Paco Ignacio Taibo II: “Quando sono in Italia divento garibaldino”

Tag

, ,

Incontenibile, irriverente, partigiano. Ma soprattutto, geniale. I suoi lettori lo amano anche per questo. E ogni volta che arriva in Italia è una festa. Mentre parliamo con Paco Ignacio Taibo II, lui si gode il sole seduto in un bellissimo giardino di Perugia, una pausa sigaretta (o meglio sarebbe dire sigarette vista la quantità di fumo…) con Lorenzo Ribaldi, editore de La nuova frontiera, che sta ripubblicando i suoi libri. L’ultimo è L’ombra dell’ombra – romanzo storico dall’atmosfera alla Chandler con qualche tocco di realismo magico – che proprio ieri ha presentato durante un incontro nell’ambito del festival di letteratura ispano-americana (“Encuentro”, in programma fino a oggi).
Paco, facciamo un gioco. Immaginiamo che non sia io qui ad intervistarla, ma che al mio posto ci sia Manterola, il cronista di nera, protagonista del suo romanzo “L’ombra dell’ombra”. Secondo lei, cosa le chiederebbe?
«Ummh…. cosa mi chiederebbe (ci pensa un attimo, ndr). Secondo me sarebbe interessato a sapere come faccio a conciliare la mia vita da attivista politico con quella di scrittore e vorrebbe anche chiedermi perché scrivo tanto di notte. Manterola è un giornalista molto famoso in Messico, ha fatto grandi interviste, ha intervistato perfino Mussolini».
Le faccio la domanda inversa, ora. Lei che ama molto il mondo del giornalismo – e lo si intuisce dalla quantità di volte in cui la vita di redazione entra nei suoi romanzi – quale personaggio avrebbe voluto incontrare se fosse lei l’intervistatore?
«La lista sarebbe molto molto lunga… Provo a dirne solo alcuni. Mi sarebbe piaciuto moltissimo intervistare Sciascia, per parlare con lui di potere. E anche Calvino, in particolare avrei voluto chiedergli del suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno. E poi sarebbe stato bellissimo intervistare tutti i garibaldini che hanno combattuto in Spagna. Ma dico proprio tutti, eh. Infine, la mia grande intervista l’avrei fatta a Spartaco, che non era italiano e che è stato sfanculato dai romani. Certo, avrei dovuto parlargli in latino, e non sarebbe stato proprio semplice, ma con un po’ di fantasia un modo l’avrei trovato… ».
Con la fantasia si può fare tutto. Perfino cambiare la realtà. In fondo è quello che fa la letteratura… la scrittura da questo punto di vista è “rivoluzionaria”, è d’accordo?
«Be’ sì. Con la fantasia si può fare tutto, è vero, ed è l’unica risorsa che abbino per cambiare la realtà. La scrittura più che rivoluzionaria la trovo alchemica».
A proposito di rivoluzione e interviste, cosa avrebbe chiesto a Che Guevara, al quale lei ha dedicato una biografia (“Non perdere la tenerezza”)?
«Tutte domande che avrei voluto fargli sono contenute in quel libro. C’è una cosa, però, che avrei voluto chiedere agli eredi: perché non hanno mai pubblicato i diari scritti nel periodo in cui lui era ministro? Mi piacerebbe tanto saperlo».
Perché ha scelto di raccontare la sua storia?
«Se sei un bambino cattolico, ed io non lo sono stato, la tua vocazione è scrivere la biografia di San Francesco. Io sono stato di sinistra per tutta la vita, i miei riferimenti per raccontare la storia sono stati due: Che Guevara e Ho Chi Minh, ma ho scelto di scrivere del primo perché non conosco la lingua vietnamita, anche se è un’idea alla quale non ho ancora rinunciato quella di raccontare di Ho Chi Minh. Anzi sicuramente scriverò una storia narrativa partendo da questa domanda: lui che era un grande fumatore, da dove prendeva le sigarette quando era in carcere?».
E qui torniamo al fumo… e quindi a Perugia. Come sono andati gli incontri?
«Oh benissimo, ma qui vedo cose sempre più strane… non ho ancora detto ai perugini che sono affascinato dal grifone che ho scoperto nel Palazzo dei notari. Qui c’è una piccola statua di un grifone che si sta facendo un maialino…. Ora capisco l’amore dei perugini per grifoni e maialini. In realtà da anni sto dando la caccia al Leone della Serenissima di Venezia, che mi interessa per diverse ragioni: intanto vorrei capire perché un logo assiro è simbolo di Venezia; e poi mi attrae la parola stessa “Serenissima”; e non capisco perché una Repubblica militare decida di prendere questo nome… Ho già scritto 15 pagine su questo argomento, in verità».
L’Italia, comunque, continua ad affascinarla…
«L’Italia tira fuori il meglio e il peggio di me stesso. Quando sono qui divento un anti neoliberale, divento un garibaldino. Anzi da 20 anni sto facendo una crociata affinché tutte le statue di garibaldini in Italia portino il poncho rosso».
E cosa altro ha scritto di nuovo?
«Due libri. Uno è appena uscito in Messico, sulla rivoluzione liberale messicana, simile al vostro Rinascimento. L’altro è uno dei cinque romanzi che ho iniziato a scrivere e che uscirà a fine anno».
Ma quando trova il tempo per scrivere così tanto?
«Quando inizio posso scrivere anche per 8-10 ore di fila…».
Spaziando da un genere all’altro…
«Sì ma questo è un fenomeno letterario controllato. Io sono sempre uno. Sia quando scrivo, sia quando vivo. Sono sempre Paco».

(l’Unità, 14 maggio 2017)

La poesia ci salverà la vita?

Tag

, ,

Un ladro buono e un professore con velleità letterarie. E poi due sedie e un tavolo. Nient’altro, dunque, se non il dialogo assurdo e molto beckettiano tra queste due “anime” nate dalla penna di Armando Pirozzi, e interpretate da Alberto Astorri e Luca Zacchini, provenienti da due differenti compagnie (Astorri /Tintinelli e gli Omini) e qui insieme per la prima volta. D’altra parte Massimiliano Civica, che con gli anni ci ha abituati ad una essenzialità mai banale (Soprattutto l’anguria, Alcesti ecc…) , sceglie con molta cura i suoi attori, stavolta accomunati dal destino in bilico tra disperazione e salvezza dei loro personaggi: Nino e Velonà, protagonisti di Un quaderno per l’inverno, spettacolo in scena in questi giorni al Teatro India di Roma e prodotto dal Metastasio di Prato (repliche fino a domenica).

Il tema è bello e vola alto: la poesia può salvarci la vita? La storia bizzarra che ci viene raccontata ha a che fare proprio con i versi poetici. Perché Nino, armato di coltello, entra in casa del professore per chiedergli qualcosa di molto speciale: vuole che scriva una poesia per lui, per la sua Anita che è in coma. Ma il tempo corre veloce e lui non riesce a leggerle la poesia di Velonà… Una notte indimenticabile, sia per il ladro che per il professore. E anni dopo, otto anni dopo, per la prima volta ricorderanno il tempo trascorso insieme come fossero stati due amici di vecchia data. Certo, uno strano modo di essere amici. Ma quell’esperienza, anche se in maniera diversa, ha segnato entrambi. E questo è il primo indizio che la scrittura, forse, qualcosa può fare. Dopo l’esito così catastrofico della scena in cui scopriamo che Anita muore prima di leggere la poesia scritta per lei, si apre una piccola speranza nel momento in cui Nino tira fuori dal taschino un foglietto stropicciato scritto da suo figlio. Titolo: Un quaderno per l’inverno. E forse Civica vuole dirci proprio questo con il suo spettacolo costruito “per sottrazione”: la poesia ha qualcosa di miracoloso, che può essere così dirompente da incidere perfino sulla realtà…

Più semplicemente Civica ci racconta una storia, che nel suo essere surreale dimostra che un ladro e un professore possono sedersi allo stesso tavolo. Come dire che non siamo tanto diversi l’uno dall’altro e che forse, ciascuno di noi è in cerca della propria personale felicità, della propria “poesia”.

(l’Unità, 21 aprile 2017)

Voglio la felicità a tutti i costi

Tag

, , , ,

Ci sono storie che le parole giuste non saprebbero raccontare meglio. Ma ci sono anche storie che parlano attraverso i corpi, le voci e i sospiri, le pause e gli sguardi. Tutto deve essere ben calibrato, certo. I grandi attori, le grandi attrici, come Giulia Lazzarini, lo sanno bene. Lei, con i suoi 83 anni, e quella grazia che la caratterizza, infonde tranquillità solo a guardarla. Ma non bisogna lasciarsi ingannare, e lo scopriremo mano a mano che lo spettacolo andrà avanti, perché dietro l’apparente tranquillità della famiglia borghese che ci si presenta davanti si nascondono segreti, vergone, amori malati.
Parliamo dello spettacolo in scena in questi giorni al Teatro Argentina di Roma (fino al 23, una produzione Teatro di Roma): Emilia, scritto da Claudio Tolcachir, regista argentino che abbiamo imparato a conoscere grazie al Napoli Teatro Festival Italia, dove più volte è stato ospite con la sua compagnia Timbre 4.
Lo stesso testo ora all’Argentina è stato precedentemente allestito con la sua storica compagnia in lingua spagnola (nel 2015 è andato in scena al Piccolo di Milano). Ma qui il cast è tutto italiano e di un ottimo livello. C’è, fra gli attori, una bella armonia che rende la pièce accattivante e abbastanza convincente.
Giulia Lazzarini è Emilia, la bambinaia di Walter (Sergio Romano), che oggi è un uomo generoso e bisognoso come tutti i personaggi in scena di amore. Ma ognuno esprime questo desiderio a suo modo, declinandolo in mille maniere e rendendolo irraggiungibile per un misto di paura, senso di colpa, possesso, rinuncia, gratitudine. Emilia rivede Walter a distanza di vent’anni. Entra solo per un saluto nella sua nuova casa, fatta di coperte messe una sull’altra (la famiglia di Walter ha appena traslocato), ma resta per la cena, per dormire, e per quel tanto che basta per vedere. Conosce la moglie Carolina (Pia Lanciotti), che in un attimo cede al suo ex marito Gabriel (Paolo Mazzarelli), il padre di Leo (Josafat Vagni). Sarà proprio l’arrivo in casa di Gabriel a rendere più evidenti le crepe familiari. Crepe che però diventano così profonde da far crollare quelle che si pensava fossero certezze.
Il racconto è un’altalena tra il presente e il passato. E più scopriamo dettagli sull’infanzia di Walter più si fanno evidenti le conseguenze sulla sua vita. Walter è un uomo violento, geloso che quando non ottiene ciò che vuole è capace di gesti estremi… E qui, drammaturgicamente, c’è il punto meno convincente dello spettacolo. È vero che non bisognerebbe svelare i finali, ma qui c’è un femminicidio di mezzo che viene quasi giustificato, o perlomeno coperto. C’è chi ha visto, ma non parla, nel nome di quell’amore malato di cui accennavamo. Si può arrivare ad amare a tal punto da non riuscire più a riconoscere il bene dal male? Si può uccidere nel nome della famiglia che una donna non vuole?
Alla fine della pièce Emilia deve tornare in carcere… a fare cosa? Non sarà stata lei ad addossarsi la colpa di ciò che è accaduto? O forse no… Il suo sorriso è rassicurante e il pubblico applalaude ad una grande attrice.

E visto che parliamo di grandi attrici spendiamo qualche parola anche su Giuliana Musso. Ve la ricordate? Il suo Nati in casa uscì in dvd in una collana di teatro dell’Unità a cura di Rossella Battisti: “Teatro in-civile”. Giuliana Musso, classe 1970, è una di quelle attrici e drammaturghe che non mollano facilmente. Determinata a raccontare la realtà che ci circonda, negli ultimi dieci anni ha seguito un percorso coerente e appassionato durante il quale, partendo dal teatro d’indagine, ha raccontato storie dolorose o comiche, ma sempre con poesia e grande professionalità. Oramai vederla in scena nel centro, per non dire nel sud d’Italia, è diventata una rarità. Per fortuna ci ha pensato il Teatro del Quarticciolo – dove Veronica Cruciani e Ascanio Celestini stanno facendo un ottimo lavoro – ad ospitare due dei suoi spettacoli: La fabbrica dei preti e Mio eroe, entrambi prodotti da La Corte Ospitale. Due lavori molto diversi, ma animati entrambi dall’urgenza di trasferire in scena le testimonianze raccolte. Nel primo una breve galleria di personaggi – differenziati fra loro da sfumature quasi impercettibili eppure ben mirate – ricorda la vita in seminario negli anni Cinquanta. Tre uomini anziani raccontano, ed ecco che vengono fuori i tabù e le paure, i rapporti con le donne e nello stesso tempo una personale ricerca della felicità. Si ride anche in questo spettacolo. Di loro e di noi stessi.
E di noi parla anche Mio eroe (spettacolo vincitore del Premio CassinoOff 2017). Ma stavolta c’è poco da ridere. Si ascolta e si rimane incollati alle sue parole, alle parole di tre madri che hanno perso i loro figli in Afghanistan. Sono confessioni sincere, in cui queste donne ci raccontano com’erano i loro ragazzi e nello stesso tempo si fanno portavoci di una denuncia etica e politica che ancora una volta non può non riguardarci.

(l’Unità, 11 aprile 2017)

Interno familiare con vene di follia

Tag

,

«Nessuna felicità è reale se non è condivisa, la condivisione non è felice se non si nutre del reale». Partiamo da questa frase per raccontarvi il nuovissimo spettacolo di Oscar De Summa, attore, regista e drammaturgo di origine pugliese ma trapiantato ormai da anni a Bologna. Se ancora non lo conoscete siete dei pazzi. Recuperate subito… controllate la data più vicina a casa vostra e correte a vederlo. Non vi deluderà. Magari cominciate dalla Trilogia della provincia, tre monologhi uno più bello dell’altro (Diario di provincia, Stasera sono in vena, La sorella di gesucristo).
Intanto, però, De Summa ne ha inaugurata un’altra di Trilogia, tutta dedicata a quel che resta, nella società di oggi, dei miti. E in scena, stavolta, non è solo. Lui scrive il testo, lui firma la regia, lui recita, nei panni dello zio Tire – un magnifico “giullare” o grillo parlante della situazione – con Vanessa Korn, Marco Manfredi e la giovane Marina Occhionero, un vero talento e una bella scoperta.
Ma andiamo con ordine. Lo spettacolo prodotto dal Teatro Metastasio di Prato e in scena al Fabbrichino ancora fino a domenica si intitola La cerimonia. Cosa racconta? Esattamente quello che dicevamo all’inizio del pezzo: «nessuna felicità è reale se non è condivisa». Una frase chiave per capire questo lavoro che scava nella parte più intima dei nostri animi pur raccontando «una giornata normale», con schiettezza e perfino con ironia. In questo De Summa è un maestro. Riesce ad affrontare problematiche serie, nel nostro caso il difficile passaggio di un adolescente verso l’età adulta, senza rinunciare ai momenti di leggerezza. Intanto frasi scolpite nella luce scorrono sullo schermo, mentre la storia procede a ritmo di rock, elettronica, pop tra Skunk Anansie e Manu Chau, Green Day a Radiohead. Siamo negli anni Novanta, sì. La storia di Edi, un’adolescente che vive galleggiando, si svolge nel 1999, quando qualcuno era ossessionato dall’incubo del millennium bug… Come il padre di Edi, Laio, un genitore assente accusato dalla moglie Gio di disinteressarsi alla famiglia («Se ti pagassero per quanto tempo stai fuori dovremmo essere ricchi sfondati»). È una coppia che litiga di continuo, probabilmente mai cresciuta. Forse anche un po’ stereotipata, con un papà che non collabora e una madre isterica che chiede aiuto. Poi c’è lei, Edi, che per il 31 dicembre prepara una cena coi fiocchi (con sorpresa). Prima di arrivarci, però, alla resa dei conti finale, questa ragazzina dai capelli lunghi ci gela con i suoi monologhi e i suoi ripetuti «non lo so» allo zio Tire che le chiede «cosa vuoi Edi?», mettendoci tutti con le spalle al muro. E allora le domande che dobbiamo porci diventano altre: davvero non potevano fare diversamente? Chi decide del nostro destino?
Ecco, ora rileggete per un attimo i nomi di chi sta in scena, cosa vi ricordano? Edipo, chiaro. I personaggi principali ci sono tutti: Giocasta, Laio, Edipo, Tiresia… alla fine il mito edipico torna sempre. Forse perché ha a che fare con un’assenza ed una ferita che non riusciamo a colmare. Ma qui siamo ancora sul baratro. Nonostante tutto, in mezzo a questa follia c’è anche uno slancio verso la vita. Sta a noi scegliere se buttarci giù o vivere. Ma, ricordate, «per essere reale la felicità deve essere condivisa».
La cerimonia è uno spettacolo denso, non ci sono dubbi. Quello che ci piace di questo lavoro – seppure imperfetto – è anche il ritmo che inevitabilmente ti travolge. E poi certe frasi che d’un tratto sembra stiano parlando proprio di te. Infine, quell’affresco di un mondo adolescenziale così reale da fare paura. Se poi siete dei genitori, non rimarrete indifferenti. Siamo pronti a scommetterci.
(l’Unità, 5 aprile 2017) 

Francesco Montanari: “Il dilemma di oggi? Cercare la felicità”

Tag

, ,

Lo abbiamo scoperto nel ruolo di un capo duro e senza pietà dallo sguardo cattivissimo, quello del “libanese” di Romanzo criminale, la serie tv che ha lanciato non solo lui, Francesco Montanari, ma anche Vinicio Marchioni, Marco Giallini, Alessandro Roja ecc… Poi però lo abbiamo ritrovato in parti diversissime, dal fidanzato “mollato” in Pigiama, pièce teatrale di alcuni anni fa, fino al più recente ruolo di padre disoccupato nel film di Daniele Vicari, Sole, cuore, amore, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in uscita nelle sale il prossimo 4 maggio. In questo periodo Francesco Montanari, attore disposto a mettersi sempre in gioco lasciandosi appassionare dalle avventure in cui questo mestiere può catapultarti, è impegnato su più fronti. Ne parliamo con lui, che a Roma è in scena con Aspettando Godot, diretto da Filippo Gili (Spazio Diamante, fino a domenica)
Francesco, ci tolga subito una curiosità: dopo il successo della serie televisiva “Romanzo criminale” lei continua a fare tanto tanto teatro, ma perché lo fa?
«Il teatro mi da la possibilità ogni giorno di confrontarmi con ruoli diversi. Per me è una specie di palestra a pagamento, solo che pagano loro… Non c’è molta differenza nel recitare per il teatro o per la tv. Cambia qualcosa solo dal punto di vista dei tempi. Il teatro è un’opportunità ciclica, ogni giorno nasci e muori. La televisione approfondisce il tempo “ideologico”».
Ancora una volta è in scena con Giorgio Colangelo, ormai siete quasi una coppia di fatto…
«Giorgio per me è un maestro assoluto, è un onore poter lavorare ancora con lui dopo Il più bel secolo della mia vita. Sono lusingato che mi abbia preso sotto la sua ala».
“Aspettando Godot” è un testo classico, messo in scena un’infinità di volte. Qual è l’approccio scelto da Gili?
«Aspettando Godot di Beckett è sempre stato messo in scena in maniera grottesca. Qui, invece, siamo di fronte ad una messa in scena iperrealista di un testo surrealista. È uno spettacolo che utilizza la modalità recitativa di un film, amplificando il senso di attesa che arriva in maniera più diretta, e in modo anche più comico. Si ride molto in questo spettacolo».
Si è mai ritrovato a vivere in prima persona questa situazione di “attesa”, di un domani che sembra non arrivare mai?
«Io credo che sia la situazione in cui vivono tante persone. È una condizione sociale: c’è una mancanza di presa di coscienza della felicità. Oggi una condizione comune sembra essere questa: ok, io voglio essere felice, ma come si fa? La mia generazione, e parlo dei trentenni-quarantenni, è disperata. I ragazzi vanno a prendersi un aperitivo per nascondere un disagio sociale. Chiamiamolo precariato o come vogliamo, è comunque uno stato emotivo e Godot è come se ci mettesse di fronte ad uno specchio per mostrarci noi stessi».
Una cosa simile accade, anche se in maniera diversa, nel film di Daniele Vicari: “Sole, cuore, amore”. Anche in questo caso c’è un mondo precario, un padre disoccupato (che poi è il suo personaggio), una madre che si sveglia all’alba tutte le mattine pur di lavorare… ma nel film la vita quotidiana travolge a tal punto le persone che alla fine resta un interrogativo: fin dove possiamo spingerci? Dove è il limite?
«Quando Daniele Vicari mi ha chiamato per fare questo film ha detto che era stanco di sentir parlare di periferie come sinonimo di criminalità. Voleva raccontare la vita di quelle persone che scelgono l’onestà. Questa cosa mi ha colpito. Il film racconta una storia di speranza, nonostante tutto. Mi ricorda quello che mi diceva un mio professore: sorridi e ricomincia. Cioè bisogna trovare il modo per andare avanti. Mi sono chiesto come fare per rendere umano il mio personaggio. E la risposta l’ho trovata, ho pensato: prendo 3 minuti di vita con mia moglie, in quei 3 minuti devo diventare la sua ricreazione. È questo che crea l’affezione del pubblico. Io non so, poi, se c’è un intento politico del film, ma quel disagio di cui si parla è reale. Purtroppo non ho la soluzione, altrimenti farei il politico».
Dal 6 aprile sarà sul grande schermo anche con “Ovunque tu sarai” di Roberto Capocci, qui al suo esordio. Che film vedremo?
«Il film racconta una storia d’amicizia. Francesco, Carlo, Loco e Giordano (il mio personaggio) partono da Roma direzione Madrid per festeggiare l’addio al celibato di Francesco ma soprattutto per fare un viaggio insieme, un pretesto per andare a vedere la propria squadra del cuore in trasferta in Champions League e anche una metafora individuale. Il mio Giordano è un tifoso scaramantico e maniacale, una persona che ha paura di vivere. Per me è stata una scoperta Roberto Capocci».
Lei è tifoso?
«No, ma ho scoperto il tifo, mi ricorda come la passione vera può unire le persone».
C’è un personaggio che le piacerebbe interpretare?
«Sì, San Tommaso d’Aquino. Non per una questione religiosa. Ma perché i santi sono eroi. Ognuno di noi ha i propri conflitti interni, un santo sente questi conflitti all’ennesima potenza. Trovo sia molto affascinante, ha a che fare con il nostro senso di colpa».
Tornerà a recitare con i “compagni di viaggio” di “Romanzo criminale”?
«Tornerò sicuramente a recitare con Vinicio Marchioni (il “Freddo”). Dal 4 dicembre inizieremo le prove per Zio Vanja. Vinicio, oltre ad essere il protagonista dello spettacolo, firma anche la regia».
Altri progetti?
«Dal 28 aprile inizieranno le riprese di una serie tv per Rai 2, ma non posso svelare altro».

(l’Unità, 30 marzo 2017)

Ruggero Cappuccio: “Vi racconto il mio Napoli Teatro Festival”

Tag

, , ,

Ci siamo. Il programma dell’edizione 2017 del Napoli Teatro Festival Italia è stato annunciato. Ed è il primo a portare la firma del neodirettore Ruggero Cappuccio – con una lunga storia alle spalle come drammaturgo, attore, regista – che arriva proprio nel decennale del Festival e dopo la direzione, breve ma “rumorosa”, di Franco Dragone (di cui si era tanto discusso per il cachet costosissimo di Al Pacino, che l’anno scorso avrebbe voluto al Festival). In programma, dal 5 giugno al 10 luglio, circa 80 titoli, con tanti protagonisti internazionali (da Angelica Liddell a Dimitris Papaioannou) a tantissimi italiani (da Roberto Andò a Cristina Comencini, da Ascanio Celestini a Mimmo Borrelli).
Ruggero Cappuccio, una gran bella responsabilità accettare la direzione del Napoli Teatro Festival…
«Ho affrontato la direzione artistica come un dovere civile. La prima cosa che salta all’occhio guardando il programma, probabilmente, è che non ci sono miei spettacoli… Un mio lavoro, forse, ci sarà solo se se ne sentirà un’irrinunciabile necessità interiore. Ma non è una mia priorità. Mi sforzo di immaginare cosa il pubblico e gli artisti vorrebbero dal Festival».
E cosa vorrebbero?
«Come prima cosa, un atto pratico: i biglietti sono passati da 34 a 8 euro, 5 per gli under 35, ingresso libero per i pensionati e i disabili. Il teatro è un diritto, la cultura è un diritto».
D’accordo. Certo tutti gli altri teatri che non praticano questa politica dei prezzi contenuti non saranno molto contenti.
«Io li capisco, loro hanno ragione. Ma nel nostro caso il Festival prevede 35 giorni di programmazione. Il Festival è una piattaforma di esposizione in cui una persona per arricchirsi vorrebbe vedere 10 spettacoli in una settimana. Ma per uno strano mistero le persone che amano il teatro sono povere. Per questo abbiamo deciso di abbassare i prezzi degli spettacoli».
Un problema del Napoli Teatro Festival è sempre stato la mancanza di affezione da parte del pubblico. Mentre nei piccoli centri, da Santarcangelo a Spoleto, c’è una comunità che si raccoglie intorno al teatro, nelle grandi città, e Napoli è una metropoli, c’è un forte senso di dispersione e la gente, purtroppo, non partecipa.
«È vero, la metropoli è a sua volta una città plurima. La società che popola un quartiere non è la stessa società che popola un altro quartiere. Creare, quindi, un legame con la città è un’impresa complessa. Napoli ha tanti popoli. Lo sforzo va fatto in una direzione precisa: la politica dei prezzi contenuti va incontro a chi non ha soldi».
Osservando il programma sembra che guardare ai tanti popoli di Napoli significhi anche andare loro incontro attraverso altri linguaggi, dalla musica al cinema.
«Infatti un altro aspetto è esternare il Festival. Perché sarà Battiato ad aprire il Festival? Perché Battiato è un autore, uno scrittore, un poeta, che si esprime attraverso la musica. Il Festival avrà 10 sezioni, dal Cinema allo SportOpera (che racconta della passione dei grandi scrittori per il tema dell’agòne). Parliamo di un Festival che cerca la riunificazione delle arti attraverso i saperi. Quindi i laboratori…».
Ecco, parliamo dei laboratori.
«Sono laboratori che sfuggono all’esotismo… Nekrosius ha elaborato un progetto triennale, ma non gli ho chiesto di fare uno spettacolo, come non l’ho chiesto a Peter Brook e Tomislav Janezic. Ho chiesto loro di incontrare i giovani. Questa città è l’archetipo del teatro. Lo è perché ha una pesantissima eredità. Mentre parliamo in sono nel camerino storico di Eduardo, al Teatro San Ferdinando. C’è ancora la sua giacca da camera, il suo cilindro, i suoi abiti. Ma le eredità sono delicate da maneggiare. Il pubblico tratta l’eredità come un rituale stanco. La potenza della tradizione è interessante se produce nuova tradizione».
Chiariamo anche l’equivoco che si è creato, nei giorni scorsi, sui laboratori. Sfoceranno in produzioni? Bisogna pagare per seguirli?
«In tutti i Festival chi si iscrive ad un laboratorio paga. Da noi no. Tutti i laboratori, e sono dieci per 190 attori, sono gratuiti. Qualcuno, quindi, ha equivocato. Nekrosius quest’anno lavora sul Don Chisciotte. L’anno prossimo ci sarà un altro tema. Il terzo anno un altro tema ancora e solo in quest’ultimo caso il laboratorio potrebbe sfociare in una produzione. È chiaro che se sarà così gli attori – contrariamente a quanto scritto da qualcuno – verranno pagati come in ogni produzione».
Il laboratorio di Peter Brook su cosa verterà?
«Sarà un laboratorio sulla struttura del testo. Ma non sarà triennale, come per Nekrosius».
Un ruolo centrale, a quanto pare, lo avranno anche le periferie.
«Dopo l’esperienza di “Quartieri di vita”, che ha coinvolto 13 teatri di periferia, come farne a meno? È stata per me una felicità carnale, fisica, corporea. Le persone devono entrare in relazione con il teatro. Ai tempi del Globe tutti andavano a teatro. E oggi invece? E poi questo Festival è finanziato soprattutto da Fondi europei, soldi che arrivano dalle tasse dei cittadini. Quindi perché dovremmo chiedere un prezzo alto per il biglietto? Sarebbe come far pagare due volte le tasse ai cittadini».
A proposito di cifre, quando costa il Napoli Teatro Festival?
«Più o meno 4 milioni di euro, la metà rispetto all’anno scorso. La Fondazione Campania – che lo organizza – ha però indirizzato i fondi che destinava al Festival ad atri progetti».
E il suo “Don Chisciotte” quando debutterà?
«Il 23 marzo al Teatro San Ferdinando di Napoli (fino al 2 aprile). E poi sarò al Teatro Eliseo di Roma dal 18 aprile all’8 maggio con Spaccanapoli Times».

(l’Unità, 19 marzo 2017)

Barbareschi show all’Eliseo

Tag

,

Su una cosa siamo d’accordo con Luca Barbareschi, direttore ormai da un paio di anni del Teatro Eliseo di Roma, e vogliamo dirla subito, con chiarezza: «chiudere l’Eliseo è una coltellata, mortale, alla cultura e a Roma», per usare le sue parole. Diremo di più, i teatri (e in generale gli spazi culturali) bisogna aprirli e poi tenerli in vita e poi difenderli con le unghie e con i denti. Pensiamo al Valle, all’Orologio, al Rialto, alla Scuola di musica di Testaccio, tanto per citare solo i luoghi romani “sotto attacco”. Ma, con la stessa schiettezza, diciamo: non prendiamoci in giro. La conferenza stampa organizzata in fretta e furia ieri da Luca Barbareschi è stata una grande pagliacciata. Uno show. E pure di cattivo gusto. Perché sparare a zero contro tutto e tutti? Eh già, perché il direttore Barbareschi non ha risparmiato proprio nessuno: dai «pullman del Piccolo di Milano» agli «articoli falsi» di autorevoli colleghi della stampa quotidiana, da Mariangela Melato (neppure i morti ha lasciato in pace…) ai teatri che «non sanno di non avere le uscite di sicurezza». Tutto questo perché, ci chiediamo? Era davvero necessario? Non sarebbe stato sufficiente riunire la stampa e dire: cari giornalisti, con l’annullamento dell’emendamento Astorre del Milleproroghe, che avrebbe garantito all’Eliseo 4 milioni di euro, il teatro può andare avanti solo fino a maggio, per questo chiediamo aiuto al ministro Franceschini. Che poi la notizia è questa: l’Eliseo rischia la chiusura. Drammatico anche perché se c’è un cosa che non si può rimproverare a Barbereschi è la passione e la determinazione con cui ha affrontato questa avventura (anche con ottimi risultati, non gli si può negare). Ma, anche stavolta, bisogna essere sinceri fino in fondo. È vero o no che l’Eliseo è un teatro privato gestito da un privato? Dunque perché dovrebbe avere quei 4 milioni “ad personam”? È vero o no che l’Eliseo è stato classificato dal Mibact come Tric (Teatro di interesse culturale) mentre era ancora chiuso e che ha già avuto molto dallo Stato? Il Ministero ha ricordato, ieri in una nota, che al Teatro Eliseo sono andati oltre 1,2 milioni di euro in due anni: nel 2015 481.151 euro, nel 2016 514.831 più 250.000 euro per il progetto speciale Generazioni, risorse che nel 2017 – si legge – «potranno ulteriormente essere incrementate». Ecco, pensiamoci. (l’Unità, 16 marzo 2017)

 

L’Eduardo di Martone in bilico fra bene e male

Tag

, ,

Mario Martone se ne sta lì, all’ingresso della sala, a controllare che ognuno abbia il suo posto a sedere. Aggiunge pure qualche seggiola, se serve. Intanto sorride al pubblico e aspetta che tutti siano in sala per fare il suo piccolo sondaggio: «quanti di voi sono già stati al Nest?», chiede. La maggior parte di loro è la prima volta che mette piede nell’ex palestra di San Giovanni a Teduccio – periferia napoletana abitata anche da camorristi e baby-boss – da qualche hanno diventata un luogo vivo, grazie alla tenacia di attori, registi, intellettuali. Oggi il Nest è un teatro con un centinaio di posti. Dunque, lo spettacolo che va in scena in quella sala è già, prima ancora di cominciare, un gesto politico. Che si trasforma presto in qualcosa di vibrante e di commovente, di feroce e nello stesso tempo dal tratto umano.
La prima cosa che ci dice Mario Martone, regista di questo spettacolo prodotto da Elledieffe (la compagnia di Luca De Filippo, scomparso di recente), Nest e Teatro Stabile di Torino, è che è possibile attualizzare un capolavoro come Il sindaco del rione Sanità, non solo senza stravolgerlo ma addirittura sottolineando la contemporaneità di un testo scritto ormai quasi 60 anni fa, eppure nuovo.
Non aspettatevi, dunque, di vedere in scena il vecchio Antonio Barracano, 75enne secondo Eduardo. Eh no. Qui “il sindaco” è un giovane under40 bello, palestrato e tatuato. È Francesco Di Leva, “storico” attore di Martone, nonché fondatore del Nest con Adriano Pantaleo, Giuseppe Miale Di Mauro e Giuseppe Gaudino, anche loro in scena con Massimiliano Gallo, a cui è stato affidato la parte di Arturo Santaniello, Giovanni Ludeno, nei panni del medico Fabio Della Ragione, e poi Armando De Giulio, Viviana Cangiano, Mimmo Esposito, Morena Di Leva, Gennaro Di Colandrea, Salvatore Prosutto, Lucienne Perreca, Daniela Ioia, Daniele Baselice e Ralph P, il rapper autore delle musiche. Li abbiamo citati tutti gli attori, perché la buona riuscita dello spettacolo è frutto (anche) di un ottimo lavoro di squadra. E lo si capisce da quel ritmo incalzante che non ti molla neanche per un istante, fino alle fine.
È la Napoli dalle mille facce quella che ci troviamo di fronte, è la Napoli di Gomorra al primo impatto, ma è anche la Napoli borghese e legalitaria. Bene e male gareggiano in ogni personaggio. Tanto che lo spettatore stesso si trova spiazzato e nella testa gli frulla sempre la stessa domanda: da che parte sta la ragione? Per scoprire, alla fine, che non ci sono vincitori in questa storia. Ciascuno è responsabile delle proprie azioni. Ce lo dice chiaramente Antonio Barracano nel finale – diverso rispetto al finale scritto da Eduardo – con quella domanda rivolta ad Arturo e lasciata senza risposta… D’altra parte, Martone – qui al suo primo Eduardo e a quanto pare con un ottimo esito – per come ha concepito lo spettacolo non fa che ripeterci questo: la storia scritta da Eduardo è ancora viva e reale. Dentro ci sono criminali capaci di amare in modo sconfinato la propria famiglia (tanto che Barracano si lascerà morire proprio per salvare i suoi figli), criminali giovanissimi come quelli di San Giovanni a Teduccio. Il “sindaco” della Sanità che amministra le vicende del rione da qualche parte esiste, è un “uomo d’onore” che distingue tra “gente perbene e gente carogna”. Nel nostro caso si fa aiutare da un medico, Fabio, che non fa che estrarre pallottole dai corpi feriti. Chi “non tiene Santi in Paradiso” insomma va da Don Antonio. Ma quando Rafiluccio, figlio di Arturo il fornaio, dice di voler ammazzare il padre, ecco che “il sindaco” nel tentativo di riappacificare i due andrà incontro alla morte. Ma la fine di Barracano, durante una cena nella sua casa fatta di plexiglas trasparente e tovaglie dorate, sarà vendicata? Ogni cosa è in bilico in questo lavoro, ma in quell’oscillare ora da una parte ora dall’altra c’è tutto il senso del teatro.

(l’Unità, 12 marzo 2017)

Laura Morante si racconta, dal crudele Carmelo Bene all’ostinazione di Nanni Moretti

Tag

, , ,

Laura Morante, 60 anni tondi tondi e sempre bellissima, è parecchio indaffarata in questo periodo. Recita, scrive, poi ci sono i figli (due femmine e un maschio, adottato una decina di anni fa), ma chiacchiera molto volentieri dei suoi impegni e dei suoi incontri, di registi tanto amati e di altri tanto odiati, di politici prepotenti e di produttori tutt’altro che liberi, di cinema e di teatro. «Non ho mai amato fare tournée teatrali per via dei figli – ci confessa – In questo caso almeno un pezzetto di famiglia me lo porto dietro». Parla dello spettacolo Locandiera B & B di Edoardo Erba, regia di Roberto Andò. Con lei sul palco del Teatro Ambra Jovinelli di Roma in questi giorni (fino al 5 marzo) c’è anche una delle sue sua figlie, Eugenia Costantini. «E c’è anche la figlia del regista», aggiunge. «Mi fa molto piacere condividere la tournée con Eugenia, è sempre così difficile trovare del tempo per stare insieme. Da quando anche lei ha scelto di intraprendere questo tipo di carriera ci scambiamo spesso opinioni, ci confrontiamo».
E come è andato, secondo voi, questo debutto romano?
«Sembra sia andato bene. Ma, sa, in camerino vengono a trovarti solo le persone a cui lo spettacolo è piaciuto…».
Cosa centra “La locandiera” di Goldoni con il testo di Edoardo Erba?
«In realtà è solo uno spunto, anche se poi a causa di certe alchimie i due testi si raggiungono. Certo, i due personaggi – Mira e Mirandolina – si assomigliano, ma solo in parte. Mirandolina è un’astuta manipolatrice che nel ‘700 deve cercare di mantenere intatta la sua reputazione, Mira, invece, è un’albergatrice moderna che all’inizio è impacciata ma poi riesce a trovare la via giusta. Il testo è molto divertente, è una specie di thriller moderno alla Agatha Christie, qualcuno ha detto, ma io non lo so perché di Agatha Christie ho letto solo i libri, non ho mai visto i film».
Il testo è stato scritto su misura per lei, è stato difficile arrivare alla stesura finale?
«Ci sono stati vari passaggi. Io e Roberto Andò – con il quale avevo lavorato nello spettacolo The Country di Martin Crimp – cercavamo un testo fruibile e giocoso. Avevamo letto tanti altri testi ma nessuno, per vari motivi, ci aveva convinto. Poi con Erba si pensò ad una Locandiera in chiave moderna. La prima versione era più vicina a quel testo, ma poi c’è stata una seconda versione fino ad arrivare alla stesura attuale. La decisione di Andò di farmi recitare in toscano ha comportato una nota umoristica. Immediatamente, quindi, è prevalso un tono meno serioso e naturalmente io, essendo toscana, mi sono sentita molto a mio agio».
Fu Mario Monicelli ad accorgersi per primo della sua vena comica…
«Rilasciò un’intervista in cui parlava di varie attrici. E di me disse “mi piace la sfumatura comica dei suoi personaggi”. Io lo presi come un grande elogio. Non credo ci sia tragico senza comico né viceversa».
È vero che Carmelo Bene la rinchiuse in teatro?
«Oh sì, è verissimo. Carmelo era uno strano personaggio, era come quei bambini crudeli che tagliano la coda alle lucertole ma sono privi di cattiveria o meschinità. A volte torturava le persone. Io fui prestata a lui dalla compagnia di danzatori di cui allora facevo parte. Lui lavorava di notte, mentre io avevo bisogno di dormire. Ecco, lui mi impediva di dormire. È stato per me un periodo da incubo».
E dopo l’esordio teatrale con Carmelo Bene, all’improvviso tanto tanto cinema.
«Il cinema è arrivato per caso. Per un po’ ho fatto piccole cose teatrali, era il periodo in cui frequentavo il gruppo formato da Donato Sannini, Carlo Monni, Roberto Benigni, Giuseppe Bertolucci… il primo film lo feci proprio con lui, con Giuseppe (Oggetti smarriti, 1980)».
E poi lavorò anche con suo fratello Bernardo (“La Tragedia di un uomo ridicolo”, 1981)…
«Eh sì. Lui era stupito della mia ignoranza in campo cinematografico. Gli sembrava che prendessi le cose poco sul serio. Durante il trucco ricordo benissimo che io e Victor Cavallo ci lanciavamo le molliche di pane… Bernardo aveva fatto tanti provini prima di scegliere me e credo l’avesse fatto proprio perché io non mostravo tutto questo interesse… la cosa lo incuriosì e mi prese».
Ci racconti dell’incontro con Nanni Moretti, il regista con cui ha lavorato di più insieme a Pupi Avati.
«Io e Nanni ci siamo conosciuti da ragazzi. Quando ho iniziato a lavorare con Pupi Avati, invece, ero già una professionista. Nanni era un grande appassionato di Bernardo Bertolucci e venne a vedermi. Siamo ancora oggi buoni amici per come si può essere amici con Nanni. Quando decide di condannarti all’ostracismo non c’è niente da fare… poi magari all’improvviso riprende i contatti riammettendoti nella sua cerchia. Quando volle farmi recitare in Sogni d’oro io ero una studentessa, ed ero incinta di sei mesi! Perciò fu anche un po’ complicato coprire la pancia. Ma lui era molto ostinato e spesso in contrasto con i produttori. Io non piacevo mai ai produttori. Per Bianca, per esempio, il produttore non mi voleva “né morta né viva”, disse. Nanni invece insisteva col dire che io ero quella giusta. Il produttore continuava a dire: “prendi chi vuoi, ma non lei”. Ecco una dei grandi insegnamenti che mi porto sempre dietro – utili soprattutto quando mi sono ritrovata dietro la cinepresa (due i film girati da regista: Ciliegine e Assolo) – è questo: bisogna avere capacità di ostinazione. Un buon regista deve saper distinguere quando è il caso di rinunciare e quando non lo è. C’è stato un periodo in cui le idee dei produttori erano fortemente influenzate dalla politica».
Ne ha mai pagato le spese direttamente?
«Una volta un regista di cui non farò il nome mi disse: “non posso prendere te perché devo prendere l’amante di Craxi”. Lo ricordo come un periodo in cui la politica aveva un influsso nefasto sul nostro mestiere. Quel cinismo, quell’arroganza, neppure nel periodo del berlusconismo ha raggiunto picchi di quel livello. Col tempo per fortuna le cose sono migliorate. Mi ricordo un regista francese, mio amico, che venne in Italia a fare provini e mi disse: “in due giorni ho visto solo amanti”. Per un periodo ho vissuto in Francia anche per questo motivo. Era tutto troppo complicato, tutto disonesto. La “questione morale” di Berlinguer era davvero urgente in quel momento. Abbiamo avuto Mafia capitale, è vero, ma quell’arroganza lì non l’ho più ritrovata. Le faccio un altro esempio: abitavo a Monteverde e dovevo cambiare casa, rimanendo nello stesso quartiere. Chiesi se potevo mantenere lo stesso numero. L’impiegata mi disse di sì, ma che sarebbero serviti due anni per trasferire il numero, a meno che non avessi avuto una raccomandazione».
Parliamo di donne. Ne ha interpretate tante e diverse, qual è quella che più le somiglia?
«Io cerco sempre di trovare un punto di incontro con ogni donna che interpreto, una via. Questo non vuol dire che finisco per assomigliare a tutte le donne che interpreto, ma che bisogna trovare un contatto, sempre».
Invece ha lavorato poco con registe donne.
«Sì poco, Cristina Comencini, Francesca Archibugi….».
A proposito di donne, che ricordo ha di sua zia Elsa Morante?
«Era una donna dall’influenza fortissima. Per un periodo sono stata la sua nipote prediletta, ma poi sono stata allontanata perché io la notte ero sonnambula. Quindi fui rispedita a casa. Comunque ricordo che mi incuteva molto timore. Era una donna dura, mi spaventava. Ricordo anche che era una donna generosa, a Natale si presentava sempre carica di regali ma la sorte avrebbe dovuto decidere a chi sarebbero dovuti andare. Poi noi di nascosto ce li scambiavamo».
I suoi progetti per il futuro?
«Intanto devo finire la tournée teatrale. Poi farò un film con un giovane regista, Capasso. E scrivo racconti… Elisabetta Sgarbi alla fine mi ha convinta: pubblicherò per la Nave di Teseo la mia prima antologia di racconti. Sono cresciuta in mezzo ai libri, scrivere mi è sempre piaciuto, vediamo come andrà».

 (l’Unità, 1 marzo 2017)

Stefano Cucchi, una serie tv per rompere il silenzio

Tag

,

Il mondo della cultura e dello spettacolo accanto alla famiglia di Stefano: una onlus, una piéce teatrale e il progetto di Fandango
«Un drogato di merda. Un diverso. Un Corpo a perdere. Uno di quelli di cui si dice, nel gergo di certi sbirri, che abbiano il nome all’anagrafe scritto a matita. Perché cancellarlo è un attimo. E nessuno verrà a reclamare». Così scrive, di Stefano Cucchi, Carlo Bonini. Lo fa nel suo libro-inchiesta, Il Corpo del Reato (Feltrinelli), che presto diventerà una serie tv. Una vicenda orribile e vergognosa quella di Cucchi, che ha che fare con l’abuso di potere, con la violenza nelle carceri, con la fragilità dello Stato di diritto e con la tragedia privata, diventata sofferenza e dolore collettivi, di un ragazzo finito nelle mani di chi dovrebbe garantire la sua e la nostra sicurezza. La storia invece, dopo sette anni e 45 udienze, sappiamo come è andata: Stefano è stato pestato da uomini in divisa senza che altri uomini, quelli in camice bianco, abbiano detto nulla. Un caso raccontato anche grazie al processo (è di pochi pochi giorni fa la notizia del rinvio a giudizio di cinque carabinieri coinvolti nell’indagine bis sulla morte di Stefano, deceduto il 22 ottobre del 2009 all’ospedale Pertini, sei giorni dopo essere finito in manette per possesso di droga), e alla forza della famiglia, che ha scelto eroicamente di combattere l’indifferenza.
1
Dal libro al piccolo schermo
Quello che è accaduto a Stefano Cucchi merita di essere raccontato, con qualunque mezzo a disposizione. Anche il mondo della cultura può fare la sua parte: il cinema, la televisione, il teatro. Siamo felici di sapere, quindi, che la Fandango di Domenico Procacci ha acquisito i diritti per un adattamento cinematografico/televisivo del libro di Carlo Bonini. «Stiamo lavorando ad un progetto di serie tv. Il broadcaster non è ancora definito, ma è intanto iniziato il lavoro di scrittura che vede coinvolto lo stesso Bonini insieme a Daniele Vicari, Laura Paolucci ed Emanuele Scaringi, lo stesso gruppo di scrittura di Diaz. A Daniele Vicari, con cui lavoriamo sin dal suo esordio verrà affidata la regia».
2

Parla domenico procacci
Cerchiamo di capire qualcosa in più da Procacci stesso, che ci racconta: «L’idea di realizzare un film sul caso Cucchi ci accompagnava da tempo, ma non riuscivamo a trovare la chiave giusta. Poi, grazie al libro di Bonini, abbiamo trovato quella chiave, che ci porta ad allargare lo sguardo su ciò che è accaduto anche dopo. Raccontarlo merita però uno spazio più lungo rispetto alla durata media di un film, per questo abbiamo pensato ad una serie televisiva. In questo momento siamo nella fase di scrittura, ci sono incontri in corso, abbiamo parlato con diversi interlocutori e devo dire che abbiamo riscontrato molto interesse, ma è ancora un po’ presto per affermare con certezza su quale canale andrà in onda. Anche riguardo al cast ci sono tante belle idee in ballo, ipotesi che se dovessero realizzarsi darebbero al film anche un certo spessore per la qualità degli attori coinvolti».
Sui tempi, qualche certezza in più. «Nei primi mesi dell’anno 2018 – prosegue Procacci – la serie potrebbe andare in onda. Una cosa di cui sono particolarmente contento è che Carlo Bonini si sia messo al lavoro anche sulla sceneggiatura e che si sia ricomposto il gruppo di scrittura della Diaz. Senza dubbio seguiremo con trepidazione il processo. Credo che di certi fatti sia necessario parlare. È interessante e importante raccontare i processi. Penso a Carlo Giuliani e a quanto sarebbe stato illuminante sapere di più se ci fosse stato un processo in grado di raccontare i minuti successivi alla morte del ragazzo simbolo del G8 di Genova. Nel caso di Cucchi un processo c’è e credo sia un’occasione da cogliere».
Intanto nasce l’associazione intitolata a Stefano Cucchi, «che non è l’associazione della famiglia Cucchi – ci tiene a precisare Ilaria, sorella di Stefano – ma di tutte quelle persone, con percorsi diversi, che hanno scelto di mettersi in gioco, persone fantastiche che hanno deciso che valeva la pena unirsi a noi per dare voce a chi non ha voce. Se la giustizia fosse giusta e uguale per tutti, funzionerebbe da sola; invece chiede a famiglie come la nostra un sacrificio grandissimo. Sono felice di non essere più sola. Stefano è morto da solo, come un cane; ma forse il significato della sua vita era quello di dare voce agli altri. È morto d’indifferenza, e questa associazione farà in modo che questo non accada più».
3
La nascita della onlus
Sabato scorso per festeggiare la nascita della onlus (fondata con Ilaria da Fabio Anselmo, Rossana Noris, Angela Gennaro, Giulia Bosetti, Irene Testa, Laura Renzi, Davide Lubrano) erano in tanti alla Città dell’Altra economia di Roma: oltre alla presenza della famiglia Cucchi al completo (i genitori Giovanni e Rita, la sorella Ilaria), c’erano molti artisti e personalità di spicco della società civile, dai giornalisti Lucia Annunziata e Riccardo Iacona al magistrato Enrico Zucca, dal Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia all’avvocato storico dei Cucchi, Fabio Anselmo, fino ad arrivare ad artisti che attraverso la loro musica hanno tenuto le persone incollate al palco e parliamo di Alessandro Mannarino, Elio Germano, Makkox, Zerocalcare, Chef Rubio, Marco Conidi e Andrea Rivera.
«È stata una serata molto emozionante. Vedere tutta quella gente, persone comuni, famiglie con bambini in silenzio per tutta la durata della manifestazione – prosegue Ilaria – … La mia storia racconta il malessere e la frustrazione di chi si ritrova a misurarsi con persone più potenti. Parlo degli ultimi della società. Stefano era uno di loro. La mia famiglia ha dovuto congelare il dolore per darsi da fare, nel nome della verità». Nella bellissima lettera scritta al fratello e letta durante la serata da Elio Germano scrive: «Stefano è stato fortunato perché è uscito dall’anonimato di morte della quale doveva essere considerato colpevole. Tanti altri non hanno avuto uguale fortuna. Sono rimaste vittime, anonime, calpestate ed ignorate».
4
La petizione su change.org
La onlus ha avanzato anche una proposta legislativa, partendo dalla petizione lanciata su Change.org che ha già raccolto oltre 240mila firme e finalizzata a raccogliere il più ampio consenso parlamentare «affinché in Italia venga approvata una legge contro la tortura, per dare voce a tutti gli altri Stefano, in una società come la nostra, abituata a girarsi dall’altra parte».
La prima cosa da fare, quindi, è guardare avanti e parlare, parlare, parlare. E Ilaria lo ha capito quel giorno di sette anni fa in cui mostrò per la prima volta ai giornalisti la foto del corpo martoriato del fratello.
C’è anche uno spettacolo teatrale che da qualche anno gira l’Italia raccontando a modo suo la storia di Stefano. S’intitola: Luci della città/Stefano Cucchi di Pino Carbone e Francesca De Nicolais, un confronto ideale fra Charlie Chaplin e il ragazzo di Tor Pignattara, due reietti della società, che ognuno a suo modo e ognuno nel suo tempo, cadono sotto pugni, schiaffi, calci sempre più forti di fronte ad un avversario che gioca sporco. Ma quel fiore in scena è la luce che illumina il buio, la speranza che resiste e ci indica la via da percorrere.

(l’Unità, 23 febbraio 2017)