C’ è una geisha a spasso per Roma

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Il suo vero nome, ovvero quello che aveva prima di entrare a far parte del Karyūkai (il mondo dei fiori e dei salici piangenti), non può rivelarlo. Né può dirci quanti anni ha di preciso, anche se la sua età sembra scritta sul suo bellissimo volto (avrà forse 24-25 anni). Eppure Asaka – che significa luminosa trasparente fragranza – ci dice molte cose di lei e del mondo incantato in cui ha scelto di tuffarsi, quello della geisha. “Gei è l’arte, sha la persona. La geisha è dunque un’artista, un’opera d’arte in movimento.”, dice Asaka, nata a Tokyo e oggi molto orgogliosa del suo essere geisha. “Mia nonna era una sapiente suonatrice di shamisen, mia madre è un’esperta di kimono, io ho lavorato nel settore dell’hospitality e ho viaggiato molto oltreoceano. Ho imparato a conoscere l’arte del kimono, ho lavorato in ryokan (alberghi) giapponesi e ho sempre amato e studiato danza… Sembrava che diventare una geisha fosse per me naturale. La geisha è un sogno, nascosto in ogni angolo del nostro mondo c’è il tocco dell’arte”.

Eppure, è un’arte che rischia di scomparire, per questo Miriam Bendìa (che alle geisha ha dedicato un blog, occhidaorientale.net, un workshop, e due libri, Diario di una maikoIroke Cuore di Geisha) ha voluto organizzare per loro un Festival itinerante, #AGeishaDay, a Roma dal 6 al 16 settembre. L’evento fa parte delle iniziative culturali della Bake Academy e porterà fra i monumenti della Capitale 4 donne diverse che racconteranno cosa significa essere una geisha (per prenotare il proprio percorso: 06. 88805627 e 347.5406062).

Una bella occasione, dunque, visto che raramente queste donne lasciano il Giappone. “Le nuove generazioni non sono più interessate all’intrattenimento tradizionale – racconta Asaka – Non ci sono  molti danna, dei patroni delle arti in grado di devolvere contributi economici al sostegno di una okiya (casa delle geisha). Forse far conoscere meglio questa figura anche all’estero potrebbe essere una strada per salvarla, in modo da suscitare interesse e magari trovare dei nuovi danna occidentali”.

Asaka si sveglia ogni mattina alle sei, pratica yoga e mangia cibo fresco. “Uno dei workshop del Festival si terrà nel Centro Olistico Gur Prasad, un importante centro di Yoga Kundalini (il 15 settembre dalle 11:00 alle 18:30)… non vedo l’ora!” dice. Di solito, dopo lo yoga, si concentra sulle lezioni nelle arti tradizionali. “Una geisha deve studiare per tutta la vita, sempre alla ricerca della perfezione. Siamo atlete, musiciste ma anche poetesse e scrittrici. Si studia anche l’inglese, per comunicare al meglio con gli ospiti stranieri”. E dopo un pranzo leggero, inizia la preparazione per le esibizioni serali nelle ochaya (le case del tè). “Ci trucchiamo, con il rito del bianco make up oshiroi, indossiamo il kimono (imparare a farlo nel modo giusto è stata una delle cose più difficili): il tutto richiede da una a due ore. La sera ci esibiamo negli ozashiki (i geisha party), dove intratteniamo i clienti con l’arte della conversazione (l’ozamochi), eseguiamo delle performance di danza, musica e canto per loro, facciamo anche dei divertenti giochi di abilità mentale e velocità nei riflessi”. Asaka guadagna circa 80mila yen per due ore di lavoro. “Il salario delle artiste – spiega – è fissato da organi statali appositamente adibiti. A costoro la geisha deve far sapere a quali incontri ha partecipato, ogni sera, e per quanto tempo affinché possa ricevere lo stipendio”.

Durante il Festival sarà possibile assaporare l’atmosfera dell’ozashiki l’11 settembre presso il ristorante giapponese Rokko (dalle 20.30 alle 23 in Passeggiata di Ripetta 15), e il 14 settembre presso la sala da tè Fiorditè (dalle 20.30 alle 23 in Via Tuscolana 30). “Vorrei lasciare ovunque – conclude Asaka – delle piccole briciole che portino le persone ai cancelli di questo mondo incantato”.

(la Repubblica, Roma, 02/09/2018)

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Valeria, l’attrice che applaude gli altri per vivere

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Ventenni con la mania del selfie, pensionati in cerca di due spicci in più, donne giovani e single e perfino intere famiglie presenti da generazioni anche solo per poter dire “io c’ero”. Chi sono? E’ il popolo bizzarro e colorato dei figuranti, comparse di ogni età pronte a mettersi in gioco alla prima occasione che si presenta. Avete mai riconosciuto tra il pubblico televisivo gli stessi volti in trasmissioni diverse? Fateci caso, quello del figurante per alcuni è diventato un vero e proprio lavoro, più presenze si collezionano più si guadagna. Già, ma quanto?

Ci racconta la sua esperienza Valeria Usai, 28 anni, figurante Rai già da tre anni. Nata a Cagliari, vive a Roma ormai dal 2009, a San Lorenzo, “un quartiere vivo, dove trovo ci sia un certo fermento culturale, per questo l’ho scelto” dice.

Valeria è un’attrice, ha lavorato con Beatrice Bracco, Francesca De Sapio, Massimiliano Bruno, Gabriele Mainetti… La prima cosa che ci tiene a dire è che ha deciso di lavorare  come figurante per provare a crescere professionalmente iniziando dal basso. “Mi interessa il mondo della televisione, ma diciamo la verità, se non hai nessuno che ti raccomanda o non sei figlio d’arte forse l’unica strada è affidarsi alla classica gavetta. Ecco perché ho fatto questa scelta, frequentando gli studi televisivi ho la possibilità di osservare, di conoscere gente, di crearmi dei contatti”. E poi anche per una questione economica, naturalmente.

“Il lavoro dell’attore è per sua natura discontinuo, con i soldi che guadagno recitando non potrei pagarmi l’affitto e le altre spese vive – continua Valeria -. In questo modo, invece, posso contare su un’entrata variabile, a seconda del numero di presenze in trasmissione, ma costante”. Ecco, quando si guadagna in media facendo il figurante? “Diciamo 500 euro al mese circa, almeno per quanto mi riguarda. Certo se l’impegno è quotidiano la cifra sale. Di solito vengo pagata da 20 ai 35 euro a puntata per programmi come La prova del cuoco, l’Eredità, L’Arena, Stracut, DopoFiction e Kilimangiaro. Se poi, oltre alla semplice presenza, mi si chiede anche di prendere la parola allora il compenso sale a 80 euro, come mi è capitato per l’Arena di Giletti, o arrivare a  100 se vengo impiegata anche per fare altro. A volte, oltre ai semplici applausi, può succedere di dover cantare o ballare o di recitare in qualche sketch”.

Ma come è cominciato tutto? “Ricordo vagamente di essere entrata negli studi Rai con entusiasmo e curiosità – racconta -. Poi l’attesa all’ingresso con gli altri ragazzi de L’Arena, gli ultimi ritocchi, il conto alla rovescia all’inizio della diretta… e una volta dentro ho cercato di osservare cosa accadeva. Pensavo di andare incontro ad una farsa, a qualcosa di artificioso, ho scoperto invece che tutto era molto naturale. Ero particolarmente incuriosita dal conduttore e da tutto ciò che riguardava il dietro le quinte, da autori e suggeritori, gobbo e scaletta, camere ecc… cercavo di cogliere ogni particolare, di familiarizzare con i tempi e i ritmi televisivi”.

E da settembre per Valeria potrebbe aggiungersi un nuovo programma alla lista: Domenica in. “Lo spero proprio, perché la presenza sarebbe per l’intera stagione. E poi dovrei partecipare di nuovo a La prova del cuoco e a Stracult”. Certo, continua Valeria, “ogni volta in queste situazioni si incontra gente di ogni tipo: casalinghe annoiate che vengono per poter guadagnare soldi da giocare al burraco, ventenni che non riconoscono grandi artisti, pensionati con la voglia di avere in tasca qualche soldo in più da spendere come meglio credono, pischelli in cerca di un autografo vip e ragazze come me che desiderano crescere professionalmente. Devo dire che pur essendo fra noi molto diversi cerchiamo sempre di fare gruppo. E’ capitato anche di condividere dei momenti particolarmente commoventi. Quando è morto Fabrizio Frizzi, per esempio, noi eravamo negli studi Rai dell’Eredità ed è stata abbastanza dura quando ci hanno detto che il giorno successivo avremmo dovuto lavorare. Come dire Show must go on…”. La luce si accede, comincia la diretta e per ciascuno c’è una parte da recitare. Anche per Valeria, che chissà, magari dopo tante trasmissioni passate ad applaudire altri, finalmente avrà tutti gli occhi puntati su di lei. E allora sì che il rumore del battito delle mani avrà ben altro sapore.

(La Repubblica, Roma, 01/09/2018)

Enzo Moscato, invenzione e tradimento

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Arcaico e moderno insieme, il suo teatro evoca un mondo partenopeo lontano e nello stesso tempo attualissimo, un mondo fatto di storie diverse coraggiosamente raccontate attraverso una lingua “d’invenzione”. Enzo Moscato, 70 anni compiuti ad aprile, è soprattutto uno scrittore, ma anche attore, regista, filosofo e cantante. Al suo esordio, negli anni Ottanta, contemporaneamente al debutto di Annibale Ruccello, si cominciò a parlare di una nuova drammaturgia napoletana, una drammaturgia posteduardiana insomma. E infatti, il suo teatro – pur rispettando i maestri napoletani  – ricorda Artaud, Genet, i poeti maledetti di fine secolo, Pasolini… Centinaia i testi scritti in 40 anni di carriera, da Embargos (premio UBU 1994) a Rasoi (premio della Critica italiana; Biglietto d’oro Agis), da cui anche il film di Mario Martone; da Luparella (1997) che ha ispirato il film di Giuseppe Bertolucci con Isa Danieli a Tà-KàI-Tà dedicato alla memoria di Eduardo (2012). Tra i suoi spettacoli più recenti c’è Raccogliere & bruciare (Ingresso a Spentaluce), dove le anime di Spoon river sono quelle di una Napoli distrutta dall’eruzione del Vesuvio, che raccontano e cantano in un gioco poetico e colto.

Partiamo proprio da Raccogliere & bruciare (Ingresso a spentaluce), che ha debuttato lo scorso anno al Napoli Teatro Festival Italia, poi è andato in scena di recente al Teatro Nuovo di Napoli e da settembre chissà, speriamo possa andare in tournée: erano anni che ci lavorava, giusto?

Eh sì, erano anni, più o meno dal 1994-95, quando stavo scrivendo Co’stell’azioni, ma non capitava mai l’occasione di portalo in scena. Poi è arrivata la richiesta del Napoli Teatro Festival e così alla fine è nato lo spettacolo. Ma io adoro scrivere, l’ho sempre fatto, fin da ragazzino. Io e Annibale Ruccello, quando iniziammo a fare teatro, cominciammo subito portando in scena testi nostri. Diciamo che vivo il momento della scrittura come un qualcosa di separato rispetto alla messa in scena. Una volta scritto il testo, se c’è la possibilità di rappresentarlo tanto meglio. Ma non sempre accade. In 40 anni di carriera avrò scritto circa 100 opere teatrali di cui 50 rappresentate in teatro. Il mio amore per Spoon River di Edgar Lee Master risale a molti anni fa… ho “tradinventato” 203 frammenti, di cui andati in scena una trentina. Una riscrittura che andrebbe pubblicata, mentre la messa in scena richiede un lavoro sui corpi e sulle voci, insomma una maggiore leggerezza.

Cos’è la “tradinvenzione”?

Non è mai facile tradurre un testo in un’altra lingua… per questo parlo di “tradinvenzione”, perché quando si tratta di portare in scena testi non miei li traduco alla mia maniera, adeguandoli alla mia natura di poeta napoletano. Sono due universi paralleli che si incontrano. Nella mia attività seguo due filoni: da una parte scrivo testi originali, dall’altra mi dedico alla “tradinvenzione”, iniziata anni fa quando Mario Martone mi chiese di adattare dei classici. Ne ho fatte tante di “tradinvenzioni”…

Che rapporto ha con la tradizione napoletana? Si sente più un innovatore o un tradizionalista?

Io sono nato a Napoli e ho scelto di rimanerci, anche se ho un’anima cosmopolita. Napoli è il mio palcoscenico… più innovatore o più tradizionalista? Forse entrambi. Ci sono due nature diverse che convivono in me, da sempre. Ho avuto la possibilità di conoscere come era Napoli, vengo da una famiglia popolare, ma nello stesso tempo ho insegnato filosofia, quindi popolare e culturale convivono in me.

Ma rispetto a Viviani, Eduardo, Patron Griffi, certamente lei è un innovatore…

Rispetta o loro posso fare un ragionamento di modernità. C’è una specificità napoletana che viene fuori quando traduco dalla mia lingua in altre lingue, per esempio. In questi casi di sicuro spiazzo tutti e mi allontano dal classico varietà. Quindi è come se stessi con un piede dentro e uno fuori. Rispetto i maestri e le origini, ma poi mi piace spaziare.

Prima citava Annibale Ruccello, morto giovanissimo in un tragico incidente. Che ricordo ha di lui?

Nell’80 sulla scena siamo nati insieme. Quelli sono stati anni stupendi… lui scriveva Le 5 rose di Jennifer ed io Scannasurice. Abbiamo lavorato insieme, vinto insieme i primi premi importanti. Si è parlato di noi come di una nuova drammaturgia fatta da ragazzi dell’epoca. Poi nel 1986 ci fu il drammatico incidente… ed io sono rimasto solo. Annibale era semplicemente una persona geniale.

A lui lei ha dedicato anche degli spettacoli, per esempio Compleanno, che di recente è andato in scena a Bologna e continua a girare l’Italia…

Sì, Compleanno (andato in scena per la prima volta nel 1986, due mesi dopo la morte di Ruccello, ndr) è tutto dedicato  a lui e le spiego anche perché. All’epoca Annibale mi chiese se volevo interpretare il personaggio di Anna in Le 5 rose di Jennifer, ma io insegnavo all’università e non potevo andare in tournée così gli dissi di no. Poi ovviamente ho dovuto fare una scelta, tra l’università e il teatro. Alla fine ho scelto il teatro. Ora, finalmente, posso rendere il giusto omaggio ad Annibale.

Sempre a Bologna a maggio è andato in scena anche Grand’estate, un testo molto diverso da Compleanno.

Sì, si tratta di due lavori molto differenti. Il problema, per gli spettacoli che richiedono tanti personaggi in scena, come Grand’estate, è che non girano… Ci vorrebbe un po’ più di coraggio, soprattutto da parte degli Stabili. Abbiamo bisogno di atti sinceri.

E quale può essere una strategia vincente per far fronte al problema?

Fino a 15 anni fa c’era un Ministero che sene occupava, ora dove vai… da quando hanno smantellato l’Eti è un disastro. Dicono che non ci sono soldi, poi però per alcuni spettacoli li trovano… Io ho una mia compagnia dal 1986, sopravviviamo… la nostra è una forma di resistenza all’ovvio, alla televisione, è una forma di partigianeria. Quando incontro i miei attori dico loro: prima di fare teatro fate una guerra civile. Come si combatte contro la stupidità? Io ha avuto defezioni da parte di attori che hanno scelto la tv, ma si possono anche coniugare le due cose, come fa Cristina Donadio che lavora con me da 40 anni ma è diventa nota per Gomorra. Il teatro è una forma di libertà ed è bellissimo vedere la gente che dopo aver assistito allo spettacolo si incuriosisce e va a comprare quel libro… Io da bambino i libri li trovavo sulle bancarelle, il libro mi ha salvato la e vita e me la salva ancora, perché leggo molto, sono curioso di conoscere nonostante la mia età.

Quest’anno ha compiuto 70 anni,  ha ancora dei progetti che le piacerebbe realizzare?   

Sto scrivendo nuove cose, testi diversi. Il teatro è emozione, il teatro è un’ancora di salvezza.

(Alias –  il manifesto, 18 agosto 2018)

Entra in ballo King Kong: il capitalismo è bestiale

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BARCELLONA – “Stiamo bene!”. Ma sì, stiamo bene. Il mondo fa progressi, la povertà diminuisce, le persone sono più sane e più istruite… eppure sembra quasi di essere sull’orlo di una catastrofe. Sì, no, forse. E’ tutto giocato su questa ambiguità il nuovo spettacolo della compagnia catalana Agrupación Señor Serrano (già vincitrice del Leone d’argento alla Biennale di Venezia nel 2015), che con la solita ironia – stavolta farcita di musica pop, balli, video e perfino scene molto trash – decide di intrecciare due racconti: la storia di King Kong e quella delle banane. Eh sì, avete capito bene. Cosa hanno in comune King Kong e le banane? Molto più di quello che potreste immaginare, a partire dal concetto di capitalismo, di cui – secondo il trio spagnolo – lo scimmione sarebbero la metafora: virile, forte, insaziabile, camaleontico. Che poi Kinkdom – in Italia il 25 e il 26 settembre all’interno del Romaeuropa Festival (Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della musica) – nasce proprio da questa esigenza: raccontare la percezione di potenza che domina sia la bestia che l’economia.

La genesi di questo nuovo lavoro, tutto al maschile e ispirato alla Teoria King Kong di Virginie Despentes, ce la raccontano Àlex Serrano e Pau Palacios, membri della compagnia con Ferran Dordal. Stavolta hanno creato uno spettacolo molto diverso dai precedenti, anche se perfettamente in linea con l’idea di un Festival, il Romaeuropa, che “fisicamente intercetta e convoglia pensieri e progetti, sovrapponendo le generazioni e permettendosi incursioni in territori molto distanti”, come spiega il direttore artistico Fabrizio Grifasi. E infatti gli artisti protagonisti  di questa edizione 2018 (dal 19 settembre al 25 novembre) sono africani, asiatici, arabi, sudamericani. “Volevamo fare questo spettacolo da molto tempo – raccontano Àlex e Pau -, ci interessava parlare di King Kong dal punto di vista della bestia e non della vittima, di una forza della natura che agisce, cresce e consuma sempre di più… E poi, se ci pensiamo, di King Kong esistono tanti remake, proprio come l’economia, che è l’altro protagonista del nostro lavoro. Ogni volta, entrambi hanno la capacità di reinventarsi e di sopravvivere. Dopo la caduta, sia il gorilla che l’economia si rialzano sempre”.

Incontriamo la compagnia dopo il debutto al Teatro Lliure di Barcellona, all’interno del Festival Grec, che da oltre 40 anni infiamma il clima estivo già infuocato di Barcellona. Il luogo è una meraviglia, musica, tapas e cervezas accolgono il pubblico più curioso che chiacchiera o spulcia il programma in un grande cortile centrale su cui si affacciano diversi spazi teatrali, dal Teatro Lliure al Mercat de les flors, fino al Teatro Grec, che sorge sulle pendici del Montjuic. Tutt’intorno pulsa il cuore della Barcellona più autentica, priva di turisti (che invece invadono il centro) e con squarci sulla città inediti e imprevisti.

Ad accogliere gli artisti, subito dopo lo spettacolo, c’è tanta gente, che non  sembra essere per niente sconvolta da ciò che ha appena visto: 60 minuti densi densi dove accade un po’ di tutto, un turbinìo di performance musicali e video in presa diretta che ci raccontano di una crisi – quella del 1929 e non solo – superata producendo sempre più banane. Uno spettacolo decisamente fuori controllo verrebbe da dire, che ha il merito di farci scoprire anche qualcosa di nuovo. Per esempio che la pianta di banano si è molto diffusa a partire dal 1870 grazie all’ingegnere ferroviario Minor Cooper Keith, che la utilizzava per nutrire gli operai al lavoro su una linea ferroviaria nella foresta. Fu lui, Cooper Keith, a fondare la United Fruit Company, la prima vera multinazionale contemporanea.

I lavori di Agrupación Señor Serrano prendono sempre spunto da un dettaglio ben preciso o da una curiosità, che può essere il ritaglio di un giornale, una fotografia come in Birdie, che il Romaeuropa Festival ha ospitato lo scorso anno e che metteva in relazione un campo da golf con gli uccelli migranti a partire da uno scatto di Josè Palazón per parlare di immigrazione. Comunque sia, si parte sempre da una chiave “politica”. Ma non chiamatelo teatro di denuncia, né documentario, loro preferiscono definirlo “documentato”. All’inizio lo hanno fatto attraverso spettacoli molto performativi, poi con creazioni più scarne in cui le riprese video in diretta avevano una parte fondamentale e ora, con Kingdom, sembra essere l’inizio di una nuova fase della loro carriera. “E’ proprio così – ci spiega Àlex –. Ci piace dividere il nostro percorso in tre tappe: la prima, dal 2006 al 2010, caratterizzata dalla presenza di molti performer e con noi due – io e Pau – fuori dalla scena; la seconda, dal 2010 al 2016, senza altri artisti se non io e Pau a causa della crisi economica che ha travolto la Spagna e che quindi ci ha costretto a lavorare in maniera diversa, portando in teatro la  formula del video in presa diretta; infine la terza, che inizia con Kingdom e che è un incrocio delle prime due, cioè porta in scena sia danzatori e musicisti che il video in tempo reale”.  E proprio le parti delle riprese in diretta e proiettate sullo schermo restano le più riuscite dello spettacolo, che tutto sommato ci ricorda del gorilla che che è in ognuno di noi.  “Da Trump a Salvini il mondo è pieno di King Kong – ci dice Pau, trasferitosi in Italia dodici anni fa – . Da quando la Lega ha vinto le elezioni i miei amici spagnoli non fanno che chiedermi ‘ma come è possibile’? Io però non sono sorpreso del risultato, sono solo molto triste. Non è escluso che nelle repliche romane del Ref non ci sia anche un accenno a Salvini”.

Purtroppo, il finale con quel ballo estenuante fatto da uomini macho sembra dirci che nonostante tutto non c’è scampo. Alla fine vince King Kong, anche se muore. Vince il sistema capitalistico patriarcale. Ma lo spettatore non ne esce pulito, anche lui ha una parte di responsabilità. Ed ecco che l’ambiguità permane: sarà vero quello che ci raccontano o no?

(17 agosto 2018, il Venerdì – la Repubblica)

Vita di Evgenija, ribelle divorata dal Gulag

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E’ vero. Quel profilo severo ma fiero della giovane donna con il cappotto colpisce subito. Ti fa venir voglia di saperne di più. Chi è? Da dove viene? Cosa ci fa la sua foto tra i ritratti dei deportati delle isole Solovki? Da queste domande è partito lo scrittore francese Olivier Rolin per la sua indagine che lo ha portato a scoprire, con l’aiuto di Irina Flige (la direttrice del centro di ricerca e di informazione Memorial di San Pietroburgo), chi è quella donna nella fotografia oggi stampata sulla copertina del libro edito da Ganda: La ribelle (pp. 166,  euro 16,50).

E non poteva avere titolo più azzeccato questo incredibile racconto che ripercorre i 29 anni di vita di Evgenija Jaroslavskaja Markon, “la compagna di Alexandr Jaroslavskij, il più grande degli uomini e dei poeti”, una “strillona”, una “ladra recidiva” e “un’indovina vagabonda”. Così la giornalista anarchica si definisce in queste pagine scritte con un linguaggio crudo e nello stesso tempo libero come lei,  insofferente al potere del nuovo regime bolscevico e incline a condividere le sofferenze degli ultimi, tanto da scegliere di vivere per strada quando il marito viene arrestato per propaganda antisovietica, tra scippatori, ubriaconi e prostitute, l’unica “classe” davvero rivoluzionaria.

In certi passaggi sembra quasi di rivedere alcune scene del film di Oliver Twist di Polanski, ma qui siamo  nella Russia degli anni Venti… Eh già perché Evgenija è nata a Mosca nel 1902, da una famiglia di ebrei borghese. E’ cresciuta a San Pietroburgo e poi ha girato il mondo con il marito Alexandr per tenere conferenze letterarie e antireligiose. La loro relazione ricorda quella di Julian Beck e Judith Malina, di Robert Capa e Gerda Taro, amori dove tutto si mescola e si rafforza: passioni, sogni, ideali… fino alla morte. Evgenija viene condannata alla detenzione nel gulag delle isole Solovki e lì fucilata, nel 1931, pochi giorni dopo aver scritto questo suo folgorante memoriale.

(il Venerdì – la Repubblica, 17 agosto 2018)

 

La ribelle
Evgenija Jaroslavsaja-Markon
traduz. Silvia Sichel
Guanda, pp. 166, euro 16,50

L’ultima spiaggia di Roma

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Macchina fotografica alla mano e via con gli scatti. Uno, due, tre… La giovane donna in abito nero sorride felice alla sua famigliola in posa sotto l’ombrellone mentre lei sceglie l’angolazione giusta. L’uno accanto all’altro ci sono un’anziana signora con una lunga camicia bianca e un ragazzino in bermuda. Si godono il fresco dopo il temporale pomeridiano che si è abbattuto sulla neonata “Tìberis. La spiaggia di Roma”, come indicano una decina di cartelli sistemati lungo tutto il tratto di Ponte Marconi.

E’ lì, a metà strada fra il centro storico della capitale e il quartiere residenziale dell’Eur, che la sindaca Virginia Raggi ha aperto al pubblico la prima spiaggia libera del lungotevere, annunciata a dicembre. Roma come Parigi, aveva detto. Ma è davvero così?

L’allestimento dell’area attrezzata (10mila metri quadrati per la quale è stata chiesta una concessione di lunga durata alla Regione Lazio) è costata circa 70mila euro tra bonifica, pulizia, sistemazione del prato e della sabbia. Avrebbe dovuto inaugurare il 29 giungo, poi il 3 agosto, infine il rinvio al 4 proprio a causa del maltempo. E per fortuna che agosto è stato (almeno in parte) clemente, perché mentre la famigliola continua a mettersi in posa è saltata la corrente già da un paio di ore, quindi niente bibite fresche dal distributore automatico. Anche se chi ha deciso di trascorrere lì quelle ultime ore della giornata non sembra preoccuparsene, troppo grande la voglia di guardarsi intorno, magari di osservare chi è il vicino sotto l’ombrellone. Eh già, chi frequenta la spiaggia aperta tutti i giorni dalle 8 di mattina alle otto di sera? Turisti e curiosi, poche decine al giorno, e di tutte le età. Poi ci sono i single con smartphone perennemente in attività (attenzione, il wifi non c’è) e molte famiglie, ma senza bambini. Anche perché non ci sono giochi per loro. Oltre agli ombrelloni, ai lettini e alla sabbia, troverete solo due distributori automatici di snack e bevande, spogliatoi, bagni chimici e docce stile militare, unico refrigerio dalla calura estiva. La piscina sarà il prossimo passo, proprio nell’area accanto delimitata da un telo. Per adesso bisogna accontentarsi delle docce. Ma meglio fare attenzione, però, basta poco per scivolare su quell’erbetta che porta verso la sabbia. L’altro giorno un ragazzino è caduto e la polizia locale sta sempre con gli occhi ben aperti per evitare che qualcuno si faccia male.

I più intraprendenti restano i giovani, che improvvisano partite di beach volley nei due campetti allestiti. Ci vanno spesso anche i ragazzini della comunità rom di vicolo Salvini, guidata da Zoran Cismic, detto “Zorro”, balzato agli onori della cronaca perché sospettato di aver stretto un tacito accordo con il Comune per garantire la sicurezza dell’area. Naturalmente il Comune nega (“è una fake news” dicono) e la dipendente che avrebbe rilasciato le dichiarazioni sospette alla stampa, Simonetta De Ambris, resta in servizio. “Zorro”, da parte sua,  nega pure lui, ma racconta di aver offerto il suo aiuto e quello dell’associazione di volontari da lui fondata a Silvano Simoni, l’ingegnere dell’Ufficio speciale Tevere. Il risultato? Polemiche ancora più infuocate e romani divisi fra chi gioisce per la “Raggi Beach” e chi ritiene che sia pura follia…

“La bonifica dell’area del fiume Tevere all’altezza di Ponte Marconi è una cosa meravigliosa – ci spiega Claudio Gatti di Agenda Tevere, la onlus di cui fanno parte diverse associazioni, da Legambiente a Retake – . La zona versava da anni in situazione di degrado. Ovviamente dovrà  essere l’inizio di un progetto più ampio di riqualificazione… La spiaggia potrebbe essere un punto di partenza per coinvolgere paesaggisti, associazioni, cittadinanza attiva. L’importante è che non faccia la fine del Parco Tevere della Magliana, inaugurato da Marino e poi caduto nel degrado per un rimpallo di responsabilità economiche”.

La nascita della spiaggia, tirata su alla velocità della luce, senza nessun bando e affidando la gestione diretta a Roma Capitale, ha sorpreso soprattutto i residenti del quartiere, che da anni lamentano l’assenza di servizi e spazi verdi. “C’è molta ironia attorno a questa storia della spiaggia – racconta Salvatore Serra, amministratore della pagina Facebook Comitato di Quartiere Marconi – Quello che colpisce è la rapidità con cui è stata realizzata. Abbiamo incontrato l’Ufficio Tevere a novembre, poi a maggio ed ora la spiaggia è pronta, un vero schiaffo per il quartiere, che attende da 4 anni, per esempio, la realizzazione del Parco Papareschi… Questo significa che quando una cosa la si vuol fare si fa. Poi la spiaggia in sé è anche apprezzata dai cittadini, ma è sbagliato il nome. Se si fosse chiamato Parco fluviale non ci sarebbero state tutte queste polemiche. Quanto a ‘Zorro’ è solo colore”.

E sui social qualcuno l’ha già definita “Spelacchia”, ricordando lo striminzito albero di Natale di piazza Venezia diventato una metafora dell’amministrazione a 5 Stelle. E allora altro che Parigi, certe volte la Capitale sembra intrappolata, sospesa tra quella voglia di cambiamento e l’impossibilità di andare avanti. Il sospetto è che non bastino il car sharing, i nuovi bus (pochini) o il no alle Olimpiadi del 2024 (sarà stata una mossa giusta?). Il rischio è di rimanere a guardare il tramonto come quel vecchietto che da Ponte Marconi osserva la spiaggia: il cielo a quell’ora si tinge di rosa e i gabbiani volano alti, ma basta abbassare lo sguardo poco oltre Tìberis per scorgere in acqua dei resti di una barca, in un’area selvaggia dalla quale è meglio stae lontani.  

(Grazia, 17 agosto 2018)

In nove mesi il cactus perde le spine

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Ciascuno di noi ha conosciuto almeno una Susan Green nella propria vita, su questo non ci sono dubbi. Il mondo è vario e quindi popolato anche da miss perfettine capaci di tenere sempre e tutto sotto controllo, perfino i sentimenti.

La protagonista di questo spassoso romanzo della londinese Sarah Haywood, La felicità del cactus, è una specie di “Kylie Minogue vestita da ufficio”. Il libro, agile e brillante, racconta la storia della sua metamorfosi, quella di una quarantacinquenne single che vive in un appartamento londinese perfetto per una sola persona, con un lavoro che la soddisfa e una relazione con un colto giornalista basata su regole ben precise. Ma la vita si sa, può essere imprevedibile. Ed ecco che un paio di eventi del tutto inaspettati apriranno la strada verso il cambiamento: il lutto della madre e una gravidanza.

Da agosto a marzo, sono i mesi dell’anno a scandire la crescita di questa donna, tutto sommato buffa, che non potrà non arrendersi all’evidenza dei fatti, e cioè che la felicità può arrivare quando meno te l’aspetti in forme del tutto inimmaginabili. Per una come Susan – almeno per la vecchia Susan che dice: “le mie recenti scoperte non avevano fatto altro che confermare ciò che in realtà avevo sempre saputo: non ci si può fidare di nessuno”  – quella che sarebbe potuta sembrare una sconfitta finirà per essere la salvezza.

Naturalmente a tutto c’è una ragione, dunque anche la spigolosità di miss Green ne ha una e affonda le sue radici nel passato. Sorvoliamo sui vari colpi di scena che sono la parte più gustosa del romanzo, ma di ingredienti “saporiti” ce ne sono tanti, a partire dalla maniera stravagante che ha Susan di gestire i rapporti con Edward, Richard, Kate, Robert… Un esordio per niente male capace di dimostrare che perfino la pianta più spinosa, se curata con pazienza e amore, può fiore.

 

(il Venerdì – la Repubblica, 6 luglio 2018)

 

La felicità del cactus

Sarah Haywood

traduz. Chiara Mancini

Feltrinelli, pp. 368, euro 15,00

Così Paco Ignacio Taibo II racconta Napoli senza banalità

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E’ il solito idealista… direte voi di Paco Ignacio Taibo II appena avrete ascoltato la storia di Lucio Doria, detto il Diavolo, un novantenne che decide, dopo aver vissuto una vita intera a Veracruz, di tornare nella città dove tutto iniziò: Napoli.

Lo scrittore spagnolo, naturalizzato messicano, ha sempre avuto un debole per il nostro Paese e questo romanzo, Redenzione – che ha richiesto 15 anni di scrittura –, è soprattutto un omaggio ai suoi amici italiani, ma è anche un modo per dirci: ehi,  lottare per i propri ideali è ancora possibile, avere dei sogni ancora si può.

La storia di Lucio Doria, sbarcato in Messico dal piroscafo San Gottardo ottant’anni prima con un gruppo di esuli italiani con i quali fonda una comune libertaria e partecipa perfino ad una rivolta sedata nel sangue da Porfirio Diaz, viene raccontata in capitoletti intervallati da un coro che commenta, aggiunge, spiega. Il tempo corre avanti e indietro, e si viaggia da una città all’altra anche se “nel 1901 Veracruz non era tanto diversa da Napoli”. Tutte e due “sono città spagnole”, dice Don Marco Tropea, che prende il nome da un amico dello scrittore (l’editore). E non è l’unico personaggio a farlo, dalla Volpe Arpaia (Bruno Arpaia, il traduttore di questo romanzo) a il Gordo Cheli (Pietro Cheli, il giornalista scomparso di recente). Con loro ci sono Paolo e Beatrice, nonna Grimaldi, i gemelli Vidali, e i muli Kropotkin e Bakunin…

Piccole e grandi storie, realtà e fantasia, tragico e comico, tutto si mescola in questo bellissimo gioco letterario che riesce a parlarci di Napoli senza banalità. “Era, e pare che continui a essere, una città di maghi e non di credenti”. Solo in una città così, forse, dopo una vita di inganni, un vecchio può trovare perdono.

(il Venerdì de la Repubblica, 22 giugno 2018)

Redenzione
Paco Ignacio Taibo II
traduzione Bruno Arpaia
pagg. 128, euro 14,50
La nuova Frontiera

Spazi teatrali, l’underground di frontiera

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Si potrebbe scrivere un pezzo di storia del teatro capitolino partendo dai luoghi. Roma, diciamo la verità, negli ultimi anni ha perso molto. Pensiamo al Teatro Valle, recuperato solo in parte con la recente riapertura del foyer; al teatro dell’Orologio, ancora sotto sequestro per “motivi di sicurezza”; ai centri sociali occupati come il Rialto Sant’Ambrogio, chiuso dalla polizia municipale lo scorso anno e mai più riaperto; o all’Angelo Mai, che per ora ha evitato lo sgombero ma vive una situazione ancora incerta. Cosa resta alla città? Roma è piena di teatri, certo, ma quali di questi luoghi riescono davvero ad essere dei centri di produzione culturali vivi?

Sono soprattutto i piccoli e i piccolissimi a distinguersi. Ve ne segnaliamo soltanto alcuni, da segnare sulla mappa capitolina come si fa con le tappe da seguire nei lunghi viaggi.

Cominciamo da Carrozzerie n.o.t, una ex officina a due passi da Ponte Testaccio ristrutturata nel 2013 da Maura Teofili e Francesco Montagna, alla guida dell’associazione culturale che gestisce questo spazio del tutto indipendente. “C’è un altro modello di gestione possibile, che non è né il finanziamento pubblico, né l’occupazione – spiega Maura Teofili -. E’ un esperimento, molto semplice: noi paghiamo un affitto alle figlie del carrozziere, cerchiamo di coprire i costi con gli incassi degli spettacoli o dei laboratori” . E’ un luogo che ha un certo fascino Carrozzerie n.o.t, dove si intrecciano danza e teatro, workshop e residenze, e dove si incontrano artisti noti come Massimiliano Civica e compagnie meno conosciute come il collettivo Sch, che ha iniziato ad avere successo proprio con uno spettacolo andato in scena qui: Fak Fek Fik – Le te giovani – Werner Schwab. “Questo spazio nasce da una esigenza – continua Maura -: quella di dialogare con il territorio. Ecco perché abbiamo molte iniziative dedicate agli under 18”.

Uno spazio ibrido, e quindi anche aperto, libero un po’ come il Brancaccino, nato una decina di anni fa come seconda sala del Teatro Brancaccio capace, negli ultimi anni, di costruirsi un’identità sempre più forte grazie soprattutto all’attenzione per la scrittura drammaturgica della rassegna “Spazio del racconto”, “che rimette al centro il rapporto con lo spettatore attraverso la scelta di temi riguardanti tutti noi – spiega la curatrice Emanuela Rea – e di diverse tipologie di scrittura: abbiamo avuto autori conosciuti come Santeramo o Sinisi e meno noti come Valentina Diana o Marco Andreoli”. E quest’anno la rassegna è in collaborazione con “I classici del secolo futuro”, che coinvolge i ragazzi dell’Accademia Stap Brancaccio di Lorenzo Gioielli, un progetto di formazione nato da un’idea del direttore artistico del Teatro Alessandro Longobardi. La terza edizione dello “Spazio del racconto” si chiude proprio con Soggetti per un breve racconto, da Il gabbiano di Cechov, una riscrittura dei ragazzi dell’Accademia.

Tra i teatri storici, invece, ci piace segnalare il lavoro che sta facendo Manuela Kustermann negli spazi del Vascello, la sala di Monteverde che l’attrice dirige da sola dopo la scomparsa di Giancarlo Nanni. Insieme hanno condiviso gli anni della sperimentazione e il Vascello stesso è sempre stato considerato un luogo di ricerca. Ma ha avuto anche periodi bui. Per questo, è importante segnalare, ora, questo momento di piccola grande rinascita. Tanti sono stati quest’anno gli ospiti interessanti, dalla Compagnia Valdoca a Roberto Latini, e fino a Il tappeto volante con Julia Varley dell’OdinTeatret. Imperdibile.

(la Repubblica, 10 giugno 2018)

Ragazzine terribili attrici per un giorno

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È tutta concentrata ad arrotolare attorno al dito la lunga ciocca di capelli mentre timidamente prova a spiegare perché si trova al Teatro India, dove stasera debutterà Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra (all’interno del festival Dominio Pubblico, La città degli Under 25, ore 21.45) di Eleonora Pippo. «È stata mia madre a suggerirmi di partecipare. Mi piace cantare e recitare. E poi il teatro mi aiuta a vincere la timidezza». Linda Lombardino, 11 anni, è la più giovane del gruppo, dodici adolescenti romane dalle idee chiare. In questi giorni si sono confrontate fra loro, hanno riso e sudato insieme con un solo unico obiettivo: preparare uno spettacolo in 7 giorni. «In realtà si sono autoselezionate — spiega l’ideatrice e regista del progetto che coinvolge ogni volta ragazze diverse in base alla città in cui si fa tappa — . In genere dopo il primo incontro con me capiscono da sole se è una cosa che fa per loro o no». La ricerca di identità, la perdita di controllo, la sfida… tutto si mescola in questo lavoro ispirato al teen drama a fumetti di Ratigher che racconta la storia di due amiche delle scuole medie, Motta e Castracani, con la passione per le analisi mediche.

Il pubblico sarà direttamente coinvolto. Ma le giovani attrici non sembrano spaventate dalla parte che sarà inevitabilmente improvvisata. «Amo il teatro», confessa Diana Belmonte, al primo anno di liceo linguistico e con le idee chiare sul futuro: «Io voglio recitare, io devo recitare…», dice sorridendo. Il suo contributo, nello spettacolo, ha a che fare con un linguaggio che lei conosce bene, quello dei segni. «Ho voluto proporre la lingua dei miei genitori — spiega — . Anche i sordi desiderano portare un po’ di loro stessi in teatro e questo spettacolo è una bellissima occasione. Ho scelto di farlo con un brano di Giorgia e Marco Mengoni: Come neve”.

Sofia Di Furia, invece, ha 15 anni. Iscritta al liceo scientifico, adora la musica. Anche lei decisa e battagliera, ha un grande desiderio: diventare direttrice d’orchestra. “So che non è facile per una donna riuscire ad emergere nel settore musicale, ma io voglio abbattere le barriere. Sono sempre stata un po’ ribelle…”.

Anche Olivia Vecchiarelli, 15 anni, studentessa di scienze umane, ama la musica. “Canto dall’età di 4 anni… mi piacerebbe diventare una cantante lirica. Quando ero bambina mio nonno mi faceva ascoltare i vinili di Maria Callas. Io volevo essere proprio come lei”. Tanti sogni, tanti desideri e una grande avventura da condividere per queste ragazze, alla scoperta di se stesse e degli altri.

(la Repubblica, 3 giugno 2018)