello. Dall’altra il teatro è sempre considerato come qualcosa da spazzare via. Dopo la crisi del 2008 il governo ha fatto fuori tutti i festival di cultura contemporanea. Dalle 25 date annue che avevamo, ne sono rimaste solo tre. Nell’ultimo anno la situazione è leggermente migliorata ma le partecipazioni ai festival sono ancora numericamente al di sotto del periodo precedente il 2008. Quest’anno, per esempio, abbiamo avuto molte più date in Italia. In Spagna se non fai certi spettacoli più classici è difficile lavorare. Per fortuna giriamo molto in Europa e non solo. Siamo stati anche a Shanghai, in Brasile, a New York. E le nostre residenze sono quasi sempre in Italia, Francia, Belgio, Olanda. Dove possiamo noi andiamo.

(Alias – il Manifesto, 16 settembre 2017)

Immagina: Altan traduce Lennon

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L’abbiamo cantata tutti almeno una volta nella vita. E’ talmente bella da superare ogni confine generazionale. E se i più piccoli ancora non la conoscono, ecco un libro delicato e tenero che li farà innamorare di un testo che altro non è se non un inno alla pace. Imagine all the people living life in peace… cantava John Lennon nel suo famosissimo brano scritto nel 1971, quando i Beatles si erano già sciolti. A quella canzone oggi si ispira il volume appena pubblicato dalla casa editrice Gallucci e patrocinato da Amnesty Internacional-Italia, Imagine, che esce contemporaneamente anche in Gran Bretagna, Stati Uniti, Olanda, Corea, Germania, Spagna, Francia, Slovenia, Romania, Argentina, Brasile e Messico. Il libro – contenente anche le parole originali in inglese qui tradotte dal vignettista Altan – è illustrato da Jean Jullien, artista francese che nelle sue tavole ha scelto di far prevale il colore del cielo. Lassù, tra l’azzurro e le nuvole, un piccione abbraccia con le sue ali tutti gli altri uccelli, senza fare distinzione tra colore delle piume o forma del becco, invitandoci ad avere cura gli uni degli altri e a mettere da parte la paura, accogliendo chiunque e da qualunque luogo arrivi.

Firma l’introduzione del volume Yoko Ono Lennon (moglie del grande John) che scrive: “Oggi più che mai abbiamo bisogno di pace, per questo le sue parole sono ancora tanto importanti. Tutti vogliamo essere felci e vivere in serenità. Ognuno di noi può contribuire, ciascuno a suo modo, a rendere il mondo un posto migliore”. Un libro universale, insomma, che invita nonni e nipoti a non smettere mai di immaginare un futuro più armonioso. You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one (dirai che faccio sogni, ma io non sono il solo) direbbe John Lennon.

(il Venerdì di Repubblica, 15 settembre 2017)

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Imagine

Traduzione di Altan

Disegni di Jean Jullien

Prefazione di Yoko Ono Lennon

euro 15,00

Gallucci