Luis Sepúlveda si racconta

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“Così diceva la prima pagina del Manifesto e il giornale amico mi è caduto di mano mentre camminavo su una strada di Rapolano, vicinissimo a Siena”. Con queste parole inizia il capitolo in cui Luis Sepúlveda ricorda la scomparsa del suo amico “Manolo”, ovvero Manuel Vázquez Montalbán. Ma in quelle 300 pagine di Storie Ribelli (Guanda), che lo scrittore cileno presenterà in anteprima domenica 17 a Pordenonelegge, ci sono anche tante altre storie, personaggi, fatti (perfino il rapimento di Giuliana Sgrena e l’uccisione di Nicola Calipari). Ci sono, insomma, i racconti di una lunga vicenda umana, politica e civile. Ne parliamo con l’autore.

 Sepúlveda, lei è uno scrittore molto amato in Italia, immagino lo sappia. E viene spesso a trovarci. Non ha mai pensato di vivere qui?

Ho pensato più di una volta di vivere in Italia. Solo un pericolo mi ha trattenuto: dopo un anno peserei più di 200 chili. In nessuna parte del mondo si mangia tanto bene quanto in Italia.

Da un paio di mesi, finalmente, lei è tornato ad essere un cittadino cileno. Dopo 31 anni il governo ha deciso di porre fine ad un’ingiustizia. Il racconto di quella giornata al consolato apre il suo nuovo libro Storie ribelli. Cosa si prova ad essere di nuovo un cittadino della propria terra? Tornerà a vivere in Cile? 

È bello quando finalmente si pone fine ad un’ingiustizia, ma niente di più. Io non sono un patriota, sono un internazionalista. Ora come cittadino cileno posso votare e il mio parere sulle questioni sociali e politiche diventa un po’ più legittimo. Ecco, questo è tutto. Non c’è nessun cambiamento emotivo o culturale importante. Non penso di tornare a vivere oggi in Cile, preferisco continuare a vivere il Cile attraverso la mia memoria e i miei ricordi.

È stata molto dura la condizione di apolide? 

È una condizione terribile perché la persona apolide è sospetta di tutto e niente. Durante i controlli alla frontiera, negli aeroporti, i poliziotti non sanno cosa fare, la persona apolide è un essere spogliato di tutti i diritti.

In Storie ribelli ripercorre 40 anni di vita personale e non solo attraverso scritti militanti in cui racconta, denuncia, accusa. È per questo che scrive? Per dare voce al silenzio?

Sono sempre stato molto orgoglioso della mia generazione militante, delle centinaia di migliaia di giovani che cercano di cambiare la società. Sono un sopravvissuto di una generazione sacrificata, molti di coloro che sono stati i miei compagni sono morti o stanno sparendo, ma io sono la loro voce. Finché io vivrò le voci dei miei compagni rimarranno vive. Ecco perché scrivo.

Nel primo capitolo del suo libro ricorda Óscar Lagos Ríos, il più giovane della scorta di Allende, morto a soli 21 anni “nel giorno più nero della storia de Cile”. Anche lei ha fatto parte del Gap e quell’11 settembre del 1973 è al centro del suo racconto, che da lì parte e lì ritorna sempre. Quale è il sentimento che prevalse, rabbia o paura?  

Il sentimento che prevale è un misto di dolore e orgoglio. Dolore per le vite perdute, sacrificate e orgoglio per essere stato insieme a quelle persone straordinarie. Ogni volta che vado a Santiago, in Cile, visito il cimitero e vado alla tomba dei compagni del Gap. Lì, mi fermo davanti alla lapide su cui è scritto il nome di Óscar Lagos e gli racconto di mio figlio maggiore, che Óscar ha preso tra le braccia quando era neonato; ora è un uomo sposato con una bella donna e ha due figli. E al momento di salutare Óscar vado sempre via dicendo “è stato un onore condividere gli anni duri con te, compagno”.

Ha mai pensato di non farcela, per esempio nel periodo in cui subì le torture?

Come tutti i militanti che hanno subito le torture o sono stati nei campi di concentramento, sapevo il perché mi trovavo in quella situazione. Non parlo spesso di quell’esperienza, ma ricordo sempre che i miei compagni torturati ne uscivano senza essere più in grado di stare in piedi, con le ossa rotte, con lividi in tutto il corpo e la prima cosa che dicevano era “non ho parlato, non ho detto niente”. Il valore di questi uomini e donne è il mio fondamento morale, è la pietra miliare che mi sostiene.

 Di Pinochet, scrive, “non resta assolutamente nulla degno di essere ricordato, forse il fetore”. Di Allende ricorda “la sua integrità politica e umana”. Questo libro contiene anche molti altri ritratti, di persone amiche ma anche di persone che non le piacciono, dagli “Infami che permettono a Pinochet di evitare il giusto processo” a scrittori tanto amati come Chatwin o Coloane. C’è qualche personaggio di cui non ha avuto ancora modo di parlare ma al quale le piacerebbe dedicare qualche pagina, chissà magari in un libro futuro?

Sto lavorando lentamente ad un libro che ha come titolo provvisorio Gratitudes, dove parlo di scrittori, pittori e altri artisti, insegnanti, a cui devo molto. Ho sempre pensato che non esista un orfano più triste dello scrittore senza insegnanti e io sono molto grato ai miei maestri.

In Storie ribelli parla anche della lotta ai padroni del mare. Le battaglie ambientaliste sono ancora fra i suoi principali interessi?

L’ambientalismo è una delle mie preoccupazioni politiche, so benissimo che i crimini contro l’ambiente hanno un’origine economica e tutto ciò che è economico è intrinsecamente politico.

Come immagina il futuro del Cile?

È molto difficile immaginare il futuro di un paese apatico, socialmente rovinato e politicamente inerte e incapace di immaginare un’alternativa al neoliberalismo prevalente. È vero che ci sono settori della società che interpretano in maniera reale e adeguata la realtà e la possibilità di cambiarla, ma purtroppo sono solo una minoranza. In altri Paesi con governi neoliberali lo Stato si è indebolito fin quasi all’estinzione. In Cile, lo Stato è diventato un’azienda a servizio degli interessi delle grandi multinazionali che sono proprietari del Paese. È vero che ci sono forze politiche che ipotizzano un cambiamento, ma senza sapere in che modo questo cambiamento possa avvenire in maniera coerente. È molto difficile immaginare il futuro del Cile.

E della situazione del Venezuela, dove la deriva dittatoriale di Maduro sta mettendo in ginocchio il paese, cosa ne pensa?

Sono sempre stato abbastanza critico nei confronti del chavismo e questo ha significato per me tante discussioni con i miei colleghi della sinistra Neanderthal. Per quanto petrolio possa avere un Paese, non c’è crescita politica e culturale se si basa tutta l’economia sull’estrazione di una materia prima, senza diversificazione, senza accettare la sfida di nuove tecnologie o la necessità di promuovere energie rinnovabili. Dopo la morte di Chávez, è evidente che il successore, Maduro, non era il più adatto, il più forte dal punto di vista intellettuale per approfondire la cosiddetta rivoluzione bolivariana. Il Venezuela è un Paese che è passato dalla più grande corruzione a un tentativo rivoluzionario che non è stato capace di spiegare il perché della necessità di cambiare la natura di uno Stato corrotto in uno Stato dalla natura solidale. Non si può nemmeno ignorare che gli Stati Uniti hanno cercato di destabilizzare il Venezuela sin dal primo giorno del chavismo. Tuttavia, il Venezuela ha un problema che deve essere risolto dai venezuelani e senza interferenze straniere. Il grande problema del Venezuela non è una possibile deriva dittatoriale di Maduro o che abbiano sorpreso  Lilian Tintori con una fortuna illegale nella sua auto. Il problema del Venezuela è il petrolio, l’oro nero che ha sotto il suolo delle sue foreste e pianure.

Tra i suoi libri più amati e più letti c’è Storia di una gabianella e di gatto che le insegnò a volare. Tornerà presto a scrivere una nuova favola? 

Sì, la favola è un genere letterario che mi piace molto, e sto anche lavorando a una nuova storia.

(Alias, il Manifesto, 9 settembre 2017)

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Ragazzi, questo non è un teatrino

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Se l’ultima volta che avete visto uno spettacolo per bambini risale alla vostra infanzia, magari proprio in compagnia dei vostri coetanei di allora di fronte a dei simpatici burattini, è meglio che vi prepariate. Soprattutto nel caso in cui dobbiate accompagnare i vostri figli o nipoti. Potreste anche rimanere scioccati. Gli spettacoli pensati per un pubblico più giovane, oggi, sono il vero terreno di gioco su cui le compagnie possono sfidarsi a colpi di creatività senza  paura di sperimentare nuove forme e nuovi linguaggi, mescolando gli stessi burattini alla danza o il teatro d’animazione a quello di ricerca. L’occasione per gettare uno sguardo internazionale su ciò che la fantasia suggerisce agli artisti con i loro spettacoli per famiglie arriva dal Romaeuropa Festival (20 settembre – 2 dicembre), che quest’anno per la prima volta ospiterà all’interno della sua programmazione un focus destinato ad un pubblico più giovane (dai 18 mesi in su).

Ad aprire quello che sembra un vero e proprio festival nel festival – Ref Kids, a cura di Stefania Lo Giudice – sarà la compagnia di Akram Khan con Chotto Desh, la versione per bambini dello spettacolo autobiografico Desh, presentato dal danzatore anglo-bengalese al Romaeuropa Festival 2012 (Teatro Vascello, 10-12 novembre). “Questo lavoro stimola la riflessione sulle tensioni razziali e culturali che crescono nella nostra società e sull’impatto che hanno su di noi”, spiega Sue Buckmaster, regista di Chotto Desh e direttrice artistica del  Theatre-Rites. Lei e Akram Khan si sono conosciuti a Londra qualche anno fa. “Credo che fosse arrivato il momento giusto per lui di allargare il suo pubblico”. Chotto Desh (Piccola patria) racconta la storia di come Akram Kahn sia riuscito a diventare quel ballerino straordinario che conosciamo, mescolando sulla scena la danza classica e contemporanea con le animazioni oniriche di coccodrilli, elefanti, farfalle e fiori.

E’ possibile, quindi, sperimentare nuovi codici della danza o del teatro per i bambini? “Naturalmente, altrimenti mi sarei annoiata da tempo –  scherza Sue Buckmaster -. Può essere incredibilmente eccitante creare un lavoro per un pubblico giovane. E la danza riesce a veicolare idee più difficili da descrivere a parole, è aperta all’interpretazione e pertanto valorizza l’opinione e il sentimento del pubblico”.

Ma sperimentare significa anche rischiare…“Non esiste una formula magica per fare un bello spettacolo – spiegano Jean-Baptiste Maillet e Romain Bermond, fondatori della compagnia Stereoptik  – . Quello che a noi piace, per esempio, è far condividere un momento speciale a persone provenienti da culture, età ed estrazione sociale differenti”. Al Romaeuropa il duo francese (entrambi sono artisti visivi e musicisti) presenterà due spettacoli: Dark circus (11-12 novembre, La Pelanda) e  Congés Payés (Ferie pagate, 18-19 novembre, La Pelanda). Il primo – che ricorda tanto la magia del cinema in bianco nero – nasce da un’idea di circo un po’ noir in cui ogni singolo numero si trasforma in catastrofe e che prende spunto da una storia di Pef (Pierre Elie Ferrier), autore di molti libri per bambini. Il secondo, invece, è una specie di viaggio alle origini del concetto di vacanza, con vecchi filmati delle gite al mare o in montagna, fotografie ingiallite, disegni, sacchetti di plastica e musica dal vivo. “Sul palco – raccontano Maillet e Bermond – , utilizziamo cose semplici che tutti noi abbiamo in casa: carta, pennarelli, vernici… Con questi materiali realizziamo delle opere dal vivo che poi utilizziamo per raccontare storie, introducendo anche movimento e ritmo. Il pubblico può assistere così sia alla produzione delle opere che alla proiezione cinematografica sullo schermo. Questa libertà di scegliere cosa guardare permette allo spettatore di crearsi il proprio film”.

Uno sciamano accerchiato da maschere, burattini e ombre, invece, è al centro de La mia grande avventura, scritto da Valerio Malorni e Fabrizio Pallara, che firma anche la regia dell’unico spettacolo presentato da una compagnia italiana, il Teatro delle apparizioni (17-19 novembre, La pelando, produzione CSS Teatro stabile di Innovazione Friuli Venezia Giulia). “Il nostro spettacolo racconta la storia di un bimbo di 7 anni che scappa dalla guerra e si ritrova da solo in un bosco popolato da spiriti – ci racconta Pallara -. Dopo tante fiabe classiche, stavolta attingiamo all’immaginario africano per mettere alla prova le nostre paure. Purtroppo in Italia c’è la tendenza a considerare il ‘teatro ragazzi’ di serie B, ma noi abbiamo scelto, ormai da una decina di anni, di rivolgerci ai bambini e ai genitori insieme perché pensiamo che in quel momento ci sia un’epifania, qualcosa di magico che accade”.

Su un punto sembrano essere tutti d’accordo: il teatro per i più piccoli dovrebbe essere fatto con la stessa competenza e attenzione ai dettagli che ogni lavoro per gli adulti ha. “I bambini non hanno pregiudizi, quindi con loro si può essere molto più liberi di osare”, aggiunge Pallara. A questo proposito, durante il periodo del Festival, negli spazi della Pelanda, ci sarà anche un Labirinto di 300mq in cui i bambini potranno entrare ed uscire attraverso un percorso sonoro pensato da Okapi (allestimento architettonico a cura di Sara Ferazzoli e Fabrizio Pallara). E naturalmente al Ref Kids arriveranno anche tante altre compagnie, dal Theater de Spiegel a Laurent Bigot. “L’arte è viva e in continua evoluzione con i tempi”, come dicono gli Stereoptik. Basta fidarsi un po’ e seguire le strade infinite della fantasia.

(il Venerdì di Repubblica, 08/09/2017)

Il sogno di Serra Yilmaz

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Il suo volto, con quegli occhi blu e il sorriso sincero, abbiamo imparato a conoscerlo grazie ai film di Ferzan Ozpetek, che ormai non può più fare a meno di lei, o quasi. Eppure Serra Yilmaz, prima di dedicarsi al cinema, ha iniziato a recitare in teatro. Quest’anno festeggia 40 anni tondi tondi di palcoscenico. “Se ci penso mi sembra quasi impossibile che siano passati così tanti anni – ci racconta l’attrice turca – eppure è proprio così. Era il 1977 quando cominciai a fare teatro. Il cinema è arrivato qualche anno dopo, nel 1983; in Italia, invece, nel 1998 con Harem Suare e 13 anni fa  anche il teatro con la pièce diretta da Angelo Savelli, L’ultimo harem, un caso unico per numero di repliche. Lo spettacolo è andato in scena per tanti anni, finché si è deciso di interrompere la tournée visto che da tre anni sono in scena anche con un altro spettacolo, La bastarda di Istanbul. Ma il pubblico ha protestato! E così L’ultimo harem verrà ripreso questo inverno. In fondo sono gli spettatori a dover scegliere, perché interrompere noi qualcosa che piace?”.

Nel frattempo i nuovi progetti avanzano… Il Todi Festival (26 agosto-3settembre) si è aperto con uno spettacolo nuovo di zecca, di cui lei è protagonista: Grisélidis/Memorie di una prostituta di Coraly Zahonero, regia di Juan Diego Puerta Lopez, sax solista Stefano Cocco Cantini. E dopo Todi, il monologo sarà in tournée nelle principali città italiane. Serra, chi è Grisélidis Réal?

Grisélidis Réal è un bel personaggio, molto affascinante (è nata a Losanna nel 1929 ed è morta a Ginevra nel 2005 per un tumore, ndr). E’ stata un’attivista, oltre che scrittrice  e pittrice, si è battuta  a lungo per i diritti delle prostitute in Svizzera e in Francia. Nel 1975 fu tra le 500 prostitute che occuparono la Chapelle Saint-Bernard per chiedere la tutela delle loro condizioni di salute. Grisélidis aveva però una sua idea della prostituzione, sceglieva lei gli uomini e poi annotava tutto. Si sforzava di capire perché alcuni uomini si rifugiassero tra la gambe delle donne che mettevano in vendita il proprio corpo. C’era in lei, quindi, un aspetto di grande umanità. I suoi scritti dimostrano quanto  conoscesse bene certe persone. C’è molta tenerezza nelle sue parole. In questo spettacolo la sua storia viene fuori attraverso un collage di testi – centinaia di lettere, diari, ecc… – scelti da Coraly Zahonero della Comédie Français, che per un anno ha lavorato a questo materiale fino a portarlo in scena ad Avignone. Io ho accorciato leggermente il testo e ho tenuto soprattutto questo rapporto con il cliente. Nello spettacolo c’è, per esempio, il racconto degli incontri con un cliente nano e gobbo e molto altro ancora.

Si parla di donne e diritti, quindi. Il tempo passa, ma certe questioni restano attuali.

La difesa dei diritti delle prostitute continua ad essere un tema attualissimo. L’unica grande differenza sta nel fatto che oggi la prostituzione è nelle mani della mafia, mentre all’epoca, come la stessa Grisélidis dice, la prostituzione era una scelta libera. Lei era indipendente, ma lottava per i diritti delle prostitute.

L’estate, in genere, è il periodo in cui si lavora sui set. Oltre a prepararsi per questo spettacolo, c’è già qualche altro film all’orizzonte?

Quest’estate mi sono concentrata sul teatro. Rosso Istanbul di Franz Ozpetek è uscito da pochi mesi nelle sale e alla mia età non ci sono più così tanti ruoli nel cinema. Anche le mia coetanee si lamentano perché si lavora poco. Comunque un progetto un po’ particolare c’è, ma ne  riparliamo più avanti. Diciamo solo che anche stavolta c’è lo zampino di Ozpetek, che però c’entra solo indirettamente.

Ma voi due come vi siete conosciuti?

Ci siamo incontrati a Strasburgo nel 1997, durante una rassegna cinematografica turca. Lui era lì per presentare il suo film, Il bagno turco. Ho catturato subito la sua attenzione perché parlavo italiano e turco come lui. Mi disse che mi avrebbe chiamata per il suo film successivo, ma io non ci ho creduto, pensavo fosse una frase di cortesia. Poi, invece, a febbraio si è presentato da me con una nuova sceneggiatura. E allora gli ho creduto. Così abbiamo iniziato a lavorare insieme. Mi sono sempre trovata benissimo con lui. Ridiamo molto sul set.

Serra, dove ha imparato l’italiano?

Non l’ho mai studiato, ma quando avevo 11 anni frequentavo una famiglia italiana che viveva a Istanbul. Io sono figlia unica di due genitori entrambi figli unici. E loro, invece, avevano 7 figli. Mi ci sono buttata…ero affascinata. Nel corso degli anni ho continuato a frequentarli anche quando sono tornati in Italia, nel Mugello. E Firenze è stata la prima città italiana che ho visitato. Tra l’altro sto pensando di trasferirmi proprio a Firenze.

Lei ha sempre avuto una grande passione per le lingue, considerando il suo lavoro di interprete. Immagino le sia stato utile anche per la sua carriera di attrice.

Sì, sono due mestieri – l’interprete e l’attrice – che si alimentano a vicenda. Se avessi un’altra vita a disposizione mi piacerebbe imparare anche a suonare, a cantare, a parlare il giapponese e molte altre lingue.

Non le dispiacerà lasciare la sua Istanbul?

La mia Istanbul è molto cambiata rispetto agli anni Settanta, quando c’erano un milione di abitanti. Sarebbe bello se potesse tornare ad essere come una volta.

E’ una città in cui è diventato complicato vivere. Dopo il golpe fallito dello scorso anno, i giornalisti continuano ad essere sbattuti in carcere e la situazione nel Paese è sempre più tesa.

Sì, è così. Ma preferirei non parlarne, non mi piace mescolare gli argomenti. So di sembrare un po’ rude, ma credo sia meglio così.

Il suo sogno per Istanbul?

Che si proibisca di costruire con il cemento. Via libera, quindi, al legno e al cartone. Lo so che è impossibile, ma sognare ancora si può, giusto?

Giusto. Un’ultima curiosità: come è andata la sua esperienza televisiva in Celebrity MasterChef?

Oh direi benissimo. E’ stato un bel gioco e come tutti i giochi anche in quel caso c’erano delle regole da rispettare. Ho conosciuto delle persone carine e simpatiche. Spesso ci incontriamo per cucinare. Insomma, mi sono fatta dei nuovi amici.

(Alias – Il Manifesto, 02/09/2017)

Philippe Decouflé: “La mia danza è un circo. Il rischio a un passo”

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Nel mondo della danza la sua fama è quella di essere una specie di mago e di illusionista. “Se è così, ne sono fiero – dice Philippe Decouflé, coreografo francese apprezzato anche da chi non frequenta molto il mondo della danza (tra i suoi spettacoli Codex, Shazam, Sombrero, Octopus) -. Quando facevo la Scuola di Circo seguivo i corsi di prestigiatore di un grande mago, Pierre Edernac; era sempre in frac e aveva dei baffetti sottili, proprio come i maghi eleganti. Mi è sempre piaciuta molto la magia, quindi l’idea che anche io sia un mago non mi dispiace”. In effetti, una dote rara e un po’ magica ce l’ha: riuscire a mescolare la danza contemporanea con l’arte circense e i video, fino a creare spettacoli visionari e onirici che scorrono davanti ai nostri occhi come giochi illusionistici. Eppure, più che ad un mago Decouflé fa pensare ad un fumetto (sul quale, tra l’altro, rivendica di essersi formato, insieme alle commedie musicali e alle coreografie Bauhaus di Oskar Schlemmer), sarà per quel ciuffo di capelli estroso e ribelle come le sue creazioni. L’ultima, Nouvelles pièces courtes, che vedremo in Italia ad ottobre (27, 28, 29, Fonderie Limone Moncalieri, Torinodanza Festival 2017, spettacolo programmato in collaborazione con la Francia in scena), è un insieme di pezzi brevi, rapidi e musicali, come un brano rock. Ne parliamo con lui tra una partita di biliardino e l’altra, nell’Espace Malraux di Chambery, dove lo spettacolo è andato in scena davanti a 950 spettatori che hanno assistito in religioso silenzio nonostante il caldo insopportabile. Un piccolo grande miracolo.

Signor Decouflé, quando era bambino cosa immaginava per il suo futuro?

Quando ero piccolo non pensavo al futuro. Montavo degli spettacoli nella mia camera, con i miei orsetti, le bambole, facevo i costumi e poi scrivevo la musica e il resto, quindi è una vecchia passione. La cosa divertente è che non pensavo che tutto quello sarebbe diventato il mio futuro. Ho la sensazione che ai giorni nostri si chieda sempre più spesso ai bambini cosa vogliono fare da grandi. A me non l’hanno mai chiesto finché non è diventato evidente, quando avevo 15 anni, ma prima non ci avevo mai pensato. Adolescente, ho avuto la fortuna di seguire degli stage di espressione corporea con un grande maestro, Isaac Alvarez, e con lui ho scoperto il mondo dello spettacolo, dei costumi, della musica, del corpo in movimento.

Nei suoi lavori c’è sempre un’allusione all’arte circense, anche in R, uno dei 5 pezzi di Nouvelles pièces courtes. Cosa l’affascina del circo?

Amo il circo, come amo la danza, la musica o il teatro. Lavorare con degli artisti circensi di alto livello, come quelli coinvolti in questo spettacolo, significa lavorare con persone che hanno una grande passione e una tenacia straordinaria. Il circo richiede un investimento fisico e impone una disciplina, secondo me, anche superiore alla danza. Inoltre, gli artisti del circo molto spesso rischiano la propria vita e trovo che questo sia ammirevole e folle. È un po’ la stessa follia di tutti noi che passiamo 12 ore al giorno in un teatro.

Oggi soprattutto i coreografi americani amano mescolare pezzi diversi. Ma la mancanza di una drammaturgia non rischia di penalizzare il lavoro?

Dipende se si pensa che la danza sia un’arte che permette di raccontare o meno delle storie. Per me, la danza è essenzialmente un’arte poetica, più che narrativa, quindi può raccontare storie ma non necessariamente. Si può parlare di emozioni. Penso che il format breve sia quello che si adatta meglio alla danza in generale. È abbastanza raro che uno spettacolo di danza sia coerente oltre una certa durata. I miei grandi maestri, Merce Cunningham o Nikolais, non facevano balletti lunghi, preferivano gli assemblaggi. Abbiamo una forma d’arte molto più libera oggi e mi interessa lavorare su formati brevi che danno un maggiore spazio di libertà.

Uno dei suoi balletti è un tributo a Vivaldi, da dove deriva il suo amore per il compositore?

È qualcosa di molto personale, mia madre ascoltava Vivaldi. Da tempo volevo ritornare alla coreografia pura, a una danza in rapporto diretto con la musica. La musica di Vivaldi è una musica che sostiene la danza, molto coreografica e simmetrica.

In Le Trou, ou l’Evolution en 10 minutes lei usa per la prima volta la tecnica del looping, giusto?

Sì. Il looping è una tecnica che avevo chiesto al mio team di tecnici video diversi anni fa, quando avevo scoperto che era possibile anche in musica. Laurent Radanovic, Olivier Simola e Benoit Simon (che hanno realizzato i software) hanno lavorato su questo progetto. L’ispirazione mi è venuta dalla famosa immagine dell’evoluzione umana, ma in generale tutto ciò che si riferisce alla scomposizione del movimento viene dalla cronofotografia di Etienne-Jules Marey e Eadweard Muybridge. La cronofotografia è un’invenzione che precede il cinema ed è rappresentata da una serie di immagini fisse con cui si ricostruiva il movimento.

Il suo pezzo finale, invece, è un tributo al Giappone, che lei ama molto…

Sono stato in Giappone una trentina di volte. È un paese che adoro e dove lavoro con piacere. Ho già realizzato tre creazioni in Giappone: 2 commedie musicali, Dora, le chat qui a vécu un million de fois (1996) e My Name is Shingo (2016) oltre allo spettacolo Iris (2003). Maimi Sato, una produttrice molto conosciuta nel mondo della danza in Giappone, ci invita da anni a lavorare nel suo paese e ora mi piacerebbe produrre un racconto di viaggio.

Cosa cambia nell’ideare uno spettacolo per un pubblico numeroso, come può essere quello delle Olimpiadi?

Credo che uno spettacolo rimanga uno spettacolo, che sia un a solo o che ci siano 5.000 persone. In un certo senso è la stessa cosa: bisogna costruire l’idea con un inizio, una parte centrale, una fine, un’evoluzione, un crescendo in potenza. Quando uno spettacolo ha le dimensioni di quello delle Olimpiadi, in quello spazio, si è obbligati a moltiplicare tutto. Una persona diventa 3 persone, 3 diventano 6 che diventano 9 che diventano 12. Ero partito dall’idea di moltiplicare tutto per tre perché un fiocco di neve ha dodici ramificazioni. Ho lavorato al mio spettacolo pensando alla struttura di un fiocco di neve.

Come è andata la sua collaborazione con il Cirque du soleil per gli spettacoli Iris e Paramour?

È stato bello, una grande occasione per me. Mi è piaciuto soprattutto il lavoro per Iris, lo spettacolo montato a Los Angeles, uno dei più belli mai realizzati. Paramour, presentato a New York, è stato molto più complicato per i vincoli legati al mondo di Broadway, alla narrazione, al fatto che bisognava rispettare una richiesta: essere creativi, ma non troppo.

Ora che è adulto ce lo può dire qual è il suo sogno?

Difficile dirlo. Anch’io, come tutti, faccio sogni diversi ogni sera. Però sogno spesso di realizzare un lungometraggio, di fare cinema. 


 

Torino in festa con Preljocaj e Trisha Brown

Sarà affidata ad Angelin Preljocaj, con il suo Roméo et Juliette, l’apertura del Torinodanza festival, in programma dal 12 settembre al 1° dicembre. Organizzato dal Teatro Stabile di Torino e diretto per l’ultimo anno da Gigi Cristoforetti (che dirigerà Aterballetto e lascerà il posto ad Anna Cremonini), il festival si presenta pieno di proposte interessanti. In programma ben 24 spettacoli. Tra gli ospiti Jiří Kylián, Hans van Manen, Lucinda Childs, Trisha Brown, Ohad Naharin, Nacho Duato, Hofesh Shechter, Emio Greco, Sharon Eyal, Gai Behar, Aterballetto. E ancora, Philippe Decouflé e Serge Aimé Coulibaly; il Collectif Petit Travers e Clément Dazin; la Candoco Dance Company e Mal Pelo. Spazio anche ai giovani con Daniele Albanese e Annamaria Ajmone.

 

(Il Venerdì di Repubblica, 25 agosto 2017)

Se la parola di Dante diventa azione politica

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In questi giorni di fine estate ripensavo alla carrellata di spettacoli, festival, eventi che hanno attraversato gli ultimi due mesi così caldi. Ripensavo, in particolare, al Teatro delle Albe di Marco Martinelli e di Ermanna Montanari, forse perché li ritrovo con piacere in questo ultimo weekend d’agosto nel programma dello Sponz Fest ideato e diretto da Vinicio Capossela.

Del festival, che chiuderà domani, ne abbiamo parlato con il cantautore dalle pagine del Manifesto. Ce lo siamo immaginato (lo Sponz) come una di quelle esperienze semplicemente da vivere e da condividere, e che solo chi davvero trascorre del tempo lì, in quella terra desolata eppure magica che è l’Irpinia, può davvero raccontare. Chiudiamo gli occhi, quindi, e ripetiamo nella nostra testa le stesse domande che Ermanna Montanari e Marco Martinelli si sono posti prima di affrontare il loro viaggio: scendere agli inferi o rovesciare il reale? Come trasformare l’alto in basso e viceversa? In che modo si può compiere una “rivoluzione” che renda visibile l’oltremondo? Ecco, è questo che oggi e domani tenterà di raccontare il Teatro delle Albe, attraverso le parole di Virgilio e di Dante Alighieri. “Di fronte” al lago ribollente di Mefite, quello che nei tempi antichi era indicato come “bocca dell’inferno”, del mondo sotterraneo, lì, insieme a un coro di cittadini, di Calitri e di altre città italiane, canteranno il segreto della “discesa”, il segreto del coraggio davanti al male, alle “selve oscure” che cercano di divorarci.

E subito torniamo con la mente a Ravenna, che per un mese ha accolto e abbracciato un Inferno meravigliosamente diabolico eppure salvifico. Chiamarlo spettacolo, quell’Inferno diretto da Montanari e Martinelli e commissionato dal Ravenna Festival, non rende bene l’idea di ciò che sono riusciti a combinare questi due angeli vestiti di bianco. Così, con indosso un abito candido, si sono presentati agli spettatori, mescolati ad un coro di cittadini che recitava a gran voce i versi danteschi, proprio davanti alla tomba del Sommo poeta. E quando la processione laica ha iniziato a muoversi per le strade ravvenate, tutto, all’improvviso è diventato un grande palcoscenico, di cui erano parte anche le persone in bicicletta o quelle affacciate alle finestre. D’altra parte, la chiave che le Albe hanno scelto per interpretare il “trasumanar” dantesco è proprio la sacra rappresentazione medioevale, o il teatro rivoluzionario di massa di Majakovskij, già punto di riferimento della compagnia (vedi Eresia della felicità). La città, dunque, che si fa teatro.

Pensiamo per un attimo al numero di persone che ha risposto alla “chiamata pubblica” delle Albe: 700 cittadini, non solo ravennati, sono stati coinvolti in quel mese di repliche. Li abbiamo ritrovati nel coro di cittadini e in quello dei soldati, tra gli avari e gli scialacquatori e tra le Erinni e le arpie, gli usurai e i diavoli ecc… Cori che abbiamo incrociato nel nostro percorso tra i gironi infernali negli spazi labirintici del Teatro Rasi, irriconoscibile nella sua veste di universo infero. Qui lo spettatore-Dante si è lasciato guidare tra le bolge, alla scoperta di personaggi danteschi, dannati o altre figure emblematiche, da Paolo e Francesca (interpretati da coppie di giovani coinvolti in vorticosi balli) a Farinata degli Uberti (Luigi Dadina) , da Pier delle Vigne (Alessandro Argnani) a Ulisse (Alessandro Renda). Ed è stata una tale emozione misurarsi con quella poesia vertiginosa che tentava di indicarci la via verso la felicità che non vediamo l’ora di poter assistere alle prossime due tappe del progetto: Il Purgatorio (estatee 2019) e Il Paradiso (2021)

Ci rendiamo conto, così, perché accade davanti a noi, perché ci siamo dentro, perché è un rito collettivo di cui siamo parte,  in quale grande azione politica può trasformarsi la parola di Dante,  forse mai stato così limpido nel suo essere davvero universale.

 

Capossela, rivoluzione alla rovescia

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La sigla dello Sponz Fest, il piccolo ma prezioso festival che da cinque anni Vinicio Capossela dirige nella sua amata Irpinia e che quest’anno si svolgerà dal 21 al 27 agosto, spiega tutto: è una versione a rovescio dell’Internazionale. Sì, avete capito bene. Un giovane ingegnere di Parma, Antonio Pompò,  ha ribaltato musica e parole dell’inno comunista ed è proto a partecipare alla Gran Parata del ’17, il concerto del 27 agosto che sarà animato da Vinicio Capossela, Emir Kusturica & The no smoking orkestra e dalla fanfara Dobranotch da San Pietroburgo.

Nel centenario della rivoluzione russa, dunque, Vinicio Capossela tenta un gesto rivoluzionario: sperimentare il rovesciamento del mondo. Al grido di “All’incontre’R – Rivoluzioni e mondi al Rovescio”, il nuovo filo conduttore per questa edizione 2017 dello Sponz Fest, in programma a Calitri e in Alta Irpinia, è un punto di vista diverso sul mondo. E ovviamente, anche il programma scorrerà al contrario: dall’evento di chiusura il secondo giorno a quello di apertura l’ultimo, dopo una prima giornata, il 21 agosto, in cui non succederà nulla, momento di riposo dopo la creazione come nella domenica biblica. “All’incontrè è il grido di battaglia delle quadriglie comandate durante lo sposalizio a cambiare il giro di danza. Una piccola rivoluzione, per ricominciare dall’inizio. Che poi è quello che dovremmo fare oggi, sempre, per cambiare un po’ il punto di vista sul mondo e il mondo stesso”, spiega Capossela, che tra gli ospiti del suo Festival quest’anno avrà anche lo scrittore Erri De Luca, il liuto di Georgos Xilouris coni tamburi di Jim White, il cofondatore dei CCCP Massimo Zamboni, Ermanna Montanari del Teatro delle Albe… E pensare che cinque anni fa tutto partì dalla ritualità dello sposalizio come tradizione popolare. “Be’, in fondo lo sposalizio non è forse la rivoluzione più grande nella vita di una persona?”, scherza il cantautore, che ci racconta di questo ed altri progetti.

Vinicio facciamo un gioco: iniziamo questa intervista a rovescio. C’è qualcosa, per esempio, che non le viene mai chiesto durante le interviste e che invece vorrebbe tanto raccontare?

(Ci pensa un po’ prima di rispondere…, ndr) Il punto di vista di Polifemo per esempio… voglio dire che nessuno mi chiede mai, per esempio, perché ho scritto la canzone Vinocolo… cosa volevo dire? E’ una canzone che parla dell’ubriacatura del Ciclope, quindi del suo punto di vista e non di quello di Ulisse, al quale siamo, invece, abituati. Per il Ciclope Ulisse è un uomo piccolo che lo ha vinto con il vino. Tutto questo per dire che certe canzoni possono sembrare delle stranezze, ma in realtà raccontano semplicemente un altro punto di vista.

Girare all’incontrario, appunto. Come lo Sponz e in generale come ha sempre tentato di fare la sua musica, che sfugge ad ogni regola…

La mia musica è fuori dalla contemporaneità. Segue tempi diversi. Quando si è giovani si parla di amori, di viaggi, di delusioni, poi invece si comincia a parlare di Dio, del senso delle cose e della sete di apprendere. Però sono fondamentali per me Omero, Dante e la Bibbia, per il resto seguo le passioni del momento, che poi non è detto coincidano con i temi dell’attualità. Ma per il mito c’è sempre spazio, non si esaurisce mai.

Nel mondo in cui viviamo è ancora possibile cambiare punto di vista?

E’ possibile far girare le cose per sé. La rivoluzione parte dal singolo. Ognuno di noi è responsabile del proprio punto di vista.

Singoli e collettività… una delle caratteristiche dello Sponz è che c’è tanta voglia di costruire una comunità e farlo proprio partendo da un luogo in via di desertificazione come l’Irpinia credo sia particolarmente bello e stimolante.

Tutto nasce per fare comunità. Fare cose significa fare esperienza, che è opera di molti. Anche chi sceglie di dormire in certi luoghi incontra chi certi luoghi li vive o li abita, nel ricordo. Itaca in fondo la ritroviamo nei frammenti di molti. E lo Sponz ha senso solo lì, in quei posti, che  possono essere anche faticosi, ma solo gli unici in cui si può creare il senso di comunità. Tutto questo pur non avendo dietro la struttura che hanno in genere i Festival, cioè le risorse economiche. Qui tutto si basa sullo scambio di opere e di fiducia.

Cosa la attira tanto dell’Irpinia, che in qualche modo torna sempre, anche nelle sue canzoni?

L’Irpinia per me è coma Macondo per Marquez. Non ci sono nato, né vi ho mai vissuto eppure per me quella terra è sempre stata un luogo speciale. Per esempio, sono felicissimo che allo Sponz quest’anno ci sarà anche Emir Kusturica perché i suoi film, pur non essendo ambientati lì, sono impastati di quella terra, di un’altra epica. Senza i suoi film, non avrei mai guardato a quei luoghi nello stesso modo. In fondo i Balcani, la Grecia, e certe zone d’Italia si assomigliano molto. E le persone di quelle zone, con tutti i loro difetti, sono straordinarie.

Cosa si prova ad ascoltare musica o a suonare all’alba?

Ascoltare musica mentre il sole si leva è un’esperienza unica. E anche cantare in un luogo piuttosto che in un altro non è la stessa cosa. La musica ha una potenza incredibile…

La scelta dei luoghi non è mai stata casuale per lei, anche nei suoi “Atti unici e qualche rivincita” si esibisce in luoghi diversi, dalla Basilica di Santa Maria delle Sanità di Napoli al Rifugio Gilberti di Sella Nevea a Tarvisio (Udine)…

Gli “Atti unici” non sono date di una vera e propria tournée, ma esercizi per contrastare la ripetizione. Che nella pratica si traducono nell’incontro fra diverse discipline: ci sono dei duetti, c’è una lettura dell’Odissea, c’è l’Orchestra Sinfonica… Pesco nel passato, faccio tesoro dei tanti anni di carriera e ne approfitto per organizzare nuovi incontri con vecchi compagni di viaggio o con avventurieri freschi d’incontro.

Sta scrivendo nuovi libri?

Ne ho già pronto uno, è un libro di lunga durata che raccoglie storie dal mondo dello spettacolo. Ma  per ora non è in via di pubblicazione.

E anche un nuovo album…

Ho delle nuove canzoni. Ma non pubblicherò album. Dopo tanta pienezza mi prenderò un anno per stare fermo, voglio nutrirmi del vuoto.

(Il Manifesto – Alias, 19 agosto 2017)

Anche gli asiatici ricchi piangono (ma non troppo)

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Chiudete gli occhi e provate ad immaginare per un attimo come sarebbe la vostra vita da miliardari. Osate, osate liberamente. Bella, vero? Almeno una volta l’abbiamo sognata tutti. Ma ci avete mai pensato davvero? Prendiamo un giovane cinese, per esempio, uno di quelli che fanno parte del jet set di Singapore, figlio ovviamente di una delle famiglie più in vista e più ricche di tutta l’Asia: non avete idea di che razza di vita conducano.

In quel mondo aristocratico, dove perfino i sentimenti sono una questione di denaro, ci accompagna Kevin Kwan, autore di Asiatici ricchi da pazzi. La fidanzata cinese (che segue Asiatici ricchi da pazzi, presto al cinema). Il libro racconta la storia di Rachel Chu, una cinese americana che sta per sposare lo scapolo d’oro Nick Young, deciso a prenderla in moglie pur non essendo lei all’altezza del suo patrimonio. Ma d’un tratto tutto cambia grazie ad una scoperta: Rachel è la figlia illegittima di un noto uomo politico di Pechino, Gaoliang  Bao, erede di una delle principali aziende farmaceutiche cinesi. La giovane coppia, quindi, parte per Shangai, dove incontrerà il vero padre della sposa, la madre Shaoyen e il fratello Carlton. Ma il viaggio – movimentato e pieno di colpi di scena – sarà soprattutto l’occasione per conoscere un’èlite asiatica squallida e superficiale. Colette Bing, la fashion blogger innamorata di Carlton, dice a Rachel: “Tutti i soldi del mondo non ti permetteranno di avere il mio stile e il mio gusto perché tu sarai sempre una donna comune. Una comune, piccola bastarda!”. Questo non vuol dire che non si rida, anzi, il romanzo è a tratti comico e pungente.

A metà fra la serie tv Sex and the city e Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen (con l’aggiunta di un giallo finale), è un libro perfetto da leggere in spiaggia, che scorrerà veloce come l’estate. E se vi piacerà, sappiate che arriverà il terzo volume a chiudere la trilogia.

Asiatici ricchi da pazzi. La fidanzata cinese
Kevin Kwan
Traduzione di Vanessa Valentinuzzi
Mondatori
pp. 416
euro 20,00

(Il Venerdì di Repubblica, 18 agosto 2017)

Buon compleanno Edimburgo, il Fringe compie 70 anni

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Ci siamo. Anche quest’anno il “gigante scozzese” si è risvegliato ed è pronto a travolgere chiunque abbia voglia di lasciarsi incuriosire: è l’Edimburgh International Festival (4-28 agosto), che nel 2017, pensate un po’, festeggia 70 anni di vita, tondi tondi. Eh sì, ci sono festival che sono davvero grandi, per il numero di artisti coinvolti, per la quantità di pubblico che attraggono, per  la macchina organizzativa che riescono a mettere in moto.

La città Edimburgo, conosciuta ormai come la Festival City, non si può certo dire che dal 1947 a oggi non ce l’abbia messa tutta pur di garantire un programma di alta qualità, sempre inseguendo la ricerca e la sperimentazione in tutti i campi (teatro, danza, musica ecc..) e spalmando le esibizioni nelle tre settimane di festa che regalano ogni volta alla città un’atmosfera meravigliosamente caotica eppure magica. Attorno all’Edinburgh International Festival ruotano, tra l’altro, altre manifestazioni che negli anni hanno contribuito ad arricchire il calendario di eventi: sono l’Edinburgh Festival Fringe, il Royal Edinburgh Military Tattoo e l’Edinburgh International Book Festival.

Soffermiamoci sul Fringe, che nel frattempo è stato copiato un po’ in tutto il mondo (Italia compresa) ed è diventato il più grande festival delle arti. Che cos’è esattamente? E come mai ha tutto questo successo? Ripassiamo velocemente un po’ di storia: è nato nel 1947 come alternativa al Festival internazionale  su iniziativa di otto compagnie scartate dalla rassegna ufficiale; nei primi anni non ha avuto una vera e propria organizzazione ed è stato portato avanti a lungo da studenti e volontari, fino al boom negli anni Ottanta e quindi alla nascita di una società (la Fringe Society). Nelle edizioni più recenti sono state registrate circa 2-3mila esibizioni, un numero incredibile! Le compagnie che presentano i propri lavori provengono un po’ da tutto il mondo e vanno in scena in sale di ogni forma e dimensione. Il Fringe, infatti, utilizza qualunque spazio, dai teatri originali a quelli fatti su misura, dai castelli alle aule, dai centri conferenze alle sale universitarie, perfino i bagni pubblici o la parte posteriore di un taxi, e ovviante le case del pubblico! In genere gli spazi più improvvisati sono quelli che ospitano gli spettacoli del Free Fringe, cioè quelli per i quali non è richiesto un biglietto d’ingresso ma semplicemente una libera offerta (un po’ come per Avignone Off).

Quest’anno sono una dozzina le compagnie italiane presenti al Fringe (in verità pochine rispetto agli altri Paesi), da Daniele Fabbri (con A gentle, Shy Anticrist) a Stefano Patti e Marco Quaglia (con Echoes di Lorenzo Liberato), mentre al Festival internazionale ci saranno Emma Dante con il suo Macbeth prodotto dal Teatro Regio di Torino (presente anche con altri spettacoli) e Riccardo Chailly che dirige la Filarmonica della Scala.

Perché partecipare al Fringe? La prima risposta potrebbe essere: per farsi conoscere. Certo, e sperare (cosa complicatissima in realtà) che gli operatori del settore possano accorgersi di te. Quindi? E’ davvero un’opportunità? In realtà il Fringe può esserlo per chi sa di avere un progetto molto valido e quindi può utilizzare la presenza al Festival sopratutto per avere un proprio feedback, una specie di verifica che li aiuti a capire se quella intrapresa è la strada giusta. Inutile dire che per il pubblico il Fringe è la più grande festa a cui abbia mai preso parte, quindi maggiore è il numero  di compagnie, più ampia (e complicata) è la scelta…Anche se, inutile dirlo, la qualità non è una garanzia. Il Fringe è più che altro una fucina delle idee, un’isola di libertà dove chi vuole può mettere la propria arte a disposizione del pubblico.

Con questo spirito sono nati nel corso del tempo tanti altri Fringe, dal Nord America al Sud Africa, dall’Europa all’Italia. Qui, negli ultimi anni, sono spuntati come funghi, concentrati soprattutto nelle grandi città: Roma, Napoli, Torino, Matera, Milano. Chi li frequenta sa bene che gli spettacoli si rincorrono uno dopo l’altro, in spazi diversi pronti ad accogliere compagnie che difficilmente avrete visto nei grandi teatri o in quelli più ufficiali. E’ anche come strategia di difesa verso questa pessima abitudine degli Stabili italiani di scambiarsi gli spettacoli tra di loro che nascono i Fringe, spazi sempre in movimento dove la creatività non ha confini né strane regole da rispettare e che molto ci dicono su quale direzione sta prendendo il teatro italiano.

(Left, 9 agosto 2017)

Seminare cultura nelle serre di Albenga

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Nel manifesto dell’ottava edizione di Terreni creativi, a cura di Kronoteatro, c’è una linguaccia spavalda in primo piano, a forma di petalo di rosa però, come a voler dire: attenzione, nonostante le difficoltà (che pure ci sono state in questi anni)  noi non abbiamo perso la voglia di giocare e soprattutto di creare, di stimolare, di “seminare dubbi” come indica lo slogan del festival, giunto quest’anno alla sua ottava edizione. Il manifesto è azzeccato come pochi (con Terreni creativi un altro festival che si distingue spesso per i bei manifesti è Primavera dei Teatri di Castrovillari) e serve a catturare l’attenzione di chi posa per un attimo il suo sguardo su quella lingua petalosa e poi, chissà, magari decide di acquistare il biglietto per una delle tre serate. Eh sì perché  se si sceglie di andare a vedere con i propri occhi gli spettacoli di teatro, danza e musica in programma bisogna organizzarsi, prendere la macchina e prepararsi ad affrontare una lunga serata con gli artisti, il pubblico, gli operatori, che si mescolano e condividono spettacoli, aperitivi quasi cena, balli con il dj e assaggi di gelato.

E’ proprio questo il bello di Terreni creativi, che porta il teatro contemporaneo nel cuore economico di Albenga: le serre. Per tre giorni (quest’anno dal 5 al 7 agosto) le aziende agricole l’Ortofrutticola, Terraalta, Rb Plant si trasformano in palcoscenici da cui poter “seminare dubbi” appunto, e magari capire dove sta andando il nostro teatro. E poco importa se la scelta dei singoli spettacoli non ci ha del tutto convinti (di alcuni lavori andati in scena, tra l’altro, avevamo già parlato sulle pagine de l’Unità, da Il Milite Ignoto di Mario Perrotta a To be or not to be Roger Bernat di Fanny & Alexander) , l’aspetto più interessante è proprio il clima che si respira,  fatto di vera condivisione della cultura, perfino culinaria con tutti quei piatti della tradizione locale sparsi sui lunghi tavoli che accolgono il pubblico tra uno spettacolo e l’altro. E poi entrare nelle serre facendosi travolgere dall’odore sprigionato dalle piantine sistemate una sull’altra non ha prezzo.

Tra quelle piantine abbiamo visto, per esempio, Mangiare e bere letame morte di Interno 5/Davide Iodice, con Alessandra Fabbri, una performer interessante anche se la costruzione dello spettacolo, nonostante i momenti poetici, è piuttosto debole. Il lavoro di Iodice si interroga sull’attorialità e lo fa procedendo con un parallelismo tra una pappagallina e un’attrice, che diventa animale da palcoscenico e che non ha paura di mettersi in mostra ma finisce per ridicolizzarsi e per restare schiacciata dalla sua solitudine.

E’ un gioco divertente e curioso, invece, Il desiderio segreto dei fossili di mare della compagnia Maniaci d’Amore, che affronta con ironia il tema dell’immobilità del nostro Sud partendo da una città immaginaria chiamata Petronia, dove non si nasce e non si muore finché l’arrivo di un personaggio letteralmente uscito fuori dalla tv romperà l’equilibrio, mettendo a nudo il gioco tra realtà e finzione.

Segnaliamo, infine, Sorry boys di Marta Cuscunà, che attraverso una sfilza di volti in lattice e ferro ci racconta di 18 ragazze che pianificano contemporaneamente la  propria gravidanza in una scuola superiore (una storia vera avvenuta nel 2008 nel Massachusetts). Una vicenda che fece scandalo e che parla di rapporti padri/figli, di maschilismo e di razzismo. Da vedere.

A Monticchiello il sogno di un futuro migliore

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Al primo colpo d’occhio sono i colori a colpirti: il giallo, la senape, il verde… La Val d’Orcia è come una grande coperta della nonna che ti avvolge con il suo calore e ti inonda di luce, di odori e di bellezza. E’ un piacevole senso di benessere quello che ti assale mentre attraversi le dolci colline toscane, pronte a svelare borghi dal sapore antico, come Monticchiello, abitato da un nucleo di persone che ogni estate, da 51 anni, vanno in scena davanti ad un pubblico pagante per raccontare a modo loro i grandi problemi della comunità, che poi sono anche quelli della nostra Italia: la sostenibilità ambientale, il rapporto con l’altro, le nuove guerre, l’emigrazione. Un “autodramma”, come lo definì Giorgio Strehler, ideato, scritto e realizzato dalla gente di Monticchiello che per mesi si riunisce, discute, si confronta, scrive il testo che poi verrà da loro interpretato sotto la guida registica di Andrea Cresti, uno dei fondatori e promotori di questa incredibile esperienza del Teatro Povero.

Eh già, perché Monticchiello è davvero un caso unico, prima di tutto di drammaturgia partecipata, ma è anche un gesto politico autentico e condiviso. I partecipanti crescono, vivono, affrontano i problemi quotidiani facendo teatro, recitando pur rimanendo se stessi. E il loro modo di recitare sul palco al centro della piazza è così naturale e spontaneo, così vicino alla tradizione orale, che basta questo, forse, per dimostrare quanto siano incredibili i loro spettacoli anche se imperfetti. Ma l’atto unico di questa edizione,  malComune (ancora in replica fino al 14 agosto), stavolta lascia un senso di amaro in bocca. Sarà per quel finale aperto che ti fa andar via con molti interrogativi per la testa. Vivere, sembrano volerci dire, è sempre più difficile. Ce lo farà capire prima di tutto Marco, giovane precario che presto diventerà padre di famiglia. La sua Giulia, infatti, aspetta ben tre gemelli.

Proprio in concomitanza di questa nascita la piccola comunità deve affrontare un problema tecnico-amministrativo ferreo e spietato che si preoccupa solo di far quadrare i numeri: gli abitanti delle frazioni devono avere un numero di residenti pari ad almeno il 3,78% della popolazione del capoluogo, pena la cancellazione. Dunque, restare uniti o dividersi? Anteporre la propria scelta individuale o cercarne una collettiva? Di questo si discute animatamente e si torna anche indietro nel tempo, a quando un gruppo di contadini tentò di creare una cooperativa agricola, progetto poi naufragato perché non si trovò l’accordo sul trattore da acquistare, un Landini o un Fiat 70? Il punto è proprio questo: come interpretare le trasformazioni in atto, come coltivare qualche speranza anche per le giovani generazioni. Ancora una volta e anche qui gli anziani sembrano detenere il potere. Ma per salvaguardare il nostro futuro, prima o poi bisogna affidarsi ai ragazzi, per ora più distanti rispetto a questa esperienza di drammaturgia partecipata.

Il pubblico applaude, gli attori sorridono e il confronto prosegue in altri luoghi, dalla taverna de Bronzone (aperta solo nei giorni di replica dello spettacolo) al Bed and breakfast, dove riconosciamo gli abitanti-attori che chiacchierano volentieri della loro esperienza e della vita nel piccolo borgo di Monticchiello.