Biennale Teatro al femminile. Realtà e illusione secondo le olandesi Schoot-Boogaerdt

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Guardarsi alle spalle per vedere la realtà o guardare una rappresentazione della realtà attraverso un schermo? A voi la scelta… sembrano volerci dire le due giovani registe olandesi, Bianca van der Schoot e Suzan Boogaerdt, da anni impegnate in una serie di performance dedicate alla “società dello spettacolo” e al ruolo dell’immagine nella cultura di oggi. Bel tema. Ancora attuale anche se non nuovissimo, eppure ancora da approfondire senza necessariamente utilizzare le parole ma, per esempio, dando al pubblico un’esperienza viscerale delle immagini.

Alla successione di lavori denominati “Visual Statements” appartengono anche i due spettacoli che verranno presentati alla Biennale Teatro (in programma a Venezia dal 25 luglio al 12 agosto): Bimbo  (5 e 6 agosto, Teatro delle Tese) e Hideous Wo(men) (8 agosto, Teatro delle Tese), entrambi dedicati ad un mondo di rappresentazioni nel quale il “reale” scompare. “Il lavoro dei filosofi Guy Debord e Jean Baudrillard è stata un’importante fonte di ispirazione per Bimbo – ci raccontano le due registe – . Nello scrivere dell’influenza che hanno le immagini sulla nostra cultura, sostengono che siamo spettatori della nostra esistenza,  e che la realtà è fatta unicamente di rappresentazioni. Nel passato le immagini servivano per illustrare la realtà, mentre oggi cerchiamo di adattare la realtà alle illusioni. E crediamo, attraverso quell’illusione, di conoscere la realtà. Abbiamo realizzato Bimbo spinte dalla nostra profonda preoccupazione per la smisurata influenza dell’immaginario irrealistico sulla nostra società, per l’immagine delle donne oggi e l’immagine che le donne hanno di sé”. Dunque, l’illusione è più reale della realtà? In questo spettacolo il pubblico viene sistemato con la scena alle spalle  e con delle televisioni di fronte. Ovviamente ognuno si guarderà attorno e la situazione potrebbe sembrare abbastanza bizzarra, mentre il video che rimbomba dagli schermi proietterà  figure di donne bellissime e corpi senza volto.

Le prove in vista del debutto si sono svolte in un vecchio capannone dei treni in un’area di smaltimento ad Amersfoort, un capannone pieno zeppo di casse contenenti l’attrezzatura tecnica e di dozzine di televisioni impilate su tre lati in mezzo a reggiseni, parrucche e collant sparsi ovunque. Lo spettacolo, a quanto pare, non ha intenzione di lasciare il pubblico indifferente, punta semmai proprio a bombardarlo. “Siamo costantemente tempestate da quelle stesse immagini nel nostro quotidiano, ma solo attraverso il teatro ci rendiamo conto di quanto sono estreme”, ci tengono a sottolineare le due registe.

Hideous (wo)men, invece, è una specie di telenovela realizzata dal vivo e che sperimenta il concetto e l’illusione dell’autonomia personale. “E’ un’opera che abbiamo sviluppato in collaborazione con la regista Susanne Kennedy – spiegano Boogaerdt e van der Schoot -.  Un’istallazione teatrale radicale con personaggi iperrealistici che indossano maschere di lattice su un palco girevole; il deserto del reale. In questo lavoro giochiamo con tutti gli aspetti attraverso i quali ogni persona rappresenta la sua identità. E’ il sè al centro delle storie che ci raccontiamo. La persona che sono, o la persona che voglio essere, è una composizione complessa di ragioni e di cause incredibili. In questo modo, io recito la mia esistenza. Imito la vita che ho imparato a vivere. Imitazione e rappresentazione sono temi importanti nel nostro lavoro”.

Per seguire un processo artistico di una regista, però, non basta uno spettacolo. Ecco perché la Biennale di Antonio Latella, che ha scelto di invitare tutte registe donne (ben nove, provenienti da Italia, Germania, Francia, Polonia, Olanda, Estonia), è fatta di tante mini-personali che aiutano a intravedere meglio la nascita dei nuovi linguaggi. “Molte di queste registe donne  sono capaci di evolvere con grande naturalezza, ma nello stesso tempo con profondo senso critico, l’unione dei linguaggi che fanno da ponte tra il secolo scorso e questo. E’ proprio nella concentrazione di una ricerca del linguaggio che, soprattutto nelle registe donne, abbiamo riscontrato un’esigenza, una necessità mai gratuita, mai legata a un bisogno puramente carrieristico o di affermazione, ma da una sincera urgenza creativa”.

Quest’anno il Leone d’oro alla carriera è stato assegnato alla scenografa tedesca Katrin Branck, che lavora molto sui concetti di aria, luce, tempo. Una delle sue installazioni sarà esposta nel foyer del Teatro delle Tese per tutta la durata del Festival. Il Leone d’argento è andato, invece, a Maja Kleczewska, considerata una delle figure polacche più rilevanti. Sarà lei ad inaugurare la Biennale con The Rage. Le altre registe ospiti sono Ene-Liis Semper dall’Estonia, la francese Nathalie Béasse, e poi Maria Grazia Cipriani, Livia Ferracchiati, la tedesca Anna Sophie Mahler, Claudia Bauer dalla Baviera. I nomi non vi dicono molto? Be’, almeno per una volta siamo liberi di scoprire, conoscere e magari lasciarci conquistare.

 

Bob Wilson e il teatro che non c’è

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Di Robert Wilson, detto Bob, abbiamo ammirato per anni la sua straordinaria capacità di fondere  arte visiva e drammaturgia, luci – utilizzate non per illuminare il palco ma per scolpire le forme – e musica elettronica, smantellando l’impostazione tradizionale della scena con spettacoli onirici e visionari (da Deafman Glance a Odyssey, tanto per citarne alcuni). Forse proprio per questo da un grande regista ci si aspetta sempre di lasciarsi sorprendere. Ma col tempo anche le idee più originali rischiano di apparire superate se manca il coraggio di andare oltre e di rinnovarsi ancora.

Bob Wilson, a quanto pare, ha pericolosamente imboccato questa strada. Per festeggiare i suoi dieci anni di presenza al Festival dei Due mondi di Spoleto, il regista texano ha pensato di presentare uno spettacolo messo in scena per la prima volta nel 1986 con gli studenti dell’Università di New York: Hamletmachine di Heiner Müller, considerato il più grande autore tedesco dopo Bertolt Brecht (repliche nella Sala convegni di San Nicolò, Spoleto, fino al 16 luglio). L’incontro fra i due avvenne in un viaggio americano che Müller fece nel 1977. Nove anni dopo nacque lo spettacolo, che qui viene allestito per la prima volta in lingua italiana. In scena ci sono i giovani allievi dell’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico, che chissà, fa intuire Giorgio Ferrara, direttore del Festival, potrebbero anche costituire una compagnia Stabile e dunque girare per l’Italia con le loro pièce.

Cosa ci racconta Hamletmachine? Dal punto di vista visivo è una bellissima opera vivente, in perfetto stile Wilson: c’è un lungo tavolo con delle sedie, un albero spoglio, e poi i volti pallidi degli attori, i colori abbaglianti, le luci scolpite… tutti elementi che ritroviamo anche questa volta. Ma è una performance, appunto, verso la quale ormai da diversi anni sembra dirigersi il teatro (basta citare, tra gli italiani, la Socìetas Raffaello Sanzio di Romeo Castellucci). Ci chiediamo, allora, che fine ha fatto il teatro di parola?

Qui il testo è davvero ridotto al minimo e non sono neppure chiari i rapporti tra lo scritto di Müller e Shakespeare. Certamente non si tratta di una riscrittura dell’Amleto, anche se diversi elementi shakesperiani sono sparsi qua e là, tra un riferimento beckettiano e uno all’arte espressionista. Si  parla di eventi drammatici, con riferimenti alla rivoluzione ungherese del 1956. E proprio per accentuarne la drammaticità Wilson decide di meccanizzare tutti i movimenti scenici, che nello stesso tempo donano anche un pizzico di leggerezza ad Hameltmachine. Un lavoro visivamente perfetto con la sua splendida partitura di immagini, ma che di teatrale ha davvero ben poco.

(Left, 15 luglio 2017)

Quel misterioso Cantico

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Venticinque anni di palcoscenico alle spalle, di cui quasi venti trascorsi lavorando giorno dopo giorno con la compagnia da lui fondata nel 1997 (Fortebraccio Teatro), premi importanti (tra cui l’Ubu 2014 come migliore attore) e una sfilza di spettacoli intelligenti, poetici, che attraversano  secoli teatrali anche lontani. Roberto Latini, attore, autore e regista romano, è uno di quegli artisti che non può proprio farne a meno del teatro. “Ne ho visto tanti, con grandi capacità progettuali, smettere di avere a che fare con questo mondo. Chi va avanti – ci spiega – è perché non può vivere senza. Io mi considero un sopravvissuto”. Difficile fare teatro di questi tempi, difficile dover tenere testa a certi meccanismi politici, a richieste ministeriali, alla mancanza di soldi che rallenta e a volte scoraggia la creatività, che però, nonostante tutto, non si ferma e va avanti. Deve andare avanti. E domani sera, al Festival Inequilibro di Castiglioncello (Li), debutterà il nuovo lavoro di Roberto Latini, Il Cantico dei cantici, proprio a chiusura di questa ventesima edizione che ha avuto anche ospiti internazionali con un focus dedicato alla danza del Medioriente. Partiamo proprio dal Cantico per la nostra chiacchierata con Latini, che ci racconta anche del perché ha lasciato Roma, e del “pasticciaccio” di Chiusi, dove avrebbe dovuto dirigere la compagnia del Festival Orizzonti.

Roberto, Il Cantico dei cantici non è un testo in cui ci imbattiamo spesso a teatro, perché questa scelta?

Ero stufo di procedere nell’astrazione, volevo andare avanti nel mio percorso per attrazione. E così ho seguito un doppio binario. Da una parte sono partito da Pirandello con i Giganti della montagna, dove l’unico personaggio sono proprio le parole di Pirandello, da Amleto + Die Fortinbrasmaschine, con le parole di Shakespeare che sono dentro la forma contemporanea, e dal Cantico, un testo che se privo di riferimenti biblici resta ad un’altezza tale che… può apparirci all’improvviso con il suo profumo, come in una dimensione onirica, non di sogno, ma di quel mondo, forse parallelo, forse precedente, dove i sogni e le parole ci scelgono e ci accompagnano. Dall’altra parte sono partito dalle Noosfere (Noosfera Lucignolo, Noosfera Titanic, Noosfera Museum) per arrivare sempre al Cantico, un percorso più di senso che drammaturgico. Nel 2010 ho pensato che Pinocchio fosse in grado di raccontarci Lucignolo come se fossimo noi tutti in attesa di salire su un carro verso il paese dei balocchi, aspettando la mezzanotte con quel desiderio di andare via che accomuna intere generazioni. Con Titanic è come se il grande sogno fosse stato interrotto all’improvviso e  in Museum, lo spettacolo che abbiamo modificato più di tutti, siamo affondati. Avevo bisogno, dunque, dopo l’affondo, di un testo che mi portasse verso l’alto, ecco perché Il Canto dei cantici, uno spettacolo che nasce dalla ricerca dell’ascolto.

I suoi lavori sono spesso dei “concerti per voce  e corpo”, la musica è parte fondamentale della drammaturgia, sarà così anche stavolta?

Le musiche e i suoni (di Gianluca Misiti) sono qui più teatralizzati, sono più radicali. Ho imparato facendo Iago che l’amplificazione amplifica anche il silenzio, dei silenzi immensi. La novità è che stavolta c’è la necessita di un personaggio, c’è una scenografia, c’è uno studio radiofonico e lo spettatore vede quello che accade mentre si va in onda.

I primi spettacoli di Fortebraccio Teatro sono nati a Roma, perché ad un certo punto ha deciso di lasciare la sua città?

Andare via da Roma è stata una delle cose migliori che io abbia fatto nella mia vita. Roma non ti permette di crescere davvero. Dopo aver portato per due settimane uno spettacolo al Teatro India per una compagnia non ci sono altre possibilità. Roma ha mantenuto una promessa: lasciare che le cose restino nel limbo.

E ora dove vive?

Da un paio di mesi, dopo gli anni bolognesi durante i quali ho diretto il Teatro San Martino, vivo a Milano. E sto benissimo. In dieci mesi la nostra compagnia è stata cinque volte a Milano. E ora è stata avviata una produzione con il Piccolo, la prima produzione. A Roma, ogni volta che sei in cartellone, ti senti quasi in colpa. E poi il pubblico è spaesato.

Il titolo del nuovo spettacolo che produrrà il Piccolo?

Il teatro comico di Carlo Goldoni, con la mia regia, in scena dal 20 febbraio al 25 marzo. Mi sembra incredibile aver potuto scegliere gli attori: Marco Sgrosso, Elena Bucci, Marco Manchisi, Savino Paparella, Marco Vergani. A Roma sarebbe impensabile. Però sarò al Teatro Vascello, con tre spettacoli: I Giganti della montagna,  Amleto + Die Fortinbrasmaschine, Il Cantico dei cantici.

Veniamo alla vicenda di Chiusi. Il festival Orizzonti è stato annullato e poi di fretta e furia riannunciato in una versione molto molto light.  Ci racconti cosa è successo.

Sono stato ospite per tre anni, con la mia compagnia, al Festival Orizzonti di Chiusi. Quest’anno Andrea Cigni mi ha chiesto di selezionare dei ragazzi per un laboratorio, poi la situazione è cambiata, si è deciso che dovevo creare una compagnia del Festival. E’ stato fatto un bando e sono arrivate 450 candidature per 7 posti non pagati, cioè la paga era prevista solo per le date di replica.  Ho chiesto di annullare il bando, ma non sono stato ascoltato. Così, dato che le lettere erano indirizzate a me, mi sono chiuso in casa per cinque giorni e ho selezionato 150 attori, che ho incontrato, a gruppi, per altri 5 giorni. Ho chiesto una persona in più e alla fine ho avuto le otto persone. Bene, dopo aver lavorato con loro alle prime due tappe del percorso, ho ricevuto una telefonata di Cigni che mi preannunciava dei problemi con il Festival, finché con la seconda chiamata mi ha confermato che il Festival avrebbe chiuso a causa di un buco economico di oltre 300mila euro. Una vicenda assurda dall’esito tragico… e anche offensivo nei confronti miei e dei ragazzi selezionati.

Si poteva evitare?

Certo che si poteva evitare: il direttore artistico ha delle responsabilità, se non ha la certezza di poterlo fare non può sostenere un progetto.

E non è stato l’unico recente “terremoto teatrale”. Armando Punzo, per esempio, per intoppi burocratici ha lasciato la direzione artistica di VolterraTeatro dopo vent’anni…

Sì, gli ho scritto una lettera. Credo che abbia fato bene, non si può essere complici del sistema. Bisogna vantarsi di averle chiuse, a volte, certe situazioni.

(Il Manifesto, Alias 1 luglio 2017)

 

  

Jan nel Paese delle meraviglie

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“Il mio sogno? L’anarchia dell’amore, l’anarchia dell’immaginazione, l’anarchia dell’arte”. D’altra parte Jan Fabre – coreografo, regista, scrittore, scultore belga – le regole non le ha mai sopportate, tranne una: inginocchiarsi alla bellezza. E stavolta “Fabre il visionario” ci invita a celebrare il suo stesso paese, il Belgio, al quale è dedicato il nuovo spettacolo teatrale, Belgian Rules/Belgium Rules, che andrà in scena in anteprima mondiale al Napoli Teatro Festival Italia (Teatro Politeama 1° luglio ore 20.30, 2 luglio ore 19) e poi in autunno al Romaeuropa Festival (Teatro Argentina 30 settembre ore 19, 1° ottobre ore 16).
Fabre, questo spettacolo è prima di tutto un omaggio alla sua terra, un po’ come fece Fellini con la sua città nel film Roma
In effetti ho voluto fare qualcosa di simile. Lo spettacolo è un’ode al Belgio, ma nello stesso tempo una lente di ingrandimento che mostra gli aspetti contraddittori. Come per Fellini, la mia è una dichiarazione critica d’amore.
Del Belgio lei dice che è un “paese artificiale e instabile”.
Lo è infatti. Da oltre duemila anni veniamo occupati da potenze straniere. Siamo critici nei confronti dell’autorità e scettici verso i regolamenti. Il rapporto individualistico con le regole è anche un tema importante della performance. Ancora oggi questo piccolo territorio è diviso in tre parti e ha tre lingue ufficiali! Nello stesso tempo è tutt’altro che uno stato fallito. Gli artisti belgi, per esempio, accompagnano tutta la drammaturgia del mio spettacolo: Van Eyck, Bosch, Rubens, Magritte… Il Belgio è una fucina di arti, dalla pittura fiamminga ai fumetti. Spero sopravviveranno in futuro.
Sopravviveranno anche i movimenti di estrema destra o l’ondata di populismo di cui parla lo spettacolo?
Ormai sono fenomeni non solo europei, ma mondali. Io sono stato fisicamente minacciato tre volte dagli estremisti di destra: mi hanno versato delle feci davanti la porta di casa, mi hanno spedito lettere minatorie anonime, mi hanno chiamato traditore… Credo che ogni artista debba essere libero e indipendente. Belgian Rules/Belgium Rules non è la storia del nazionalismo. E’ piuttosto una storia sull’assenza totale del nazionalismo. I belgi sono orgogliosi della loro mancanza di orgoglio.
Perché i suoi lavori danno ancora fastidio?
Perché credo nella forza e nella vulnerabilità della bellezza come insieme di valori etici e di principi estetici. Il mio lavoro è sempre stato coerente negli anni e non ho mai cercato la provocazione. Le mie creazioni o ti avvelenano o ti salvano la vita.

(L’Espresso, 25 giugno 2017) 

Angélica Liddell come Romeo Castellucci

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Da Angélica Liddell, si sa, ci si può aspettare di tutto. Irrequieta, indisciplinata, provocatoria. Più di una volta i suoi spettacoli hanno suscitato proteste e malumori (un paio di anni fa a Vicenza, per esempio, il suo Prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Cantata BWV 4, Christ Lag in Todesbanden. Oh Charles! scatenò l’ira dei cattolici). Dunque, ci siamo quasi stupiti nel vedere applaudire in modo abbastanza convinto il pubblico del Napoli Teatro Festival, dove ha debuttato in anteprima mondiale il suo Genesis 6, 6-7, terzo capitolo del percorso dedicato all’infinito dopo Esta breve tragedia della carne e Que haré yo con esta espada.
Non si può dire che sia uno spettacolo riuscito, ma neppure che lasci indifferenti. Le azioni performative che la Liddell mette in fila l’una accanto all’altra suggeriscono un’infinità di domande, forse troppe, incapaci però di trovare una risposta in chi osserva. Domande che si accavallano e si incrociano come le visioni che procedono per accumulo in questo lavoro della regista catalana (già vincitrice del Leone d’argento per l’innovazione teatrale). Quadri, pose plastiche, tanti nudi integrali come al suo solito e sempre meno parole rispetto ai primi lavori. Lei, Angélica, è una specie di maga/stregona sulla scena. Legge un libro, probabilmente il Vecchio Testamento, e recita un monologo finale ancora una volta su un tema a lei caro: l’uccisione dei figli. Ecco, dunque, che torna Medea, la madre che annienta le sue creature e racconta la perdita e la riconquista della bellezza proprio attraverso un atto violento.
Ma la violenza finalizzata alla rinascita, in fondo, attraversa lo spettacolo dall’inizio alla fine. Nei primi dieci minuti un filmato molto dettagliato mostra l’intervento chirurgico per la circoncisione maschile. Un po’ alla volta gli attori entrano in scena, i primi due nudi e colorati di rosso, poi le gemelle bionde con il pancione, l’ebreo, l’uomo senza avanbraccio e c’è perfino un maialino morto (vero), e un cavallo a sei zampe che viene bendato, infine un bambino con la corona di spine che imbraccia un kalashnikof… Insomma, Angélica Liddell come Romeo Castellucci ultima versione in salsa catalana.

(Left, 24 giugno 2017)

Lucinda Childs, da “Einstein on the beach” al Leone d’oro

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Gli anni Settanta a New York…che periodo straordinario, quando gli artisti di diverse discipline si incontravano e collaboravano, quando l’arte usciva dai teatri e dalle gallerie per andare nelle strade, sui grattacieli ed entrare nei loft. Erano gli anni della pop art e del minimalismo, del Living Theatre e di Merce Cunningham. Erano gli anni in cui Lucinda Childs, la coreografa e danzatrice americana diventata un punto di riferimento, creava la sua compagnia. Era il 1973, ma già da una decina di anni si era avvicinata alla coreografia unendosi al gruppo di artisti del Judson Church Theater, realizzando brevi pezzi senza musica che rifiutavano i canoni della danza moderna, una tra tutte Street Dance, sei minuti per raccontare agli spettatori affacciati da un loft i movimenti dei passanti in strada. Le regole, si sa, lei non le mai sopportate. Ed è a Lucinda Childs, classe 1940, che è andato quest’anno il Leone d’oro alla Carriera consegnato in apertura dell’undicesima edizione della Biennale danza contemporanea (23 giugno – 1 luglio), “per la sua pratica fortemente autoriale e la purezza delle sue proposte formali che creano una profonda emozione, e annoverano le sue opere fra i nuovi “classici” della storia della danza”. Al Festival ha presentato Dance, titolo manifesto del minimalismo astratto, Katema e Dance II. E nei prossimi giorni la Biennale di Venezia ospiterà anche altri grandi nomi come quello di Louise Lecavalier, Benoît Lachambre, Robyn Orlin, Xavier Leroy, Mathilde Monnier e La Ribot, e new entry in forte ascesa come Dana Michel, Leone d’argento 2017, Alessandro Sciarroni, Lisbeth Gruwez, Daina Ashbee, Clara Furey, Ann Van den Broek.

Lucinda, nella sua lunga carriera ha realizzato oltre 50 coreografie. Lei è diventata un’icona della danza controcorrente: è salita sul palco indossando dei bigodini in testa, mangiando una mela, ripetendo gesti infinitamente semplici: all’inizio come ha reagito il suo pubblico?
“Nei primi anni ’60 la maggior parte degli spettatori che avevamo alle nostre prime opere ispirate a Merce Cunningham e a John Cage erano artisti della comunità d’arti visive, che, dunque, avevano esigenze estetiche simili alle nostre, in particolare era il movimento della pop art. Così, la reazione era davvero aperta e positiva, ma era un pubblico molto limitato”.
Spinta da quali esigenze è nata la danza postmoderna?
“La danza postmoderna segue la tradizione moderna, che si basa soprattutto sulla narrativa. Come nel lavoro di Martha Graham, capisci che c’è sempre una storia, una narrazione, un’azione drammatica che è rappresentata dalla danza. Con l’avvento di Merce Cunningham la danza è diventata completamente astratta, senza storia o narrazione di alcun tipo. Merce si sentiva molto forte che la danza in sé e in sé è ciò che dobbiamo guardare, piuttosto che preoccuparci della narrazione”.
Lei ha collaborato con grandi artisti, ad esempio Philip Glass e Robert Wilson. Si ricorda come è andato il suo primo incontro con quest’ultimo?
“Il mio primo incontro con Robert Wilson è avvenuto a Broadway dopo la sua performance del 1974 A Letter for Queen Victoria. Ero ispirata nel vedere un grande artista che lavorava in un ambiente teatrale tradizionale. Quando l’ho conosciuto, mi ha chiesto di collaborare con lui e io, ovviamente, ho detto subito di sì e abbiamo lavorato insieme per Einstein on the beach“.
La sua prima apparizione in Italia fu proprio con Einstein on the Beach a Venezia, giusto?
“Sì, mi ricordo che venimmo a Venezia per le messa in scena e fu un’esperienza incredibile, allo stesso tempo vedere la collezione Peggy Guggenheim e, naturalmente, far parte di quella grande comunità di artisti emergenti era entusiasmante, ma forse anche controverso in quel momento”.
Dance, manifesto del minimalismo astratto di cui lei è una pioniera e destinato a influenzare generazioni di ballerini (musica di Philip Glass), è stato presentato ora in Italia per la prima volta, in apertura di Biennale, con il film-décor in rigoroso bianco e nero che l’artista americano Sol Le Witt aveva creato nel 1979. Dopo tanti anni è sempre così emozionante e attuale mostrare certe coreografie?
Dance ha ormai quasi 40 anni e naturalmente i ballerini del film di LeWitt provengono da un tempo diverso e hanno un diverso tipo di formazione e di background. È incredibile che molti dei danzatori che hanno iniziato con questa particolare rivisitazione di Dance, avvenuta nel 2009, stiano ancora ballando nella coreografia con me 8 anni dopo. Siamo davvero entusiasti di poter continuare a portare in giro il nostro lavoro. Nella messa in scena di oggi i danzatori ripresi nel film di LeWitt del 1979, tra i quali ci sono anch’io, dialogano con i corpi in scena degli undici interpreti della nuova compagnia, riattualizzando la coreografia alla luce del contrasto tra la fisicità dei danzatori degli anni 70’ e dei danzatori di oggi.”.
Lei, in effetti, si è esibita in tutto il mondo, ma forse molto più in Europa rispetto all’America.
“Sì, è vero che il mio lavoro in Europa è stato visto da molte persone e con una frequenza senza dubbio maggiore rispetto alle esibizioni della mia compagnia negli Stati Uniti. È grazie alle rivisitazioni del mio lavoro negli ultimi anni che i miei danzatori hanno avuto così tante repliche, ma è soprattutto nella comunità europea che le nostre opere vengono presentate. La coreografia, in generale, è una forma d’arte per me abbastanza imprevedibile. Non sono mai sicura di ciò che davvero accadrà quando entro in studio con i miei ballerini. Dico sempre che non sono realmente portata alla matematica, ma faccio molte misurazioni con i conteggi come modo per esplorare le opzioni possibili per organizzare le relazioni reciproche tra i danzatori nello spazio e nel tempo”.

(Left, 23 giugno 2017)

Celestini e il Pueblo che sta alla finestra

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Trascorrere del tempo con Ascanio Celestini, che sia un’intervista o una semplice chiacchierata, è un po’ come essere catapultati all’improvviso dentro le sue storie fatte di uomini semplici in lotta per la sopravvivenza. Che poi in realtà ci siamo già dentro, solo che non le vediamo. Ecco perché ascoltare i suoi racconti è come aprire gli occhi sul mondo. Zingari e barboni, baristi e cassiere, africani e cinesi: stavolta saranno loro al centro del nuovo spettacolo, Pueblo, che debutterà il 17 ottobre al Romaeuropa Festival. Nel frattempo lui ce lo presenta in anteprima a Napoli (19-20 giugno, Napoli Teatro Festival), Pistoia (23 giugno, Pistoia Teatro Festival), Sansepolcro (Kilowatt, 15 luglio), dove andrà in scena uno studio dello spettacolo: Che fine hanno fatto gli Indiani Pueblo?.
Ascanio, ti alleni per il debutto di ottobre?
La parola “allenamento” è perfetta. Lo spettacolo è come una maratona. I tempi sono più o meno quelli. Tra la maratona e la mezza maratona. L’inizio è decisivo, ma non troppo veloce perché bisogna avere il tempo per spezzare il fiato, poi è tutto un equilibrio tra te e quelli che ti stanno intorno.
Che fine hanno fatto gli Indiani Pueblo? è un titolo curioso, che ha come sottotitolo “Storia provvisoria di un giorno di pioggia”. Qual è stato lo spunto stavolta per la nascita di questo spettacolo?
Dépaysement, la seconda parte della trilogia che inizia con Laika e finirà con I Draghi tra un paio d’anni. Quello è il titolo in Belgio e Francia dove abbiamo già debuttato, mentre in Italia si chiamerà semplicemente Pueblo. Abbiamo debuttato al festival internazionale biennale di Liége e poi a Bruxelles e Parigi. In scena eravamo Gianluca Casadei, Violette Pallaro, Patrick Bebi e io. È un pezzo del lavoro che ci sta portando verso questa versione italiana che si chiamerà Pueblo.
Cinque anni fa stavo per debuttare con Discorsi alla nazione, un racconto sul potere (su chi ha il potere e chi non ce l’ha) e Marco mi ha chiamato per farmi incontrare i facchini che lavorano nei magazzini delle società che si occupano di logistica. Facchini africani che scaricano pacchi dai grossi camion, li misurano, li pesano e li fanno ripartire su autoveicoli più piccoli. Un lavoro alienante e sottopagato. Marco l’ho conosciuto dodici anni fa perché faceva parte di un collettivo che s’occupava del lavoro precario d’un grande call center. Anche allora m’aveva cercato per raccontarmi come si lavorava in quel posto. E adesso mi cercava per raccontarmi d’un altro luogo nascosto. Spesso quello che tu chiami “spunto” mi viene proposto da qualcun altro. E io ho bisogno di persone che mi chiamano per rimettere insieme le storie di quelli che non hanno la forza per farle ascoltare.
Anche questa volta ritroviamo i tuoi luoghi preferiti: le periferie, i bar, i marciapiedi… sei come gli assassini che tornano sempre sul luogo del delitto. Loro, però, sperano, forse, di cancellare qualche traccia, tu, invece, di tracce ne lasci tante nei tuoi spettacoli.
Io cerco sempre gli stessi personaggi animati da una vita che viene raccontata solo quando accade qualcosa di estremo (furti, stupri, omicidi), mentre a me piacciono quando si tengono sul confine della notizia. Un attimo prima che arrivino i giornalisti del telegiornale regionale.
Pueblo, come dicevi anche tu prima, è la seconda tappa di una trilogia partita da Laika, spettacolo bellissimo, che segna anche una piccola svolta nella tua carriera. Ti abbiamo conosciuto e amato come affabulatore, una specie di folletto che affascina con le sue storie, con Laika, invece, sei anche tu dentro la storia, sei un povero Cristo che ha vissuto sulla sua pelle le difficoltà della vita. Anche in Pueblo incarni un personaggio? E quali saranno i temi della terza e ultima parte della Trilogia?
In Pueblo il narratore sta alla finestra e immagina le storie delle persone senza conoscerle, un po’ come fanno gli scrittori, sia quelli che cercano di capire come funziona il mondo, sia quelli che cercano di capire come funzionano nel mondo. Nella terza parte saranno i personaggi a tirare fuori lo scrittore dal monolocale in cui vive. Il monolocale del suo cervello.
Ma Pueblo vorrei che fosse il racconto di quelli che se ne stanno alla finestra. Una qualunque, la finestra dello smartphone, del computer… una qualsiasi finestra che ti fa credere di essere al centro del mondo mentre stai invece in una periferia sfigata qualunque. E da quella periferia che vive all’ombra del mondo vero (anche se ti fanno credere che il mondo vero sei tu perché hai l’App più performante, il software più democratico) senti di essere sufficientemente protetto per dire qualsiasi cosa. E allora c’è quello che dice “Noi paghiamo gli immigrati per starsene tranquilli negli alberghi” o “noi mettiamo gli zingari nelle casette che gli fa lo Stato sempre a spese nostre. E poi le hai viste le donne? Sono tutte belle grasse, mica patiscono la fame”. E poi “Per me ci vuole solidarietà e carità cristiana, ma se quelli non se ne vanno ci vuole pure la ruspa”. E ancora: “La guardia di finanza multa mia moglie perché non c’ha lo scontrino in mano quando esce dal bar. E a questi non torcono un capello anche quando è risaputo che rubano e non pagano un cazzo”.
E ancora: “In Italia ha fatto più il Gabibbo della guardia di finanza e senza andare oltre a parole”. Sembrano invenzioni letterarie, ma sono frasi che ho registrato da gente vera al bar o preso dai commenti che si trovano in rete. Il razzismo che spiegherebbe (se qualcuno ne tenesse conto) per quale motivo s’è azzerata la differenza tra destra e sinistra e perso l’istinto di solidarietà che sempre avevano le classi sociali più in difficoltà. E non vado oltre a parole!
Le tue storie partono spesso da Roma, una città oggi abbandonata in cui è sempre più difficile vivere. In cosa sta sbagliando la giunta Raggi?
Non ho un giudizio sulla Raggi. Ma so in cosa sbaglia M5s: è un partito. Dovrebbe essere un movimento. Non basta mettere quella parola nel nome.
E i partiti delle Sinistra, invece, secondo te cosa non vedono del nostro Paese?
Dobbiamo essere radicali. Faccio un esempio. Gli immigrati arrivano nel nostro paese come quelli che saltano dalla finestra di una casa in fiamme. Non hanno scelta. Una persona di sinistra non ha il diritto di parlare di “respingimenti”, non può dire “aiutiamoli a casa loro”. Queste parole sono come le bestemmie in chiesa.
Ascanio, parallelamente al teatro stai già lavorando ad un nuovo film?
No. Ho fatto due film (La pecora nera e Viva la sposa) e sono finito due volte all’ospedale con un infarto isterico. Per adesso mi basta.

(Left, 23 luglio 2017)

Fuoriclasse e giovani generazioni, una sfida in cerca di sogni

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Al primo impatto è l’enorme manifesto a colpire l’attenzione, quel corpo nudo rannicchiato su se stesso che sembra spaventato e sordo a ciò che accade attorno. Metafora del teatro contemporaneo forse, impaurito a volte dall’indifferenza che ci circonda, ma che può riuscire con un guizzo a sfondare  le barriere e a prendere aria, proprio come quelle due gambe che nuotano verso la superficie della piscina nella stessa locandina di Primavera dei teatri, il festival dedicato ai nuovi linguaggi della scena contemporanea. La organizza da diciotto anni Scena Verticale, la compagnia diretta da Saverio La Ruina e  Dario De Luca. E ogni volta un piccolo grande miracolo accade a Castrovillari, cittadina calabrese abbracciata dai monti del Pollino e incastonata tra due mari. In una regione periferica e disagiata, questo festival sfida tutto e tutti fino a diventare luogo privilegiato di dibattito culturale, in cui si incrociano compagnie di diverse generazioni, alcune delle quali già molto apprezzate (quest’anno Babilonia, Fortebraccio, Oscar De Summa, lo stesso Saverio La Ruina), altre coraggiosamente in cerca di una strada (da Marta Dalla Via a Stabilemobile, da Maniaci d’amore a Frigoproduzioni). I risultati naturalmente sono diversi e non sempre perfetti, ma poco importa, perché ciò che conta è sapersi aprire al nuovo.

La sfida che affronta Enrico Castellani in Pedegree, per esempio, è misurare la capacità di un giovane uomo di chiarire a se stesso e agli altri il concetto di identità. Questione non da poco per uno che ha due madri, un padre donatore e cinque fratelli di sperma sparsi per il mondo e tutti con lo stesso identico nome: Loris. Lo spettacolo parte dal mito delle due metà descritto nel Simposio di Platone e narrato da Aristofane: un tempo gli uomini erano perfetti ma Zeus invidioso li divise a metà e da allora ciascuno è in cerca della propria anima gemella. Qui le due metà sono dei polli…uno, due, tre, quattro, cinque. Castellano, seduto su un divano rosso, li tira fuori dalla borsa per cucinarli allo spiedo. L’odore pervaderà la sala, ma seppiatelo, non finirà con cosce croccanti distribuite al pubblico. Nel mezzo, Pedegreee  parla di scelte e di diritti, di desideri e di generazioni in provetta con una scrittura asciutta e ironica, imperfetta nella costruzione drammaturgica ma di impatto, come sono spesso gli spettacoli di Babilonia Teatro.

E un’opera rap per Andrea Pazienza, invece, lo spettacolo presentato dai Fratelli Dalla Via con Gold Leaves e la Piccionaia: Personale Politico per Pentothal. Dentro c’è la Bologna degli anni Settanta ma anche l’Italia di oggi, tutto raccontato in maniera un po’ confusa, è vero, ma lei, Marta Dalla Via, a cui è affidato il monologo, riesce a gestire con disinvoltura quella carrellata di giochi di parole che ci ricordano tanto Alessandro Bergonzoni.

I fuoriclasse del festival sono senza dubbio Saverio La Ruina (Masculo e fìammina), Oscar De Summa (La Cerimonia) e Roberto Latini (Il cantico dei Cantici). Deludono, invece, Aiace della compagnia Stabilemobile di Antonio Latella, e Franco Stone – una storia vera dei Sacchi di sabbia. Il filo conduttore del festival? La ricerca d’identità, o meglio ancora del sogno, che anima le nostre vite dentro e fuori la scena.

(Il Manifesto, 10 giugno 2017)

Bonifati, dall’Odin teatret a Ridley Scott

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I tratti somatici non lasciano alcun dubbio sulle sue origini meridionali. Occhi e capelli scurissimi, Giuseppe L. Bonifati, attore, regista e drammaturgo, è nato a Castrovillari nel 1985. Ma ormai da anni vive a Hostelbro, in Danimarca, proprio lì dove ha sede il Nordisk Teaterlaboratorium, l’Odin Teater di Eugenio Barba sì, lui, che ormai da più di 50 anni porta avanti la sua ricerca teatrale perennemente a confronto con le diverse culture del mondo.

L’avventura teatrale di Giuseppe è partita proprio da un workshop con l’Odin, dal quale non si è mai più allontanato. E una delle prime cose che gli chiediamo, viste le condizioni precarie degli attori italiani, è se la decisione di lavorare all’estero paga… “E’ una scelta di vita – ci racconta – A Hostelbro lavoro 24 ore su 24, dedico al teatro davvero tutto il mio tempo…”. Lo incontriamo durante i pochissimi giorni in cui è a Roma per le prime riprese del nuovo film di Ridley Scott, All the money in the world, sceneggiatura di David Scarpa. Ebbene sì Giuseppe è nel cast e lavorerà al fianco di Michelle Williams, Kevin Spacey, Mark Wahlberg… “Sono molto emozionato, ho sempre un po’ snobbato il cinema ma in questo caso… Ridley Scott…”. Il film racconta la storia del rapimento di John Paul Getty, nipote del magnate del petrolio, avvenuto negli anni Settanta. Il ragazzo restò rinchiuso per sei mesi in una grotta, mentre la madre, Gail Harris, cercava di convincere il nonno a pagare il riscatto.

“Per questo film ho dovuto prendere un congedo da me stesso – dice Giuseppe scherzando – . In Danimarca sono impegnato in un progetto lungo diciotto mesi che si chiama Mayor in residence (Sindaco in residenza), con una performance live al mese”. In scena ci sono Giuseppe (Jeppe) e l’attrice ungherese Linda Sugataghi, sua compagna anche nella vita, rispettivamente sindaco e first lady impegnati nella più lunga campagna elettorale in forma di performance. Nome del partito? Kunstpartiet, il partito dell’arte… “E in effetti la nostra filosofia è: la bellezza sopra ogni cosa. Arte e seduzione sono i due concetti sui quali insistiamo”.

Durante le loro performance parlano di economia e di politica, di educazione, di immigrazione, di società e di estetica. “Abbiamo stilato un manifesto di dieci punti… che poi si traducono in cose totalmente assurde impensabili in Italia: per esempio siamo andati in limousine dai direttori dei vari musei e a ciascuno abbiamo chiesto di firmare un capitolo sulla bellezza; oppure abbiamo bussato porta a porta per chiedere alle famiglie di firmare un contratto anti wi-fi convinti che potesse aumentare la natalità… e ora ci prepariamo al nostro evento finale. Mi presenterò tutto vestito di rosa  con l’obiettivo di uscire indenne da un pubblico che avrà tra le mani i pomodori… Perderemo a testa alta e dopo l’estate (questo è un altro progetto) annunceremo la Scuola-politica in cui daremo consigli ai politici perdenti in vista delle elezioni successive”. E allora non ci resta che augurare buon comizio a tutti.

Paco Ignacio Taibo II: “Quando sono in Italia divento garibaldino”

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Incontenibile, irriverente, partigiano. Ma soprattutto, geniale. I suoi lettori lo amano anche per questo. E ogni volta che arriva in Italia è una festa. Mentre parliamo con Paco Ignacio Taibo II, lui si gode il sole seduto in un bellissimo giardino di Perugia, una pausa sigaretta (o meglio sarebbe dire sigarette vista la quantità di fumo…) con Lorenzo Ribaldi, editore de La nuova frontiera, che sta ripubblicando i suoi libri. L’ultimo è L’ombra dell’ombra – romanzo storico dall’atmosfera alla Chandler con qualche tocco di realismo magico – che proprio ieri ha presentato durante un incontro nell’ambito del festival di letteratura ispano-americana (“Encuentro”, in programma fino a oggi).
Paco, facciamo un gioco. Immaginiamo che non sia io qui ad intervistarla, ma che al mio posto ci sia Manterola, il cronista di nera, protagonista del suo romanzo “L’ombra dell’ombra”. Secondo lei, cosa le chiederebbe?
«Ummh…. cosa mi chiederebbe (ci pensa un attimo, ndr). Secondo me sarebbe interessato a sapere come faccio a conciliare la mia vita da attivista politico con quella di scrittore e vorrebbe anche chiedermi perché scrivo tanto di notte. Manterola è un giornalista molto famoso in Messico, ha fatto grandi interviste, ha intervistato perfino Mussolini».
Le faccio la domanda inversa, ora. Lei che ama molto il mondo del giornalismo – e lo si intuisce dalla quantità di volte in cui la vita di redazione entra nei suoi romanzi – quale personaggio avrebbe voluto incontrare se fosse lei l’intervistatore?
«La lista sarebbe molto molto lunga… Provo a dirne solo alcuni. Mi sarebbe piaciuto moltissimo intervistare Sciascia, per parlare con lui di potere. E anche Calvino, in particolare avrei voluto chiedergli del suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno. E poi sarebbe stato bellissimo intervistare tutti i garibaldini che hanno combattuto in Spagna. Ma dico proprio tutti, eh. Infine, la mia grande intervista l’avrei fatta a Spartaco, che non era italiano e che è stato sfanculato dai romani. Certo, avrei dovuto parlargli in latino, e non sarebbe stato proprio semplice, ma con un po’ di fantasia un modo l’avrei trovato… ».
Con la fantasia si può fare tutto. Perfino cambiare la realtà. In fondo è quello che fa la letteratura… la scrittura da questo punto di vista è “rivoluzionaria”, è d’accordo?
«Be’ sì. Con la fantasia si può fare tutto, è vero, ed è l’unica risorsa che abbino per cambiare la realtà. La scrittura più che rivoluzionaria la trovo alchemica».
A proposito di rivoluzione e interviste, cosa avrebbe chiesto a Che Guevara, al quale lei ha dedicato una biografia (“Non perdere la tenerezza”)?
«Tutte domande che avrei voluto fargli sono contenute in quel libro. C’è una cosa, però, che avrei voluto chiedere agli eredi: perché non hanno mai pubblicato i diari scritti nel periodo in cui lui era ministro? Mi piacerebbe tanto saperlo».
Perché ha scelto di raccontare la sua storia?
«Se sei un bambino cattolico, ed io non lo sono stato, la tua vocazione è scrivere la biografia di San Francesco. Io sono stato di sinistra per tutta la vita, i miei riferimenti per raccontare la storia sono stati due: Che Guevara e Ho Chi Minh, ma ho scelto di scrivere del primo perché non conosco la lingua vietnamita, anche se è un’idea alla quale non ho ancora rinunciato quella di raccontare di Ho Chi Minh. Anzi sicuramente scriverò una storia narrativa partendo da questa domanda: lui che era un grande fumatore, da dove prendeva le sigarette quando era in carcere?».
E qui torniamo al fumo… e quindi a Perugia. Come sono andati gli incontri?
«Oh benissimo, ma qui vedo cose sempre più strane… non ho ancora detto ai perugini che sono affascinato dal grifone che ho scoperto nel Palazzo dei notari. Qui c’è una piccola statua di un grifone che si sta facendo un maialino…. Ora capisco l’amore dei perugini per grifoni e maialini. In realtà da anni sto dando la caccia al Leone della Serenissima di Venezia, che mi interessa per diverse ragioni: intanto vorrei capire perché un logo assiro è simbolo di Venezia; e poi mi attrae la parola stessa “Serenissima”; e non capisco perché una Repubblica militare decida di prendere questo nome… Ho già scritto 15 pagine su questo argomento, in verità».
L’Italia, comunque, continua ad affascinarla…
«L’Italia tira fuori il meglio e il peggio di me stesso. Quando sono qui divento un anti neoliberale, divento un garibaldino. Anzi da 20 anni sto facendo una crociata affinché tutte le statue di garibaldini in Italia portino il poncho rosso».
E cosa altro ha scritto di nuovo?
«Due libri. Uno è appena uscito in Messico, sulla rivoluzione liberale messicana, simile al vostro Rinascimento. L’altro è uno dei cinque romanzi che ho iniziato a scrivere e che uscirà a fine anno».
Ma quando trova il tempo per scrivere così tanto?
«Quando inizio posso scrivere anche per 8-10 ore di fila…».
Spaziando da un genere all’altro…
«Sì ma questo è un fenomeno letterario controllato. Io sono sempre uno. Sia quando scrivo, sia quando vivo. Sono sempre Paco».

(l’Unità, 14 maggio 2017)