La ricerca del potere è una tragedia (greca)

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Edipo a Colono? E’ la tragedia dell’ambiguità umana. Colui che è maledetto diventa il protettore della città… E’ un’opera speciale quella scritta da Sofocle all’età di 90 anni e che pone al centro la questione del potere, tema su cui oggi bisogna meditare molto”, spiega Yannis Kokkos, regista di origine greca residente ormai da anni in Francia. I suoi lavori portano il segno evidente di una carriera partita dalle creazioni scenografiche per l’opera lirica. Poi, più o meno 30 anni fa, il debuttato nella regia teatrale (ha collaborato a lungo con Antoine Vitez, Jacques Lassalle e tra gli altri, anche con Riccardo Muti).

Affascinato dalla tragedia sofoclea come molti altri registi prima di lui – da Mario Martone ad Andrea Baracco – il suo Edipo a Colono debutterà l’11 maggio il Festival del Teatro greco di Siracusa (fino al 24 giugno), quest’anno dedicato proprio al potere, tema che attraverserà anche le altre due nuove produzioni della Fondazione Inda: Eracle di Euripide e I Cavalieri di Aristofane, diretti rispettivamente da Emma Dante e Giampiero Solari che saranno in scena dal 29 giugno all’8 luglio).

“E’ molto importante per me tornare in Sicilia e mantenere vivo il mio legame con la tragedia greca – racconta Yannis Kokkos – . Circa vent’anni fa venni a Gibellina per dirigere la mia prima performance musicale / teatrale: Oresteia di Xenaki sulle rovine del vecchio villaggio. È stata una delle esperienze più emozionanti e toccanti della mia vita professionale. Con la stessa emozione mi preparo ad affrontare Edipo a Colono per il Festival di Siracusa, diretto da Roberto Andò, e per Epidauro dove, alcuni anni dopo Gibellina, ho diretto l’Oresteia”.

E chissà come sarà questo Edipo, che errante e cieco chiede ospitalità a Teseo. Toccherà a Massimo De Francovich indossare i panni del protagonista mentre Eleonora De Luca e Roberta Caronia saranno Ismene e Antigone, le figlie di Edipo, Sebastiano Lo Monaco sarà Teseo, il giovane Fabrizio Falco sarà Polinice, Stefano Santospago Creonte e poi ci saranno giovani attori e attrici dell’Accademia nazionale del dramma antico a formare il Coro. “Bisogna rendere credibili figure mitiche senza enfasi o banalità”.

Ma questo padre/re che chiede accoglienza ricorda anche i tanti rifugiati di oggi… “Purtroppo l’Europa non è stata in grado di affrontare un problema che può essere risolto solo collettivamente – spiega il regista – . L’istruzione e la cultura possono fare molto”. Portare in scena questa tragedia implica anche una grande sfida, conclude Kokkos: “mantenere alta la tensione e chiarire la posta in gioco dei conflitti senza perdere la dimensione poetica. La traduzione italiana del professor Federico Candello e la musica, con qualche incursione nella tradizione popolare greca, di Alexandros Markeas, aiuteranno sicuramente a rendere possibile questa sfida”.

(Il Venerdì – la Repubblica, 27 aprile 2018)

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Nekrosius: “Il teatro? Non si può spiegare”

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Non ha mai amato molto essere intervistato Eimuntas Nekrosius, regista lituano apprezzato in tutto il mondo, che preferisce essere di poche parole anche durante gli eventi pubblici. E’ il suo sguardo a parlare molto più di un qualsiasi discorso. E i suoi spettacoli. E’ così difficile resistere al fascino vorticoso del suo teatro visionario, dove tutto si mescola – sogno, poesia, anche gag da circo -, che sia Cechov o Shakespeare. E infatti, la sua presenza al Napoli Teatro Festival Italia, dove dallo scorso anno ha un progetto di laboratorio triennale, è per i giovani attori una grande occasione per poter osservare, imparare, mettersi in gioco. Per questo secondo anno di workshop il regista lituano affronterà diversi testi, ma soprattutto il Riccardo II di Shakespeare, che ci racconta delle ambizioni politiche e più in generale di una società in decadenza (workshop dal 18 al 29 giugno, prova aperta al pubblico il 28 e il 29). Ne parliamo con Nekrosius prima del suo arrivo a Napoli, dove il festival diretto per il secondo anno da Ruggero Cappuccio prenderà il via l’8 giugno tra decine di spettacoli internazionali e prime italiane (fino al 10 luglio).

Nekrosius, lei non ha mai amato molto insegnare, eppure negli ultimi anni ha tenuto diversi seminari e workshop, cosa le ha fatto cambiare idea?

“Ogni cosa ha il suo tempo. Ad un certo punto della vita inizi a capire che non puoi o non hai tempo sufficiente per realizzare tutte le tue idee, per mancanza di energia e di tempo. Per questo le trasferisci a persone molto più giovani con la speranza che le idee stesse possano fare da guida, e che i ragazzi sviluppino le proprie idee in maniera più libera e coraggiosa. Questo è un processo naturale, inevitabile, come il passaggio di un testimone nella staffetta”.

Secondo lei cosa cerca un attore?

“In ogni momento della vita, gli attori sono alla ricerca di freschezza, di novità di pensiero, di nuovi colori dentro di sé, colori che la persona stessa non nota, ma che un’altra può vedere per certi aspetti. Gli attori sono molto esigenti e vogliono qualcosa di nuovo tutti i giorni. Fino ad una certa età sono come piccoli uccelli – devi nutrirli e nutrirli e non è mai abbastanza per loro. Finché diventano più forti. E chiaramente gli attori cercano la fortuna. Nella loro professione il successo determina e predestinano molto, a volte accidentalmente, e immeritatamente…”.

A Napoli ha in programma un laboratorio triennale, dal 2017 al 2019. Come è andato il primo anno?

“È volato via come un giorno… Il tempo è passato così velocemente. Ho incontrato molte persone interessanti tra gli attori: creativi, originali. Per me personalmente è stato bello lavorare a Napoli”.

Come mai ha scelto di lavorare sui testi di Svethana Aleksevic?

“Be’, è un premio Nobel per la letteratura… e poi è la nostra vicina, che vive a due passi dalla Lituania; infine, i problemi descritti nelle sue opere sono ancora vicini, familiari, a noi noti. La mia scelta è dettata anche dalla semplicità della scrittura, dalla chiarezza, dalla sincerità – sia come autrice che come essere umano. Scrive in maniera molto sensibile e bella”.

Pensa di poter approfondire il suo lavoro su di lei in futuro?

“Molto probabilmente sì”.

Lei ha chiesto ai suoi allievi di lavorare anche sul Don Chisciotte. Cosa l’attrae di questo testo?

“Don Chisciotte è un libro eterno e senza tempo, che affronta un tema immortale come quello della fede, attraverso le parole di Cervantes. Questa convinzione è essenziale e necessaria per ogni uomo, dall’infanzia alla fine della vita. La fede nell’uomo è la sua seconda vita, e non sto parlando della fede religiosa, ma di una speranza che non può deludere”.

Le sue opere guardano sempre al passato, da Cechov a Shakespeare, che sarà il protagonista di quest’anno. Eppure si tratta sempre di spettacoli innovativi nella loro semplicità: pensa che questi autori possano ancora aiutarci a capire meglio i tempi in cui viviamo?

“Ovviamente. Guardando dal profondo della foresta del passato il campo aperto è visibile molto meglio ed è più chiaro. È come nelle prime battute di Dante: “Nel mezzo del cammino della nostra vita mi ritrovai per una selva oscura …”. E lo stesso vale per tutta la letteratura e le altre arti”.

Cos’è il teatro per lei?

“Il teatro è una branca dell’arte molto difficile, non è mai stata compresa e non sarà mai pienamente percepita. Così come la natura umana, non c’è spiegazione. Ma la gente è molto attratta da questo tipo di arte, che mette le persone in connessione. Nella letteratura, nell’arte, i sentimenti si muovono su carta, su tela, in musica nei suoni. Ma nel teatro tutto si muove attraverso la vita”.

Che progetti ha per il futuro?

“Tendo a sfilarmi dai piani a lungo termine. L’ho sempre fatto. Vivo senza grandi progetti, è buono il periodo così come è adesso. Hai ciò che hai…”

Viene spesso in Italia, ci sono registi o attori con i quali le piacerebbe collaborare?

“In Italia ci sono così tanti grandi attori e registi che sarebbe difficile eliminare qualcuno da una squadra del genere. E davvero, quelli che lavorano in quest’area sono degni di essere sul palco. Stupisce la densità, l’abbondanza di persone che scelgono di lavorare in teatro. E la varietà ovviamente, dal Nord alla Sicilia. È sempre bello circondarsi di attori italiani perché sono capaci di creare personaggi fantastici”.

(www.huffingtonpost.it, 21 aprile 2018)

C’è del magico in Danimarca

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I suoi occhi hanno il colore del ghiaccio, ma basta un sorriso per scaldare l’atmosfera già di per sé avvolgente con tutti quei libri e i piccoli gruppi di lettori pronti a sorprenderti appena giri l’angolo dell’appartamento. Siamo nella Casa delle traduzioni di Roma, in pieno centro. Qui incontriamo la scrittrice danese Lene Kaaberbøl, molto amata in Europa soprattutto per la sua saga fantasy, Wildwitch, un intreccio curioso e intrigante di streghe e animali. In Italia sono usciti per Gallucci  i primi due volumi –  La prova del fuoco e Il sangue di Viridiana – , mentre il terzo episodio, Wilwitch 3 – La vendetta di Chimera, arriverà entro l’estate. Protagonista è una timida ragazzina di 12 anni che dal giorno in cui scopre di saper parlare con gli animali inizia la sua nuova vita da “strega selvatica”. “Non ho figli – ci confessa la scrittrice danese – , ma credo che si possa scrivere per i ragazzi pur non essendo genitori, l’importane è essere bambineschi, cioè rimanere bambini dentro, anche nel momento della scrittura, che non ha regole da rispettare a parte le tue. Vietato, però, ingannare. Bisogna rispettare l’intelligenza del lettore ed elaborare la trama con molta cautela”.

A proposito di trama. I racconti di magia hanno avuto molto successo negli ultimi anni, dalla letteratura al cinema passando per la tv. Nel suo caso, però, c’è una novità: le storie hanno una componente ambientalista molto forte…

Sì è vero. In questa saga ho scelto di dare la parola agli animali, che dicono la loro sull’ambiente in cui vivono. Poi ci sono le streghe, che possiedono un proprio codice: non si può avere senza dare. Queste streghe selvatiche hanno un’etica da rispettare, sfruttano il potere della natura per salvaguardarla.

E qual è la reazione dei bambini?

Le rispondo con un aneddoto. Ho incontrato una piccola tifosa dei miei libri, che aveva espresso due desideri: avere una collezione di sassolini e conoscere me. Attraverso il traduttore, siamo riusciti ad organizzare questo incontro, che è stato molto toccante. L’ho portata allo zoo e lì mi ha fatto una domanda che prendeva spunto da un episodio del quarto volume, quello in cui la protagonista compie 13 anni. Nella notte del compleanno gli animali chiedono alla strega selvatica di fare un compito, che deve superare per poter entrare in un nuovo mondo. La mia piccola fan mi ha chiesto: anche io vivrò una notte così? Per non rovinarle il sogno le ho risposto: “non si può mai sapere”.

Lei però ha scritto anche diversi thriller per adulti…

Sì ma ho scritto molti più libri per ragazzi. Anzi, ho iniziato scrivendo per loro, poi, quando  ho pubblicato i libri per adulti alcuni dei miei fan si sono sentiti offesi… a quel punto mi sono sfrenata e ho iniziato a scrivere scrivere scrivere per i più giovani.

E adesso è in arrivo anche un film ispirato alla saga fantasy. Come sarà?

Questo non lo so perché il film di Kaspar Munks è nella fase di montaggio. Ho letto la sceneggiatura, ma non ho conosciuto gli attori, che ho visto solo in video. Spero che il film possa arrivare anche in Italia.

(Il Venerdì – La Repubblica, 13/04/2018)

Peter Handke vuota il sacco

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E’ come un grande puzzle in cui ogni singolo pezzetto aggiunge un dettaglio prezioso questo libro-confessione di Peter Handke. I giorni e le opere. Scritture d’accompagnamento, tradotto da Alessandra Iadicicco per Guanda, è una sorta di autoritratto che diventa lo spunto anche per chiarire vecchie questioni rimaste in sospeso. Ecco perché particolarmente interessanti sono le riflessioni più politiche contenute in questo volume in cui si intrecciano la letteratura e la poesia, il teatro e la filosofia. Non solo. L’autore di Insulti al pubblico ci  presenta i tanti personaggi di varie lingue che popolano il suo mondo (Claus Peymann, Wolfgang Schaffer, Hubert Burda, Romain Rolland ecc…), né rinuncia a farci qualche sorpresa raccogliendo le sue recensioni giovanili per Radio Steiermark (1964-66) che si aprono con un omaggio a Cesare Pavese.

Incapace di restare indifferente di fronte agli eventi del mondo,  furono le sue presunte posizioni filo-serbe a creargli non pochi problemi. Nel 2006, quando gli fu conferito il premio Heinrich Heine, il consiglio comunale della città di Düsseldorf (promotore del premio) non approvò la scelta della giuria a causa della sua partecipazione ai funerali di Milošević. Qui Handke tenta una risposta: “Io non ho mai negato, o sminuito, o minimizzato, o addirittura approvato uno solo dei massacri commessi nella guerra jugoslava del 1991-’95”. Lo scrittore austriaco non ritirò mai l’assegno. E nel 2014, dopo le accuse di “servitore del genocidio” che gli furono rivolte da parte dei manifestanti di Oslo, rifiutò anche il premio Ibsen (in un primo momento, poi ne accettò una parte che donò).

Oggi le sue parole risuonano come fossero una confessione sincera ai suoi lettori, che si trovano ad avere una grande opportunità: poter entrare in punta di piedi nell’universo di Handke, sedersi al suo fianco e ascoltarlo come si fa con i vecchi amici.

(Il Venerdì – la Repubblica, 06/04/2018)

 

I giorni e le opere
Peter Handke
traduzione Alessandra Iadicicco
pagine 304
euro 19,00
Guanda

 

Mimmo Cuticchio e i paladini di Parma

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Ha portato con sé il metallo per costruire l’armatura, il legno di cipresso per la testa e il legno di faggio per il corpo, “perché senza i materiali giusti tutto il lavoro creativo rischia di svanire…” ci spiega Mimmo Cuticchio, erede e interprete dell’Opera dei pupi, nonché voce autorevole del nostro teatro, incline a farsi tentare dalle nuove sfide con esiti spesso sorprendenti. In questi giorni è a Parma per la prima edizione del progetto The artist is present, che prevede ogni anno la residenza di un artista invitato a lavorare in uno spazio pubblico per lasciare in dono una creazione alla comunità. Qui Cuticchio ha messo la sua arte a disposizione del pubblico, dei giovani curiosi, degli studiosi e dei turisti che si sono lasciati affascinare dai suoi meravigliosi pupi nella bottega ricostruita in via Macedonio Melloni, a due passi dal Castello dei burattini, sull’esempio del laboratorio teatrale di via Bara all’Olivella a Palermo. Un lavoro prezioso il suo, da spiare con ammirazione e da seguire in tutte le sue fasi fino all’esibizione sul palcoscenico, dove in questi giorni porta due lavori, A singolar tenzone e Aladino di tutti i colori, programmati da  “Impertinente”, il Festival di teatro di figura organizzato dal Teatro delle briciole e dall’assessorato del Comune (fino al 28 marzo).

Mimmo, cosa significa essere figlio d’arte e cosa ha imparato da suo padre?

Sono nato in mezzo ai pupi… Il mio è un lavoro artigianale e in famiglia ho imparato a fare tutto. L’oprante (chi manovrava i fili) era anche puparo (cioè costruiva i pupi). Mio padre e mia madre mi hanno insegnato a lavorare in questo modo, ma ad un certo punto i vecchi maestri muoiono e noi tre fratelli (io, Nino e Guido) abbiamo deciso di dividerci i compiti. Ognuno di noi si è specializzato in qualcosa: io sono andato a bottega da Beppe Celano, un cuntastorie (da non confondere con cantastorie), cioè raccontava storie epiche, e da lui ho imparato a costruire i pupi; Nino è stato ad Alcamo,  da Gaspare Canino, che gli ha insegnato la pittura; infine Guido da Enzo Moavero per imparare l’arte dell’intaglio. Le mie sorelle, invece – noi siamo sette figli in tutto – si sono dedicate al cucito e al disegno. Così fino all’inizio degli anni Settata tutti e sette abbiamo lavorato insieme, chi occupandosi di un aspetto chi di un altro. Poi, dopo gli anni della crisi, siamo rimasti in due, io e Nino.

E’ un mestiere a rischio il suo? O trova che ci sia ancora interesse da parte dei giovani verso la tradizione dei pupi?

Io non credo che sia un mestiere a rischio… Io ho un figlio di 35 anni che come me si dedica ai pupi con passione. Ha studiato musica e dà un tocco contemporaneo ad un mestiere tradizionale. E poi io dal 1997 ho aperto una scuola. Tania Giordano, per esempio, è una delle allieve che ormai è con noi da tanti anni. All’inizio gli studenti venivano soprattutto da fuori, mentre ora arrivano anche i palermitani e in generale i siciliani, che avevano perso questa tradizione perché nessuno gliene parlava.

Eppure è una tradizione lunga e ormai riconosciuta a cui lei si dedica da una vita. Fra pochi giorni compirà 70 anni, come festeggerà?

Festeggerò qui a Parma. Non esiste modo migliore per festeggiare se non essere ospitati in un luogo in cui ti senti desiderato. L’assessore della cultura (Michele Guerra, ndr) mi ha chiamò dicendomi: sei la prima persona a cui ho pensato. E così, per la bottega di via Macedonio Melloni, abbiamo portato il legno e il metallo per costruire il nostro pupo, un personaggio legato alla città di Parma, un pupo a regola d’arte, con la sua armatura in alpacca e rame, bianca e  rossa, la collana e il vello di montone. Abbiamo scelto Ranuccio Farnese, quarto duca di Parma, vissuto nel Cinquecento perché ci sembrava che si prestasse bene a diventare un paladino.

I due spettacoli che presenta a Parma sono molto diversi…

A singolar tenzone (andato in scena sabato 17, ndr) è un cunto che faccio da solo e dove metto in pratica gli insegnamenti di Beppe Celano, di cui sono stato allievo negli ultimi suoi tre anni di vita. Dopo la sua morte, nel 1973, ho aperto un mio teatro e da allora è stato tutto in salita. I viaggiatori hanno iniziato ad apprezzarci, ed io cominciai ad uscire. Bologna, Milano, Berlino… e così ho superato anche gli anni di della crisi. Poi quando finalmente nel 2001 l’Unesco ha dichiaro l’opera dei pupi, orale e immateriale, un patrimonio da sostenere, direi che è stato raggiunto un traguardo importante.

A proposito di oralità di recente ha pubblicato anche un libro edito per Donzelli che raccoglie storie provenienti dalla sua memoria orale, giusto?

Sì certo. In questo libro – Alle armi, cavalieri! – raccolgo 107 storie di paladini che sentivo raccontare da mio padre, storie che conoscevo ma che non avevo mai letto sulla pagina scritta. Ad un certo punto mi sono messo davanti al computer e mi sono ricordato tutto, i nomi, le vicende ecc…

Tornando a Parma, invece, al Festival impertinente presenterà il 24 Aladino di tutti colori, che dimostra come la tradizione può essere anche molto contemporanea…

C’è un motivo ben preciso per cui ho scelto Aladino di tutti i colori e il motivo è che io voglio parlare ai giovani. I pupi sono il mezzo più antico che abbiamo in Sicilia, ma anche un mezzo di comunicazione che si è sempre aggiornato. Nello spettacolo Aladino di tutti i colori ci sono 5 bambini provenienti dai 5 continenti, un pensiero umano e poetico per i figli degli immigrati che nascono qui in Italia, qui crescono e studiano. Il mio vuole essere un messaggio di integrazione, la diversità dovrebbe essere vissuta come una grande opportunità. Un messaggio positivo, quindi, sopratutto per i ragazzi. Ecco perché il teatro dei pupi è antico e contemporaneo insieme.

Dopo Parma, quale sarà il suo prossimo progetto?

Sarà un viaggio epico…ad aprile inizierò un laboratorio per attori-narratori a Palermo sulla storia dell’antico monastero di clausura che verrà aperto al pubblico proprio per ospitare lo spettacolo che narrerà dei 700 anni di chiusura del monastero. Poi, dopo lo spettacolo, inizieremo una “crociata si pace”, andremo a Roma dal papa Francesco e infine ci fermeremo per cinque giorni a Roncisvalle per dire no alle guerre. Roncisvalle è il luogo simbolo delle battaglie e lì vogliamo dire no alle armi.

Quindi il teatro dei pupi diventa anche politico…

Ma certo, dobbiamo usare tutti mezzi che abbiamo a disposizione per lanciare i nostri messaggi. E’ il momento di agire. Questo è il mio modo di dire ai giovani: ribellatevi, fate sentire la vostra voce, da quello che vedo in giro – dalla situazione in Siria e non solo – ce n’è bisogno. Attraverso il canto e la musica anche noi possiamo raccontare quello che sta accadendo nel mondo e quindi dire: reagite!

(Alias-Il Manifesto, 24 marzo 2018)

Il “negro” fa paura ma non possiamo farne a meno

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Altro che invasione, la verità è che non possiamo stare senza di loro. Gli stranieri, certo. Non solo ci servono, ma secondo Francesco Ohazuruike – ingegnere chimico figlio di nigeriani e cittadino italiano dall’età di 18 anni – senza gli immigrati l’Italia crollerebbe. Per dimostrarlo Ohazuruike snocciola dati che si mescolano ai tanti episodi autobiografici racchiusi nel libro scritto con Luca Crippa e Maurizio Onnis: Il Negro. La verità è che non potete fare a meno di noi.

Il volume, agile e scorrevole, smonta uno per uno tutti i pregiudizi e i luoghi comuni sugli stranieri: siamo sicuri che ci rubano il lavoro? Davvero sono tutti criminali e portatori di malattie? A proposito di lavoro, per esempio, nel Rapporto 2016 sull’immigrazione in Italia, basato su dati Istat, si legge che «la retribuzione media mensile dichiarata dagli occupati italiani è di 1.356 euro, quella relativa agli stranieri scende a 965 euro, pari al 30% in meno». Dunque, invece che ladri di lavoro – scrive Ohazuruike – “gli stranieri sono una massa di gente che fa funzionare interi settori della nostra economia. Anche quelli più prestigiosi, come la moda, il turismo e la cucina”. Quindi abbiamo  bisogno di più immigrati.

Numeri a parte, il libro è pieno di ricordi personali perfino divertenti: dal racconto dell’amicizia nata con un compagno di classe leghista dopo aver reagito agli insulti razzisti con il lancio di un dizionario fino all’incontro con la moglie piemontese “che studia le scimmie”.

Ma alla fine, la domanda resta sempre la stessa: noi italiani siamo razzisti? “Il razzismo è uno schifo – scrive l’autore – . È una profonda diffidenza verso qualcuno che si conosce solo in parte o che non si conosce. Peggio: che si conosce solo per voce indiretta”. La verità è che abbiamo paura dell’altro. E la paura è dura da superare.  
Il negro. La verità è che non potete fare amano di noi
di Francesco Ohazuruike,  con Luca Crippa e Maurizio Onnis
pp. 120, euro 16,90
Piemme

 

(Il Venerdì – La Repubblica, 02/03/2018)

La classe operaia va in scena

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E pensare che quando il film uscì scatenò un vero e proprio dibattito all’interno della Sinistra italiana… Un dibattito talmente acceso che, nonostante la Palma d’oro a Cannes e attori del calibro di Gian Maria Volontè, Mariangela Melato e Salvo Randone, La classe operaia va in Paradiso di Elio Petri non ebbe molta fortuna. “Con il mio film – disse il regista – sono stati polemici tutti, sindacalisti, studenti di sinistra, intellettuali, dirigenti comunisti, maoisti. Ciascuno avrebbe voluto un’opera che sostenesse le proprie ragioni: invece questo è un film sulla classe operaia”. Era il 1971 e a distanza di quasi 50 anni l’Ert (Emilia Romagna Teatro Fondazione) sceglie di puntare lo sguardo sulla pellicola diretta da Petri e scritta con Ugo Pirro ripercorrendo la vicenda dell’operaio Lulù Massa e la genesi del film in teatro.

Firma lo spettacolo Claudio Longhi (docente universitario, autore di importanti monografie e regista di molti spettacoli teatrali tra cui La resistibile ascesa di Arturo Ui) che si affida ancora una volta allo scrittore Paolo Di Paolo (tra i suoi libri Mandami tanta vita, finalista allo Strega): “Mi interessava vedere, anche pensando ai lavori fatti in passato da Claudio e dagli attori che lavorano con lui, in quale dimensione narrativa avremmo potuto proiettare le figure del film – spiega Di Paolo – . Anche per questo la seconda scena di Militina non è tratta dal film, ma è composta perlopiù da Memoriale di Volponi. È un modo per prendere quel personaggio e, attraverso un testo coevo, metterlo quasi su un piano anatomico per dissezionarlo. Smontare quelle figure per guardare cosa avevano dentro, alle spalle, per sovrainterpretare i rimandi che trovavo: questo potevo fare”. In scena ci sono Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, Filippo Zattini, che hanno debuttato al Teatro Storchi di Modena e ora si preparano ad una lunga tournée (il 18 febbraio all’Arena del Sole di Bologna, poi Brescia dal 21 al 25, Firenze, Vignola, Ravenna, Rimini, Lugano, Pordenone, infine Milano e Roma a maggio).

La prima cosa che viene da chiedersi, naturalmente, è se un’operazione del genere, che pone al centro la questione del proletariato, non rischi di essere anacronistica. Lo domandiamo  a Claudio Longhi…

In realtà una delle ragioni di interesse verso questo lavoro è stato proprio il suo anacronismo, per due motivi. Prima di tutto credo che per vedere bene certe cose sia giusto osservarle da lontano. A distanza si coglie meglio l’essenza. Il tema del lavoro è un tema attualissimo, ma guardarlo attraverso lo specchio ci aiuta ad oggettivarne meglio i confini. Secondo, l’anacronismo ha un suo fascino. Mi ha molto toccato il senso della perdita di un certo mondo. Gli anni Settanta sono stati anni terribili, eppure c’era anche un afflato positivo, una forte aspirazione rivoluzionaria che purtroppo oggi si è persa. Raccontare oggi La classe operaia va in Paradiso sul palcoscenico, quindi, è una doppia sfida. Prima di tutto per il problema in sé di rappresentare la “classe operaia”, perché si tratta di un soggetto collettivo, difficile da incasellare teatralmente. Il problema è proprio portare in scena un soggetto che ha sia una dimensione individuale che quella di un io collettivo, di massa. La seconda sfida, invece, è il frutto delle evoluzioni storiche degli ultimi decenni. In fondo se pensiamo ai primi del Novecento, o al resto di buona parte del secolo scorso, la categoria di “classe operaia”, pur problematica per chi faceva teatro, era però ben concreta e radicata nella realtà. Oggi invece, lo svaporamento della società con la frantumazione dei nuclei compatti di lavoratori, la progressiva dispersione data dalla volatilità del capitale e dalla precarietà conseguente del lavoro, ha colpito e tramortito l’identità stessa della classe operaia. Si è persa la coscienza di cosa sia la classe operaia. Ovvero si è smarrita una “coscienza di classe”.

 

E’ vero, probabilmente la coscienza di classe oggi non esiste più, ma è anche vero che il lavoro stesso, la nostra società, è come se si fossero frantumati. Oggi ci sono i precari, a maggior ragione è urgente parlare di lavoro anche in teatro?

Siamo una Repubblica fondata sul lavoro, ricordiamocelo… E poi c’è la cronaca che ci ricorda il problema della scarsa sicurezza sui luoghi di lavoro. Non solo, quando incontro i miei studenti universitari durante l’orario di ricevimento tocco con mano il problema della mancanza di occupazione. Ragazzi preparatissimi mi chiedono: ora cosa faccio? E di fronte a quella domanda, all’incapacità di dare una risposta, vivo il dramma che si sta consumando. E’ interessante anche osservare cosa recepiscono di questa pellicola le giovani generazioni, anche a partire dalla loro totale estraneità.  

 

Ecco, ma quale punto di vista avete scelto per raccontare la vicenda di Lulù Massa?

Abbiamo fatto un’operazione di continuo smontaggio e rimontaggio. In modo particolare abbiamo lavorato su tre livelli: restituire alcune sequenze del film; far raccontare certi frammenti ad alcuni personaggi; recuperare materiale dal laboratorio di Petri e Pirro e insieme recuperare le recensioni. Lo spettacolo inizia con i titoli di coda della pellicola. Questa operazione di restituzione del film è stata arricchita dalla letteratura, da Volponi a Sanguineti fino a Lidia Ravera.

 

Ad un certo punto, durante lo spettacolo, si sente dire: “è obbligatorio fare un film sugli operai”. Questo può significare anche che un teatro politico è necessario?

Certo, ne sono profondamente convinto. Io sposo totalmente le idee di Turner. Secondo l’antropologo il teatro è uno straordinario dispositivo attraverso il quale si cerca di capire come intervenire sulla realtà. Il dispositivo di travestimento serve ad interrogarci. In generale credo che il teatro sia di natura politica. E’ un luogo in cui la comunità si chiede cosa sta accadendo. Da questo punto di vista è necessario affrontare certe questioni.

 

Questo discorso immagino valga anche per la stagione dell’Ert, di cui è direttore da pochissimi mesi.

La suggestione stessa di lavorare su La classe operaia va in Paradiso è arrivata da Lino Guanciale mentre mi preparavo a partecipare al bando per la direzione dell’Ert. L’esigenza è arrivata immediatamente. Se poi penso alla stagione… in chiusura ospitiamo Work in progress di Gianina Cărbunariu, ancora una volta sul tema del lavoro. Le avevo chiesto uno sguardo sull’Europa ma lei mi ha detto: “Ok, però voglio parlare di lavoro”.

Senza rinunciare ad uno sguardo lungo, più europeo, che ha sempre caratterizzato il percorso dell’Ert.

Non è a caso Gianina Cărbunariu è una regista rumena,  quindi la volontà di allargare lo sguardo resta. Nel mondo in cui siamo il confronto aiuta senza dubbio a fare chiarezza.

(Alias-Il Manifesto, 17 febbraio 2018)

Dalla fabbrica al lager

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E’ incredibile quanto dimentichi in fretta la gente. Parliamo del nostro passato, delle battaglie che ci hanno permesso di ottenere libertà, diritti, democrazia. Ecco perché raccontare certe storie, soprattutto oggi, non solo aiuta, ma è necessario per contrastare questa nuova ondata di fascismo che stiamo vivendo e per ricordare a noi stessi che ogni conquista non è per sempre.

Oggi è il 27 gennaio, giorno della memoria, in cui si commemorano le vittime dell’Olocausto e Milano ha scelto di ricordarle con lo spettacolo teatrale Matilde e il tram di San Vittore, scritto da Renato Sarti partendo dal libro Dalla fabbrica ai lager di Giuseppe Valota (fino a domani presso il Piccolo Teatro Studio Melato, una produzione Teatro della Cooperativa con il sostegno di Aned). E’ una storia di “non eroi”, una storia di migliaia di uomini e donne che si opposero al fascismo e al nazismo pagando un caro prezzo.

“Viviamo tempi veramente bui – spiega il regista Renato Sarti – . Oltraggiare il ricordo di Anna Frank e magnificare la strage di Marzabotto non sono fatti marginali ma le punte di un iceberg grande e inquietante. In tutto il mondo assistiamo al risorgere di pericolosi populismi, che fanno leva sugli istinti più beceri e viscerali, sulla xenofobia, sul razzismo e sulla paura dello straniero. Molti vorrebbero portare indietro le lancette della storia e in questa partita giocata contro l’oblio − lo sport nazionale più praticato − il Teatro della Cooperativa vuole fare, come ha sempre fatto, la sua parte. E il modo migliore mi è sembrato quello di partire dalle voce delle donne”. In scena, infatti, ci sono tre attrici: Debora Villa, Rossana Mora e  Maddalena Crippa che tra un impegno e l’altro ci dedica un po’ del suo tempo per una chiacchierata.

Maddalena, questo spettacolo racconta una storia poco nota, quella della deportazione nei lager dei lavoratori delle fabbriche dell’area nord di Milano. Lei la conosceva?

No, in effetti non la conoscevo, nonostante mia madre fosse di Sesto San Giovanni. Sono molto affezionata a quei luoghi, in cui gli operai che scioperavano contro il fascismo facevano notizia in tutto il mondo. Erano uomini impegnati attivamente che all’improvviso cominciarono a sparire. Non si sapeva più nulla di loro. A causa degli scioperi che, a partire dal 1943 paralizzarono i grandi stabilimenti del Milanese – gli unici sotto Mussolini, i più grandi in Europa − le case operaie di Sesto San Giovanni, Milano, Cinisello e dei comuni limitrofi furono teatro di retate spietate. Cinquecentosettanta furono le persone deportate, più della metà non fece ritorno e per i sopravvissuti, e per i loro familiari, la vita non fu più la stessa. Le donne rimasero senza stipendio e con una grande sofferenza nel cuore andarono a cercare i propri mariti ovunque, a San Vittore e in altri posti di detenzione di Milano, fra cui la sede della famigerata Legione Ettore Muti, un luogo di tortura che nel dopoguerra diventerà il Piccolo Teatro di Milano. Alla fine scoprirono i corpi nei campi di concentramento. Queste cose vanno raccontate perché l’Italia non ha ancora fatto i conti con il fascismo.

E sono le donne, dicevamo,  a dare voce a questa storia. Racconti forti ed emozionanti.

Le loro sono testimonianze commoventi che Renato Sarti ha estrapolato dal libro di Giuseppe Valota, figlio di Guido, uno di dei tanti operai che non non hanno fatto più ritorno. Sono racconti di persone con la quinta elementare, ma che resistevano con tutta la loro forza senza mai cedere al fascismo, senza mai prendere la tessera. Rischiamo di dimenticarci di loro, per questo è così importante raccontare.

Soprattutto oggi…

Certo. Allora c’era un’onesta, c’erano dei rapporti sani pur non avendo niente. Ora siamo disintegrati. La comunicazione ci separa dirigendoci dove vuole.

Ma non è tutta colpa della comunicazione. La gente ha paura dell’altro, perché secondo lei?

Non è tutta colpa della comunicazione, ma le prime pagine sono sempre pronte di fronte a certi fatti o dichiarazioni. La verità è che gli italiani sono dei fascisti. C’è tanta ignoranza in giro, per questo, insisto, bisogna ricordare da dove veniamo. La gente ha paura perché è tutta concentrata su se stessa. Non ci sono regole, non c’è autorità, non c’è tradizione. Questo crea un vuoto enorme ed è chiaro che tutto ciò che è altro diventa nemico. Noi veniamo da una relazione, non siamo autosufficienti. Ma l’altro, purtroppo, non viene visto come un’opportunità.

Sentir parlare di “razza bianca in pericolo” – a proposito delle recenti dichiarazioni del leghista Fontana – che effetto le fa?

Mi vengono i brividi. In un attimo siamo tornati a dove eravamo. Ci vorrebbe un personaggio come Mandela, o Don Milani, o Don Gallo… Ho avuto un momento di gioia quando Bruno Tabacci ha stretto la mano ad Emma Bonino. Ho pieno rispetto per chi porta avanti le sue battaglie.

Crede che ognuno di noi possa fare la sua parte?

Credo nella responsabilità personale di ogni singolo cittadino. La vita è una e breve, va vissuta al meglio.

E la cultura può avere un ruolo?

Diciamo che dovrebbe averlo, ma non vede come è stata falcidiata? Ci sono molte persone, soprattutto donne devo dire, che hanno a cuore la crescita culturale del nostro Paese. Me ne accorgo, per esempio, quando vado in un istituto tecnico – non in un liceo – e gli allievi ascoltano il Riccardo II dall’inizio alla fine, senza fiatare. Ma sono casi rari. L’Italia, per la natura che ha, dovrebbe vivere solo di cultura. E invece Matilde va in scena soltanto per 5 giorni. Lo spettacolo è esaurito da tempo, neppure i miei parenti e né gli amici riusciranno a vederlo. Peccato, tra l’altro ho lavorato benissimo sia con Renato Sarti che con le altre due attrici e le bambine che interpretano il ruolo di Matilde.

Ma poi andrà in tournée?

Lo spero, dopo l’estate. Idem per il Riccardo II di Peter Stein. Nel frattempo riprendo L’allegra vedova, che sarà a Menotti di Milano a marzo e poi in giro per l’Italia. Torno al canto, mia grande passione.

(27 gennaio 2018, Alias- Il manifesto)

Il Freddo e il Libano si prendono Cechov

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E poi ci sono i grandi progetti della vita… Chi di noi non ne ha uno? Vinicio Marchioni –  diventato popolare grazie alla serie tv Romanzo criminale, ma con vent’anni di teatro alle spalle –  sta per realizzare il suo: firmare la prima importante regia teatrale. E per fare il grande passo ha scelto Zio Vanja di Anton Cechov, che dopo l’anteprima del 24 gennaio a Narni debutterà due giorni dopo al Teatro della Pergola di Firenze (repliche fino al 4 febbraio, produzione Khora e Fondazione Teatro della Toscana). Ma non finisce qui, perché Uno zio Vanja – questo il titolo dello spettacolo – diventerà anche film e sarà pure una piattaforma web da cui poter seguire tutte le varie fasi del progetto. “Ho iniziato ad amare Cechov anni fa, quando ne sentii parlare al Centro teatrale Santa Cristina di Luca Ronconi – racconta l’attore romano -. Non lo so perché me ne sono innamorato, ma più approfondivo la sua conoscenza, più sentivo che parlava di me”.  

Vinicio, da dove è partito per affrontare questo testo così importante?

“Sono partito da un adattamento, quello di Letizia Russo. Ogni volta che rileggevo Zio Vanja ripensavo al fallimento della mia generazione. Oggi nessun attore compra più un appartamento dopo aver girato un film e per chi recita in teatro è addirittura difficile sopravvivere. Pensando a tutto questo mi sono chiesto: e se anziché un’azienda agricola di fine Ottocento i nostri protagonisti avessero ereditato un teatro di provincia in una delle nostre zone terremotate? Dell’Aquila non si occupa più nessuno ed io volevo parlare del nostro Paese. Farlo attraverso il terremoto mi sembrava potesse essere la metafora giusta per affrontare il problema dell’immobilità dell’Italia”.

Preparandosi a questa regia, cos’è che ha cercato di tenere sempre a mente?

“In questi anni ho lavorato con molti registi: Antonio Latella, Giuseppe Marini, Luca Ronconi. Da ognuno ho cercato di rubare un insegnamento. Mi sono avvicinato alla regia con tanti dubbi, ma alla fine ho pensato che fosse anche naturale, una bella scommessa che affronto dopo una lunga esperienza nel cinema. In questa regia cerco di stare attento soprattutto a due cose: non tradire l’autore e far sentire amati gli attori, che devono sentirsi liberi anche di sbagliare”.

Dopo Romanzo criminale, torna a lavorare con Francesco Montanari…

“Volevo circondarmi di attori bravissimi e che conoscevo bene. Francesco per me è anche un amico, siamo molto legati. Lui sarà Astrov ed io zio Vanja”.

Parliamo del film e della piattaforma web.

“Saranno il secondo e terzo atto di un progetto realizzato con Pepsy Romanoff e Milena Mancini. Il film, girato con lo stesso cast, racconterà la medesima storia dello spettacolo teatrale attraverso un altro linguaggio. La piattaforma web, invece, servirà a documentare tutte le fasi creative del processo e ad arrivare ad un maggior numero possibile di persone. Abbiamo chiesto ad un videomaker di riprendere tutto, per avere una documentazione reale e quotidiana. Credo che così facendo Cechov possa diventare popolarissimo, basta affrontarlo come un drammaturgo che mette in scena delle dinamiche umane”.

Come è andata, invece, sul set di Drive me home di Simone Catania, con Marco D’Amore?

“Benissimo, abbiamo finito di girare a fine ottobre. Tra me e Marco è nato un grande sodalizio e una grande amicizia. Spero di poter lavorare ancora con lui, è un attore meraviglioso”.

(Il Venerdì di Repubblica, 22 dicembre 2017)

Un drink con Giulietta

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Un drink e via, che inizi lo spettacolo. Ma senza corse, perché stavolta il teatro accade proprio in mezzo a voi, mentre siete seduti davanti ad un tavolino e magari state per azzannare il vostro panino preferito o sorseggiando uno spritz in quel bar che tanto amate… Eh sì, d’altra parte bastano due attori, un musicista e le parole del Bardo per ricreare quella magica atmosfera che all’improvviso zittisce ogni rumore. Un allestimento semplice semplice in appena due metri quadrati, eppure incapace di lasciare gli spettatori indifferenti, che anzi, sono parte attiva dello spettacolo in cui lo scontro tra i Montecchi e i Capuleti avviene tra tavolini affollati di gente pronta a recitare al primo cenno. Nel nostro caso gli attori sono Enrico Pittaluga e Graziano Sirressi (musiche da vivo di Roberto Antonio Dibitonto, regia di Riccardo Mallus), estrosi affabulatori e accattivanti cantastorie.

Di bianco vestiti e con un’aria stravagante danno il via alla Tournée da bar, nome del progetto pensato e ideato da Davide Lorenzo Palla “per riportare il teatro in mezzo alla gente, coinvolgere nuovi spettatori, portare i grandi classici teatrali al bar”. E il teatro in mezzo alla gente è vivo eccome. I tavolini dello Zoo bar di Bologna sono tutti occupati da ragazzi che non si fanno certo pregare per svenire, ballare o urlare a seconda delle esigenze del copione. D’altra parte le frasi scritte sui muri bianchi di questo bellissimo spazio nel centro storico bolognese sembrano essere un prologo perfetto: “la fantasia è un posto dove ci piove dentro” scriveva Italo Calvino. E mentre lo sguardo viene rapito da parole, colori, casette di legno ecco che inizia Romeo & Giulietta (una produzione Ecate Cultura, coproduzione Teatro Carcano) con il giovane Romeo disperato per Rosalina e non ancora per Giulietta, come invece lascia intendere di sapere la maggior parte del pubblico, rivelando una conoscenza non approfondita di Shakespeare. Allora ben venga Tournée da bar, se aiuta anche ad avvicinarci meglio il grande Shakespeare. Diventato ormai un fenomeno socio-culturale il format ideato da Davide Lorenzo Palla si prepara a conquistare non solo il Nord, ma anche il Centro e il Sud d’Italia.  

IL REGISTA

“E pensare che è nato tutto per caso – ci racconta Palla, attore e regista, classe 1981 – proprio mentre in un bar raccontavo ad alcuni amici il progetto per il mio prossimo spettacolo. Eravamo seduti attorno ad un tavolino, ad un certo punto sono salito su una sedia e ho cominciato a declamare versi in mezzo al chiasso. All’improvviso il silenzio. Così ho capito che stavo facendo teatro e ho avuto l’intuizione… perché non portare il teatro in luoghi non convenzionali? Ed è così che da 5 anni Tournée da bar porta le parole di Shakespeare nelle osterie, nei locali, nei bar, nei circoli Arci”. Al momento sono tre gli spettacoli che girano l’Italia: Romeo & Giulietta, Macbeth e Otello. “L’idea nasce anche da una necessità, certo. Ho provato per diversi anni a fare l’attore di giro, ho lavorato con Castri, Popolizio dopo la formazione alla Paolo Grassi di Milano… ma quel sistema lì ad un certo punto è diventato stretto, le condizioni lavorative degli attori sono insostenibili. Eppure non ho mai avuto dubbi sul fatto che il mio mestiere sarebbe stato quello dell’attore. Sarà che mio padre era uno scenografo. Ho dei bellissimi ricordi della mia infanzia, allora guardavo il teatro da dietro. Quando ho detto a mio padre che avrei fatto l’attore, lui mi ha chiesto: ma sei proprio sicuro?”. Insomma mai avuto dubbi, nonostante i periodi difficili. “Il mio primo spettacolo creato, scritto e interpretato da me e portato nei bar, prima ancora dei testi di Shakespeare, fu Tritacarne Italia, che decisi di portare nei locali più per una scommessa: lanciare una sfida in un posto strano che diventava vivo proprio quando la città dormiva. Con Shakespeare ho usato molta immaginazione: c’è una scrittura collettiva che coinvolge direttamente il pubblico e ci sono la parole del Brado che vengono lette al leggio. Ho provato a pensare: cosa succede quando Romeo è in scena? E da lì sono partito per una riscrittura che gioca moltissimo con lo spettatore”. Che infatti ride, partecipa, svuota bicchieri di birra da riempire di sane risate. E se ci pensiamo, quello che accade in questi locali è molto più vicino all’idea di teatro popolare dell’epoca elisabettiana, quando la gente assisteva in piedi agli spettacoli del Globe Theatre, piuttosto che al teatro borghese di oggi.

I NUMERI

Un lavoro bellissimo, quello dell’attore, e in generale delle professioni legate al mondo dello spettacolo. Ma spesso questi lavori sono sinonimi di precarietà e di condizioni economiche insoddisfacenti, a meno che non si riesca a fondere in maniera armoniosa e intelligente l’aspetto creativo con quello più economico-aziendale. E anche questo è un piccolo segreto del successo di Tournée da bar, che si definisce una startup culturale. In questi anni ha fatto incetta di parecchi premi e bandi (CheFare, Funder35, Open di Compagnia di San Paolo, Rete Critica) che ha permesso alla compagnia di progettare nuove idee collaterali sempre con lo stesso obiettivo: intercettare nuove fasce di pubblico recuperando nello stesso tempo l’idea di festa e di condivisione dell’evento teatrale che trova spazio in luoghi alternativi alla distribuzione classica. “Sono soprattutto i giovani a seguirci – continua a raccontare Palla – perché vediamo nei giovani i primi interlocutori per un rilancio culturale. Oltre il 70% del nostro pubblico ha meno di 35 anni”. Gli stessi artisti e organizzatori sono degli under 35. “Il pubblico ci segue  e siamo molto felici. A Milano, che è la città da cui siamo partiti, ci è capitato di dover rinunciare a delle repliche perché il locale non sarebbe mai riuscito a contenere tutto il pubblico che aveva chiesto di partecipare”. Solo nel 2016 sono stati 8.200 gli spettatori raggiunti dalla Tournée; 58 i bar sparsi nelle 6 Regioni coinvolte.  E non finisce qui: a dicembre potrete vedere ancora Romeo & Giulietta in Valle d ‘Aosta, Alto Adige, Veneto, Piemonte e il 22 all’Ohibò di Milano con grande festa finale.

(Alias – Il Manifesto, 9/12/2017)