Una Carrozzeria pop dal teatro al cinema

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Spiazzanti e irriverenti, scorretti ed esagerati. Eppure, la forza del loro modo di fare teatro è tutta qui: osare, sempre, mescolando il tragico e l’ironia, il reale e l’irreale, il grezzo e la poesia. E’ il teatro “pop” di Carrozzeria Orfeo, la compagnia diretta da Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti che quest’anno festeggia dieci anni tondi tondi portando in scena in tutta Italia tre acclamatissimi spettacoli: Thanks for Vaselina (2013), Animali da bar (2015), Cous Cous Klan (2017). “Sono stati dieci anni di festa, frenetici e potenti – racconta Gabriele Di Luca -. Abbiamo iniziato nel 2009 vincendo il premio Dante Cappelletti, senza sostegni e con la promessa di rimanere fedeli a noi stessi in un momento in cui non era così scontato che i teatri si aprissero al contemporaneo. Fare un teatro di parola che sostituisse le vecchie tematiche con personaggi nuovi e spesso scorretti non è stato semplice. Eppure, oggi, ci seguono circa 30-40 mila persone”.

Lo spettacolo spartiacque è stato Thanks for Vaselina, che ora è anche un film in cui recitano attori come Luca Zingaretti e Antonio Folletto. Raccontaci di questa esperienza.

Giare il film è stata un’esperienza bellissima. Ci ho impiegato tre anni. Ho diretto gli attori della mia compagnia e nello stesso tempo ho avuto la possibilità di lavorare con persone molto competenti, da Paola Carnera (fotografia) a Massimo Santomarco (scenografia), fino a Luca Zingaretti che per me è stata una grande e piacevole sorpresa, anche dal punto di vista umano. Ha costruito un personaggio straordinario, facendomi conoscere il suo aspetto più giocoso e femminile. Il tutto con una umiltà fuori dalla norma. Si è dedicato completamente al progetto. Poi, certo, essendo un’opera prima per me è stato anche faticoso, soprattutto considerando che il cinema ha sdoganato molti generi ma non la tragicommedia. Vedremo come andrà. Il film uscirà all’inizio del 2019 prodotto da Casanova Multimedia.

Anche Animali da bar – che a breve vedremo a Torino (15 novembre Teatro Vittoria), Bari (1-2 dicembre Teatro Kismet), Napoli (7-16 dicembre Teatro Vittoria) – diventerà un film?

Ci sono delle buone possibilità. Ma nel frattempo sto lavorando al mio secondo film, che nasce dalla pagina bianca… Parlerò di miracoli. In generale, comunque, io amo molto la serialità americana, dove la realtà è il punto di arrivo. Mi piace costruire personaggi verosimili, all’interno di una struttura mai duale, dove tutto si mescola. E’ una drammaturgia inclusiva la mia, direi cristiana.

In Cous cous Klan si va ancora oltre, la realtà diventa distopica.

Sì, infatti. In questo caso sono partito dall’acqua per raccontare il divario fra ricchi e poveri. Mi sono inventato una città recintata e sorvegliata, circondata da una baraccopoli.

Tutti e tre gli spettacoli saranno in scena a Roma (Teatro Eliseo 3-27 gennaio), Genova (Teatro Modena 2-7 aprile), Milano (Teatro Elfo Puccini 17 giugno – 5 luglio). Poi partirà un nuovo progetto?

Sì, ma voglio prendermi il tempo necessario. Sarà un progetto dedicato al cibo e all’alimentazione. I miei due grandi obiettivi sono: continuare a scrivere drammaturgie corali e portare i nostri spettacoli all’estero.

(il Venerdì di Repubblica, 26 ottobre 2018)

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Un tappeto rosso ci aspetta

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Sarà pure un gioco, come dicono le mamme mano nella mano con le loro figlie, ma al provino per il nuovo film di Nanni Moretti ci sono andate eccome, puntuali e ben vestite. Sveglia all’alba, abito semplice ma carino, un filo di lucidalabbra e via. Vuoi mettere? Parliamo di Nanni Moretti, a dire la verità idolo più dei genitori che delle figlie, troppo piccole per conoscere Caro diario o Palombella rossa ma affascinate dal mondo del cinema e vanitose abbastanza per muoversi con disinvoltura davanti alle telecamere. E’ bastato un annuncio pubblicato sulla pagina Facebook del Cinema Nuovo Sacher: “per il nuovo film di Nanni Moretti si cercano bambine dai 5 ai 13 anni, e ragazze dai 16 al 18”.

E così centinaia di piccole donne accompagnate da mamma o da papà, o anche da entrambi, si sono messe pazientemente in fila per essere fotografate e intervistate dalla squadra di Moretti. Eh già, perché del regista romano nemmeno l’ombra. “Peccato, speravamo di poterlo incontrare – ammette Eugenia Mazza, mamma di Elisa ed Emma Morganti (9 e 5 anni, Roma) – Pazienza, l’importante è fare il provino e poi chissà… In fondo siamo qui semplicemente per passare un sabato diverso, per vivere un’esperienza diversa. Abbiamo preso un volantino che distribuivano davanti scuola, all’Aventino, e ci siamo decise a presentarci”.

Vengono soprattutto da Roma, da sole o in gruppo, magari in compagnia delle amiche. In fila c’è perfino una comitiva di 8 mamme, ciascuna con la propria figlia, tutte di nove anni, tutte compagne di classe presso l’Istituto Spirito Santo di via Marmorata. “Le nostre bambine l’hanno presa come un gioco – raccontano – Ne hanno parlato molto in classe, poi c’è chi ha deciso di partecipare al casting e chi ne ha fatto a meno”. “Mia figlia si è molto divertita, contenta di aver partecipato”, aggiunge Paola Spagnoli, mamma di Laura Catalano, appena finito con il provino. “Mi hanno fatto delle domande – racconta la piccola Laura – : che rapporto ho con i miei fratelli, cosa voglio fare da grande…”. Già, cosa vuol fare da grande? “La stilista”, dice sorridendo. Poi c’è chi vuole diventare medico, insegnante, ballerina, cantante e ovviamente attrice, come Melissa Nesti, 11 anni, che arriva da Lucca. “Mi piacerebbe moltissimo fare cinema – ammette -. Ma questo è il mio primo provino e sono molto emozionata, spero proprio che mi scelgano…”.

Sognare, sognare, sognare. Lo fanno le ragazze, e lo fanno anche le mamme. E allora come non ricordare quel meraviglio film che fu Bellissima di Visconti, in cui Anna Magnani accompagnava la figlioletta a Cinecittà sperando di farle avere la parte nel film di Blasetti? Ecco, di mamme così ce n’erano tante l’altro giorno. Patrizia Pallanga, per esempio, al casting ci ha portato tutte e tre le figlie. E ha trascinato con sé anche il marito. “Ines, 17 anni, Evelyn, 15, ed Eva, di 9, sono tutte e tre delle aspiranti modelle – dice con orgoglio -. Ormai è un anno che non ci perdiamo un provino. La più grande delle tre ha già recitato con Maria Grazia Cucinotta e si prepara a partecipare alla selezione per Ciao Darwin”. “Non ho aspettato neanche che mi facessero delle domande – dice Ines all’uscita –. Ho iniziato a parlare da sola, mi sono presentata e ho raccontato quali sono le mie passioni”.

Ma del film cosa si sa? “Non sappiamo niente…” dicono in tante. Ma poco importa se le notizie sono poche, quel che conta è essere lì. Le più informate sanno che il film, prodotto da Procacci e Fandango, ha un titolo provvisorio: Tre piani. Ma potrebbe anche cambiare. Certo è che stavolta Moretti ha scelto un soggetto non suo. Il film, infatti, è tratto dal romanzo Shalosh Qomot di Eshkol Nevo, edito in Italia da Neri Pozza nel 2017, una storia di tre famiglie che vivono nello stesso condominio, traslato da Tel Aviv a Roma.

Naturalmente chi ha un amore incondizionato per il cinema di Moretti non poteva non esserci, come Alice Pesce, 18 anni, che viene direttamente dalla Calabria: “Mi sono appena iscritta all’università La Sapienza, Moretti è il mio regista preferito, per lui sarei andata anche in capo al mondo! – racconta – Ho visto tutti i suoi film, peccato non averlo potuto incontrare. Comunque vorrei provare a fare cinema o teatro. Se va male apro una gelateria”.

Il piano B di Stella Livia Rotella, 16 anni, di Orvieto, invece, è fare la pediatra. “Il mio grande sogno è recitare, ho già partecipato a qualche altro provino e faccio parte di in una compagnia amatoriale. Ma so che è un mestiere difficile quello dell’attore, ci vuole tanta determinazione, bisogna avere talento e studiare. Il cinema di Moretti lo conosco grazie ai miei genitori che me lo hanno fatto scoprire. Sono un po’ emozionata, ma non ho grandi aspettative… vedremo”.

Ludovica Andreani, invece, 13 anni di Roma, vuole aprire un negozio di ottica come il papà. Intanto si è lasciata convincere dalla mamma di un’amica a partecipare al casting. “Sono contenta che alla fine abbia deciso di venire – dice la mamma, Sonia Vietri – Credo che qui la selezione sia seria e lei ha fatto teatro a scuola per diversi anni, anche se questo è il suo primo privino”.

Poi ci sono gli habitué dei casting, come Giulia d’Antuono, 12 anni, di Nettuno. “Amo recitare – ci racconta – ho già partecipato come comparsa alla fiction di Pif La mafia uccide solo d’estate 2 e al film Quo vado di Checco Zalone. E’ stato molto emozionante”. E con lei stavolta c’è anche la sorellina Rachele di otto anni. “Moretti è un grande – dice la mamma, Simona Pacini – non ho resistito, alle fine ho portato tutte e due le figlie”.

Sofia Bianchi, 9 anni di Roma, ammette di sapere poco del regista, “ma studio recitazione da cinque anni, è bellissimo essere ogni volta una persona diversa da me…”. Anche Giulia Porcarelli, 11 anni di Roma, fa teatro da quando era piccolissima e non perde occasione per lasciarsi fotografare. “Sono stati gli insegnanti a spingerci a venire – racconta il papà Francesco – Giulia è una bambina curiosa e ama recitare”. Intanto le ore passano, la fila si allunga e i casting proseguono. Ma per le ritardatarie c’è un’altra occasione: sabato 27 ottobre seconda e ultima giornata per presentarsi al Nuovo Sacher. Fatevi sotto.

(Grazia, 25 ottobre 2018)

Ascanio Celestini fa il manager di Tony Tammaro

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Un attore comico nato con il cabaret, un cantastorie romano attratto dalle periferie e un menestrello partenopeo idolo dei tamarri… Cosa hanno in comune? Almeno una cosa ce l’hanno di sicuro, il regista, Antonio Capuano (Vito e gli altri, Pianese Nunzio, La guerra di Mario), che per il suo nuovo film – stavolta una commedia – ha voluto Biagio Izzo, Ascanio Celestini e Tony Tammaro. Che trio, eh? Il film sembra curioso, viste le premesse. E forse la storia che racconta aiuta a comprendere meglio il perché di certe scelte apparentemente bizzarre.

Achille Tarallo – un progetto Skydancers, Mad Entertainment e Rai Cinema in associazione con Notorious Pictures, nelle sale dal 25 ottobre – tutto sommato racconta una storia di poveracci, quella di Achille Tarallo (Biagio Izzo), autista di autobus col grande sogno di diventare famoso come Fred Buongusto, e del suo amico Cafè (Tony Tammaro), che canta le canzoni del repertorio “Tamarro italiano” nelle date dei matrimoni recuperate dall’improbabile impresario Bennabic (Ascanio Celestini).

Una storia di disperati nella Napoli di oggi insomma, che però non smettono mai di sperare, soprattutto quando per Achille arriva l’occasione di cambiare vita. Ma cosa c’entra Ascanio Celestini con Napoli? “No no no, l’ho detto subito anche al regista – racconta –. Io recito in romano. Tra l’altro sono abituato ad improvvisare le battute nei miei spettacoli, e così ho fatto anche nel film, che mi sono divertito molto a girare e ho affrontato anche con più serenità non essendo io il regista”. In fondo, il suo personaggio, Pennabic non è così diverso dai tanti protagonisti periferici dei suoi spettacoli che devono continuamente arrangiarsi. “Io sono quello messo peggio di tutti, cerco lavoro e corro dietro ai matrimoni… – continua – A proposito, Napoli credo sia l’unica città in cui le comparse si presentano già pronte con i loro bei vestiti. Quando ho visto i pullman di persone arrivato per fare le comparse al matrimonio non potevo crederci, sembrava davvero che dovessero andare ad una cerimonia!”. Una cosa è certa. Ci sarà da ridere.

(il Venerdì – la Repubblica, 19 ottobre 2018)

I segreti del Teatro Valle negli scatoloni dell’archivio

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Ci sono voluti otto anni abbondanti, ma alla fine, tutti quegli scatoloni preparati in fretta e furia dopo la chiusura del Teatro Valle, nell’estate del 2010, prima dell’occupazione, sono stati finalmente aperti. Et voilà, dagli uffici del Dipartimento Spettacolo da vivo del Mibact – dove era confluito il materiale – sono spuntati programmi di sala, fotografie, copioni, documenti che un tempo erano conservati in via del Teatro Valle 21. E non solo, perché negli uffici di piazza Santa Croce in Gerusalemme sono finiti anche i materiali che si trovavano negli uffici di via Morgagni, sede dell’Eti, l’Ente teatrale italiano smantellato nel 2010 dal governo Berlusconi. Stiamo parlando, quindi, anche degli archivi del Teatro Quirino di Roma, della Pergola di Firenze e del Duse di Bologna.

“E’ stato complicatissimo – spiega Onofrio Cutaia, direttore generale dello Spettacolo dal vivo del Mibact – , ma alla fine ci siamo affidati ad un esperto dell’Università La Sapienza, che in accordo con la Sovrintendenza archivistica del Lazio, ha censito tutto il materiale: centinaia di fogli ci dicono che lì dentro ci sono migliaia di documenti. Il periodo storico di riferimento parte dagli anni Sessanta del Novecento, quando iniziò la gestione dell’Eti. Tra l’altro – aggiunge Cutaia – proprio pochi giorni fa è stata rinnovata la Commissione di sorveglianza sugli Archivi, che provvede agli scarti degli atti, cioè a distinguere i materiali preziosi da quelli amministrativi”. Sbirciando fra gli scatoloni sbuca un manifesto di Moulin Rouge con Macario al Teatro Valle. E poi c’è la locandina della compagnia Peppino De Filippo in Quel bandito sono io! e La donna del mare di Ibsen con Lydia Alfonsi e la regia di Paolo Todisco. Di sicuro ci sono anche Totò, Anna Magnani, Vittorio Gassman.

Ma dove andranno a finire i documenti storici e quando potranno essere consultati dal pubblico? “Questo è tutto da vedere – prosegue Cutaia -. Nei prossimi mesi si entrerà nel merito dell’esame dei documenti. Certo, sarebbe bello se tornassero al Teatro Valle. L’idea è quella di riunire e digitalizzare l’intero archivio dell’Eti, cioè non solo quello che abbiamo trovato negli scatoloni ma anche le carte conservate a Firenze e a Bologna. Spero di poterne parlare presto con il ministro Bonisoli”.

Restano, tuttavia, alcuni misteri irrisolti: dove sono finite, per esempio, le cartelline della libreria a giorno che era al quinto piano del Valle e che custodiva documenti degli anni 30-40? E tutti gli arredi? E e le 30-40 locandine che aveva fatto incorniciare Antonio, lo storico custode? Per non parlare del mistero più grande: quando potremo vedere interamente aperto e funzionate lo storico teatro, oggi di proprietà del Comune?

(14 ottobre 2018, La Repubblica – Roma)

Vivian Maier, una vita in negativo

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Bambini che giocano in strada, donne eleganti con le loro risate sguaiate, pendolari in attesa del treno, suore in riva al mare, e dentro ogni rullino un autoritratto. È un diario senza parole quello di Vivian Maier (1926-2009), 150 mila scatti custoditi fino al 2007 in cinque armadi e venuti alla luce grazie al figlio di un rigattiere, John Maloof, dopo l’acquisto all’asta (sopra, uno dei rullini). Quando sviluppò le foto si rese conto di avere fra le mani un tesoro e cominciò a farlo conoscere al mondo. Nel frattempo però Vivian è morta, povera e dimenticata da tutti ,tranne che dai bambini a cui aveva fatto per tanti anni da tata. Della sua vita non sappiamo molto altro, ma sono bastate queste poche informazioni a Francesca Diotallevi per decidere di scriverne la biografia, densa e appassionata: Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, pp. 208, euro 16,50). «Ho visto per la prima volta le sue fotografie in una mostra a Monza», racconta Diotallevi, autrice nel 2015 di un’altra biografia romanzata, quella di Modigliani (Amedeo, je t’aime, Mondadori Electa). «Le ho trovate bellissime. Non riuscivo a non pensare a quella bambinaia con la Rolleiflex. Ho scelto una biografia romanzata perché volevo essere libera, evitando di coinvolgere persone viventi». 

Il libro racconta soprattutto gli anni 50, che Vivian trascorse a New York, osservando gesti e sguardi, pronta a scattare ovunque. Eppure, si legge tra le pagine, «una volta scattate, le fotografie smettevano di interessarle». Chiusa nella sua solitudine – forse a causa di un abuso subito da ragazza – la fotografia era la sua unica ancora di salvezza. «Penso che  non abbia sviluppato i suoi rullini per paura di essere rifiutata» continua Diotallevi. «Immagino sarebbe felice di sapere che qualcun altro ha scelto per lei». Per anni Vivian Maier ha catturato pezzi di vita altrui, ora siamo noi ad entrare nel mondo di questa straordinaria fotografa, solitaria e sfuggente.  

(12 ottobre 2018, il Venerdì – La Repubblica)

Memorie vagabonde di James Salter

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Ci sono vite che sembrano romanzi. Quella di James Salter , “l’ultimo grande scrittore d’America” – come lo hanno definito Bret Easton Ellis e Richard Ford -, è una lunga e vertiginosa storia che  racchiude al suo interno tante altre storie, piene di dettagli preziosi sui suoi libri e sui film, sui luoghi attraversati (New York, Parigi, Roma, la Corea) e su attori e personaggi conosciuti, come il giovane Kerouac o Irwin Shaw. Quello che Guanda manda in libreria a tre anni dalla morte di Salter è un memoir denso e avvincente uscito in lingua inglese nel 1997: Bruciare i giorni (pp. 420, euro 20,00).

In questi dieci capitoli un attento lettore riconoscerà gli amici che hanno ispirato i personaggi dei suoi libri (da Una perfetta felicità a Tutto quel che è la vita), le città, le atmosfere e l’attrazione per le donne (che ricorda per certi aspetti Philip Roth). Si parte dagli anni dell’infanzia e già in queste prime pagine scopriamo, per esempio, che tra i compagni di classe di Salter c’era Julian Beck, fondatore con Judith Malina del rivoluzionario Living Theatre. I ricordi si susseguono fino ai successi editoriali e cinematografici, passando per gli anni in cui lo scrittore prestava servizio come pilota presso l’aeronautica militare americana, che lasciò nel 1956 dopo la pubblicazione del primo romanzo, Per la gloria.

La parte più gustosa del libro? Quella in cui si parla della Roma pasoliniana, di Laura Betti (“la sua risata era irresistibile”), di Federico Fellini (“era un uomo che sedeva in maniche di camicia e che somigliava alle sue fotografie, disordinato, con i peli che gli spuntavano dalle orecchie, come un adorabile zio”). Di Roma scrive: “Era una città di una decrepitezza senza pari: colori smunti, fontane, alberi sui tetti, bei ragazzi forti, immondizia (…). Di giorno era magnifica, di notte diventava minacciosa”.

(28 settembre 2018, il Venerdì – la Repubblica)

David Puente: “Così smaschero le bufale”

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Ormai lo conoscono tutti come “il cacciatore di bufale”, ma lui preferisce definirsi semplicemente “un gran rompiscatole”. David Puente, nato nel 1982 in Venezuela da madre friulana e padre peruviano, vive in Italia da quando aveva 7 anni. Si è laureato all’Università degli Studi di Udine in Scienze e Tecnologie multimediali e la sua missione di vita, già da diversi anni, è una sola: scovare le bufale in internet. E a quanto pare ci riesce anche molto bene, tanto che Enrico Mentana lo ha voluto come primo assunto nel giornale che sta per mandare online.

David, lei è un programmatore e un consulente aziendale, ma soprattutto un debunker: come lo è diventato?  

Sono sempre stato una persona curiosa e non mi piace che la gente venga presa in giro. Sono un gran rompiscatole, uno di quelli che rovina il gioco. Ho sempre avuto la passione per internet, il giornalismo e il pallino della verifica delle notizie. Quello che facevo è cominciato ad essere noto nel 2007. In quel periodo sono stato chiamato dalla Casaleggio Associati. Lì mi hanno messo davanti ad un pc dicendomi che avrei dovuto occuparmi del sito dell’Italia dei Valori. Allora Di Pietro era ministro delle Infrastutture e il mio compito era quello di verificare tutto ciò che veniva pubblicato online. All’epoca, quando fui assunto, ero ancora uno studente, quindi mi sono ritrovato all’improvviso catapultato nel mondo del lavoro. Ma non vivevo più. Per questo ad un certo punto ho deciso di licenziarmi e aprirmi la partita Iva. Avevo notato che c’era uno strano dilagare di baggianate e così ho iniziato più seriamente a smascherare le bufale. Ho lavorato per un periodo a bufale.net ma poi, nel 2016, ho scelto l’indipendenza: ho lasciato una pagina da 100mila visite per una da 700mila, la mia, quella con il mio nome.

Come mai, secondo lei, negli ultimi anni c’è stato questo gran dilagare di fake news?

Per un insieme di interessi, soprattutto economici. Da una parte ci sono siti “acchiappa-visite”che hanno trovato il modo di attirare l’attenzione attraverso notizie false, ma dall’altra c’è chi lo fa per motivi ideologici. Qualcuno poi sceglie anche di confezionare fake news per semplice goliardia.

Qual è stata la bufala più grossa che ha smascherato?

Ce ne sarebbero tante. Quella che mi ha occupato più tempo è stata la bufala sul ristorante di carne umana in Nigeria, che parlava di teschi ritrovati in cucina durante un blitz della polizia. La notizia era rimbalzata su tutti i social network. Ne avevano parlato anche i tabloid inglesi e qualche giornale italiano. Sono andato a verificare, ma non trovavo niente. Ci ho perso molto tempo, finché ho individuato un forum in cui era stata rielaborata una storia vera che riguardava un hotel dove erano stati trovati tre teschi in una camera. Ma si trattava di un blitz contro il terrorismo locale. Un’altra bufala smascherata è quella del soldato russo morto a Palmira. Avevano diffuso un dialogo tra a lui e il suo capo, un dialogo molto strano. Nessun sito russo lo aveva pubblicato. Ho preso il testo, l’ho tradotto in varie lingue e alla fine ho scoperto l’origine: era stato preso da un sito che a sua volta aveva copiato un commento da un altro sito ancora e copiato a sua volta da un gruppo Fb del Bangladesh fan di Putin. Eppure, i giornali ne hanno parlato. E’ incredibile come basti poco per far credere qualunque cosa.

Smascherare le fake news comporta anche dei rischi. Lei è stato più volte minacciato…

Vengo pesantemente minacciato ormai da dicembre, spesso da gente che non sa cosa altro fare. Ad un certo punto sono stato insultato da persone diverse che utilizzavano la stessa metodologia e così sono andato a vedere chi erano. Ho scoperto che parlavano con la stessa persona e che si stavano scambiando il mio indirizzo di casa… Si trattava di Rosario Marcianò, il guru delle scie chimiche. Lui sosteneva che Valeria Solesin non fosse mai morta al Bataclan. Ho contattato le associazioni delle vittime del Bataclan, può immaginare quando la  famiglia Solesin ha visto il profilo della ragazza creato dopo la sua morte… Lo hanno subito denunciato, e la stessa cosa ho fatto io. Internet non è un Far west, ci sono delle regole. Questa estate, per esempio, ho anche smascherato l’account di Lara Pedroni, un falso profilo Fb con la foto di una bellissima modella inglese che aveva diffuso alcuni contenuti su due-tre gruppi strategici, bufale create ad arte per essere condivise e che riguardavano Saviano, il Movimento 5 stelle, poi Renzi, la Kyenge, Laura Boldrini. Ovviamente ho denunciato, il profilo è sparito e sono cominciate ad arrivarmi le minacce, molto insistenti.  

Ha paura?

Più che altro sono stressato. Poi sì, certo, c’è anche la paura. In giro c’è una tale rabbia… di recente è stato perfino diffuso uno screenshot di Repubblica con dei falsi articoli in cui risultavo indagato per pedopornografia… Ovviamente sono stato ricoperto di insulti, ma anche contattato da persone che mi chiedevano quando era partita l’indagine.

Ma come si fa a distinguere il vero dal falso?

Siamo sempre attaccati al cellulare e dal telefono è difficile verificare. La prima cosa che si può fare, comunque, è molto banalmente controllare con il motore di ricerca. Se non ci sono fonti autorevoli che ne parlano, qualche sospetto dovrebbe venirci.

Smascherare le false notizie non è evidentemente una cosa che sanno fare tutti. Per questo, immagino, Mentana l’ha voluta nel suo nuovo giornale. Come ha preso la notizia?

Ovviamente mi ha fatto piacere. Sarebbe già stato molto avere la possibilità di poter prendere il tesserino da giornalista lavorando con lui, invece mi ha affidato una responsabilità non da poco.

Cosa farà precisamente?

Controllerò tutto quello che verrà pubblicato sul sito, professione “rompiscatole” appunto… Nel frattempo sto portando a termine la mia collaborazione con Giornalettismo. A breve uscirà un video educativo sull’importanza dei dati personali a cui tengo molto. Oggi la società è spaccata, bisogna tornare a dialogare.

 

(Grazia,  20 settembre 2018)

 

Fuga dagli incubi della casa nella prateria

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Ci sono storie che inizi a leggere e ti trascinano immediatamente in un mondo idilliaco: “I venti sono forti da queste parti, sembrano il respiro stesso della montagna. Più in basso la valle è tranquilla, impassibile. Ma la nostra fattoria danza: le pesanti conifere ondeggiano piano, mentre l’artemisia e i cardi selvatici tremolano e s’inchinano a ogni raffica o vuoto d’aria”. Sono le parole che usa Tara Westover nel suo romanzo d’esordio, L’educazione, per descrivere il luogo in cui è nata e cresciuta fino a 17 anni, Buck Peak. Ma quel mondo non ha niente a che fare con La Casa nella prateria perché custodisce una vicenda familiare impregnata di violenza e folli credenze, con descrizioni raccapriccianti che ricordano i film di Tarantino (“Shawn mi torce la testa. Crack! Il rumore è così forte che penso mi abbia staccato la testa e la sta tenendo tra le mani. Mi cedono le gambe, cado a terra”).

Sembra una storia d’altri tempi, arcaica ed estrema, il romanzo autobiografico di Tara Westover, nata nel 1986 da una famiglia  fondamentalista di mormoni sulle montagne dell’Idaho e cresciuta lavorando nella discarica del padre, senza andare a scuola, senza mai mettere piede in un ospedale, senza sapere cosa fosse, per esempio, l’Olocausto. Lei e i suoi fratelli si preparavano ai “giorni dell’Abominio” accumulando vasetti di pesche e dormendo con uno zainetto di emergenza. Nel frattempo incidenti, cadute, ustioni costellavano la loro vita, finché Tara decide di iscriversi al college e poi all’Università di Cambridge dove si laurea.

Questo libro racconta, con la stoffa dei grandi scrittori, una storia incredibile sulla capacità di cambiare il proprio destino. “Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi – si legge nel finale -. Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo un’educazione”.

L’educazione
Tara Westover
traduz. Silvia Rota Sperti
Feltrinelli
pp. 384
euro 18,00

 

(21 settembre 2018, il Venerdì de la Repubblica)

 

 

C’ è una geisha a spasso per Roma

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Il suo vero nome, ovvero quello che aveva prima di entrare a far parte del Karyūkai (il mondo dei fiori e dei salici piangenti), non può rivelarlo. Né può dirci quanti anni ha di preciso, anche se la sua età sembra scritta sul suo bellissimo volto (avrà forse 24-25 anni). Eppure Asaka – che significa luminosa trasparente fragranza – ci dice molte cose di lei e del mondo incantato in cui ha scelto di tuffarsi, quello della geisha. “Gei è l’arte, sha la persona. La geisha è dunque un’artista, un’opera d’arte in movimento.”, dice Asaka, nata a Tokyo e oggi molto orgogliosa del suo essere geisha. “Mia nonna era una sapiente suonatrice di shamisen, mia madre è un’esperta di kimono, io ho lavorato nel settore dell’hospitality e ho viaggiato molto oltreoceano. Ho imparato a conoscere l’arte del kimono, ho lavorato in ryokan (alberghi) giapponesi e ho sempre amato e studiato danza… Sembrava che diventare una geisha fosse per me naturale. La geisha è un sogno, nascosto in ogni angolo del nostro mondo c’è il tocco dell’arte”.

Eppure, è un’arte che rischia di scomparire, per questo Miriam Bendìa (che alle geisha ha dedicato un blog, occhidaorientale.net, un workshop, e due libri, Diario di una maikoIroke Cuore di Geisha) ha voluto organizzare per loro un Festival itinerante, #AGeishaDay, a Roma dal 6 al 16 settembre. L’evento fa parte delle iniziative culturali della Bake Academy e porterà fra i monumenti della Capitale 4 donne diverse che racconteranno cosa significa essere una geisha (per prenotare il proprio percorso: 06. 88805627 e 347.5406062).

Una bella occasione, dunque, visto che raramente queste donne lasciano il Giappone. “Le nuove generazioni non sono più interessate all’intrattenimento tradizionale – racconta Asaka – Non ci sono  molti danna, dei patroni delle arti in grado di devolvere contributi economici al sostegno di una okiya (casa delle geisha). Forse far conoscere meglio questa figura anche all’estero potrebbe essere una strada per salvarla, in modo da suscitare interesse e magari trovare dei nuovi danna occidentali”.

Asaka si sveglia ogni mattina alle sei, pratica yoga e mangia cibo fresco. “Uno dei workshop del Festival si terrà nel Centro Olistico Gur Prasad, un importante centro di Yoga Kundalini (il 15 settembre dalle 11:00 alle 18:30)… non vedo l’ora!” dice. Di solito, dopo lo yoga, si concentra sulle lezioni nelle arti tradizionali. “Una geisha deve studiare per tutta la vita, sempre alla ricerca della perfezione. Siamo atlete, musiciste ma anche poetesse e scrittrici. Si studia anche l’inglese, per comunicare al meglio con gli ospiti stranieri”. E dopo un pranzo leggero, inizia la preparazione per le esibizioni serali nelle ochaya (le case del tè). “Ci trucchiamo, con il rito del bianco make up oshiroi, indossiamo il kimono (imparare a farlo nel modo giusto è stata una delle cose più difficili): il tutto richiede da una a due ore. La sera ci esibiamo negli ozashiki (i geisha party), dove intratteniamo i clienti con l’arte della conversazione (l’ozamochi), eseguiamo delle performance di danza, musica e canto per loro, facciamo anche dei divertenti giochi di abilità mentale e velocità nei riflessi”. Asaka guadagna circa 80mila yen per due ore di lavoro. “Il salario delle artiste – spiega – è fissato da organi statali appositamente adibiti. A costoro la geisha deve far sapere a quali incontri ha partecipato, ogni sera, e per quanto tempo affinché possa ricevere lo stipendio”.

Durante il Festival sarà possibile assaporare l’atmosfera dell’ozashiki l’11 settembre presso il ristorante giapponese Rokko (dalle 20.30 alle 23 in Passeggiata di Ripetta 15), e il 14 settembre presso la sala da tè Fiorditè (dalle 20.30 alle 23 in Via Tuscolana 30). “Vorrei lasciare ovunque – conclude Asaka – delle piccole briciole che portino le persone ai cancelli di questo mondo incantato”.

(la Repubblica, Roma, 02/09/2018)

Valeria, l’attrice che applaude gli altri per vivere

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Ventenni con la mania del selfie, pensionati in cerca di due spicci in più, donne giovani e single e perfino intere famiglie presenti da generazioni anche solo per poter dire “io c’ero”. Chi sono? E’ il popolo bizzarro e colorato dei figuranti, comparse di ogni età pronte a mettersi in gioco alla prima occasione che si presenta. Avete mai riconosciuto tra il pubblico televisivo gli stessi volti in trasmissioni diverse? Fateci caso, quello del figurante per alcuni è diventato un vero e proprio lavoro, più presenze si collezionano più si guadagna. Già, ma quanto?

Ci racconta la sua esperienza Valeria Usai, 28 anni, figurante Rai già da tre anni. Nata a Cagliari, vive a Roma ormai dal 2009, a San Lorenzo, “un quartiere vivo, dove trovo ci sia un certo fermento culturale, per questo l’ho scelto” dice.

Valeria è un’attrice, ha lavorato con Beatrice Bracco, Francesca De Sapio, Massimiliano Bruno, Gabriele Mainetti… La prima cosa che ci tiene a dire è che ha deciso di lavorare  come figurante per provare a crescere professionalmente iniziando dal basso. “Mi interessa il mondo della televisione, ma diciamo la verità, se non hai nessuno che ti raccomanda o non sei figlio d’arte forse l’unica strada è affidarsi alla classica gavetta. Ecco perché ho fatto questa scelta, frequentando gli studi televisivi ho la possibilità di osservare, di conoscere gente, di crearmi dei contatti”. E poi anche per una questione economica, naturalmente.

“Il lavoro dell’attore è per sua natura discontinuo, con i soldi che guadagno recitando non potrei pagarmi l’affitto e le altre spese vive – continua Valeria -. In questo modo, invece, posso contare su un’entrata variabile, a seconda del numero di presenze in trasmissione, ma costante”. Ecco, quando si guadagna in media facendo il figurante? “Diciamo 500 euro al mese circa, almeno per quanto mi riguarda. Certo se l’impegno è quotidiano la cifra sale. Di solito vengo pagata da 20 ai 35 euro a puntata per programmi come La prova del cuoco, l’Eredità, L’Arena, Stracut, DopoFiction e Kilimangiaro. Se poi, oltre alla semplice presenza, mi si chiede anche di prendere la parola allora il compenso sale a 80 euro, come mi è capitato per l’Arena di Giletti, o arrivare a  100 se vengo impiegata anche per fare altro. A volte, oltre ai semplici applausi, può succedere di dover cantare o ballare o di recitare in qualche sketch”.

Ma come è cominciato tutto? “Ricordo vagamente di essere entrata negli studi Rai con entusiasmo e curiosità – racconta -. Poi l’attesa all’ingresso con gli altri ragazzi de L’Arena, gli ultimi ritocchi, il conto alla rovescia all’inizio della diretta… e una volta dentro ho cercato di osservare cosa accadeva. Pensavo di andare incontro ad una farsa, a qualcosa di artificioso, ho scoperto invece che tutto era molto naturale. Ero particolarmente incuriosita dal conduttore e da tutto ciò che riguardava il dietro le quinte, da autori e suggeritori, gobbo e scaletta, camere ecc… cercavo di cogliere ogni particolare, di familiarizzare con i tempi e i ritmi televisivi”.

E da settembre per Valeria potrebbe aggiungersi un nuovo programma alla lista: Domenica in. “Lo spero proprio, perché la presenza sarebbe per l’intera stagione. E poi dovrei partecipare di nuovo a La prova del cuoco e a Stracult”. Certo, continua Valeria, “ogni volta in queste situazioni si incontra gente di ogni tipo: casalinghe annoiate che vengono per poter guadagnare soldi da giocare al burraco, ventenni che non riconoscono grandi artisti, pensionati con la voglia di avere in tasca qualche soldo in più da spendere come meglio credono, pischelli in cerca di un autografo vip e ragazze come me che desiderano crescere professionalmente. Devo dire che pur essendo fra noi molto diversi cerchiamo sempre di fare gruppo. E’ capitato anche di condividere dei momenti particolarmente commoventi. Quando è morto Fabrizio Frizzi, per esempio, noi eravamo negli studi Rai dell’Eredità ed è stata abbastanza dura quando ci hanno detto che il giorno successivo avremmo dovuto lavorare. Come dire Show must go on…”. La luce si accede, comincia la diretta e per ciascuno c’è una parte da recitare. Anche per Valeria, che chissà, magari dopo tante trasmissioni passate ad applaudire altri, finalmente avrà tutti gli occhi puntati su di lei. E allora sì che il rumore del battito delle mani avrà ben altro sapore.

(La Repubblica, Roma, 01/09/2018)