Marco D’Amore: “Il mio sogno? Essere un artista libero”

Tag

, , ,

Quasi vent’anni di carriera teatrale alle spalle e la popolarità arrivata all’improvviso con una serie televisiva: Gomorra. Buffo il destino, no? «So di aver preso parte ad un progetto di qualità, quindi mi sta bene così – dice Marco D’Amore, che nella serie prodotta da Sky è Ciro l’Immortale – . Con gli anni ho imparato ad affinare la mia capacità di scelta. Certo, il teatro è uno sport per pochi». E una volta che cominci a praticarlo è difficile farne a meno. In questi giorni sta provando American Buffalo di David Mamet, che aprirà la prossima stagione de Teatro Piccolo Eliseo di Roma (28 settembre-23 ottobre) .
Marco, non posso iniziare la nostra chiacchierata senza chiederti di “Gomorra”. Si è appena conclusa la seconda stagione, a fine estate inizierete a girare la terza e poi arriverà anche la quarta. Qual è la tua spiegazione di tanto successo?
«Ti dico la verità, sentivamo tutti noi una responsabilità alta nel fare questa seconda stagione di Gomorra. C’era un’attesa febbrile e noi non volevamo deludere le aspettative. Ripartire è difficile. Ma le ragioni del successo credo siano tante. Nella mia testa c’è prima di tutto la qualità del prodotto: Gomorra è un progetto che dedica tanto tempo alla scrittura, ha una grande attenzione per gli attori, mette insieme ben 4 registi, ha un ottimo direttore della fotografia, è un progetto atipico per essere un prodotto televisivo. E poi è una serie che pur essendo commerciale riesce ad essere un contenitore che riguarda il mondo, per questo viene venduta ovunque. Credo anche, questa almeno è la mia opinione, che rispetto alla seconda stagione ci sia anche un discorso di identità e di orgoglio. Il pubblico si è affezionato e ci segue un po’ come se fossimo la nazionale».
Tu e Roberto Saviano avete frequentato lo stesso liceo, anche se lui ha qualche anno in più di te. Come è andato il vostro incontro dopo tanti anni?
«Al liceo i ragazzi più grandi ci tengono a smarcarsi dai più piccoli; quindi io mi ricordo benissimo di lui (che all’epoca aveva i capelli lunghi e lo chiamavano “l’indiano”, ndr) e anche lui ha detto di ricordarsi di me, ma chissà se lo ha detto solo per farmi piacere… Comunque dopo avermi visto recitare nella prima stagione mi ha telefonato per farmi i complimenti. E poi siamo diventati grandi amici. Roberto è la nostra Bibbia. Lui non firma la sceneggiatura ma ha un rapporto costante con chi scrive».
C’è un altro incontro che mi incuriosisce, quello con Stefano Sollima, regista di “Gomorra”. Raccontaci come è andata.
«Non avevo proposto la mia candidatura… Mi sentivo così inadeguato, incapace di vestire i panni di un personaggio così spietato come Ciro. Ma Sollima mi aveva visto recitare in Una vita tranquilla di Cupellini e ha voluto incontrarmi. Avevo un corpo da comico, ero grasso, avevo i capelli ricci e la barba… eppure lui è se n’é fregato del mio corpo ed è andato oltre».
E con Ciro è arrivata pure la popolarità. Dopo tutti quegli anni di teatro…
«L’anno prossimo festeggerò i miei 20 anni di carriere teatrale. Ho iniziato a fare teatro a 16 anni».
Hai lavorato molto con Toni Servillo e Andrea Renzi, cosa hai imparato da loro?
«Sono maestri inconsapevoli. Non hanno la pretesa di erigersi a professori. Ma lo sono con il loro esempio. Hanno una grande curiosità per il mondo. Con Servillo si parla di cinema, di cucina, di letteratura… Devi nutrire l’essere umano. E loro lo hanno fatto. Toni diceva sempre che in teatro sono molto di più le rinunce rispetto ai successi. E in effetti i momenti di sconforto sono tanti, eppure si va sempre in scena».
E si va sempre avanti anche con altri progetti, come il film che hai girato sull’eternit: “Un posto sicuro”. Come è nata l’idea?
«L’idea è di Francesco Ghiaccio, con il quale ho fondato La piccola società, che ha prodotto spettacoli teatrali e cortometraggi. Lavoriamo insieme da 15 anni. Lui è di Casal Monferrato e quindi particolarmente sensibile al problema amianto, insomma abbiamo deciso che bisognava parlarne».
A settembre sarai di nuovo a teatro con “American Buffalo” di Mamet, di cui firmi la regia; ma sarai anche sul palco con Tonino Taiuti e Vincenzo Nemolato (adattamento di Maurizio Di Giovanni). Sarà un Mamet in napoletano, una follia!
«Secondo me non lo è se si conosce bene il teatro di Mamet. American Buffalo è il suo primo testo e racconta personaggi di periferia, descritti con un certo sound, un linguaggio che è molto simile al napoletano, perché arriva direttamente dalla pancia senza filtri. Quando l’ho proposto a Barbareschi, lui non mi ha posto limiti. Anzi, devo ringraziarlo perché è stato lui a farmi scoprire questo testo di Mamet. E leggendolo ho trovato degli aspetti comuni alla mia biografia».
Cioè?
«Certi personaggi che ho incontrato nella mia vita. Nella bottega, per esempio, c’è un proprietario che ha sempre attorno ‘o professore, uno che straparla sempre; poi c’è un ragazzino che fa sempre avanti e indietro e non si da dove provenga… Insomma ne ho conosciuti tanti di tipi così».
A Caserta?
«Io sono di famiglia napoletana, ma sono cresciuto a Caserta fino a 18 anni, poi sono andato via e ci sono tornato per Gomorra. E adesso, in questa prima fase di prove dello spettacolo, sono di nuovo a Caserta».
Ma insomma come stanno andando queste prove?
«Ogni volta che si ricomincia mi dico: ma chi me lo ha fatto fare? Però c’è una bella squadra. In questi giorni stiamo provando al Teatro Civico 14, uno spazio che non ha aiuti ma resiste… Ogni tanto c’è qualcuno che mi chiede un selfie, qualcuno che entra per un saluto, insomma siamo n’miez’a na via».
Hai da poco finito di girare “Brutti e cattivi” di Cosimo Gomez, con Claudio Santamaria. Come è andata con lui?
«Benissimo direi. Il film uscirà entro l’anno. Claudio per me è come un “panda”, un attore da preservare. Lui è l’attore. È meraviglioso».
Il tuo sogno nel cassetto?
«È un sogno che ho cominciato ad assaporare con Un posto sicuro: essere indipendente, non avere padroni».
Ok ora che abbiamo finito la nostra intervista qualche piccola anticipazione su “Gomorra” ce la puoi dare?
«Ma io non so niente… noi attori siamo gli ultimi a sapere. Anzi, se sai qualcosa tu, chiamami!».

(l’Unità, 14 luglio 2016)

Tim Robbins: “Mi ha salvato il teatro”

Tag

, , , ,

È un ragazzone alto più di un metro e 90 Tim Robbins. Bello e disinvolto, da giorni se ne va in giro per Spoleto in shorts e canotta. Con lui una schiera di musicisti, attori, e tante tante valigie. Lì dentro c’è tutto il loro mondo, fatto di musica, arte, passione, condiviso in parte con il pubblico di Spoleto, dove ancora fino a domani è in corso la 59esima edizione del Festival dei 2 mondi. La star di quest’anno è proprio lui, Tim Robbins, stella del cinema (premio Oscar per l’interpretazione nel film di Clint Eastwood Mystic River e regista e autore, tra l’altro, di Dead Man Walking – Condannato a morte) con un grande amore per la musica e il teatro, che a Spoleto si traducono in tre eventi: un concerto con la sua band, uno spettacolo tratto da 1984 di George Orwell e Harlequino: on the freedom, da lui scritto e diretto, in scena ancora oggi (ore 15) e domani (ore 11) al Teatro San Nicolò.
«È la mia seconda volta a Spoleto e la terza in Italia – ci racconta l’attore americano – . È un onore per me tornare quest’anno con due spettacoli teatrali e un concerto. Quando progetto uno spettacolo, lo faccio pensando a una struttura leggera che possa viaggiare. I nostri lavori viaggiano in valigie assieme alla compagnia, è una sfida a ridurre all’osso, i costumi, l’attrezzeria. Per il resto ci adattiamo a quello che troviamo su piazza. Qui a Spoleto ci troviamo benissimo, l’accoglienza della gente, la bellezza del luogo, tutti noi ci sentiamo a nostro agio. Prima di arrivare qui quest’anno siamo stati a un festival a Sibiu in Romania, lo scorso anno a Lione e in Spagna; il teatro di Actors’ Gang è legato alla tradizione europea. Per sviluppare la mia idea di teatro è stato fondamentale l’incontro con il Theatre du Soleil e Arianne Mnouchkine e uno dei suoi attori, Georges Bigot, che ha collaborato a lungo con noi».
Parliamo di musica. Il concerto di Tim Robbins & Friends è stato uno dei primi eventi del Festival: l’abbiamo vista cantare e suonare con la chitarra brani suoi, per noi è stata una gran bella sorpresa vederla in queste nuova veste… quando ha iniziato ad amare la musica?
«Mio padre era un musicista e un attore. La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Mia madre era una cantante, mio fratello David è un musicista (sue sono le musiche di Harlequino) e mio figlio Miles ha una sua band. Entrambi hanno suonato con me a Spoleto qualche giorno fa. Ho iniziato a suonare molto presto e non ho mai smesso, ma la mia carriera ha preso altre strade. Sono tornato a dedicarmici con più costanza negli ultimi anni, e qualche anno fa con il produttore musicale Hal Wilner abbiamo realizzato un disco delle mie canzoni eseguite dai Rogues con cui appena possibile non perdiamo occasione per esibirci dal vivo».
Considerando le sue grandi passioni (il cinema, il teatro, la musica), cerco di immaginare com’era da ragazzino… Che infanzia ha avuto?
«Sono cresciuto nel Village degli anni’60/’70. New York era una città molto diversa da quella di adesso e nel mio quartiere c’erano bande di giovani e un’alta criminalità. Credo che sia stata la fascinazione del teatro a salvarmi da prendere una cattiva strada. Le mie sorelle lavoravano a uno spettacolo tratto dal Piccolo Principe. Avevo 14 anni e non avevo mai fatto teatro. È stata una rivelazione».
Quindi il teatro è entrato nella sua vita molti anni fa e ancora oggi continua ad avere un ruolo molto importante. Con la sua compagnia, The Actor’s Gang, nata nel 1984, che tipo di lavoro porta avanti?
«Il primo spettacolo della compagnia è del 1982, il nucleo originale era formato da studenti della UCLA, appassionati di musica punk e rock e il teatro ci interessava per la sua matrice sociale. Così cominciammo a rivolgerci al teatro europeo, ai classici, Cechov, Ibsen, Shakespeare, Brecht… Come modelli avevamo Peter Brook, Grotowski, Arianne Mnouchkine, ma subivamo anche l’influenza dei Sex Pistols e dei Clash, e volevamo portare quella stessa energia nei nostri spettacoli, sul palcoscenico dell’università. Il nostro primo spettacolo è stato Ubu Roi, e l’accoglienza che ha avuto ci ha incoraggiato a continuare».
Qui a Spoleto abbiamo visto “1984”, una saga del potere rivisitata che tira in ballo la guerra in Iraq e il Grande Fratello, e proprio in questi giorni “Harlequino: on the freedom”, rivisitazione della Commedia dell’arte. Da dove nasce il suo interesse per questa forma artistica nata all’inizio del Cinquecento?
«La mia fascinazione per la Commedia dell’Arte ha radici lontane. Negli anni ’80 ho seguito un workshop di Georges Bigot del Theatre du Soleil sulla maschera. E abbiamo portato quegli insegnamenti nei nostri spettacoli e li abbiamo usati anche nel lavoro che svolgiamo nelle carceri. I detenuti sono incentivati ad esprimersi attraverso l’uso delle maschere, a impersonare Arlecchino, Pantalone, il capitano o gli amanti. Ma fino all’anno scorso non avevamo mai messo in scena uno spettacolo con i personaggi della Commedia dell’Arte. Sei o sette anni fa ha debuttato uno spettacolo dal titolo Break the whip e parte del processo creativo di quello spettacolo consisteva nel selezionare i caratteri della Commedia dell’Arte italiana, metterli in un vascello che attraversava l’Atlantico e raggiungeva l’America all’inizio del XVII secolo, ovvero all’epoca dei primi insediamenti, con la fondazione di Jamestown, segnata da eventi cruenti, addirittura episodi di cannibalismo. Dall’esperienza di quello spettacolo mi è rimasta la voglia di approfondire la conoscenza della Commedia dell’Arte. Mi sono concentrato sui primi ottanta anni della Commedia dell’Arte, di cui non esiste nulla di scritto, non ci sono testi, né canovacci ma sono solo stati ritrovati dei contratti per gli attori. E questo certamente conferma che molta parte consisteva nell’improvvisazione. Ma ero curioso di capire di cosa parlassero: quali potevano essere gli argomenti trattati nelle rappresentazioni all’epoca? Nel 1530, di che cosa si parlava nelle strade? Cosa attirava l’attenzione del pubblico? Le mie ricerche mi hanno portato a scoprire che c’era un fenomeno nuovo che era iniziato alla fine del XV secolo, la tratta degli schiavi dall’Africa. Nel 1530 quando la Commedia dell’Arte fa la sua comparsa ci sono già centomila schiavi africani in Europa. Ma chi erano e chi li possedeva? Così ho cominciato a scrivere di una compagnia di attori della Commedia dell’Arte che irrompe durante una conferenza e c’è il confronto tra gli accademici da una parte e questi giovani attori che ne mettono in questione l’origine. Non so dove stia la verità, ma so come gli artisti e gli attori lavorano, e che essere un attore in diverse epoche voleva dire esporsi a grandi rischi, fino a metter a repentaglio la propria vita, per raccontare le storie che si aveva l’urgenza di raccontare, ma non sempre ben accette ai governanti. Se non abbiamo traccia scritta dei primi ottantott’anni perché gli scritti sono andati distrutti o bruciati dalla censura, si è trovato il resoconto di un processo di un duca che volle mettere a morte tre attori per il contenuto del loro spettacolo. Sono molto curioso di sperimentare la risposta del pubblico italiano… Ne ho discusso con Dario Fo e mi ha incoraggiato».
Si sente più artista facendo cinema o teatro?
«Ritorno sempre al teatro come a una sorgente di energia. È una forma di sopravvivenza, di antidoto a Hollywood, è il mio modo di restare con i piedi per terra. Il successo a Hollywood ti costringe a una forma di superficialità che a lungo andare può essere molto rischiosa per il proprio equilibrio non solo come artista ma come persona. Ci si trova a dover scendere a compromessi, anche artistici, soprattutto negli ultimi tempi. Il teatro mi consente di tornare alla fonte della mia creatività, di essere autonomo e di creare ciò che sento la necessità di creare».
Che progetti ha per il futuro?
«Sto lavorando con la compagnia a un nuovo spettacolo intitolato Refugees. L’America è nata grazie ai rifugiati, all’immigrazione, noi siamo tutti rifugiati. Trovo che l’Italia stia dimostrandosi capace di rispondere con umanità all’arrivo di tanti rifugiati sulle coste dal Mediterraneo».

(l’Unità, 9 luglio 2016)

Rita Sala, il ricordo di un’amica

Tag

, ,

Non amo scrivere di attori, scrittori, artisti o colleghi che se ne vanno. Se posso evito sempre di farlo, soprattutto quando si tratta di persone che conoscevo molto bene. Non ce la faccio. Ma dal momento in cui ho saputo della morte di Rita Sala, per oltre trent’anni colonna portante del Messaggero, durante tutto il giorno non sono più riuscita a pensare ad altro e i ricordi si sono mescolati all’incredulità e alla rabbia.

Rita era una persona speciale, coltissima e passionale, generosa e altruista, spesso imprevedibile. L’ho capito subito quel giorno in cui ci siamo conosciute all’ultimo piano della sede del Messaggero in via del Tritone, dove arrivavo per fare uno stage nel servizio Cultura, spedita – su mia richiesta – dalla Scuola Superiore di Giornalismo di Bologna, una città che in qualche modo ci accomunava, come pure l’amore per il teatro. “Piacere Rita Sala”, mi disse, e le bastò vedere il mio volto illuminarsi dalla gioia per gioire lei stessa e accogliermi sotto la sua “ala protettiva”. Seduta di fronte a lei l’ho vista parlare con la stessa disinvoltura in spagnolo, greco, inglese, rintracciare in pochi minuti grandi scrittori o attori, scrivere dei calciatori della Roma come se fossero eroi dell’antica Grecia… e fuori dal giornale l’ho vista dettare al telefono le sue recensioni teatrali subito dopo una prima, ascoltare per ore la musica lirica, fare interviste in ville private, musei o teatri con la stessa competenza. Mi portava sempre con lei Rita. Amava insegnare il suo mestiere e lo faceva senza ostentare la sua immensa cultura ma semplicemente perché le piaceva condividere il suo sapere e metterlo a disposizione degli altri. Io mi sentivo una spugna e cercavo di assorbire tutto quello che potevo.

Quando sono stata assunta all’Unità abbiamo brindato, col tempo abbiamo continuato a frequentarci,  e quando, anni dopo, mi diedero l’incarico di vicecaposervizio alla Cultura lei mi disse: “Non smettere mai di scrivere, anche se sei al desk devi scrivere. Non importa se questo significherà lavorare il doppio, non rinunciare mai alla scrittura…”.

Non sai quante volte ho ripensato a quelle parole cara Rita, tu che eri capace, dopo aver scritto le tue meravigliose 150 righe, di impaginare il pezzo, titolarlo in dieci modi differenti, stampare tutte e dieci le pagine e poi venire da me dicendo: “quale funziona di più secondo te?”. Rita era proprio così, esagerata.

Un giorno però ti ho aspettata e tu non sei arrivata. Era il  giorno più importante della mia vita e volevo le mie amiche accanto. Non mi hai mai detto il perché ed io non te l’ho chiesto. Tutte e due orgogliose e cocciute, ci siamo perse ed ora è troppo tardi. Forse queste poche righe le ho scritte solo per dirti che per me eri un’amica preziosa e che ti volevo bene.

Candide, alla ricerca del pensiero critico

Tag

, ,

Partiamo da una premessa: ci sono spettacoli – e per fortuna – che sono come delle micce accese, fiamme pronte ad esplodere in una sana discussione, riflessione, confronto o chiamatela come volete. Sta di fatto che non possono esaurirsi sulla scena  ma devono in qualche modo continuare a vivere anche fuori, a sipario chiuso. Queste poche righe che stiamo scrivendo possono essere certamente un modo per proseguire la discussione. Ma ci sarebbe troppo da dire e allora proviamo a raccontarvi almeno l’essenziale del nuovo spettacolo di Fabrizio Arcuri, regista che ormai si è guadagnato il suo meritato spazio grazie soprattutto a certe intuizioni che in un modo o nell’altro ci inducono a riflettere su di noi (e ultimamente soprattutto sull’Europa, come Sweet Home Europa): dove siamo, chi siamo, in quale società viviamo…

E qui c’è già il nodo centrale del suo Candide di Marc Revenhill ispirato a Voltaire e in questi giorni in scena al Teatro Argentina di Roma: al centro di tutto c’è la nostra capacità critica, c’è da una parte un Occidente malato di “ottimismo” e dall’altro un pensiero che tenta di sfuggire all’ideologia dominante. Certo, c’è la filosofia di Leibniz da smontare, che Voltaire affrontò partendo dal terremoto di Lisbona del 1775 come risposta a chi pensava che il terremoto fosse parte di un piano divino per il bene dell’umanità. Revenhill la trasporta, invece, nel 2013, dandosi come obiettivo da colpire la crisi politica e culturale di oggi. Arcuri, infine,  ci presenta Cunegonda (oggetto de desiderio di Candide) come una vecchia Europa di 400 anni in cerca di un ultimo disperato bacio da parte di Candide, “pensiero positivo”.

Tre passaggi. Tre interpretazioni. Tante epoche, dal Settecento ai nostri giorni. Tanti generi, dalla farsa al musical. Una gran confusione? No, in realtà lo spettacolo è molto chiaro (forse non incisivo allo stesso modo in tutti i passaggi, ma diretto). Cerchiamo di spiegarci ancora meglio.

Qui abbiamo cinque quadri (e due storie parallele che poi si incontrano nel futuro). Nel primo capitolo siamo nel Settecento, Candide (filippo Nigro) è alla ricerca della sua amata Cunegonda (Federica Zacchia). Lo accoglie una contessa (Francesca Mazza) che per convicerlo a restare lo mette di fronte alla sua vita in forma di recita. Candide capisce che non è lì che deve stare. Col secondo capitolo piombiamo nel tempo presente: è il compleanno di Sophie, 18 anni, che  non comprende tante, troppe cose del mondo e allora fa un strage, uccide tutti. L’unica a salvarsi è la madre, che nel terzo capitolo scrive e racconta la propria storia in previsione di un film. Nel quarto atto ritroviamo Candide settecentesco che nel frattempo è arrivato a Eldorado, un luogo dove tutto appare bello e tranquillo, ma  in cui Candide sembra sentirsi come un pesce fuor d’acqua e dunque vola via su una pecora trainata da palloncini colorati. Lo ritroveremo ancora nel quinto e ultimo capitolo, in un futuro abitato da un Pangloss sopravvissuto al tempo e che continua morbosamente a credere alla sua idea di bene e da una vecchissima Cunegonda avvolta da una bandiera europea che chiede disperatamente di essere baciata.

Tra citazioni colte (tanto Shakespeare) e un linguaggio che cambia continuamente registro (cucito dalla musica dal vivo di H.E.R.) la domanda resta una sola: cosa ci aspetta davvero nel futuro? È come un grande lago in cui si rispecchiano le nostre immagini questo spettacolo, immagini deformate che ci guardano però dritto dritto negli occhi obbligandoci quasi ad una resa dei conti con noi stessi. Buono anche l’affiatamento fra gli attori. Senza dubbio da vedere.

(l’Unità, 7 marzo 2016)

Renzo Martinelli: “Nel mio film la verità su Ustica”

Tag

, , ,

Renzo Martinelli – regista, sceneggiatore, produttore cinematografico – è una di quelle rare persone che quando si appassionano ad un argomento scavano fino in fondo: incontri, interviste, documenti, ore e ore di letture… In poche parole Martinelli porta avanti una vera e propria inchiesta e poi, con tutto il materiale raccolto, realizza i suoi film. Lo ha fatto per il Vajont (Vajont – La diga del disonore, 2001), per il caso Moro (Piazza delle cinque lune, 2003) ed ora lo fa per il caso Ustica, al centro del suo nuovo film in uscita nelle sale il prossimo 31 marzo: si intitola Ustica, appunto, ed è una coproduzione italo-belga (distribuzione Independent Movies e Zenit Distribution).

In redazione Martinelli si presenta con una enorme carta geografica dell’Italia. Una di quelle che tutti noi abbiamo visto appese alla parete della nostra classe quando frequentavano le scuole elementari. La srotola sulla scrivania e comincia a indicare con il dito alcune rotte aeree, elementi  chiave della tragedia avvenuta il 27 giugno 1980, quando un DC-9 della compagnia Itavia, diretto da Bologna a Palermo, si squarciò in volo provocando 81 morti: Bologna, Grosseto, il punto Condor, la base aerea di Sigonella… «“Risolvete il mistero dell’aereo libico abbattuto e risolverete il caso Ustica”, diceva Spadolini, e aveva ragione».

Martinelli, cominciamo dall’inizio. Perché ha deciso di girare un film su Ustica?

«Non è mai il regista a scegliere il film, ma il film a scegliere il regista. O almeno per me è così. Accadde anche quando girai il film sul Vajont: ero a Erto per fare un sopralluogo in previsione di una storia partigiana e mi aggredì Mauro Corona bestemmiando come un pazzo. Mi regalò un libretto di Tina Merlin, giornalista de l’Unità, dedicato alla tragedia del Vajont. Da lì cominciò tutto. La stessa cosa è accaduta per Ustica. Avevo già scritto una sceneggiatura che ruotava tutta attorno all’affare maltese. Poi un giorno due ingeneri areonautici mi dicono: ammiriamo il suo lavoro, abbiamo raccolto dei documenti, perché non dà un’occhiata? Guardando quei documenti mi accorgo che le cose hanno un senso, vado a spulciare negli archivi dei giornali. A cinque giorni dalla tragedia Paese sera e l’Unità parlano di collisione in volo, poi più niente. Perché? Ho deciso così di buttare la mia vecchia sceneggiatura. E ne ho riscritta un’altra, frutto del lavoro di tre anni. Marc Bloch dice: il giudice e lo storico hanno un dovere in comune: l’onesta sottomissione alla verità».

Questa nuova sceneggiatura, come si legge nel trailer del film, racconta “una verità inconfessabile”. Qual è questa verità?

«È quella scritta nelle 5mila pagine della sentenza del  giudice Priore. Era già tutto lì. Io non ho fatto altre che mettere in ordine le carte e raccontare i fatti attraverso il film. La sera del 27 giugno 1980 il DC-9, diretto a Palermo, parte da Bologna con due ore di ritardo. Quel giorno, viaggia nascosto sotto la pancia dell’aereo civile, un caccia libico Mig 23 che andava a fare manutenzione nella ex Jugoslavia (in genere i caccia circolavano sotto la pancia degli aerei di linea maltesi, quindi il Mig23 era sotto l’aereo sbagliato). Non solo. Nei nostri cieli c’era un gran traffico, un vero e proprio scenario di guerra. Il Mig 23 aveva un appuntamento con un aereo maltese proveniente da londra che era  in ritardo come il DC-9. Ma all’altezza di Grosseto un radar di avvistamento molto potente lo identifica: c’è un “intruso” sotto la pancia del DC-9. Da Grosseto mandano così due piloti italiani a vedere cosa succede. L’“intruso” viene identificato come caccia libico e scatta l’allarme Nato. Ai due italiani viene ordinato di rientrare, mentre l’America manda due F5E Aggressor con l’ordine di “abbattere il nemico senza preavviso”. A quel punto il DC-9 inizia la sua discesa verso Palermo. Il Mig 23 capisce che sta atterrando e si allontana “facendo un salto da canguro”. Questo è il momento in cui i due americani lo attaccano. Il libico si rende conto che solo la vicinanza all’aereo civile può salvarlo e si riporta verso il DC-9 per posizionarsi sotto la pancia. Ma uno dei due F5E Aggressor impegnato a prendere la mira contro il libico non vede il DC-9 e a quel punto c’è la collisione. L’aereo libico, invece, punta verso Crotone ma verrà abbattuto da due F14 decollati dalla base americana di Sigonella».

In quegli anni siamo in piena guerra fredda: l’America è vicina al conflitto con la Libia, ma l’Italia ha più di un buon motivo per mantenere buoni rapporti con Ghedaffi. Se le cose stanno come ci ha raccontato a nessuno, Italia per prima, interessava svelare la verità su Ustica… 

«Come disse Andreotti: “l’Italia ha una sposa americana e un’amante libica”. Troppi interessi in ballo. Comunque l’errore è stato far rientrare alla base i due piloti italiani. Se avessimo seguito noi tutta la faccenda la tragedia non sarebbe accaduta, anche perché il libico era disarmato».

La sua ricostruzione mette fuori gioco tutte e tre le altre ipotesi circolate in questi anni: cedimento strutturale, bomba a bordo, missile francese.

«Certo. Il cedimento strutturale è la prima ipotesi che viene avanzata ma anche la prima ad essere accantonata. L’ipotesi della bomba messa nella toilette è facilmente smentita dal fatto che la passeggera seduta proprio davanti alla toilette non ha la schiena ustionata come invece avrebbe dovuto avere. L’ipotesi del missile francese, rispuntata fuori anche di recente, non regge perché se davvero un missile fosse stato lanciato, oltre a lasciare la firma per via delle sfere d’acciaio, avrebbe colpito uno dei due reattori del DC-9 che invece sono stati ripescati intatti. Inoltre un piccolo missile non avrebbe avuto la forza di colpire un aereo civile».

Altri artisti si sono occupati di Ustica, da Marco Paolini a teatro e Marco Risi al cinema. Cosa ne pensa?

«Lavori interessanti, ma non avevano i documenti che ho avuto io a disposizione».

Perché il giudice Priore non è riuscito a dimostrare la sua tesi?

«Gli hanno sbarrato la strada, impedendogli di andare avanti: prove che sono state fatte sparire sotto il suo naso. “Non sa la solitudine e le pressioni con cui ho lavorato”, mi ha detto».

Parliamo del film: la storia è pura invenzione. Ce la racconta?

«Prende spunto da una storia vera, quella di un padre che ha messo sua figlia sul volo sbagliato ed è impazzito dal dolore. Nel film è una madre (interpretata da Caterina Murino) che di mestiere fa la una giornalista. Scopre che suo marito è un ‘ndranghetista e per non fargli incontrare sua figlia la mette sul volo sbagliato. Una giovane pilota trova un carta aeronautica nel punto in cui viene abbattuto il Mig 23, decide di nasconderla e di andare a parlare con quella madre, nonostante il marito parlamentare le avesse consigliato di stare alla larga da Ustica. Quando, il giorno dopo, la giovane pilota verrà trovata morta la giornalista decide di ricominciare a fare quello che sa fare meglio: le inchieste. Il resto non lo raccontiamo, così venite al cinema».

Ha ancora senso fare cinema di inchiesta? 

«Il cinema ha un potere maieutico che altre arti non hanno. Ha il potere di evocare la verità e di comunicarla. Poi sta ai pm continuare il lavoro».

Cosa si aspetta da questo film?

«Credo che solleverà un gran polverone, come fu per il film su Moro per esempio. Ma poi tutto tornerà come prima».

(l’Unità, 2 marzo 2016)

Antonio Rezza al quadrato

Tag

, ,

È sempre così. Ogni volta che c’è uno spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella il teatro è colmo di gente. Bello vedere la sala piena, bello vedere con quanta energia questa coppia strampalata di artisti fuori da ogni schema o da ogni regola va avanti anno dopo anno per la sua strada, sempre e ovunque, mettendo in campo idee e provando a gettare in pasto al pubblico brandelli di realtà alla rinfusa per poi lasciare la gente lì, perplessa e terrorizzata nello stesso tempo, ma felice.

E visto che parliamo di pubblico, cominciamo da qui. Perché a giudicare dal nuovo spettacolo della coppia Rezza-Mastrealla – Anelante, in questi giorni in scena al Teatro Vascello – qualcosa sta cambiando. Sembra di aver visto solo ieri (e invece sono passati quasi trent’anni dal primo spettacolo) il terrore stampato sulle facce degli spettatori che speravano tremanti e imploravano tra sè e sè «no, ti prego, fa che non prenda me!» mentre assistevano ad uno dei tanti e assurdi lavori di Rezza. E lui non si faceva certo problemi a pescare a caso tra la gente e a gettarla sul palco, obbligandola alle peggiori torture. Ma già dal penultimo lavoro, Fratto X, il pubblico è rimasto seduto al suo posto. A fargli compagnia in scena c’era Ivan Bellavista, che ritroviamo anche in Anelante.

Stavolta, sono addirittura in cinque gli attori. Oltre a Rezza e a Bellavista, ci sono anche Manolo Muoio, Chiara A. Perrini, Enzo Di Norscia. Caspita… caspita, dopo tanti anni di solitudine sul palcoscenico, come mai questa scelta? Dunque, vediamo un po’. Rezza utilizza i corpi altri dal suo come un’estensione del proprio: braccia, gambe, teste, culi spuntano all’improvviso dall’habitat creato da Flavia Mastrella. È come se il suo corpo, ancora scattante come una molla, e il suo volto, capace di infinite sfumature di espressioni, e la sua particolarissima voce, non gli bastassero più. Ed ecco che ci troviamo di fronte ad un corpo di Rezza al quadrato (tanto per rimanere in tema di radici quadrate, di cui l’artista ci parla all’inizio dello spettacolo). Corpi o pezzi di corpi che parlano a modo loro di personaggi che si lasciano trasportare dagli eventi o di dialoghi impossibili.

Questione di numeri 

D’altra parte i numeri, a giudicare dagli ultimi lavori, sembrano appassionare parecchio l’artista di Nettuno. In questo caso ci mette dentro pure Pitagora, Copernico, Keplero. Ci sono anche i grandi della terra che si riuniscono per il G8,  ma che non riescono a raggiungere il numero legale; c’è pure il problema delle pensioni e quello del precariato, Dio e Freud… insomma i nostri giorni entrano nello spettacolo – come sempre del resto –  ma solo per raccontarci delle storie di ordinaria follia, che vengono presentate al pubblico come se stessimo ammirando un quadro vivente.

Nella parte finale, però, Rezza tira fuori dalla culla i suoi ricordi personali di bambino (alla sua maniera ovviamente… per esempio, dice, «se mi avessero chiesto “chi butteresti giù tra mamma e papà”? Io avrei detto mamma..»), ci racconta un po’ della sua famiglia e quando compare abbigliato come un marziano in compagnia dei suoi  performer è come se volesse confessarci che non ha più voglia di restare solo nel suo mondo extraterrestre. Forse chiede aiuto. O forse vuole solo dirci che è meglio ascoltare se stessi che altri. Ma almeno in compagnia ci si sente meno soli, e anche meno afoni.

(l’Unità, 4 gennaio 2016)

Claudia Gerini: finalmente torno in teatro

Tag

,

«Ora che le mie bimbe sono più grandi posso finalmente tornare a teatro… avevo così tanta voglia di farlo! È pazzesco quello che si prova quando si sale sul palcoscenico. Ero assente dai teatri da ben 12 anni, da quando feci Closer con Giancarlo Tognazzi. E poi, diciamo la verità, il teatro mi ha portato fortuna». Eh si, perché proprio in un teatro è avvenuto il primo incontro fra Claudia Gerini e Carlo Verdone, che l’ha scoperta e lanciata sul grande schermo con Viaggi di nozze. E chissà se il regista e attore romano tornerà a vederla in Storie di Claudia, scritto dalla stessa Gerini con Giampiero Solari, che firma anche la regia, Paola Galassi e Michela Andreozzi (da oggi a domenica al Teatro Il Celebrazioni di Bologna e dal 26 dicembre al 17 gennaio al Teatro Quirino di Roma, dove sarà in compagnia del pubblico perfino la notte di Capodanno).

Claudia, come andò quel tuo primo incontro con Verdone?

«Benissimo, è da lì che ha preso il via la mia carriera. Carlo venne a vedermi al Teatro Colosseo. Recitavo nella saletta «off» in Angelo e Beatrice di Francesco Apolloni, spettacolo ispirato alla storia di Adriana Faranda, una storia di lotta armata. Carlo venne a trovarmi in camerino, mi salutò e mi propose di fare il provino per Viaggi di nozze. Che andò molto bene. E da lì cominciò tutto».

E sul set è stato subito feeling?

«Be’, lavorare con Verdone è molto stimolante… Pensa che prima di conoscerlo io studiavo tutti i suoi film, lo imitavo, conoscevo a memoria le sue battute. Facevo parte di un gruppo di amici “verdoniani” che studiavano le sue movenze, l’ho tanto amato e quando ho iniziato a lavorare con lui ho avuto la conferma di avere di fronte un grande artista. Grazie a lui mi sono scoperta attrice comica e brillante. Chimicamente siamo una coppia. Siamo Jessica e Ivano. Non sono Claudia che fa da spalla a Carlo, non lo sono mai stata. E tutto è accaduto con grande naturalezza».

Tornerete a lavorare insieme?

«Sicuramente. Arriverà anche il quarto film…  Intanto, da marzo uscirà il film di Luca Lucini, Nemiche per la pelle, con Margherita Buy. Trovo che Margherita sia un’attrice fantastica, siamo anche diventate amiche. Siamo diverse, ma abbiamo anche qualcosa in comune, per esempio Carlo Verdone».

Nella tua carriera c’è anche tanta musica e, forse, lo zampino del tuo compagno, Federico Zampaglione (fondatore dei Tiromancino): è stato lui a tirare fuori la tua anima musicale?

«No, in realtà la musica è parte della mia vita sin da quando avevo 12 anni. Quando feci Sono pazzo di Iris Blond, il film di Verdone in cui cantavo, era il 1997 e io e Federico acora non ci conoscevamo. Lui mi ha fatto amare molta musica, mi ha fatto crescere e lavorare anche insieme è stato moto interessante. Ma la musica ha sempre fatto parte della mia vita».

E anche in questo nuovo spettacolo, «Storie di Claudia», ci sarà molta musica. Non solo, perché a quanto pare ti vedremo cantare, ballare, recitare…

«Sì le musiche dello spettacolo sono molto belle e sono state curate da Leonardo de Amicis. Io canterò cose molto diverse: I fall over again; Chica chica boom e Tico Tico di Carmen Miranda, Please dont’go…. Nello spettacolo, è vero, faccio un po’ di tutto, intrecciando balli e canti, è quello che volevo fare da tempo. Questo spettacolo era nella mia testa da molto».

Quanto c’è di Claudia Gerini in questo lavoro?

«È sicuramente uno spettacolo che mi rappresenta, ma non è una autobiografia. Parte da un presupposto romanzato, che ci racconta della piccola Claudia, una ragazzina curiosa, e della signorina Maria, ormai centenaria, che abita nel suo stesso palazzo e che rievoca tutto il Novecento attraverso una serie di personaggi. Grazie  ai racconti e alle storie della signorina Maria, Claudia  conosce donne incredibili, artiste famose e complicate,  cresce e diventa grande. Diventa a sua volta un’artista famosa e una mamma affettuosa, che porta con sé il desiderio di raccontare e trasmettere  l’amore e la passione per la vita e per il mondo dello spettacolo, così come la signorina Maria ha fatto con lei. Dunque davanti ai noi nostri occhi, come un baule pieno di cimeli, vengono rievocate grandi donne come Carmen Miranda, Marlene Dietrich, Monica Vitti…»

Queste donne sono state per te dei punti di riferimento?

«Si, sono donne che mi hanno ispirato e che qui vengono evocate con leggerezza. Trovo che sia uno spettacolo poetico e divertente».

È la prima volta, tra l’altro, che ti cimenti con la scrittura. Come è andata questa nuova esperienza?

«In effetti è la prima volta che mi trovo a scrivere un testo. All’inizio mi sembrava una cosa difficilissima. Ma volevo confrontarmi con un testo che mi rappresentasse. Poi ho scavato nel profondo del mio animo e non avendolo trovato me lo sono inventato. L’ho scritto anche mentre recitavo, nel senso che queste prime repliche (Avezzano, Pescara, Ancona) sono state un po’ delle prove, delle verifiche prima del debutto romano il prossimo 26 dicembre. Chiaramente abbiamo buttato giù il copione, ma poi la scrittura è cresciuta sul palcoscenico».

Bene, ora non ti manca proprio nulla. Dopo il teatro e il film di Lucini cosa altro dobbiamo aspettarci?

«Ah non so, sicuramente avrò l’estate impegnata. Vedremo».

(l’Unità, 18 dicembre 2015)

Zingaretti si fa in due per parlarci d’amore

Tag

,

Di storie gay, omosessualità e lotta al pregiudizio siamo ormai abituati a sentirne parlare anche in teatro (per fortuna). Le rassegne dedicate a queste tematiche pullulano e ci sono gruppi teatrali che ne fanno addirittura una bandiera (basta pensare a ricci/forte). Ma il testo in scena in questi giorni al Teatro Argentina di Roma va oltre gli interrogativi che possono scaturire da una scelta gay o etero, perché l’autore americano di origine greca, Alexi Kaye Campbell, si prende la briga di andare più a fondo, di scavare dentro di noi fino ad obbligarci a guardare la nostra immagine riflessa in uno specchio nel tentativo di rispondere alla domanda: chi siamo davvero? Cosa vogliamo dalla nostra vita?

È questo il punto di forza dello spettacolo The Pride, diretto da Luca Zinagretti, che è anche attore nei panni di Philip con Valeria Milillo (Sylvia), Maurizio Lombardi (Oliver) e Alex Cendron (L’uomo, Peter, il dottore). Aver scelto di portare in scena, per la prima volta in Italia, questo testo contemporaneo che ha debuttato al Royal Court Theatre di Londra (vincendo anche il Critic’s Circle Award e l’Olivier Award) e che affronta la grande questione dell’identità, riferendosi inevitabilmente ad ognuno di noi, uno per uno, è senza dubbio un merito. I tre protagonisti di questa storia  – Philip, Sylvia e Oliver –  vogliono la stessa cosa: «una vita più facile». Ma per ottenerla  devono fare i conti prima di tutto con se stessi. In maniera anche brutale a volte (come nella scena dell’atroce terapia medica per la cura dalla «deviazione»), eppure necessaria  se davvero sono in cerca di risposte. In realtà i personaggi non sono solo tre, ma sei. Ci sono cioè due Philip, due Oliver e due Sylvia in scena. E ci sono anche due storie e due epoche. Apparentemente lontane, eppure così vicine  da coincidere quasi, seppure con esiti diversi.

E qui veniamo all’altro aspetto interessante dello spettacolo. Le due storie si svolgono in periodi lontani fra loro: il 1958 e il 2015. Ma  le due epoche non corrispondono ai due atti. Le storie, infatti, procedono alternandosi dall’inizio alla fine. Così la pièce si apre in un interno di salotto borghese della Londra anni Cinquanta. Seduti su un divano c’è Sylvia, ex attrice reduce da un esaurimento, che finalmente può presentare a suo marito Philip lo scrittore per bambini Oliver, con il quale sta collaborando per le illustrazioni di un libro. I tre chiacchierano per in un po’ prima di uscire dalla casa che nei colori e nelle linee essenziali ricorda tanto i quadri di Hopper. Mentre i tre escono un grande schermo cala dall’alto ed ecco comparire un uomo in abiti nazisti che urlando punta una pistola contro un altro Oliver (un giornalista gay che ha appena rotto con Philip, fotoreporter). Lui se ne sta rannicchiato a terra in mutande. Poi si alza e mette fine al gioco di ruoli consolatorio. Siamo catapultati nella nuova epoca.

Il cambio di scena avviene ogni volta con semplici trovate e molto abile è stato lo scenografo Andrè Benaim ad accogliere questa sfida non facile. I personaggi entrano ed escono da un’epoca all’altra, cambiando abito rapidamente. E mano a mano che le due storie procedono anche la musica è diversa. Le pareti cadono. E le scene si fanno sempre più scarne fino ad ambientare il secondo atto in giardino, all’aria aperta. Bravi, dunque, gli attori a misurarsi con personaggi doppi eppure univochi. Coraggioso Zingaretti per aver scelto di affrontare una simile sfida, in cui il sentimento che prevale è pur sempre lo stesso: l’amore.  «Da quando mi sono innamorato di te, ho capito che il mondo si sbagliava» dice Oliver. Anche se negli anni Cinquanta amare poteva voler dire essere considerati malati. Oggi, invece, amare è possibile, ma per «avere una vita facile» prima di tutto bisogna aprire il proprio cuore a se stessi. Ed essere sinceri.

(l’unità, 30 novembre 2015)

Placido: “mi piacerebbe fare un film sullo scontro di civiltà”

Tag

, , ,

«Quanto mi sarebbe piaciuto dirigere un bel teatro come questo… », dice sospirando Michele Placido, mentre se ne sta seduto su una poltroncina rossa dell’Eliseo nuovo di zecca. «Eh si perché vengo dal teatro ed è quello il mio percorso, solo incidentato dal cinema e dalla tv… Nel cinema vivo alla giornata. Di sicuro, dopo i fatti di Parigi, sia la scrittura teatrale che quella cinematografica non potranno non tener conto di ciò che è accaduto. Io stesso non posso ignorarlo. Mi piacerebbe girare un film sullo scontro di civiltà tra Islam e Occidente…».

Intanto si prepara ad un doppio debutto previsto per martedì: a Roma andrà in scena Tradimenti di Harold Pinter, spettacolo di cui firma la regia (oltre ad averlo prodotto con la moglie Federica Vincenti), con un cast  interessante formato da Ambra Angiolini, Francesco Scianna, Francesco Biscione (Teatro Eliseo, repliche fino al 20 dicembre); e a Latina partiranno le riprese del suo prossimo fllm, 7 minuti, tratto da un testo di Stefano Massini, già portato a teatro da Alessandro Gassmann.

Per questo film pare sia successo un bel casino… «E come lo sa? – chiede sorridendo – Si si, ho deciso di far fare le parti più piccole alle persone del luogo. Quindi  si sono presentate centinaia di persone, tutti abitanti di Latina. È stata dura, ma alla fine ce l’abbiamo fatta e martedì iniziamo a girare. Poi c’è stata una specie di protesta perché tutti vorrebbero assistere alle riprese, faremo in modo di accontentare queste perone. Ho deciso di girare proprio a Latina perché è un città che sta attraversando una grave crisi a causa della chiusura di molte fabbriche e il film affronta proprio questo problema, dal punto di vista delle donne. Nel film ci saranno undici ritratti di diverse etnie, undici donne che raccontano la società femminile. Ho coinvolto anche molto compagnie teatrali del luogo e poi ci saranno Ottavia Piccolo e Balkissa Maiga, che erano già nel cast dello spettacolo». 7 minuti si ispira a La parola ai giurati, film di Sidney Lumet del 1957 e racconta di una vecchia e gloriosa azienda tessile acquistata da una multinazionale: non sono previsti licenziamenti, ma undici donne dovranno decidere se accettare la riduzione di sette minuti della pausa pranzo.

Nel cast ci sarà anche Ambra Angiolini, che prosegue, dunque, la sua collaborazione con Placido dopo La scelta, il film da pochi mesi nelle sale e ispirato a L’innesto di Pirandello. A teatro, invece, Placido sceglie Pinter: «Tradimenti è un testo fortemente voluto da Ambra e da Federica, mia moglie. Pinter racconta le nostre fragilità, attraverso un estremo tentativo di amare. Leggendo il testo con gli attori ho ritrovato tante storie attuali, mie e dei miei amici: tutti noi ci facciamo del male e ne facciamo agli altri, esattamente come i protagonisti, che sono sessantottini, intellettuali di sinistra, eppure falliscono e diventano squallidi nel loro privato. In fondo l’autore ci fa riflettere sullo stato di decadenza dell’Occidente attraverso il fallimento della famiglia. I personaggi hanno dei figli, eppure non li nominano mai, come se non fossero importanti». E pensare che Placido, invece, alla famiglia ci tiene eccome, tanto da non rinunciare a trascorre i suoi weekend con figli e nipoti: «Provengo da una famiglia di otto persone. Io ne ho 5 di figli e ho circa 30 nipoti.. siamo tutti a Roma e quindi la domenica ci vediamo. Ci sediamo a tavola e iniziamo a parlare di Padre Pio e così via… può succedere di tutto…».

Ma ai suoi nipoti, chiediamo, cosa ha raccontato del Sessantotto, di cui torna a parlare nello spettacolo (dopo il film Il grande sogno) e che ha vissuto da poliziotto (ha partecipato alla battaglia di Valle Giulia) prima di dedicare la sua vita arte? «Ero molto giovane allora e ho vissuto il Sessantotto da entrambe le parti: da poliziotto e da studente. La mia esperienza è diversa rispetto a quella della coppia di Pinter. Loro sono delle persone intellettuali molto preparate, la fine della loro storia d’amore in fondo è anche il fallimento di un’utopia rivoluzionaria. Ma io  non credo che il Sessantotto sia stato un fallimento totale, sono accadute anche delle cose belle e sono quelle di cui parlo con i miei nipoti: la tolleranza, il rispetto, la voglia di lottare. È questo che dobbiamo insegnare a giovani. In questi giorni, per esempio, parlo con i miei nipoti di quello che sta accadendo, cerchiamo insieme di capire quale atteggiamento adottare di fronte al terrorismo, li invito a non farci prendere dal panico. E non è vero che le nuove generazioni sono più passive, basta pensare a Valeria Solesin. Il messaggio del padre è un messaggio di amore e ci dice quanto fosse speciale questa ragazza. Mi infastidisce, invece, l’atteggiamento che spesso abbiamo verso la classe politica. Si può essere d’accordo o no con Renzi ma vivaddio non abbiamo più a che fare con la vecchia politica…».

E con gli attori, che regista è? «Il teatro non mi stanca mai, mi dà sempre un’adrenalina straordinaria. Quando inizio un nuovo lavoro uso il mio istinto attoriale, non mi voglio imporre. Costruisco lo spettacolo con i miei attori. Diciamo che sono un capocordata». «E il pubblico ride perché tutti noi, se qualcosa accade agli altri, ne vediamo l’assurdità», aggiunge Francesco Scianna riferendosi a Tradimenti. «Tradirsi a volte significa conoscersi un po’ meglio – spiega Ambra Angiolini – : la mia Emma è disposta a tradirsi prima ancora che a tradire, è una donna silenziosa e molto moderna nel suo cercare continuamente  se stessa». Placido  ci anticipa che continuerà a produrre, tramite la Goldenart, soprattutto testi di drammaturgia contemporanea: «Il prossimo anno debutterà Il Padre con Alessandro Haber e poi stiamo scegliendo proprio in questo periodo un nuovo testo italiano». Intanto proprio in questi giorni lo vediamo recitare nella serie tv In Treatmen, regia di Saverio Costanzo, che ha preso il via su Sky Atlantic e che ricalca esattamente tempi e appuntamenti di una seduta psicanalitica. «Non sono mai andato in analisi perché ho tanti fratelli e sorelle con cui parlare…» dice. «Ma lui – scherza Ambra Angiolini – ne ha mandati tanti in analisi!».

(l’Unità, 25 novembre 2015)

Io, ergastolano, ho trovato la mia libertà sul palco

Tag

, ,

Il passato da camorrista, tre omicidi, e la condanna all’ergastolo «ostativo», quello più duro, che non prevede libertà fino alla morte, pesano come un grosso macigno sulle spalle di Cosimo Rega, oggi attore e scrittore. «Ci penso tutti i giorni, il senso di colpa è qualcosa che ti porti dentro. Ma in questi 37 anni di carcere ho capito che il male non si può combattere, si può invece coltivare il bene. Ed è quello che sto cercando di fare, attraverso la cultura e il teatro». Cosimo oggi ha 63 anni e lavora in portineria all’Università di Roma Tre. «La mia sveglia suona alle 5.30. Devo essere qui alle 7 quando sono di turno la mattina. Finisco alle 12.50. Poi pranzo, prendo l’autobus e alle 16 rientro in cella. Il sabato e la domenica, invece, resto in carcere. Lavorare è un beneficio che mi è stato concesso dal direttore dell’Istituto penitenziario di Rebibbia tre anni fa (articolo 21)». Mentre chiacchieriamo, lì all’Università, qualcuno passa, si ferma a salutare. Arrivano anche due studenti-attori del Dams, Alfonso Carfora e Clara Morlino, che da stasera e fino a giovedì saranno in scena con Cosimo Rega, Mariateresa Pascale e gli altri studenti universitari al Teatro Vascello di Roma per l’allestimento dello spettacolo NoveEtrentatrè (regia di Tiziana Sensi), ispirato al romanzo di Rega, Sumino ‘o Falco. Autobiografia di un ergastolano, pubblicato dalla casa editrice Robin.

«Sono loro, questi ragazzi, a rendermi felice, più che il film dei Taviani…». Eh già, perché Cosimo, probabilmente, lo avete visto sul grande schermo nei panni di Cassio in Cesare deve morire, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2012. «Per me, naturalmente, fare quel film è stata un’esperienza interessantissima, arrivata alla fine di un percorso iniziato anni prima. La cosa più bella è stata vedere  gli agenti, i detenuti, i tecnici… che stavano lì tutti insieme. Certo non avrei mai immaginato che il film avrebbe avuto un tale successo. Ho saputo dell’Orso d’oro mentre ero a pranzo con la mia famiglia per festeggiare il Natale. Ho visto la luce negli occhi dei miei figli e ho capito di aver recuperato la dignità. Fino ad allora credo che loro sentissero l’umiliazione di essere figli di un ergastolano. Alla mia famiglia ho raccontato tutto di me dopo la sentenza dell’ergastolo, che prevede tra le altre cose l’isolamento, la cancellazione dall’anagrafe, la perdita della patria podestà… Ero diventato un numero. In quel caso l’affetto familiare è stato fondamentale».

Che poi Cosimo ha sempre cercato di tenere i familiari fuori da certe questioni. «Vengo da una famiglia umile, siamo 9 figli. Quando avevo 17 anni decisi di lasciare il mio paese d’origine (Angri, in provincia di Salerno, ndr) per cercare lavoro a Torino. L’ho trovato all’Abarth, ma in seguito ad un brutto incidente decisi di tornare nella mia città, rinunciando alle mie aspirazioni (mi piaceva suonare ed ero un portiere di calcio abbastanza bravo). Mi fidanzai con la donna che è ancora oggi mia moglie, una donna molto forte che non  mi ha ma abbandonato. Lei rimase incinta. Ne parlai con mio padre, ma  la reazione fu molto dura. Disse: “Esci, vattene di casa”. Senza soldi e senza aver studiato ero molto fragile, mi ritrovai al bar con tre persone che stavano organizzando dei furti d’auto a Roma. Da lì è iniziata la mia carriera camorristica, fino a diventare un assassino…».

Ma come si combatte la camorra? A questa domanda Cosimo risponde con un aneddoto: «Un giorno, in un carcere minorile, un ragazzino mi ha chiesto “Quante persone hai ammazzato?”. Io ho risposto: “Dovresti riformulare la domanda e chiedermi quante persone ho reso vedove o orfane. Lui mi ha guardato senza più un briciolo di ammirazione… “Ti ho deluso? – gli ho chiesto – Ora vivo con 7,50 euro al giorno”. Mi ha guardato come per dire “ma tu si’ scemo…”, e poi ha detto: “Io guadagno 1500 euro a settimana senza fare niente”. L’unica arma per battere la camorra è la prevenzione».

Ma il passato, purtroppo, non si può cancellare. E neppure il rimorso per aver creato vedove e orfani è qualcosa che se ne va. Resta lì, a ricordarti tutto il dolore provocato. «Mi verrebbe voglia di prendere quel ragazzo che ero e di scuoterlo, ma quel ragazzo non c’è più, ora c’è un uomo do 63 anni che vive con quel rimorso. Grazie all’arte vivo almeno con la consapevolezza di non avere più una vita banale. Sento il senso della responsabilità verso quelle persone che in carcere tentano di ritrovare una strada persa… soprattutto per quelli come me, che accanto al nome portano la scritta “fine pena mai”».

Ma allora, chiediamo a Cosimo, cos’è la libertà? «Io non credo esista la libertà, c’è la ricerca della libertà, questo rende liberi. Io me la gestisco sul palco». La sua prima esperienza teatrale, grazie all’educatore Antonio Turco, è stata con Bazar napoletano, andato in scena al Teatro Argentina negli anni Ottanta. «Nel 1994 – continua a raccontare – fui trasferito nel reparto di Alta sicurezza, una condanna durissima. Lì ebbi paura di affossarmi nel nulla. Feci per due mesi lo sciopero della fame. Io volevo vivere e non sopravvivere. Il nuovo direttore del carcere fu molto disponibile. Aprimmo un Circolo Arci e fondai, all’inizio degli anni Duemila, la prima compagnia teatrale di Rebibbia: Liberi Artisti Associati», che, fra i tanti lavori, ha portato in scena La tempesta di Shakespeare secondo Eduardo De Filippo, con la regia di Fabio Cavallo. «Quando arrivò la moglie di Eduardo, Isabella, e mi prese sotto braccio chiedendomi “ma come te lo immagino Prospero?”, fu un’emozione grandissima».

Shakespeare, d’altra parte, gli fa compagnia da  un po’ («di perdono e di senso di colpa Shakespeare ce ne parla da tempo…»). Un po’ come Re Claudio nell’Amleto, un po’ come Gennaro Jovine in Napoli milionaria di De Filippo, Cosimo ha impersonato tanti personaggi in una sola persona («quasi sempre ho fatto degli eroi, quando sono stato costretto ad interpretare un assassino, ho capito che forse era il momento di fare i conti con me stesso»). Ma il suo sogno, ora, è fare il nonno: «Ho tre nipoti e… so che è impensabile, ma voglio essere fiducioso e sperare di poter trascorrere il tempo che mi rimane da persona libera».

(l’Unità, 24 novembre 2015)

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.