Le sette vite di Paolo Poli

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Entrando in casa di Lucia Poli, è la prima cosa che rapisce lo sguardo: i colori. Il rosso, il giallo, il blu sono quelli dei bozzetti di Lele Luzzati realizzati per gli spettacoli di Paolo Poli, scomparso a 86 anni poco più di un anno e mezzo fa, il 25 marzo del 2016.

Paolo l’amabile, Paolo il birbaccione, Paolo il genio, Paolo l’istrione… e potremmo continuare con altri 500 aggettivi circa fino alla lettera Z, come suggeriscono le parole scritte sui monitor delle vecchie tv accatastate nella mostra Paolo Poli è…, dal 22 ottobre al 6 gennaio nel foyer del Maggio musicale fiorentino, un percorso lungo i sessant’anni di carriera teatrale, a cura del compositore Andrea Farri, figlio di Lucia, e del critico teatrale Rodolfo Di Giammarco (in collaborazione con Mibact, Comune di Firenze, Maggio musicale fiorentino). Sarà una specie di album da sfogliare, fatto di fotografie quasi tutte inedite, locandine, spezzoni di spettacoli e interviste, bozzetti di scena e di abiti.

“Ci piaceva l’idea di una mostra che mettesse in primo piano il corpo di Paolo, ecco perché ci saranno soprattutto i video”, spiega Lucia Poli, che con lui condivideva il grande amore per il teatro. “Sono 11 anni più giovane –  continua  – e quando ero bambina mi affascinava questo fratello così divertente e fantasioso, che mi raccontava dei film e mi portava a vedere i  primi spettacoli. Lui mi tagliava i capelli, mi faceva i ritratti, mi vestiva con abiti scozzesi. Sono vissuta in una famiglia numerosa, eravamo 5 figli ed io ero la più piccola. Con Paolo crescendo ho maturato gli stessi interessi. Prima l’insegnamento, poi il teatro. E pensare che all’inizio non volevo seguire le sue orme. Poi ho cominciato a collaborare con la Rai e a frequentare Roma, che all’epoca trovavo una città molto viva e interessante. Ho conosciuto Pasolini, Moravia, Laura Betti. E ad un certo punto Paolo mi ha chiesto di lavorare insieme. All’inizio ho avuto paura, ero dubbiosa, sentivo il peso del confronto. Lui era molto più esperto, quindi inizialmente è stato difficile, ma con il tempo ho capito che il confronto doveva essere solo con me stessa. Ognuno di noi ha maturato un suo percorso. Lui aveva una personalità forte ed ha inventato un stile unico e irripetibile”.

E proprio quel suo stile “unico ed irripetibile” rivivrà nella mostra che ripercorre 40 spettacoli, da Il mondo d’acqua a Sei Brillanti, da Rita da Cascia a Magnificat. “Ho riordinato e restaurato circa 500 fotografie di scena dell’archivio personale di mio zio” ci racconta Andrea Farri. Gli abiti e le scene, invece, sono ancora conservati in un magazzino, “tranne due-tre grandi scenografie realizzate da Lele Luzzati e Lorenzo Tornabuoni che caleranno dall’alto nel foyer”, aggiunge.

Ho capito subito che nella vita avrei fatto un lavoro artigianale, in modo da usare non solo l’intelletto, ma anche il corpo”, racconta Paolo in un’intervista. E ci sembrerà di rivederlo quel corpo, spesso en travesti. Era bellissimo, “ma di una bellezza effeminata, ecco perché ha fatto poco cinema – ricorda la sorella  – negli anni Cinquanta andava di moda l’uomo macho, lui al massimo avrebbe potuto fare un pretino”. Quando Fellini gli offrì una parte in 8 1/2 però la rifiutò, “gli impegni teatrali erano troppi”. Dopo i primi successi non si è più fermato, la sua vena poetica e surreale ha fatto innamorare il pubblico, che se vorrà potrà riascoltarlo nel video inedito tratto dal recital Mezzacoda. Risuonerà per tutto il foyer, mente la sua immagine gigante se la riderà dall’alto.

(Il Venerdì di Repubblica, 27 ottobre 2017)

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Marta Cuscunà, storie di donne e di resistenza

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Nel suo ultimo lavoro, Sorry, boys. Dialoghi su un patto segreto per 12 teste mozze, le si intravedono appena le gambe. Ha un gran bel da fare lì dietro, con tutti quei freni e i pedali da manovrare per mettere in movimento bocche e palpebre delle teste in lattice appese come trofei. Ma chi ha visto il suo primo spettacolo, E’ bello vivere liberi! Un progetto di teatro civile per un’attrice,5 burattini e un pupazzo, ricorderà certamente il suo volto da ragazza, voce narrante insieme agli attori di cartapesta. Con questo spettacolo ha vinto il primo Scenario per Ustica nel 2009 e da quando ha debuttato continua a portarlo in giro per l’Italia. Di recente è stata ospite del festival romagnolo “Arrivano dal mare”, il più antico festival italiano di teatro di figura. E la prossima tappa la porterà a Cantù (3 novembre). E’ bello vivere liberi! racconta la storia di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana e deportata ad Auschwitz.

Marta, le storie che racconti sono soprattutto storie di “resistenza”. Quanto ha influito sulle tue scelte il fatto di essere nata a Monfalcone, città famosa per i cantieri navali e per il triste primato di morti per malattie causate dall’amianto?

Sicuramente ha influito molto. Il primo spettacolo che ho scritto, E’ bello vivere liberi!, è strettamente legato a Monfalcone. Leggendo la storia di Ondina Peteani scritta da Anna Di Giannantonio, ho riconosciuto i luoghi, i racconti di cui ho sentito parlare. Ondina era un’operaia dei cantieri navali. Un giorno 1500 operai uscirono dalla fabbrica ancora in tuta da lavoro e salirono sulla montagna per unirsi alle formazioni partigiane. Le staffette partigiane hanno avuto un ruolo fondamentale nel nostro Paese. Mi ha colpito molto il gesto di quelle donne. Oggi sembra che tutto passi sopra le nostre teste, per questo la storia di Ondina contiene un messaggio positivo: ragazze così giovani sono l’esempio di come ogni singolo individuo può diventare indispensabile per la vita di un intero popolo. Quello, per Ondina, come dice lei stessa, è stato il periodo più felice della sua vita. Per noi giovanissimi che deleghiamo tutto è un grande insegnamento.

Perché per i tuoi racconti hai scelto storie di donne?

La questione femminile era un’urgenza che sentivo. Tutto il progetto sulle Resistenze femminili è nato dopo l’inchiesta della semiologa Giovanna Cosenza che ha chiesto ai suoi studenti bolognesi cosa pensassero del femminismo. E il risultato è stato spaventoso: l’opinione verso questo movimento era negativa. Ma perché, mi sono chiesta, visto che le donne sono ancora vittime di discriminazioni di genere? Così ho deciso di ragionare sui malintesi e di provare a smantellare i pregiudizi.

Nella prima tappa della trilogia sulle Resistenze femminili, E’ bello vivere liberi!, siamo addirittura in una fase molto precedente rispetto al femminismo.

Già allora le donne avevano iniziato a pensare ad un ruolo diverso per se stesse. Anna Di Giannantonio sottolinea che mentre per gli uomini era necessario scegliere durante la guerra se combattere o disertare, alle donne nessuno chiedeva nulla, potevano tranquillamente restare a casa. Quindi niente è scontato. Così ho capito che la donna è una risorsa irrinunciabile per la pace e la democrazia.

Il secondo spettacolo, La semplicità ingannata. Storie per attrice e pupazze sul lusso d’essere donna, ci porta, invece, nel Cinquecento.

In quel periodo avere una figlia femmina era un problema. Le clarisse di Udine, di cui parla lo spettacolo, sono tutte monache forzate, cioè obbligate a farsi suore pur di rinunciare alle doti matrimoniali. Queste monache si rendono conto, ad un certo punto, di poter creare una comunità femminile protetta dall’ingerenza maschile. Capiscono che possono farlo attraverso la cultura e immaginano un modello nuovo in cui le donne possono emanciparsi solo se solidali. E per difendersi da chi vorrebbe attaccarle utilizzano proprio gli stereotipi femminili. Il loro progetto comincia a trovare sostegno e solidarietà anche fuori e la Chiesa inizia a spaventarsi finché capisce che non c’è altra cosa da fare che separarle.

Il terzo lavoro, infine, Sorry, boys, chiama in campo anche l’altro sesso: gli uomini.

L’ultima tappa prende spunto da un fatto di cronaca successo a Gloucester del 2002, quando un gruppo di ragazze liceali rimasero incinte tutte insieme. La gravidanza sarebbe stata pianificata come parte di un patto segreto per creare una piccola comune femminile. Una delle ragazze confessa poi di aver voluto creare un piccolo mondo nuovo dopo aver assistito ad un terribile femminicidio. Sul caso sono stati girati film e se n’è parlato molto. In quella cittadina la polizia riceveva un numero elevatissimo di chiamate per violenza domestica. 500 uomini hanno marciato per le strade per sensibilizzare la comunità al problema. Mi sono accorta così che bisognava cambiare le cose e smetterla di nascondere i problemi sotto il tappeto.

Come è nato il tuo amore per il teatro di figura?

Da un laboratorio dell’artista catalano Joan Baixas, con cui ho approfondito i linguaggi del teatro visuale. Ho seguito un suo corso, e poi sono stata a bottega da lui. Mi disse: questa è la tua strada. E nel 2006 ho debuttato in Merma Neverdie, spettacolo con pupazzi di Joan Mirò e regia di Joan Baixas. Ho capito che anche i pupazzi, così snobbati in Italia, possono trattare temi forti e pericolosi, e parlare del potere.

E i tuoi pupazzi in che modo nascono?

Dalla fantasia… li immagino e poi cerco di trovare uno scenografo con cui collaborare. Per esempio per la schiera di teste mozze in Sorry, boys avevo pensato alle teste della serie fotografica “We are beautiful” di Antoine Barbot, ma non sapevo come fare per riuscire a far muovere le palpebre, la bocca, in modo tale da far sembrare le teste mozze più vive possibile, e poi con Paola Villani ci è venuta l’idea dei freni di biciclette. Per i pupazzi dagli occhi grandi di E’ bello vivere liberi!, invece, mi sono ispirata al mondo di Tim Burton. E poi avevo letto che durante la guerra andavano proprio in scena dei bozzetti drammatici che raccontavano la fine delle spie, quindi il linguaggio teatrale c’era e ne ho tratto ispirazione.

Stai già lavorando a nuovi progetti?

Proprio in questo periodo sono in residenza a Villa Manin,Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia,  dove sto lavorando ad una nuova produzione della Centrale Fies che debutterà nell’autunno del 2018. Ho letto gli studi di Marija Gimbutas, archeologa lituana che compara i reperti archeologici con le tradizioni e ho ritrovato le stesse cose in certe storie della memoria popolare. Forse, ho pensato, avevano già scelto un modello sociale non condannato alla violenza e alla sopraffazione dei più debole. Lo spettacolo si chiamerà Il canto nero della caduta.

(Il Manifesto – Alias – 21 ottobre 2017)

 

 

 

La magia di El Grito

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Occhi puntati all’insù e fiato sospeso. Non c’è circo che possa fare a meno di acrobati, funamboli, artisti in volo sopra le nostre teste. Non c’è circo che eviti di fare i conti con la paura e con rischio di perdere quell’equilibrio precario eppure eccezionale. Quando parliamo di spettacoli circensi, pensandoci bene, la gran parte delle persone immagina immediatamente domatori di leoni, elefanti e clown. Esiste un tipo di circo, invece, fatto di poesia e di linguaggi differenti che si mescolano fino a creare spettacoli surreali. Quello che da dieci anni gira il mondo con il nome di El Grito è un “circo contemporaneo all’antica”. Cosa significa? “Un tipo di circo nuovo nella metodologia di lavoro, aperto alle arti e più innovativo, e nello stesso tempo molto tradizionale per il modo in cui è organizzato – ci racconta Giacomo Costantini, fondatore della compagnia con Fabiana Ruiz Diaz – ; noi siamo una piccola comunità di nomadi, viaggiamo e viviamo insieme”. Una piccola comunità pronta ad allargarsi ogni volta che ingloba al suo interno altri artisti con i quali creare nuovi e fantasiosi show, come accade in Si tu t’imgines, la più grande coproduzione di circo contemporaneo italo-francese pronta a debuttare al Teatro Pergolesi di Jesi il prossimo 28 settembre (poi la tournée proseguirà in Basilicata e in Puglia fino al 15 ottobre, nell’ambito de “La Francia in scena”, stagione artistica dell’Institut français Italia realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia).

Giacomo, El Grito è una compagnia che nasce dal basso nel 2007, esattamente dieci anni fa. Oggi è una realtà riconosciuta e finanziata dal Ministero dei Beni culturali. Immagino che all’inizio sia stata molto dura…

“Tutto è cominciato in modo un po’ informale. Appena ho conosciuto Fabiana c’è stata subito sintonia tra di noi e abbiamo iniziato a viaggiare. Nel 2006 siamo arrivati a Bruxelles, che pensavamo fosse una tappa di passaggio,  e lì siamo stati accolti dallo Espace Catastrophe – punto di riferimento internazionale per il circo contemporaneo –  che l’anno successivo ha coprodotto il nostro primo spettacolo. Poi il grande passo lo abbiamo fatto nel 2008 con Scratch & Scretch., nato come spettacolo all’aperto che poi ha girato con successo un po’ ovunque, e con 20 decibel che ha debuttato alla Biennale internazionale di circo ed è diventato un nostro cavallo di battaglia. Ma ad un certo punto ci siamo stancati di essere sempre ospiti. Volevamo tornare in Italia, quindi nel 2011 abbiamo deciso di aprire un circo. Ne ho parlato con mio fratello – che nel frattempo aveva lasciato il suo posto di lavoro sicuro per andare a lavorare proprio in un circo – e in pochi mesi abbiamo costruito il nostro chapiteau. All’inizio abbiamo fatto di tutto, senza soldi e nessuna certezza, ce ne siamo andati in giro per il mondo guidando camion e imparando a fare qualunque cosa”.

E dal 2014 siete una delle due compagnie italiane di circo contemporaneo sostenute dallo Stato. Certo, l’Italia è ancora parecchio indietro rispetto, per esempio, ai cugini francesi… 

“Negli ultimi anni le cose si stanno muovendo anche nel nostro Paese, ma con grande ritardo. Non c’è paragone con la Francia o il Belgio, e infatti tutti gli artisti circensi italiani si trasferiscono all’estero.  Nel 90 per cento delle nostre date italiane il pubblico assiste per la prima volta ad uno spettacolo di circo contemporaneo. In Francia, invece, il circo contemporaneo è più finanziato della danza e lo possiamo trovare ovunque, anche nei centri culturali”.

Parliamo di Si tu t’imagines, questa grande coproduzione italo-francese che coinvolgerà gli artisti circensi Acolytes. E’ la vostra prima collaborazione?

“Sì, lo è e siamo molto felici. Si tu t’imagines  è uno spettacolo di cabaret itinerante. Io firmo la regia di questo lavoro che ha come punto di forza i numeri. In dieci giorni di prove creiamo il nostro universo. E’ un format che abbiamo già sperimentato e che permette ad ognuno di mostrare le proprie qualità artistiche. C’è sempre una piccola dose di incertezza in questo tipo di spettacolo, che però alla fine è molto fresco perché non sai mai veramente cosa accadrà. Sulle note di Bach, lo spettacolo di cabaret itinerante toccherà quattro luoghi diversi: la strada (nella piazza di Guardia Perticara, un borgo di 500 anime); l’arena (a Policoro o a Martina Franca per esempio); lo chapiteu di Taranto, dove si concluderà il tour; il teatro Pergolesi di Jesi, dove il nostro viaggio comincerà con un workshop aperto al pubblico. Ovviamente Si tu t’imagines non può essere uguale in luoghi diversi, quindi verrà adattato alla situazione. Saremo degli artisti in viaggio, insieme nella città: danzatrici aeree, giocolieri e acrobati, Sciamani 2.0 che esorcizzano la paura, guerrieri dell’acrobazia che sfidano la gravità nei luoghi in cui hanno avuto origine”.

A proposito di viaggi e di incontri, avete altri progetti con i Wu Ming?

“Sì, dopo l’esperienza di Piccolo circo magnetico libertario abbiamo deciso di proseguire nell’esperimento circo-letteratura. Wu Ming 2 sta scrivendo un nuovo libro, illustrato, e io realizzerò lo spettacolo a partire da questo testo. Il debutto è  previsto a dicembre.  E sempre a dicembre debutterà anche Caffè Bach, una vera e propria opera lirica, ma  stravolta. Al Teatro Pergolesi di Jesi”.

Ma perché dedicare una vita al circo?

“Intraprendere la carriera circense è come fare una piccola rivoluzione. Per molti della mia generazione (classe 1982) il circo significa fascino della strada e voglia di libertà. La mia è stata senza dubbio una vocazione. E ho imparato a fare questo mestiere da autodidatta.  Molti artisti, invece, scelgono di frequentare le scuole, ma in questi casi non hanno modo di conoscere l’aspetto più popolare, la vita insieme, la condivisione di ogni istante della propria esistenza”.

Quando un acrobata è lassù, in alto, non ha mai paura?

“La paura c’è sempre, soprattutto all’inizio, quando inizi a provare il numero. Poi più ti alleni, più la paura se ne va. Bisogna imparare a conviverci, perché il fattore rischio è parte del circo. Se non si corre il rischio di morire non c’è circo”.

(Alias – il Manifesto, 23 settembre 2017)

Agrupación Señor Serrano e quei duemila piccoli animali

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Un esercito di duemila piccoli animali e tre performer che tentano di gestire, riprendendo ogni dettaglio con una videocamera, un mondo caotico dove tutto è in movimento. Da un lato ci sono le guerre, le siccità, le coste inquinate, lo sfruttamento del lavoro, dall’altra i supermercati, le strade sicure, i servizi sanitari, il benessere. E in mezzo migliaia di uccelli migratori che in cielo tracciano le forme più bizzarre. Uuccelli insofferenti ai recinti, come l’uomo alle barriere. Si intitola Birdie il nuovo spettacolo della compagnia catalana Agrupación Señor Serrano vincitrice nel 2015 del Leone d’argento per il teatro (ideazione Àlex Serrano, Pau Palacios, Ferran Dordal, interpreti Àlex Serrano, Pau Palacios, David Muñiz). In Italia vedremo il nuovo lavoro al Teatro Vascello di Roma il 28 e il 29 ottobre, all’interno del Romaeuropa festival (20 settembre – 2 dicembre). Intanto, ce lo facciamo raccontare da Pau Palacios.

Pau, la vostra compagnia sta per tornare in Italia con Birdie: come nasce questo spettacolo?

Tutti i nostri spettacoli nascono da un’immagine, in questo caso da una foto molto potente e interessante, quella di Josè Palazon, in cui si vedono in primo piano degli uomini che giocano a golf mentre alle loro spalle decine di migranti sono in bilico su un recinto tentando di scavalcarlo. Una foto che abbiamo subito collegato al film di Hitchcock Gli uccelli, quei migranti accovacciati lì su ci hanno fatto pensare a quegli uccelli…

Quindi l’Quindi Quindi lìQidea di accostare la famosa foto di Josè Palazon a Gli uccelli di Hitchcock è arrivata immediatamente? E per portarci dove? 

La foto, il gioco del golf e il film Gli uccelli: queste tre cose sono state messe subito in collegamento. Il problema è arrivato dopo: come trattare l’argomento dei migranti? Non volevamo farlo facendo pornografia dell’immagine. E dunque siamo ripartiti da quella foto per provare a mettere a fuoco il problema.

Qual è stata la difficoltà maggiore?

Decidere in che modo strutturare il tutto. La foto di Palazon è del 2014 e il boom dei rifugiati c’è stato nel 2015, quindi siamo stati superati dalla realtà. Da qui il problema… complicato, soprattutto emotivamente. Noi cerchiamo di essere distaccati quando affrontiamo certi argomenti, più sono potenti più ci chiediamo come trovare i punti di distanza per poter poi andare in profondità.

E alla fine come ci siete riusciti? Nei vostri spettacoli, e anche in questo caso, avete sempre puntato sulle nuove tecnologie, che si intrecciano con una drammaturgia creata dall’incrocio di tanti linguaggi: in che modo lavorare per arrivare all’esito finale dello spettacolo?

Negli ultimi 4 spettacoli abbiamo seguito lo stesso percorso, che dura ogni volta circa due anni. Un processo creativo lungo e composto da diverse fasi: per i primi otto mesi leggiamo e facciamo ricerche, poi elaboriamo una piccola drammaturgia di 20 minuti circa. Per dieci giorni proviamo in residenza video e performance e poi facciamo una prima dimostrazione aperta al pubblico, per noi utilissima perché dopo quella prova aperta rivediamo il testo che di solito diventa di 35-40 minuti, poi andiamo ancora in residenza, poi di nuovo una dimostrazione aperta al pubblico e per altri due-tre mesi riscriviamo il testo. A volte facciamo un’altra residenza ancora. Insomma in questo modo arriviamo al debutto abbastanza sicuri. E nei primi sei mesi di repliche in genere lo spettacolo cambia ancora. Per esempio Birdie, che ha debuttato a Barcellona a luglio dello scorso anno, è diverso rispetto allo spettacolo che vedrete a Roma.

Nello spettacolo, dicevamo, si parla di migranti, un grande dramma dei nostri giorni. In che modo l’artista può fare la sua parte?

Quello che posso dire è che ciò che stanno facendo i nostri politici non va, loro sono responsabili di tutto ciò che sta accadendo e devono trovare una soluzione al problema. Noi artisti possiamo solo metterlo a fuoco e per una volta dare voce ai deboli.

Una curiosità, da dove provengono tutti quei piccoli animali che animano la scena di Birdie?

In scena ci sono duemila animali… sono tanti, sì. Noi siamo sempre alla ricerca di oggetti o di  pupazzetti per i nostri spettacoli. In questo caso il regista aveva visto questi animali in un Museo di Stoccolma, ma erano troppo cari. Così abbiamo rintracciato il produttore di Miami (Safari Ltd), ci siamo presentati, abbiamo spiegato a cosa ci sarebbero serviti e l’azienda ci ha spedito i pezzi di cui avevamo bisogno, diventando nostro sponsor.

Dai vostri spettacoli sembra che chiediate al pubblico se è davvero capace di leggere le immagini…

Sì, è proprio così. In Birdie proiettiamo la foto di Palazon e invitiamo il pubblico a guardarla bene, per un quarto d’ora. In genere dedichiamo un secondo e mezzo a fissare un’immagine. Noi invece qui la analizziamo. Siamo circondati da immagini, eppure le guardiamo sempre in maniera superficiale. Ma le immagini sono costruite, non sono innocenti. Anche nel linguaggio audiovisivo ci interessa mostrare che il racconto cinematografico è una costruzione, non è la realtà. Ci interessa svelare il trucco che c’è dietro.

Vale anche per l’informazione (altro argomento che affrontate spesso nei vostri lavori)? 

Sì, cerchiamo di mettere in guardia il pubblico: attenzione, tutto è frutto di una costruzione.

State già lavorando a nuovi progetti?

Sì, stiamo lavorando ad un nuovo spettacolo, Kingdom, che debutterà il primo luglio del 2018. E’ una critica al capitalismo e anche al patriarcato. Mettiamo in relazione King Kong con il capitalismo. In Italia arriverà nell’autunno del 2018.

E dopo il Romaeuropa festival avete altre tappe previste in Italia? 

Sì certo, saremo a Potenza il 2 novembre con Birdie e poi a Bergamo il 20 ottobre con lo spettacolo A house in Asia.

In Spagna è complicato come per l’Italia lavorare in teatro?

Molto più complicato. Da una parte in Spagna non c’è una tradizione teatrale forte, non c’è un modello. Dall’altra il teatro è sempre considerato come qualcosa da spazzare via. Dopo la crisi del 2008 il governo ha fatto fuori tutti i festival di cultura contemporanea. Dalle 25 date annue che avevamo, ne sono rimaste solo tre. Nell’ultimo anno la situazione è leggermente migliorata ma le partecipazioni ai festival sono ancora numericamente al di sotto del periodo precedente il 2008. Quest’anno, per esempio, abbiamo avuto molte più date in Italia. In Spagna se non fai certi spettacoli più classici è difficile lavorare. Per fortuna giriamo molto in Europa e non solo. Siamo stati anche a Shanghai, in Brasile, a New York. E le nostre residenze sono quasi sempre in Italia, Francia, Belgio, Olanda. Dove possiamo noi andiamo.

(Alias – il Manifesto, 16 settembre 2017)

Immagina: Altan traduce Lennon

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L’abbiamo cantata tutti almeno una volta nella vita. E’ talmente bella da superare ogni confine generazionale. E se i più piccoli ancora non la conoscono, ecco un libro delicato e tenero che li farà innamorare di un testo che altro non è se non un inno alla pace. Imagine all the people living life in peace… cantava John Lennon nel suo famosissimo brano scritto nel 1971, quando i Beatles si erano già sciolti. A quella canzone oggi si ispira il volume appena pubblicato dalla casa editrice Gallucci e patrocinato da Amnesty Internacional-Italia, Imagine, che esce contemporaneamente anche in Gran Bretagna, Stati Uniti, Olanda, Corea, Germania, Spagna, Francia, Slovenia, Romania, Argentina, Brasile e Messico. Il libro – contenente anche le parole originali in inglese qui tradotte dal vignettista Altan – è illustrato da Jean Jullien, artista francese che nelle sue tavole ha scelto di far prevale il colore del cielo. Lassù, tra l’azzurro e le nuvole, un piccione abbraccia con le sue ali tutti gli altri uccelli, senza fare distinzione tra colore delle piume o forma del becco, invitandoci ad avere cura gli uni degli altri e a mettere da parte la paura, accogliendo chiunque e da qualunque luogo arrivi.

Firma l’introduzione del volume Yoko Ono Lennon (moglie del grande John) che scrive: “Oggi più che mai abbiamo bisogno di pace, per questo le sue parole sono ancora tanto importanti. Tutti vogliamo essere felci e vivere in serenità. Ognuno di noi può contribuire, ciascuno a suo modo, a rendere il mondo un posto migliore”. Un libro universale, insomma, che invita nonni e nipoti a non smettere mai di immaginare un futuro più armonioso. You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one (dirai che faccio sogni, ma io non sono il solo) direbbe John Lennon.

(il Venerdì di Repubblica, 15 settembre 2017)

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Imagine

Traduzione di Altan

Disegni di Jean Jullien

Prefazione di Yoko Ono Lennon

euro 15,00

Gallucci

Luis Sepúlveda si racconta

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“Così diceva la prima pagina del Manifesto e il giornale amico mi è caduto di mano mentre camminavo su una strada di Rapolano, vicinissimo a Siena”. Con queste parole inizia il capitolo in cui Luis Sepúlveda ricorda la scomparsa del suo amico “Manolo”, ovvero Manuel Vázquez Montalbán. Ma in quelle 300 pagine di Storie Ribelli (Guanda), che lo scrittore cileno presenterà in anteprima domenica 17 a Pordenonelegge, ci sono anche tante altre storie, personaggi, fatti (perfino il rapimento di Giuliana Sgrena e l’uccisione di Nicola Calipari). Ci sono, insomma, i racconti di una lunga vicenda umana, politica e civile. Ne parliamo con l’autore.

 Sepúlveda, lei è uno scrittore molto amato in Italia, immagino lo sappia. E viene spesso a trovarci. Non ha mai pensato di vivere qui?

Ho pensato più di una volta di vivere in Italia. Solo un pericolo mi ha trattenuto: dopo un anno peserei più di 200 chili. In nessuna parte del mondo si mangia tanto bene quanto in Italia.

Da un paio di mesi, finalmente, lei è tornato ad essere un cittadino cileno. Dopo 31 anni il governo ha deciso di porre fine ad un’ingiustizia. Il racconto di quella giornata al consolato apre il suo nuovo libro Storie ribelli. Cosa si prova ad essere di nuovo un cittadino della propria terra? Tornerà a vivere in Cile? 

È bello quando finalmente si pone fine ad un’ingiustizia, ma niente di più. Io non sono un patriota, sono un internazionalista. Ora come cittadino cileno posso votare e il mio parere sulle questioni sociali e politiche diventa un po’ più legittimo. Ecco, questo è tutto. Non c’è nessun cambiamento emotivo o culturale importante. Non penso di tornare a vivere oggi in Cile, preferisco continuare a vivere il Cile attraverso la mia memoria e i miei ricordi.

È stata molto dura la condizione di apolide? 

È una condizione terribile perché la persona apolide è sospetta di tutto e niente. Durante i controlli alla frontiera, negli aeroporti, i poliziotti non sanno cosa fare, la persona apolide è un essere spogliato di tutti i diritti.

In Storie ribelli ripercorre 40 anni di vita personale e non solo attraverso scritti militanti in cui racconta, denuncia, accusa. È per questo che scrive? Per dare voce al silenzio?

Sono sempre stato molto orgoglioso della mia generazione militante, delle centinaia di migliaia di giovani che cercano di cambiare la società. Sono un sopravvissuto di una generazione sacrificata, molti di coloro che sono stati i miei compagni sono morti o stanno sparendo, ma io sono la loro voce. Finché io vivrò le voci dei miei compagni rimarranno vive. Ecco perché scrivo.

Nel primo capitolo del suo libro ricorda Óscar Lagos Ríos, il più giovane della scorta di Allende, morto a soli 21 anni “nel giorno più nero della storia de Cile”. Anche lei ha fatto parte del Gap e quell’11 settembre del 1973 è al centro del suo racconto, che da lì parte e lì ritorna sempre. Quale è il sentimento che prevalse, rabbia o paura?  

Il sentimento che prevale è un misto di dolore e orgoglio. Dolore per le vite perdute, sacrificate e orgoglio per essere stato insieme a quelle persone straordinarie. Ogni volta che vado a Santiago, in Cile, visito il cimitero e vado alla tomba dei compagni del Gap. Lì, mi fermo davanti alla lapide su cui è scritto il nome di Óscar Lagos e gli racconto di mio figlio maggiore, che Óscar ha preso tra le braccia quando era neonato; ora è un uomo sposato con una bella donna e ha due figli. E al momento di salutare Óscar vado sempre via dicendo “è stato un onore condividere gli anni duri con te, compagno”.

Ha mai pensato di non farcela, per esempio nel periodo in cui subì le torture?

Come tutti i militanti che hanno subito le torture o sono stati nei campi di concentramento, sapevo il perché mi trovavo in quella situazione. Non parlo spesso di quell’esperienza, ma ricordo sempre che i miei compagni torturati ne uscivano senza essere più in grado di stare in piedi, con le ossa rotte, con lividi in tutto il corpo e la prima cosa che dicevano era “non ho parlato, non ho detto niente”. Il valore di questi uomini e donne è il mio fondamento morale, è la pietra miliare che mi sostiene.

 Di Pinochet, scrive, “non resta assolutamente nulla degno di essere ricordato, forse il fetore”. Di Allende ricorda “la sua integrità politica e umana”. Questo libro contiene anche molti altri ritratti, di persone amiche ma anche di persone che non le piacciono, dagli “Infami che permettono a Pinochet di evitare il giusto processo” a scrittori tanto amati come Chatwin o Coloane. C’è qualche personaggio di cui non ha avuto ancora modo di parlare ma al quale le piacerebbe dedicare qualche pagina, chissà magari in un libro futuro?

Sto lavorando lentamente ad un libro che ha come titolo provvisorio Gratitudes, dove parlo di scrittori, pittori e altri artisti, insegnanti, a cui devo molto. Ho sempre pensato che non esista un orfano più triste dello scrittore senza insegnanti e io sono molto grato ai miei maestri.

In Storie ribelli parla anche della lotta ai padroni del mare. Le battaglie ambientaliste sono ancora fra i suoi principali interessi?

L’ambientalismo è una delle mie preoccupazioni politiche, so benissimo che i crimini contro l’ambiente hanno un’origine economica e tutto ciò che è economico è intrinsecamente politico.

Come immagina il futuro del Cile?

È molto difficile immaginare il futuro di un paese apatico, socialmente rovinato e politicamente inerte e incapace di immaginare un’alternativa al neoliberalismo prevalente. È vero che ci sono settori della società che interpretano in maniera reale e adeguata la realtà e la possibilità di cambiarla, ma purtroppo sono solo una minoranza. In altri Paesi con governi neoliberali lo Stato si è indebolito fin quasi all’estinzione. In Cile, lo Stato è diventato un’azienda a servizio degli interessi delle grandi multinazionali che sono proprietari del Paese. È vero che ci sono forze politiche che ipotizzano un cambiamento, ma senza sapere in che modo questo cambiamento possa avvenire in maniera coerente. È molto difficile immaginare il futuro del Cile.

E della situazione del Venezuela, dove la deriva dittatoriale di Maduro sta mettendo in ginocchio il paese, cosa ne pensa?

Sono sempre stato abbastanza critico nei confronti del chavismo e questo ha significato per me tante discussioni con i miei colleghi della sinistra Neanderthal. Per quanto petrolio possa avere un Paese, non c’è crescita politica e culturale se si basa tutta l’economia sull’estrazione di una materia prima, senza diversificazione, senza accettare la sfida di nuove tecnologie o la necessità di promuovere energie rinnovabili. Dopo la morte di Chávez, è evidente che il successore, Maduro, non era il più adatto, il più forte dal punto di vista intellettuale per approfondire la cosiddetta rivoluzione bolivariana. Il Venezuela è un Paese che è passato dalla più grande corruzione a un tentativo rivoluzionario che non è stato capace di spiegare il perché della necessità di cambiare la natura di uno Stato corrotto in uno Stato dalla natura solidale. Non si può nemmeno ignorare che gli Stati Uniti hanno cercato di destabilizzare il Venezuela sin dal primo giorno del chavismo. Tuttavia, il Venezuela ha un problema che deve essere risolto dai venezuelani e senza interferenze straniere. Il grande problema del Venezuela non è una possibile deriva dittatoriale di Maduro o che abbiano sorpreso  Lilian Tintori con una fortuna illegale nella sua auto. Il problema del Venezuela è il petrolio, l’oro nero che ha sotto il suolo delle sue foreste e pianure.

Tra i suoi libri più amati e più letti c’è Storia di una gabianella e di gatto che le insegnò a volare. Tornerà presto a scrivere una nuova favola? 

Sì, la favola è un genere letterario che mi piace molto, e sto anche lavorando a una nuova storia.

(Alias, il Manifesto, 9 settembre 2017)

Ragazzi, questo non è un teatrino

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Se l’ultima volta che avete visto uno spettacolo per bambini risale alla vostra infanzia, magari proprio in compagnia dei vostri coetanei di allora di fronte a dei simpatici burattini, è meglio che vi prepariate. Soprattutto nel caso in cui dobbiate accompagnare i vostri figli o nipoti. Potreste anche rimanere scioccati. Gli spettacoli pensati per un pubblico più giovane, oggi, sono il vero terreno di gioco su cui le compagnie possono sfidarsi a colpi di creatività senza  paura di sperimentare nuove forme e nuovi linguaggi, mescolando gli stessi burattini alla danza o il teatro d’animazione a quello di ricerca. L’occasione per gettare uno sguardo internazionale su ciò che la fantasia suggerisce agli artisti con i loro spettacoli per famiglie arriva dal Romaeuropa Festival (20 settembre – 2 dicembre), che quest’anno per la prima volta ospiterà all’interno della sua programmazione un focus destinato ad un pubblico più giovane (dai 18 mesi in su).

Ad aprire quello che sembra un vero e proprio festival nel festival – Ref Kids, a cura di Stefania Lo Giudice – sarà la compagnia di Akram Khan con Chotto Desh, la versione per bambini dello spettacolo autobiografico Desh, presentato dal danzatore anglo-bengalese al Romaeuropa Festival 2012 (Teatro Vascello, 10-12 novembre). “Questo lavoro stimola la riflessione sulle tensioni razziali e culturali che crescono nella nostra società e sull’impatto che hanno su di noi”, spiega Sue Buckmaster, regista di Chotto Desh e direttrice artistica del  Theatre-Rites. Lei e Akram Khan si sono conosciuti a Londra qualche anno fa. “Credo che fosse arrivato il momento giusto per lui di allargare il suo pubblico”. Chotto Desh (Piccola patria) racconta la storia di come Akram Kahn sia riuscito a diventare quel ballerino straordinario che conosciamo, mescolando sulla scena la danza classica e contemporanea con le animazioni oniriche di coccodrilli, elefanti, farfalle e fiori.

E’ possibile, quindi, sperimentare nuovi codici della danza o del teatro per i bambini? “Naturalmente, altrimenti mi sarei annoiata da tempo –  scherza Sue Buckmaster -. Può essere incredibilmente eccitante creare un lavoro per un pubblico giovane. E la danza riesce a veicolare idee più difficili da descrivere a parole, è aperta all’interpretazione e pertanto valorizza l’opinione e il sentimento del pubblico”.

Ma sperimentare significa anche rischiare…“Non esiste una formula magica per fare un bello spettacolo – spiegano Jean-Baptiste Maillet e Romain Bermond, fondatori della compagnia Stereoptik  – . Quello che a noi piace, per esempio, è far condividere un momento speciale a persone provenienti da culture, età ed estrazione sociale differenti”. Al Romaeuropa il duo francese (entrambi sono artisti visivi e musicisti) presenterà due spettacoli: Dark circus (11-12 novembre, La Pelanda) e  Congés Payés (Ferie pagate, 18-19 novembre, La Pelanda). Il primo – che ricorda tanto la magia del cinema in bianco nero – nasce da un’idea di circo un po’ noir in cui ogni singolo numero si trasforma in catastrofe e che prende spunto da una storia di Pef (Pierre Elie Ferrier), autore di molti libri per bambini. Il secondo, invece, è una specie di viaggio alle origini del concetto di vacanza, con vecchi filmati delle gite al mare o in montagna, fotografie ingiallite, disegni, sacchetti di plastica e musica dal vivo. “Sul palco – raccontano Maillet e Bermond – , utilizziamo cose semplici che tutti noi abbiamo in casa: carta, pennarelli, vernici… Con questi materiali realizziamo delle opere dal vivo che poi utilizziamo per raccontare storie, introducendo anche movimento e ritmo. Il pubblico può assistere così sia alla produzione delle opere che alla proiezione cinematografica sullo schermo. Questa libertà di scegliere cosa guardare permette allo spettatore di crearsi il proprio film”.

Uno sciamano accerchiato da maschere, burattini e ombre, invece, è al centro de La mia grande avventura, scritto da Valerio Malorni e Fabrizio Pallara, che firma anche la regia dell’unico spettacolo presentato da una compagnia italiana, il Teatro delle apparizioni (17-19 novembre, La pelando, produzione CSS Teatro stabile di Innovazione Friuli Venezia Giulia). “Il nostro spettacolo racconta la storia di un bimbo di 7 anni che scappa dalla guerra e si ritrova da solo in un bosco popolato da spiriti – ci racconta Pallara -. Dopo tante fiabe classiche, stavolta attingiamo all’immaginario africano per mettere alla prova le nostre paure. Purtroppo in Italia c’è la tendenza a considerare il ‘teatro ragazzi’ di serie B, ma noi abbiamo scelto, ormai da una decina di anni, di rivolgerci ai bambini e ai genitori insieme perché pensiamo che in quel momento ci sia un’epifania, qualcosa di magico che accade”.

Su un punto sembrano essere tutti d’accordo: il teatro per i più piccoli dovrebbe essere fatto con la stessa competenza e attenzione ai dettagli che ogni lavoro per gli adulti ha. “I bambini non hanno pregiudizi, quindi con loro si può essere molto più liberi di osare”, aggiunge Pallara. A questo proposito, durante il periodo del Festival, negli spazi della Pelanda, ci sarà anche un Labirinto di 300mq in cui i bambini potranno entrare ed uscire attraverso un percorso sonoro pensato da Okapi (allestimento architettonico a cura di Sara Ferazzoli e Fabrizio Pallara). E naturalmente al Ref Kids arriveranno anche tante altre compagnie, dal Theater de Spiegel a Laurent Bigot. “L’arte è viva e in continua evoluzione con i tempi”, come dicono gli Stereoptik. Basta fidarsi un po’ e seguire le strade infinite della fantasia.

(il Venerdì di Repubblica, 08/09/2017)

Il sogno di Serra Yilmaz

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Il suo volto, con quegli occhi blu e il sorriso sincero, abbiamo imparato a conoscerlo grazie ai film di Ferzan Ozpetek, che ormai non può più fare a meno di lei, o quasi. Eppure Serra Yilmaz, prima di dedicarsi al cinema, ha iniziato a recitare in teatro. Quest’anno festeggia 40 anni tondi tondi di palcoscenico. “Se ci penso mi sembra quasi impossibile che siano passati così tanti anni – ci racconta l’attrice turca – eppure è proprio così. Era il 1977 quando cominciai a fare teatro. Il cinema è arrivato qualche anno dopo, nel 1983; in Italia, invece, nel 1998 con Harem Suare e 13 anni fa  anche il teatro con la pièce diretta da Angelo Savelli, L’ultimo harem, un caso unico per numero di repliche. Lo spettacolo è andato in scena per tanti anni, finché si è deciso di interrompere la tournée visto che da tre anni sono in scena anche con un altro spettacolo, La bastarda di Istanbul. Ma il pubblico ha protestato! E così L’ultimo harem verrà ripreso questo inverno. In fondo sono gli spettatori a dover scegliere, perché interrompere noi qualcosa che piace?”.

Nel frattempo i nuovi progetti avanzano… Il Todi Festival (26 agosto-3settembre) si è aperto con uno spettacolo nuovo di zecca, di cui lei è protagonista: Grisélidis/Memorie di una prostituta di Coraly Zahonero, regia di Juan Diego Puerta Lopez, sax solista Stefano Cocco Cantini. E dopo Todi, il monologo sarà in tournée nelle principali città italiane. Serra, chi è Grisélidis Réal?

Grisélidis Réal è un bel personaggio, molto affascinante (è nata a Losanna nel 1929 ed è morta a Ginevra nel 2005 per un tumore, ndr). E’ stata un’attivista, oltre che scrittrice  e pittrice, si è battuta  a lungo per i diritti delle prostitute in Svizzera e in Francia. Nel 1975 fu tra le 500 prostitute che occuparono la Chapelle Saint-Bernard per chiedere la tutela delle loro condizioni di salute. Grisélidis aveva però una sua idea della prostituzione, sceglieva lei gli uomini e poi annotava tutto. Si sforzava di capire perché alcuni uomini si rifugiassero tra la gambe delle donne che mettevano in vendita il proprio corpo. C’era in lei, quindi, un aspetto di grande umanità. I suoi scritti dimostrano quanto  conoscesse bene certe persone. C’è molta tenerezza nelle sue parole. In questo spettacolo la sua storia viene fuori attraverso un collage di testi – centinaia di lettere, diari, ecc… – scelti da Coraly Zahonero della Comédie Français, che per un anno ha lavorato a questo materiale fino a portarlo in scena ad Avignone. Io ho accorciato leggermente il testo e ho tenuto soprattutto questo rapporto con il cliente. Nello spettacolo c’è, per esempio, il racconto degli incontri con un cliente nano e gobbo e molto altro ancora.

Si parla di donne e diritti, quindi. Il tempo passa, ma certe questioni restano attuali.

La difesa dei diritti delle prostitute continua ad essere un tema attualissimo. L’unica grande differenza sta nel fatto che oggi la prostituzione è nelle mani della mafia, mentre all’epoca, come la stessa Grisélidis dice, la prostituzione era una scelta libera. Lei era indipendente, ma lottava per i diritti delle prostitute.

L’estate, in genere, è il periodo in cui si lavora sui set. Oltre a prepararsi per questo spettacolo, c’è già qualche altro film all’orizzonte?

Quest’estate mi sono concentrata sul teatro. Rosso Istanbul di Franz Ozpetek è uscito da pochi mesi nelle sale e alla mia età non ci sono più così tanti ruoli nel cinema. Anche le mia coetanee si lamentano perché si lavora poco. Comunque un progetto un po’ particolare c’è, ma ne  riparliamo più avanti. Diciamo solo che anche stavolta c’è lo zampino di Ozpetek, che però c’entra solo indirettamente.

Ma voi due come vi siete conosciuti?

Ci siamo incontrati a Strasburgo nel 1997, durante una rassegna cinematografica turca. Lui era lì per presentare il suo film, Il bagno turco. Ho catturato subito la sua attenzione perché parlavo italiano e turco come lui. Mi disse che mi avrebbe chiamata per il suo film successivo, ma io non ci ho creduto, pensavo fosse una frase di cortesia. Poi, invece, a febbraio si è presentato da me con una nuova sceneggiatura. E allora gli ho creduto. Così abbiamo iniziato a lavorare insieme. Mi sono sempre trovata benissimo con lui. Ridiamo molto sul set.

Serra, dove ha imparato l’italiano?

Non l’ho mai studiato, ma quando avevo 11 anni frequentavo una famiglia italiana che viveva a Istanbul. Io sono figlia unica di due genitori entrambi figli unici. E loro, invece, avevano 7 figli. Mi ci sono buttata…ero affascinata. Nel corso degli anni ho continuato a frequentarli anche quando sono tornati in Italia, nel Mugello. E Firenze è stata la prima città italiana che ho visitato. Tra l’altro sto pensando di trasferirmi proprio a Firenze.

Lei ha sempre avuto una grande passione per le lingue, considerando il suo lavoro di interprete. Immagino le sia stato utile anche per la sua carriera di attrice.

Sì, sono due mestieri – l’interprete e l’attrice – che si alimentano a vicenda. Se avessi un’altra vita a disposizione mi piacerebbe imparare anche a suonare, a cantare, a parlare il giapponese e molte altre lingue.

Non le dispiacerà lasciare la sua Istanbul?

La mia Istanbul è molto cambiata rispetto agli anni Settanta, quando c’erano un milione di abitanti. Sarebbe bello se potesse tornare ad essere come una volta.

E’ una città in cui è diventato complicato vivere. Dopo il golpe fallito dello scorso anno, i giornalisti continuano ad essere sbattuti in carcere e la situazione nel Paese è sempre più tesa.

Sì, è così. Ma preferirei non parlarne, non mi piace mescolare gli argomenti. So di sembrare un po’ rude, ma credo sia meglio così.

Il suo sogno per Istanbul?

Che si proibisca di costruire con il cemento. Via libera, quindi, al legno e al cartone. Lo so che è impossibile, ma sognare ancora si può, giusto?

Giusto. Un’ultima curiosità: come è andata la sua esperienza televisiva in Celebrity MasterChef?

Oh direi benissimo. E’ stato un bel gioco e come tutti i giochi anche in quel caso c’erano delle regole da rispettare. Ho conosciuto delle persone carine e simpatiche. Spesso ci incontriamo per cucinare. Insomma, mi sono fatta dei nuovi amici.

(Alias – Il Manifesto, 02/09/2017)

Philippe Decouflé: “La mia danza è un circo. Il rischio a un passo”

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Nel mondo della danza la sua fama è quella di essere una specie di mago e di illusionista. “Se è così, ne sono fiero – dice Philippe Decouflé, coreografo francese apprezzato anche da chi non frequenta molto il mondo della danza (tra i suoi spettacoli Codex, Shazam, Sombrero, Octopus) -. Quando facevo la Scuola di Circo seguivo i corsi di prestigiatore di un grande mago, Pierre Edernac; era sempre in frac e aveva dei baffetti sottili, proprio come i maghi eleganti. Mi è sempre piaciuta molto la magia, quindi l’idea che anche io sia un mago non mi dispiace”. In effetti, una dote rara e un po’ magica ce l’ha: riuscire a mescolare la danza contemporanea con l’arte circense e i video, fino a creare spettacoli visionari e onirici che scorrono davanti ai nostri occhi come giochi illusionistici. Eppure, più che ad un mago Decouflé fa pensare ad un fumetto (sul quale, tra l’altro, rivendica di essersi formato, insieme alle commedie musicali e alle coreografie Bauhaus di Oskar Schlemmer), sarà per quel ciuffo di capelli estroso e ribelle come le sue creazioni. L’ultima, Nouvelles pièces courtes, che vedremo in Italia ad ottobre (27, 28, 29, Fonderie Limone Moncalieri, Torinodanza Festival 2017, spettacolo programmato in collaborazione con la Francia in scena), è un insieme di pezzi brevi, rapidi e musicali, come un brano rock. Ne parliamo con lui tra una partita di biliardino e l’altra, nell’Espace Malraux di Chambery, dove lo spettacolo è andato in scena davanti a 950 spettatori che hanno assistito in religioso silenzio nonostante il caldo insopportabile. Un piccolo grande miracolo.

Signor Decouflé, quando era bambino cosa immaginava per il suo futuro?

Quando ero piccolo non pensavo al futuro. Montavo degli spettacoli nella mia camera, con i miei orsetti, le bambole, facevo i costumi e poi scrivevo la musica e il resto, quindi è una vecchia passione. La cosa divertente è che non pensavo che tutto quello sarebbe diventato il mio futuro. Ho la sensazione che ai giorni nostri si chieda sempre più spesso ai bambini cosa vogliono fare da grandi. A me non l’hanno mai chiesto finché non è diventato evidente, quando avevo 15 anni, ma prima non ci avevo mai pensato. Adolescente, ho avuto la fortuna di seguire degli stage di espressione corporea con un grande maestro, Isaac Alvarez, e con lui ho scoperto il mondo dello spettacolo, dei costumi, della musica, del corpo in movimento.

Nei suoi lavori c’è sempre un’allusione all’arte circense, anche in R, uno dei 5 pezzi di Nouvelles pièces courtes. Cosa l’affascina del circo?

Amo il circo, come amo la danza, la musica o il teatro. Lavorare con degli artisti circensi di alto livello, come quelli coinvolti in questo spettacolo, significa lavorare con persone che hanno una grande passione e una tenacia straordinaria. Il circo richiede un investimento fisico e impone una disciplina, secondo me, anche superiore alla danza. Inoltre, gli artisti del circo molto spesso rischiano la propria vita e trovo che questo sia ammirevole e folle. È un po’ la stessa follia di tutti noi che passiamo 12 ore al giorno in un teatro.

Oggi soprattutto i coreografi americani amano mescolare pezzi diversi. Ma la mancanza di una drammaturgia non rischia di penalizzare il lavoro?

Dipende se si pensa che la danza sia un’arte che permette di raccontare o meno delle storie. Per me, la danza è essenzialmente un’arte poetica, più che narrativa, quindi può raccontare storie ma non necessariamente. Si può parlare di emozioni. Penso che il format breve sia quello che si adatta meglio alla danza in generale. È abbastanza raro che uno spettacolo di danza sia coerente oltre una certa durata. I miei grandi maestri, Merce Cunningham o Nikolais, non facevano balletti lunghi, preferivano gli assemblaggi. Abbiamo una forma d’arte molto più libera oggi e mi interessa lavorare su formati brevi che danno un maggiore spazio di libertà.

Uno dei suoi balletti è un tributo a Vivaldi, da dove deriva il suo amore per il compositore?

È qualcosa di molto personale, mia madre ascoltava Vivaldi. Da tempo volevo ritornare alla coreografia pura, a una danza in rapporto diretto con la musica. La musica di Vivaldi è una musica che sostiene la danza, molto coreografica e simmetrica.

In Le Trou, ou l’Evolution en 10 minutes lei usa per la prima volta la tecnica del looping, giusto?

Sì. Il looping è una tecnica che avevo chiesto al mio team di tecnici video diversi anni fa, quando avevo scoperto che era possibile anche in musica. Laurent Radanovic, Olivier Simola e Benoit Simon (che hanno realizzato i software) hanno lavorato su questo progetto. L’ispirazione mi è venuta dalla famosa immagine dell’evoluzione umana, ma in generale tutto ciò che si riferisce alla scomposizione del movimento viene dalla cronofotografia di Etienne-Jules Marey e Eadweard Muybridge. La cronofotografia è un’invenzione che precede il cinema ed è rappresentata da una serie di immagini fisse con cui si ricostruiva il movimento.

Il suo pezzo finale, invece, è un tributo al Giappone, che lei ama molto…

Sono stato in Giappone una trentina di volte. È un paese che adoro e dove lavoro con piacere. Ho già realizzato tre creazioni in Giappone: 2 commedie musicali, Dora, le chat qui a vécu un million de fois (1996) e My Name is Shingo (2016) oltre allo spettacolo Iris (2003). Maimi Sato, una produttrice molto conosciuta nel mondo della danza in Giappone, ci invita da anni a lavorare nel suo paese e ora mi piacerebbe produrre un racconto di viaggio.

Cosa cambia nell’ideare uno spettacolo per un pubblico numeroso, come può essere quello delle Olimpiadi?

Credo che uno spettacolo rimanga uno spettacolo, che sia un a solo o che ci siano 5.000 persone. In un certo senso è la stessa cosa: bisogna costruire l’idea con un inizio, una parte centrale, una fine, un’evoluzione, un crescendo in potenza. Quando uno spettacolo ha le dimensioni di quello delle Olimpiadi, in quello spazio, si è obbligati a moltiplicare tutto. Una persona diventa 3 persone, 3 diventano 6 che diventano 9 che diventano 12. Ero partito dall’idea di moltiplicare tutto per tre perché un fiocco di neve ha dodici ramificazioni. Ho lavorato al mio spettacolo pensando alla struttura di un fiocco di neve.

Come è andata la sua collaborazione con il Cirque du soleil per gli spettacoli Iris e Paramour?

È stato bello, una grande occasione per me. Mi è piaciuto soprattutto il lavoro per Iris, lo spettacolo montato a Los Angeles, uno dei più belli mai realizzati. Paramour, presentato a New York, è stato molto più complicato per i vincoli legati al mondo di Broadway, alla narrazione, al fatto che bisognava rispettare una richiesta: essere creativi, ma non troppo.

Ora che è adulto ce lo può dire qual è il suo sogno?

Difficile dirlo. Anch’io, come tutti, faccio sogni diversi ogni sera. Però sogno spesso di realizzare un lungometraggio, di fare cinema. 


 

Torino in festa con Preljocaj e Trisha Brown

Sarà affidata ad Angelin Preljocaj, con il suo Roméo et Juliette, l’apertura del Torinodanza festival, in programma dal 12 settembre al 1° dicembre. Organizzato dal Teatro Stabile di Torino e diretto per l’ultimo anno da Gigi Cristoforetti (che dirigerà Aterballetto e lascerà il posto ad Anna Cremonini), il festival si presenta pieno di proposte interessanti. In programma ben 24 spettacoli. Tra gli ospiti Jiří Kylián, Hans van Manen, Lucinda Childs, Trisha Brown, Ohad Naharin, Nacho Duato, Hofesh Shechter, Emio Greco, Sharon Eyal, Gai Behar, Aterballetto. E ancora, Philippe Decouflé e Serge Aimé Coulibaly; il Collectif Petit Travers e Clément Dazin; la Candoco Dance Company e Mal Pelo. Spazio anche ai giovani con Daniele Albanese e Annamaria Ajmone.

 

(Il Venerdì di Repubblica, 25 agosto 2017)

Se la parola di Dante diventa azione politica

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In questi giorni di fine estate ripensavo alla carrellata di spettacoli, festival, eventi che hanno attraversato gli ultimi due mesi così caldi. Ripensavo, in particolare, al Teatro delle Albe di Marco Martinelli e di Ermanna Montanari, forse perché li ritrovo con piacere in questo ultimo weekend d’agosto nel programma dello Sponz Fest ideato e diretto da Vinicio Capossela.

Del festival, che chiuderà domani, ne abbiamo parlato con il cantautore dalle pagine del Manifesto. Ce lo siamo immaginato (lo Sponz) come una di quelle esperienze semplicemente da vivere e da condividere, e che solo chi davvero trascorre del tempo lì, in quella terra desolata eppure magica che è l’Irpinia, può davvero raccontare. Chiudiamo gli occhi, quindi, e ripetiamo nella nostra testa le stesse domande che Ermanna Montanari e Marco Martinelli si sono posti prima di affrontare il loro viaggio: scendere agli inferi o rovesciare il reale? Come trasformare l’alto in basso e viceversa? In che modo si può compiere una “rivoluzione” che renda visibile l’oltremondo? Ecco, è questo che oggi e domani tenterà di raccontare il Teatro delle Albe, attraverso le parole di Virgilio e di Dante Alighieri. “Di fronte” al lago ribollente di Mefite, quello che nei tempi antichi era indicato come “bocca dell’inferno”, del mondo sotterraneo, lì, insieme a un coro di cittadini, di Calitri e di altre città italiane, canteranno il segreto della “discesa”, il segreto del coraggio davanti al male, alle “selve oscure” che cercano di divorarci.

E subito torniamo con la mente a Ravenna, che per un mese ha accolto e abbracciato un Inferno meravigliosamente diabolico eppure salvifico. Chiamarlo spettacolo, quell’Inferno diretto da Montanari e Martinelli e commissionato dal Ravenna Festival, non rende bene l’idea di ciò che sono riusciti a combinare questi due angeli vestiti di bianco. Così, con indosso un abito candido, si sono presentati agli spettatori, mescolati ad un coro di cittadini che recitava a gran voce i versi danteschi, proprio davanti alla tomba del Sommo poeta. E quando la processione laica ha iniziato a muoversi per le strade ravvenate, tutto, all’improvviso è diventato un grande palcoscenico, di cui erano parte anche le persone in bicicletta o quelle affacciate alle finestre. D’altra parte, la chiave che le Albe hanno scelto per interpretare il “trasumanar” dantesco è proprio la sacra rappresentazione medioevale, o il teatro rivoluzionario di massa di Majakovskij, già punto di riferimento della compagnia (vedi Eresia della felicità). La città, dunque, che si fa teatro.

Pensiamo per un attimo al numero di persone che ha risposto alla “chiamata pubblica” delle Albe: 700 cittadini, non solo ravennati, sono stati coinvolti in quel mese di repliche. Li abbiamo ritrovati nel coro di cittadini e in quello dei soldati, tra gli avari e gli scialacquatori e tra le Erinni e le arpie, gli usurai e i diavoli ecc… Cori che abbiamo incrociato nel nostro percorso tra i gironi infernali negli spazi labirintici del Teatro Rasi, irriconoscibile nella sua veste di universo infero. Qui lo spettatore-Dante si è lasciato guidare tra le bolge, alla scoperta di personaggi danteschi, dannati o altre figure emblematiche, da Paolo e Francesca (interpretati da coppie di giovani coinvolti in vorticosi balli) a Farinata degli Uberti (Luigi Dadina) , da Pier delle Vigne (Alessandro Argnani) a Ulisse (Alessandro Renda). Ed è stata una tale emozione misurarsi con quella poesia vertiginosa che tentava di indicarci la via verso la felicità che non vediamo l’ora di poter assistere alle prossime due tappe del progetto: Il Purgatorio (estatee 2019) e Il Paradiso (2021)

Ci rendiamo conto, così, perché accade davanti a noi, perché ci siamo dentro, perché è un rito collettivo di cui siamo parte,  in quale grande azione politica può trasformarsi la parola di Dante,  forse mai stato così limpido nel suo essere davvero universale.