Su quel tiglio secolare c’è una casa. Per artisti

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Da lassù, i suoni della natura hanno tutta un’altra musica e il profumo delle foglie è così intenso che potresti ubriacarti di essenze, mentre la luce filtrata dai rami sembra accarezzarti timidamente. Perfino gli alberi, quei tigli secolari che avvolgono e sorreggono le cinque case vincitrici del progetto Foresta – primo esperimento di residenza artistica in case sugli alberi nato all’interno del TerniFestival – a guardarli bene non sono alberi come tutti gli altri. Sono alti, maestosi, belli. E la loro forma ricorda quella delle mani, aperte e rivolte verso l’alto, pronte ad accogliere, ad ospitare, ad aprirsi all’arte e al mondo, che ti invita ad osservarlo da un’altra prospettiva.
Proprio partendo da questa suggestione, ma non solo, nasce l’idea del progetto Foresta: «Quegli alberi sembrava quasi che mi chiamassero – racconta Leonardo Delogu, artista residente e curatore del progetto – Osservando la potatura di quei tigli ho immaginato che sarebbe stato bellissimo se avessero sorretto delle case… L’idea si sposava perfettamente con i temi sui quali lavoro da anni (dal lavoro sul camminare alle pratiche di abitazione) e con le domande che cerco di pormi sul presente: cosa sta accadendo? Quale è l’identità di un città come Terni? Che poi sono le stesse questioni su cui riflette il TerniFestival 2016, dunque è stato naturale dialogare insieme e soffermarci, in particolare, sul tema della rigenerazione urbana».
Leonardo Delogu – insieme agli altri 4 artisti in residenza: Michele Di Stefano, Friso Wiersum, Veridiana Zurita, Christophe Meierhans – ha vissuto per quindici giorni proprio lassù, tra foglie, uccelli e tanti insetti. Sole, pioggia, vento non lo hanno scoraggiato neanche per un secondo. Il suo giaciglio, seppur precario, è stato a rotazione in quelle cinque bellissime abitazioni dalle forme più strane, che trasformano gli spazi esterni del Caos (Centro Arti Opificio Siri) in un luogo dove è ancora possibile sognare, anche solo tornando indietro nel tempo alla nostra infanzia (chi di noi non mai desiderato rintanarsi in una casa sull’albero?) o immaginando un futuro diverso.
«Da undici anni, in questi ex spazi industriali si svolge il Terni Festival Internazionale della creazione contemporanea – ci racconta la direttrice artistica Linda Di Pietro – Il Festival è stato pensato da Indisciplinarte nell’ambito di un progetto per la creazione di un polo per le Arti contemporanee e per la riqualificazione di aree industriali dismesse, che è diventato un luogo vivo tutto l’anno. Uno spazio in cui convivono il Teatro Secci, il Museo civico, il cinema, uno spazio per le residenze artistiche e dal prossimo anno perfino un ostello da 10 posti. Chi pernotterà nell’ostello contribuirà concretamente a produrre cultura perché una parte dei soldi servirà a finanziare gli spettacoli».
Ma quelle cinque case come ci sono arrivate, vi starete chiedendo, sui tigli centenari del Caos? Prima di tutto attraverso un Bando internazionale al quale hanno partecipato ben 86 concorrenti. Una giuria nazionale (di cui fanno parte Stefano Boeri, Mariella Stella e Leonardo Zaccone) e una giuria tecnica hanno poi scelto i cinque progetti vincitori, che sono: Equalogical Lab, gruppo di lavoro italiano; Jacob Dench, Dario Sanchez, Chris Pugsley, neozelandesi; Zapoi, Falegnameria Fa.Sa. e Simone Picano-Valeria Poggiani-Mauro Poggiani, tutti italiani.
Le casa più grande assomiglia alla carrozza di Cenerentola, con la sua scala curva che arriva al cuore dello spazio abitativo per poi proseguire come prolungamento del solaio ligneo fino a terra. Gli artisti in residenza l’hanno ribattezzata Mercedes-Benz. In realtà si chiama Geo-Desto, il Nido Modesto ed è stata creata dalla Falegnameria Fa.Sa. di Campobasso, che ha pensato ad una forma sferica, rigida ma leggera. Poi c’è la Cloudster, detta anche Casa rossa, ideata da Equalogical Lab, che ha pensato ad una struttura ancorata a terra, senza gravare sull’albero. È una auto-costruzione che utilizza materiali naturali e riciclati. Lì dentro c’è un materasso, una piccola panca, uno sgabello, un piccolo spazio in cui studiare insomma, e una rete elettrica, ma senza allacci di gas né acqua. L’essenziale per trascorrere i pomeriggi in solitudine.
La casa immaginata dal gruppo neozelandese Dench-Sanchez-Pugsley, si chiama, invece, Ottavia e si ispira ad una delle Città Invisibili di Italo Calvino. È una specie di città ragnatela, o anche di grande tenda sospesa, in cui il giaciglio è formato da un’amaca. Un po’ pericolosa, forse, per dormire (c’è il rischio di cadere da lassù!), ma senza dubbio affascinante, come un precipizio in mezzo a due montagne scoscese, dove la città è il vuoto, legata alle due creste con funi, catene, passerelle.
Il gruppo campano Zapoi ha creato Lampiride (detta anche dagli artisti Ikea), una specie di lucciola, un punto luminoso nel buio della natura che sembra sospeso nelle ore notturne, mentre di giorno assomiglia più ad un coleottero sorretto da una struttura di pilastri e travi a vista. Peter Pan, infine, pensata dai due architetti (Simone Picano e Valeria Poggiani) e un operaio ternano in pensione (Mauro Poggiano) è un vero e proprio nido, una casa formata da decine e decine di corde annodate attorno ai rami con un metodo che non prevede l’utilizzo di chiodi o colle. Ma ognuno di voi, osservandole, potrà vedere in realtà cio che vuole, o meglio cio che la vostra fantasia vi suggerisce.
Il cuore del progetto ideato da DOM e cofinanziato dalla Fondazione Carit, comunque, sta in un dispositivo architettonico in grado di comunicare con l’esterno e accogliere al proprio interno la vita e le idee degli artisti in residenza. L’installazione ricrea, quindi – attraverso giochi di luce, costruzioni e allestimenti di spazi dedicati all’incontro – l’intricato ecosistema della foresta. In questa situazione i 5 artisti hanno studiato e guardato il mondo dall’alto, immersi nella natura, rispettandone i ritmi e immaginando un progetto che sarà realizzato nell’edizione 2017 del Terni Festival.
«Trovo che sia una situazione molto dinamica – ci racconta Michele Di Stefano, coreografo e performer fondatore del gruppo Mk – La casa è idealmente un rifugio, ma nello stesso tempo è un luogo in cui l’esposizione è molto forte». La gente, infatti, passeggia tra i tigli, attraversa quel luogo ad ogni ora. Ma stavolta con lo sguardo rivolto in su. «In questi giorni abbiamo cercato soprattutto di capire certe connessioni e abbiamo camminato molto insieme noi artisti», racconta Veridiana Zurita, artista brasiliana che lavora soprattutto sulle relazioni tra l’interiorità e lo spazio. «Adoro svegliarmi tra gli alberi – dice Christophe Meierhans, belga, da anni concentrato sullo sviluppo di strategie di intervento nel quotidiano attraverso la manipolazione delle conversazioni sociali e delle abitudini condivise – L’altro pomeriggio mi sono addormentato e avevo un piede che usciva fuori dalla casa… Ad un certo punto ho sentito la gente che iniziava a chiamarmi. Le persone cercano di interagire con noi». «È un esperimento interessante, soprattutto per il concetto di comunità – aggiunge Friso Wiersum, che con il collettivo Expodium si dedica ai temi relativi all’arte, alla politica e al city making – E poi mi aspettavo una città grigia, post-industriale, invece qui ho trovato una bellissima vitalità».
Ogni mattina, attraverso gli incontri coordinati da Silvia Bottiroli, gli artisti si raccontano e si confrontano anche con il pubblico. Il legame stesso con il territorio, in realtà, non è mai interrotto. Interessante, per esempio, il dialogo serale che si instaura con gli inquilini del condominio di fronte al parco. Sui balconi sono state installate delle luci colorate che si accendono a seconda della risposta che ciascuna famiglia, dopo averne discusso durante la cena, decide di dare alle domande rivolte dagli artisti muniti di altoparlante.
D’altra parte il Terni Festival è anche questo: un momento di confronto continuo e aperto alla ricerca di una identità che è anche azione creativa. Intanto la programmazione del Festival (che dallo scorso anno si è fuso con il Teatro Stabile dell’Umbria) va avanti, fino a oggi, con i suoi artisti provenienti da tutto i mondo (fra i tanti Livia Ferracchiati, Lucia Calamaro, Fernando Rubio, Salvo Lombardo) e la sua voglia anche di mettersi in gioco, producendo, rischiando, sperimentando sempre e comunque.

(l’Unità, 25 settembre 2016)

Campi Flegrei, all’alba di nuovo teatro

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Il silenzio prima di tutto. Quel silenzio che però non è muto, ma parla attraverso il linguaggio della natura: il suono dei gabbiani, il rumore del mare con le sue onde che si infrangono sulla piccola spiaggia di Torregaveta mentre il cielo, buio, inizia poco alla volta a cambiare colore. Sempre più chiaro fino all’alba di un nuovo giorno. Ma non solo. Perché nel momento in cui la luce rischiara i volti degli spettatori assonnati ma curiosi, ecco che un’altra pennellata di colore, guidata da una mano furiosa e folle, disperata e disordinata, impetuosa e potente, squarcia all’improvviso quel quadro paesaggistico carico di storie e di memoria.
È il teatro di Mimmo Borrelli (nato nel 1979 da un padre operaio con la passione per la pesca e da una madre casalinga con l’amore per il canto), che con quegli spazi dialoga raccontando storie reali e personaggi di fantasia, in una lingua altra eppure universale, come i temi che il suo viaggio itinerante sviscera: il dolore e la vedetta, la vita e la morte. Tutto questo e molto di più incontriamo in Memorie e versi dei Campi Flegrei che ha illuminato questi primi giorni di Efestoval. Festival dei Vulcani (12-30 settembre), da lui diretto con tanta passione per il secondo anno, affiancato da una squadra di giovani con i quali sta tentando di creare una comunità, proprio lì a Bacoli, a due passi da Bagnoli, dove non c’è un teatro né un cinema. Una comunità da costruire e che condivide emozioni ed esperienze. A cominciare dalla “paramentata”, che prende spunto da un’antica tradizione del Sud, abituato a chiudere i lavori “casalinghi” (dalle conserve di pomodoro all’uccisione del maiale) con una tavolata finale. «Facciamo anche noi una cosa simile – ci racconta Mimmo – . La sera prima del debutto, dopo aver montato ogni cosa, ceniamo tutti insieme aprendo la nostra tavola a chiunque voglia partecipare. E magari racconto anche qualche storia». Mimmo Borrelli, oltre ad avere una scrittura vulcanica (un talento vero), è un uomo di teatro che ama toccare con mano gli argomenti di cui vuole parlare e per questo se ne va in giro ad intervistare le persone, a raccogliere testimonianze. Così nascono molti dei suoi lavori.
Memorie e versi dei Campi Flegrei, per esempio, nasce da un laboratorio su due suoi testi scritti qualche anno fa: A Sciaveca (è il suo secondo lavoro, vincitore del Premio Tondelli, arrivato due anni dopo il Premio Riccione per ‘Nzularchia, scritto a soli 26 anni) e Sepsa sono entrambi ambientati e ispirati a Torregaveta. È un capotreno a irrompere per primo sul molo, dove le grida di dolore si mescolano alla rabbia per l’indifferenza di fronte alla morte di due zingarelle rumene, Cristina e Violetta, annegate in mare, proprio lì, dove il pubblico ascolta le loro storie, a due passi dalla linea ferroviaria Cumana, la stessa, che dall’altro versante, alla stazione di Montesanto, ha visto morire un altro rumeno, un musicista ambulante, Petru Birladeanu, ucciso in un agguato di camorra.
Torregaveta e Montesanto, dunque, sono storie terribilmente vere, sbattute in faccia al pubblico con una tale forza che sembra quasi di sentirlo, il dolore, per quello schiaffo ricevuto. Fa male, abbatte, distrugge proprio come i vulcani, ma, forse, può anche far rinascere.
A questa riflessione ci conduce anche la seconda parte dello spettacolo, dal testo la A Sciaveca, una tragedia in versi dove la storia di tre fratelli (Tonino u’ barbbone, Peppe Scummetiello e Cinqueseccie, fratellastro mai legittimato che si vendicherà della sua condizione) diventa lo spunto per affrontare i grandi temi della vita, affondando le radici nel mito antico e nella Bibbia, e nella storia del territorio campano. Intanto i dialoghi diventano piccoli grandi momenti di poesia, anche quando le parole sono feroci, e certi personaggi – come Pacchione, il pescatore di frodo, realmente esistente, che ha perso le sue mani a causa di una bomba artigianale utilizzata per pescare – sono ormai delle figure indelebili che restano scolpite nell’immaginario di chi ha avuto il privilegio di condividere questa esperienza unica.
Semplicemente straordinari i giovani attori in scena: Riccardo Ciccarelli, Veronica d’Elia, Renato de Simone, Paolo Fabozzo, Enzo Gaito, Lucienne Perreca.
«Per me fare teatro è una terapia – racconta Borrelli – , è stato la mia salvezza e se ha salvato me spero possa salvare anche la mia piccola comunità». Così scrive, scrive, scrive, sui cavatori di tufo, per esempio, e su molto altro ancora in attesa di vedere i suoi prossimi spettacoli prodotti dal Teatro Mercadante di Napoli e dal Piccolo di Milano, dove ha debuttato pochi mesi fa con Roberto Saviano in Sanghenapule.
Nel frattempo l’Efestoval va avanti, ospitando tanti artisti, da Roberto Latini a Saverio La Ruina, e proseguendo i suoi viaggi nei luoghi che raccontano la nostra storia recente (www.efestoval.it).

Marco D’Amore: “Il mio sogno? Essere un artista libero”

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Quasi vent’anni di carriera teatrale alle spalle e la popolarità arrivata all’improvviso con una serie televisiva: Gomorra. Buffo il destino, no? «So di aver preso parte ad un progetto di qualità, quindi mi sta bene così – dice Marco D’Amore, che nella serie prodotta da Sky è Ciro l’Immortale – . Con gli anni ho imparato ad affinare la mia capacità di scelta. Certo, il teatro è uno sport per pochi». E una volta che cominci a praticarlo è difficile farne a meno. In questi giorni sta provando American Buffalo di David Mamet, che aprirà la prossima stagione de Teatro Piccolo Eliseo di Roma (28 settembre-23 ottobre) .
Marco, non posso iniziare la nostra chiacchierata senza chiederti di “Gomorra”. Si è appena conclusa la seconda stagione, a fine estate inizierete a girare la terza e poi arriverà anche la quarta. Qual è la tua spiegazione di tanto successo?
«Ti dico la verità, sentivamo tutti noi una responsabilità alta nel fare questa seconda stagione di Gomorra. C’era un’attesa febbrile e noi non volevamo deludere le aspettative. Ripartire è difficile. Ma le ragioni del successo credo siano tante. Nella mia testa c’è prima di tutto la qualità del prodotto: Gomorra è un progetto che dedica tanto tempo alla scrittura, ha una grande attenzione per gli attori, mette insieme ben 4 registi, ha un ottimo direttore della fotografia, è un progetto atipico per essere un prodotto televisivo. E poi è una serie che pur essendo commerciale riesce ad essere un contenitore che riguarda il mondo, per questo viene venduta ovunque. Credo anche, questa almeno è la mia opinione, che rispetto alla seconda stagione ci sia anche un discorso di identità e di orgoglio. Il pubblico si è affezionato e ci segue un po’ come se fossimo la nazionale».
Tu e Roberto Saviano avete frequentato lo stesso liceo, anche se lui ha qualche anno in più di te. Come è andato il vostro incontro dopo tanti anni?
«Al liceo i ragazzi più grandi ci tengono a smarcarsi dai più piccoli; quindi io mi ricordo benissimo di lui (che all’epoca aveva i capelli lunghi e lo chiamavano “l’indiano”, ndr) e anche lui ha detto di ricordarsi di me, ma chissà se lo ha detto solo per farmi piacere… Comunque dopo avermi visto recitare nella prima stagione mi ha telefonato per farmi i complimenti. E poi siamo diventati grandi amici. Roberto è la nostra Bibbia. Lui non firma la sceneggiatura ma ha un rapporto costante con chi scrive».
C’è un altro incontro che mi incuriosisce, quello con Stefano Sollima, regista di “Gomorra”. Raccontaci come è andata.
«Non avevo proposto la mia candidatura… Mi sentivo così inadeguato, incapace di vestire i panni di un personaggio così spietato come Ciro. Ma Sollima mi aveva visto recitare in Una vita tranquilla di Cupellini e ha voluto incontrarmi. Avevo un corpo da comico, ero grasso, avevo i capelli ricci e la barba… eppure lui è se n’é fregato del mio corpo ed è andato oltre».
E con Ciro è arrivata pure la popolarità. Dopo tutti quegli anni di teatro…
«L’anno prossimo festeggerò i miei 20 anni di carriere teatrale. Ho iniziato a fare teatro a 16 anni».
Hai lavorato molto con Toni Servillo e Andrea Renzi, cosa hai imparato da loro?
«Sono maestri inconsapevoli. Non hanno la pretesa di erigersi a professori. Ma lo sono con il loro esempio. Hanno una grande curiosità per il mondo. Con Servillo si parla di cinema, di cucina, di letteratura… Devi nutrire l’essere umano. E loro lo hanno fatto. Toni diceva sempre che in teatro sono molto di più le rinunce rispetto ai successi. E in effetti i momenti di sconforto sono tanti, eppure si va sempre in scena».
E si va sempre avanti anche con altri progetti, come il film che hai girato sull’eternit: “Un posto sicuro”. Come è nata l’idea?
«L’idea è di Francesco Ghiaccio, con il quale ho fondato La piccola società, che ha prodotto spettacoli teatrali e cortometraggi. Lavoriamo insieme da 15 anni. Lui è di Casal Monferrato e quindi particolarmente sensibile al problema amianto, insomma abbiamo deciso che bisognava parlarne».
A settembre sarai di nuovo a teatro con “American Buffalo” di Mamet, di cui firmi la regia; ma sarai anche sul palco con Tonino Taiuti e Vincenzo Nemolato (adattamento di Maurizio Di Giovanni). Sarà un Mamet in napoletano, una follia!
«Secondo me non lo è se si conosce bene il teatro di Mamet. American Buffalo è il suo primo testo e racconta personaggi di periferia, descritti con un certo sound, un linguaggio che è molto simile al napoletano, perché arriva direttamente dalla pancia senza filtri. Quando l’ho proposto a Barbareschi, lui non mi ha posto limiti. Anzi, devo ringraziarlo perché è stato lui a farmi scoprire questo testo di Mamet. E leggendolo ho trovato degli aspetti comuni alla mia biografia».
Cioè?
«Certi personaggi che ho incontrato nella mia vita. Nella bottega, per esempio, c’è un proprietario che ha sempre attorno ‘o professore, uno che straparla sempre; poi c’è un ragazzino che fa sempre avanti e indietro e non si da dove provenga… Insomma ne ho conosciuti tanti di tipi così».
A Caserta?
«Io sono di famiglia napoletana, ma sono cresciuto a Caserta fino a 18 anni, poi sono andato via e ci sono tornato per Gomorra. E adesso, in questa prima fase di prove dello spettacolo, sono di nuovo a Caserta».
Ma insomma come stanno andando queste prove?
«Ogni volta che si ricomincia mi dico: ma chi me lo ha fatto fare? Però c’è una bella squadra. In questi giorni stiamo provando al Teatro Civico 14, uno spazio che non ha aiuti ma resiste… Ogni tanto c’è qualcuno che mi chiede un selfie, qualcuno che entra per un saluto, insomma siamo n’miez’a na via».
Hai da poco finito di girare “Brutti e cattivi” di Cosimo Gomez, con Claudio Santamaria. Come è andata con lui?
«Benissimo direi. Il film uscirà entro l’anno. Claudio per me è come un “panda”, un attore da preservare. Lui è l’attore. È meraviglioso».
Il tuo sogno nel cassetto?
«È un sogno che ho cominciato ad assaporare con Un posto sicuro: essere indipendente, non avere padroni».
Ok ora che abbiamo finito la nostra intervista qualche piccola anticipazione su “Gomorra” ce la puoi dare?
«Ma io non so niente… noi attori siamo gli ultimi a sapere. Anzi, se sai qualcosa tu, chiamami!».

(l’Unità, 14 luglio 2016)

Tim Robbins: “Mi ha salvato il teatro”

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È un ragazzone alto più di un metro e 90 Tim Robbins. Bello e disinvolto, da giorni se ne va in giro per Spoleto in shorts e canotta. Con lui una schiera di musicisti, attori, e tante tante valigie. Lì dentro c’è tutto il loro mondo, fatto di musica, arte, passione, condiviso in parte con il pubblico di Spoleto, dove ancora fino a domani è in corso la 59esima edizione del Festival dei 2 mondi. La star di quest’anno è proprio lui, Tim Robbins, stella del cinema (premio Oscar per l’interpretazione nel film di Clint Eastwood Mystic River e regista e autore, tra l’altro, di Dead Man Walking – Condannato a morte) con un grande amore per la musica e il teatro, che a Spoleto si traducono in tre eventi: un concerto con la sua band, uno spettacolo tratto da 1984 di George Orwell e Harlequino: on the freedom, da lui scritto e diretto, in scena ancora oggi (ore 15) e domani (ore 11) al Teatro San Nicolò.
«È la mia seconda volta a Spoleto e la terza in Italia – ci racconta l’attore americano – . È un onore per me tornare quest’anno con due spettacoli teatrali e un concerto. Quando progetto uno spettacolo, lo faccio pensando a una struttura leggera che possa viaggiare. I nostri lavori viaggiano in valigie assieme alla compagnia, è una sfida a ridurre all’osso, i costumi, l’attrezzeria. Per il resto ci adattiamo a quello che troviamo su piazza. Qui a Spoleto ci troviamo benissimo, l’accoglienza della gente, la bellezza del luogo, tutti noi ci sentiamo a nostro agio. Prima di arrivare qui quest’anno siamo stati a un festival a Sibiu in Romania, lo scorso anno a Lione e in Spagna; il teatro di Actors’ Gang è legato alla tradizione europea. Per sviluppare la mia idea di teatro è stato fondamentale l’incontro con il Theatre du Soleil e Arianne Mnouchkine e uno dei suoi attori, Georges Bigot, che ha collaborato a lungo con noi».
Parliamo di musica. Il concerto di Tim Robbins & Friends è stato uno dei primi eventi del Festival: l’abbiamo vista cantare e suonare con la chitarra brani suoi, per noi è stata una gran bella sorpresa vederla in queste nuova veste… quando ha iniziato ad amare la musica?
«Mio padre era un musicista e un attore. La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Mia madre era una cantante, mio fratello David è un musicista (sue sono le musiche di Harlequino) e mio figlio Miles ha una sua band. Entrambi hanno suonato con me a Spoleto qualche giorno fa. Ho iniziato a suonare molto presto e non ho mai smesso, ma la mia carriera ha preso altre strade. Sono tornato a dedicarmici con più costanza negli ultimi anni, e qualche anno fa con il produttore musicale Hal Wilner abbiamo realizzato un disco delle mie canzoni eseguite dai Rogues con cui appena possibile non perdiamo occasione per esibirci dal vivo».
Considerando le sue grandi passioni (il cinema, il teatro, la musica), cerco di immaginare com’era da ragazzino… Che infanzia ha avuto?
«Sono cresciuto nel Village degli anni’60/’70. New York era una città molto diversa da quella di adesso e nel mio quartiere c’erano bande di giovani e un’alta criminalità. Credo che sia stata la fascinazione del teatro a salvarmi da prendere una cattiva strada. Le mie sorelle lavoravano a uno spettacolo tratto dal Piccolo Principe. Avevo 14 anni e non avevo mai fatto teatro. È stata una rivelazione».
Quindi il teatro è entrato nella sua vita molti anni fa e ancora oggi continua ad avere un ruolo molto importante. Con la sua compagnia, The Actor’s Gang, nata nel 1984, che tipo di lavoro porta avanti?
«Il primo spettacolo della compagnia è del 1982, il nucleo originale era formato da studenti della UCLA, appassionati di musica punk e rock e il teatro ci interessava per la sua matrice sociale. Così cominciammo a rivolgerci al teatro europeo, ai classici, Cechov, Ibsen, Shakespeare, Brecht… Come modelli avevamo Peter Brook, Grotowski, Arianne Mnouchkine, ma subivamo anche l’influenza dei Sex Pistols e dei Clash, e volevamo portare quella stessa energia nei nostri spettacoli, sul palcoscenico dell’università. Il nostro primo spettacolo è stato Ubu Roi, e l’accoglienza che ha avuto ci ha incoraggiato a continuare».
Qui a Spoleto abbiamo visto “1984”, una saga del potere rivisitata che tira in ballo la guerra in Iraq e il Grande Fratello, e proprio in questi giorni “Harlequino: on the freedom”, rivisitazione della Commedia dell’arte. Da dove nasce il suo interesse per questa forma artistica nata all’inizio del Cinquecento?
«La mia fascinazione per la Commedia dell’Arte ha radici lontane. Negli anni ’80 ho seguito un workshop di Georges Bigot del Theatre du Soleil sulla maschera. E abbiamo portato quegli insegnamenti nei nostri spettacoli e li abbiamo usati anche nel lavoro che svolgiamo nelle carceri. I detenuti sono incentivati ad esprimersi attraverso l’uso delle maschere, a impersonare Arlecchino, Pantalone, il capitano o gli amanti. Ma fino all’anno scorso non avevamo mai messo in scena uno spettacolo con i personaggi della Commedia dell’Arte. Sei o sette anni fa ha debuttato uno spettacolo dal titolo Break the whip e parte del processo creativo di quello spettacolo consisteva nel selezionare i caratteri della Commedia dell’Arte italiana, metterli in un vascello che attraversava l’Atlantico e raggiungeva l’America all’inizio del XVII secolo, ovvero all’epoca dei primi insediamenti, con la fondazione di Jamestown, segnata da eventi cruenti, addirittura episodi di cannibalismo. Dall’esperienza di quello spettacolo mi è rimasta la voglia di approfondire la conoscenza della Commedia dell’Arte. Mi sono concentrato sui primi ottanta anni della Commedia dell’Arte, di cui non esiste nulla di scritto, non ci sono testi, né canovacci ma sono solo stati ritrovati dei contratti per gli attori. E questo certamente conferma che molta parte consisteva nell’improvvisazione. Ma ero curioso di capire di cosa parlassero: quali potevano essere gli argomenti trattati nelle rappresentazioni all’epoca? Nel 1530, di che cosa si parlava nelle strade? Cosa attirava l’attenzione del pubblico? Le mie ricerche mi hanno portato a scoprire che c’era un fenomeno nuovo che era iniziato alla fine del XV secolo, la tratta degli schiavi dall’Africa. Nel 1530 quando la Commedia dell’Arte fa la sua comparsa ci sono già centomila schiavi africani in Europa. Ma chi erano e chi li possedeva? Così ho cominciato a scrivere di una compagnia di attori della Commedia dell’Arte che irrompe durante una conferenza e c’è il confronto tra gli accademici da una parte e questi giovani attori che ne mettono in questione l’origine. Non so dove stia la verità, ma so come gli artisti e gli attori lavorano, e che essere un attore in diverse epoche voleva dire esporsi a grandi rischi, fino a metter a repentaglio la propria vita, per raccontare le storie che si aveva l’urgenza di raccontare, ma non sempre ben accette ai governanti. Se non abbiamo traccia scritta dei primi ottantott’anni perché gli scritti sono andati distrutti o bruciati dalla censura, si è trovato il resoconto di un processo di un duca che volle mettere a morte tre attori per il contenuto del loro spettacolo. Sono molto curioso di sperimentare la risposta del pubblico italiano… Ne ho discusso con Dario Fo e mi ha incoraggiato».
Si sente più artista facendo cinema o teatro?
«Ritorno sempre al teatro come a una sorgente di energia. È una forma di sopravvivenza, di antidoto a Hollywood, è il mio modo di restare con i piedi per terra. Il successo a Hollywood ti costringe a una forma di superficialità che a lungo andare può essere molto rischiosa per il proprio equilibrio non solo come artista ma come persona. Ci si trova a dover scendere a compromessi, anche artistici, soprattutto negli ultimi tempi. Il teatro mi consente di tornare alla fonte della mia creatività, di essere autonomo e di creare ciò che sento la necessità di creare».
Che progetti ha per il futuro?
«Sto lavorando con la compagnia a un nuovo spettacolo intitolato Refugees. L’America è nata grazie ai rifugiati, all’immigrazione, noi siamo tutti rifugiati. Trovo che l’Italia stia dimostrandosi capace di rispondere con umanità all’arrivo di tanti rifugiati sulle coste dal Mediterraneo».

(l’Unità, 9 luglio 2016)

Rita Sala, il ricordo di un’amica

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Non amo scrivere di attori, scrittori, artisti o colleghi che se ne vanno. Se posso evito sempre di farlo, soprattutto quando si tratta di persone che conoscevo molto bene. Non ce la faccio. Ma dal momento in cui ho saputo della morte di Rita Sala, per oltre trent’anni colonna portante del Messaggero, durante tutto il giorno non sono più riuscita a pensare ad altro e i ricordi si sono mescolati all’incredulità e alla rabbia.

Rita era una persona speciale, coltissima e passionale, generosa e altruista, spesso imprevedibile. L’ho capito subito quel giorno in cui ci siamo conosciute all’ultimo piano della sede del Messaggero in via del Tritone, dove arrivavo per fare uno stage nel servizio Cultura, spedita – su mia richiesta – dalla Scuola Superiore di Giornalismo di Bologna, una città che in qualche modo ci accomunava, come pure l’amore per il teatro. “Piacere Rita Sala”, mi disse, e le bastò vedere il mio volto illuminarsi dalla gioia per gioire lei stessa e accogliermi sotto la sua “ala protettiva”. Seduta di fronte a lei l’ho vista parlare con la stessa disinvoltura in spagnolo, greco, inglese, rintracciare in pochi minuti grandi scrittori o attori, scrivere dei calciatori della Roma come se fossero eroi dell’antica Grecia… e fuori dal giornale l’ho vista dettare al telefono le sue recensioni teatrali subito dopo una prima, ascoltare per ore la musica lirica, fare interviste in ville private, musei o teatri con la stessa competenza. Mi portava sempre con lei Rita. Amava insegnare il suo mestiere e lo faceva senza ostentare la sua immensa cultura ma semplicemente perché le piaceva condividere il suo sapere e metterlo a disposizione degli altri. Io mi sentivo una spugna e cercavo di assorbire tutto quello che potevo.

Quando sono stata assunta all’Unità abbiamo brindato, col tempo abbiamo continuato a frequentarci,  e quando, anni dopo, mi diedero l’incarico di vicecaposervizio alla Cultura lei mi disse: “Non smettere mai di scrivere, anche se sei al desk devi scrivere. Non importa se questo significherà lavorare il doppio, non rinunciare mai alla scrittura…”.

Non sai quante volte ho ripensato a quelle parole cara Rita, tu che eri capace, dopo aver scritto le tue meravigliose 150 righe, di impaginare il pezzo, titolarlo in dieci modi differenti, stampare tutte e dieci le pagine e poi venire da me dicendo: “quale funziona di più secondo te?”. Rita era proprio così, esagerata.

Un giorno però ti ho aspettata e tu non sei arrivata. Era il  giorno più importante della mia vita e volevo le mie amiche accanto. Non mi hai mai detto il perché ed io non te l’ho chiesto. Tutte e due orgogliose e cocciute, ci siamo perse ed ora è troppo tardi. Forse queste poche righe le ho scritte solo per dirti che per me eri un’amica preziosa e che ti volevo bene.

Candide, alla ricerca del pensiero critico

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Partiamo da una premessa: ci sono spettacoli – e per fortuna – che sono come delle micce accese, fiamme pronte ad esplodere in una sana discussione, riflessione, confronto o chiamatela come volete. Sta di fatto che non possono esaurirsi sulla scena  ma devono in qualche modo continuare a vivere anche fuori, a sipario chiuso. Queste poche righe che stiamo scrivendo possono essere certamente un modo per proseguire la discussione. Ma ci sarebbe troppo da dire e allora proviamo a raccontarvi almeno l’essenziale del nuovo spettacolo di Fabrizio Arcuri, regista che ormai si è guadagnato il suo meritato spazio grazie soprattutto a certe intuizioni che in un modo o nell’altro ci inducono a riflettere su di noi (e ultimamente soprattutto sull’Europa, come Sweet Home Europa): dove siamo, chi siamo, in quale società viviamo…

E qui c’è già il nodo centrale del suo Candide di Marc Revenhill ispirato a Voltaire e in questi giorni in scena al Teatro Argentina di Roma: al centro di tutto c’è la nostra capacità critica, c’è da una parte un Occidente malato di “ottimismo” e dall’altro un pensiero che tenta di sfuggire all’ideologia dominante. Certo, c’è la filosofia di Leibniz da smontare, che Voltaire affrontò partendo dal terremoto di Lisbona del 1775 come risposta a chi pensava che il terremoto fosse parte di un piano divino per il bene dell’umanità. Revenhill la trasporta, invece, nel 2013, dandosi come obiettivo da colpire la crisi politica e culturale di oggi. Arcuri, infine,  ci presenta Cunegonda (oggetto de desiderio di Candide) come una vecchia Europa di 400 anni in cerca di un ultimo disperato bacio da parte di Candide, “pensiero positivo”.

Tre passaggi. Tre interpretazioni. Tante epoche, dal Settecento ai nostri giorni. Tanti generi, dalla farsa al musical. Una gran confusione? No, in realtà lo spettacolo è molto chiaro (forse non incisivo allo stesso modo in tutti i passaggi, ma diretto). Cerchiamo di spiegarci ancora meglio.

Qui abbiamo cinque quadri (e due storie parallele che poi si incontrano nel futuro). Nel primo capitolo siamo nel Settecento, Candide (filippo Nigro) è alla ricerca della sua amata Cunegonda (Federica Zacchia). Lo accoglie una contessa (Francesca Mazza) che per convicerlo a restare lo mette di fronte alla sua vita in forma di recita. Candide capisce che non è lì che deve stare. Col secondo capitolo piombiamo nel tempo presente: è il compleanno di Sophie, 18 anni, che  non comprende tante, troppe cose del mondo e allora fa un strage, uccide tutti. L’unica a salvarsi è la madre, che nel terzo capitolo scrive e racconta la propria storia in previsione di un film. Nel quarto atto ritroviamo Candide settecentesco che nel frattempo è arrivato a Eldorado, un luogo dove tutto appare bello e tranquillo, ma  in cui Candide sembra sentirsi come un pesce fuor d’acqua e dunque vola via su una pecora trainata da palloncini colorati. Lo ritroveremo ancora nel quinto e ultimo capitolo, in un futuro abitato da un Pangloss sopravvissuto al tempo e che continua morbosamente a credere alla sua idea di bene e da una vecchissima Cunegonda avvolta da una bandiera europea che chiede disperatamente di essere baciata.

Tra citazioni colte (tanto Shakespeare) e un linguaggio che cambia continuamente registro (cucito dalla musica dal vivo di H.E.R.) la domanda resta una sola: cosa ci aspetta davvero nel futuro? È come un grande lago in cui si rispecchiano le nostre immagini questo spettacolo, immagini deformate che ci guardano però dritto dritto negli occhi obbligandoci quasi ad una resa dei conti con noi stessi. Buono anche l’affiatamento fra gli attori. Senza dubbio da vedere.

(l’Unità, 7 marzo 2016)

Renzo Martinelli: “Nel mio film la verità su Ustica”

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Renzo Martinelli – regista, sceneggiatore, produttore cinematografico – è una di quelle rare persone che quando si appassionano ad un argomento scavano fino in fondo: incontri, interviste, documenti, ore e ore di letture… In poche parole Martinelli porta avanti una vera e propria inchiesta e poi, con tutto il materiale raccolto, realizza i suoi film. Lo ha fatto per il Vajont (Vajont – La diga del disonore, 2001), per il caso Moro (Piazza delle cinque lune, 2003) ed ora lo fa per il caso Ustica, al centro del suo nuovo film in uscita nelle sale il prossimo 31 marzo: si intitola Ustica, appunto, ed è una coproduzione italo-belga (distribuzione Independent Movies e Zenit Distribution).

In redazione Martinelli si presenta con una enorme carta geografica dell’Italia. Una di quelle che tutti noi abbiamo visto appese alla parete della nostra classe quando frequentavano le scuole elementari. La srotola sulla scrivania e comincia a indicare con il dito alcune rotte aeree, elementi  chiave della tragedia avvenuta il 27 giugno 1980, quando un DC-9 della compagnia Itavia, diretto da Bologna a Palermo, si squarciò in volo provocando 81 morti: Bologna, Grosseto, il punto Condor, la base aerea di Sigonella… «“Risolvete il mistero dell’aereo libico abbattuto e risolverete il caso Ustica”, diceva Spadolini, e aveva ragione».

Martinelli, cominciamo dall’inizio. Perché ha deciso di girare un film su Ustica?

«Non è mai il regista a scegliere il film, ma il film a scegliere il regista. O almeno per me è così. Accadde anche quando girai il film sul Vajont: ero a Erto per fare un sopralluogo in previsione di una storia partigiana e mi aggredì Mauro Corona bestemmiando come un pazzo. Mi regalò un libretto di Tina Merlin, giornalista de l’Unità, dedicato alla tragedia del Vajont. Da lì cominciò tutto. La stessa cosa è accaduta per Ustica. Avevo già scritto una sceneggiatura che ruotava tutta attorno all’affare maltese. Poi un giorno due ingeneri areonautici mi dicono: ammiriamo il suo lavoro, abbiamo raccolto dei documenti, perché non dà un’occhiata? Guardando quei documenti mi accorgo che le cose hanno un senso, vado a spulciare negli archivi dei giornali. A cinque giorni dalla tragedia Paese sera e l’Unità parlano di collisione in volo, poi più niente. Perché? Ho deciso così di buttare la mia vecchia sceneggiatura. E ne ho riscritta un’altra, frutto del lavoro di tre anni. Marc Bloch dice: il giudice e lo storico hanno un dovere in comune: l’onesta sottomissione alla verità».

Questa nuova sceneggiatura, come si legge nel trailer del film, racconta “una verità inconfessabile”. Qual è questa verità?

«È quella scritta nelle 5mila pagine della sentenza del  giudice Priore. Era già tutto lì. Io non ho fatto altre che mettere in ordine le carte e raccontare i fatti attraverso il film. La sera del 27 giugno 1980 il DC-9, diretto a Palermo, parte da Bologna con due ore di ritardo. Quel giorno, viaggia nascosto sotto la pancia dell’aereo civile, un caccia libico Mig 23 che andava a fare manutenzione nella ex Jugoslavia (in genere i caccia circolavano sotto la pancia degli aerei di linea maltesi, quindi il Mig23 era sotto l’aereo sbagliato). Non solo. Nei nostri cieli c’era un gran traffico, un vero e proprio scenario di guerra. Il Mig 23 aveva un appuntamento con un aereo maltese proveniente da londra che era  in ritardo come il DC-9. Ma all’altezza di Grosseto un radar di avvistamento molto potente lo identifica: c’è un “intruso” sotto la pancia del DC-9. Da Grosseto mandano così due piloti italiani a vedere cosa succede. L’“intruso” viene identificato come caccia libico e scatta l’allarme Nato. Ai due italiani viene ordinato di rientrare, mentre l’America manda due F5E Aggressor con l’ordine di “abbattere il nemico senza preavviso”. A quel punto il DC-9 inizia la sua discesa verso Palermo. Il Mig 23 capisce che sta atterrando e si allontana “facendo un salto da canguro”. Questo è il momento in cui i due americani lo attaccano. Il libico si rende conto che solo la vicinanza all’aereo civile può salvarlo e si riporta verso il DC-9 per posizionarsi sotto la pancia. Ma uno dei due F5E Aggressor impegnato a prendere la mira contro il libico non vede il DC-9 e a quel punto c’è la collisione. L’aereo libico, invece, punta verso Crotone ma verrà abbattuto da due F14 decollati dalla base americana di Sigonella».

In quegli anni siamo in piena guerra fredda: l’America è vicina al conflitto con la Libia, ma l’Italia ha più di un buon motivo per mantenere buoni rapporti con Ghedaffi. Se le cose stanno come ci ha raccontato a nessuno, Italia per prima, interessava svelare la verità su Ustica… 

«Come disse Andreotti: “l’Italia ha una sposa americana e un’amante libica”. Troppi interessi in ballo. Comunque l’errore è stato far rientrare alla base i due piloti italiani. Se avessimo seguito noi tutta la faccenda la tragedia non sarebbe accaduta, anche perché il libico era disarmato».

La sua ricostruzione mette fuori gioco tutte e tre le altre ipotesi circolate in questi anni: cedimento strutturale, bomba a bordo, missile francese.

«Certo. Il cedimento strutturale è la prima ipotesi che viene avanzata ma anche la prima ad essere accantonata. L’ipotesi della bomba messa nella toilette è facilmente smentita dal fatto che la passeggera seduta proprio davanti alla toilette non ha la schiena ustionata come invece avrebbe dovuto avere. L’ipotesi del missile francese, rispuntata fuori anche di recente, non regge perché se davvero un missile fosse stato lanciato, oltre a lasciare la firma per via delle sfere d’acciaio, avrebbe colpito uno dei due reattori del DC-9 che invece sono stati ripescati intatti. Inoltre un piccolo missile non avrebbe avuto la forza di colpire un aereo civile».

Altri artisti si sono occupati di Ustica, da Marco Paolini a teatro e Marco Risi al cinema. Cosa ne pensa?

«Lavori interessanti, ma non avevano i documenti che ho avuto io a disposizione».

Perché il giudice Priore non è riuscito a dimostrare la sua tesi?

«Gli hanno sbarrato la strada, impedendogli di andare avanti: prove che sono state fatte sparire sotto il suo naso. “Non sa la solitudine e le pressioni con cui ho lavorato”, mi ha detto».

Parliamo del film: la storia è pura invenzione. Ce la racconta?

«Prende spunto da una storia vera, quella di un padre che ha messo sua figlia sul volo sbagliato ed è impazzito dal dolore. Nel film è una madre (interpretata da Caterina Murino) che di mestiere fa la una giornalista. Scopre che suo marito è un ‘ndranghetista e per non fargli incontrare sua figlia la mette sul volo sbagliato. Una giovane pilota trova un carta aeronautica nel punto in cui viene abbattuto il Mig 23, decide di nasconderla e di andare a parlare con quella madre, nonostante il marito parlamentare le avesse consigliato di stare alla larga da Ustica. Quando, il giorno dopo, la giovane pilota verrà trovata morta la giornalista decide di ricominciare a fare quello che sa fare meglio: le inchieste. Il resto non lo raccontiamo, così venite al cinema».

Ha ancora senso fare cinema di inchiesta? 

«Il cinema ha un potere maieutico che altre arti non hanno. Ha il potere di evocare la verità e di comunicarla. Poi sta ai pm continuare il lavoro».

Cosa si aspetta da questo film?

«Credo che solleverà un gran polverone, come fu per il film su Moro per esempio. Ma poi tutto tornerà come prima».

(l’Unità, 2 marzo 2016)

Antonio Rezza al quadrato

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È sempre così. Ogni volta che c’è uno spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella il teatro è colmo di gente. Bello vedere la sala piena, bello vedere con quanta energia questa coppia strampalata di artisti fuori da ogni schema o da ogni regola va avanti anno dopo anno per la sua strada, sempre e ovunque, mettendo in campo idee e provando a gettare in pasto al pubblico brandelli di realtà alla rinfusa per poi lasciare la gente lì, perplessa e terrorizzata nello stesso tempo, ma felice.

E visto che parliamo di pubblico, cominciamo da qui. Perché a giudicare dal nuovo spettacolo della coppia Rezza-Mastrealla – Anelante, in questi giorni in scena al Teatro Vascello – qualcosa sta cambiando. Sembra di aver visto solo ieri (e invece sono passati quasi trent’anni dal primo spettacolo) il terrore stampato sulle facce degli spettatori che speravano tremanti e imploravano tra sè e sè «no, ti prego, fa che non prenda me!» mentre assistevano ad uno dei tanti e assurdi lavori di Rezza. E lui non si faceva certo problemi a pescare a caso tra la gente e a gettarla sul palco, obbligandola alle peggiori torture. Ma già dal penultimo lavoro, Fratto X, il pubblico è rimasto seduto al suo posto. A fargli compagnia in scena c’era Ivan Bellavista, che ritroviamo anche in Anelante.

Stavolta, sono addirittura in cinque gli attori. Oltre a Rezza e a Bellavista, ci sono anche Manolo Muoio, Chiara A. Perrini, Enzo Di Norscia. Caspita… caspita, dopo tanti anni di solitudine sul palcoscenico, come mai questa scelta? Dunque, vediamo un po’. Rezza utilizza i corpi altri dal suo come un’estensione del proprio: braccia, gambe, teste, culi spuntano all’improvviso dall’habitat creato da Flavia Mastrella. È come se il suo corpo, ancora scattante come una molla, e il suo volto, capace di infinite sfumature di espressioni, e la sua particolarissima voce, non gli bastassero più. Ed ecco che ci troviamo di fronte ad un corpo di Rezza al quadrato (tanto per rimanere in tema di radici quadrate, di cui l’artista ci parla all’inizio dello spettacolo). Corpi o pezzi di corpi che parlano a modo loro di personaggi che si lasciano trasportare dagli eventi o di dialoghi impossibili.

Questione di numeri 

D’altra parte i numeri, a giudicare dagli ultimi lavori, sembrano appassionare parecchio l’artista di Nettuno. In questo caso ci mette dentro pure Pitagora, Copernico, Keplero. Ci sono anche i grandi della terra che si riuniscono per il G8,  ma che non riescono a raggiungere il numero legale; c’è pure il problema delle pensioni e quello del precariato, Dio e Freud… insomma i nostri giorni entrano nello spettacolo – come sempre del resto –  ma solo per raccontarci delle storie di ordinaria follia, che vengono presentate al pubblico come se stessimo ammirando un quadro vivente.

Nella parte finale, però, Rezza tira fuori dalla culla i suoi ricordi personali di bambino (alla sua maniera ovviamente… per esempio, dice, «se mi avessero chiesto “chi butteresti giù tra mamma e papà”? Io avrei detto mamma..»), ci racconta un po’ della sua famiglia e quando compare abbigliato come un marziano in compagnia dei suoi  performer è come se volesse confessarci che non ha più voglia di restare solo nel suo mondo extraterrestre. Forse chiede aiuto. O forse vuole solo dirci che è meglio ascoltare se stessi che altri. Ma almeno in compagnia ci si sente meno soli, e anche meno afoni.

(l’Unità, 4 gennaio 2016)

Claudia Gerini: finalmente torno in teatro

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«Ora che le mie bimbe sono più grandi posso finalmente tornare a teatro… avevo così tanta voglia di farlo! È pazzesco quello che si prova quando si sale sul palcoscenico. Ero assente dai teatri da ben 12 anni, da quando feci Closer con Giancarlo Tognazzi. E poi, diciamo la verità, il teatro mi ha portato fortuna». Eh si, perché proprio in un teatro è avvenuto il primo incontro fra Claudia Gerini e Carlo Verdone, che l’ha scoperta e lanciata sul grande schermo con Viaggi di nozze. E chissà se il regista e attore romano tornerà a vederla in Storie di Claudia, scritto dalla stessa Gerini con Giampiero Solari, che firma anche la regia, Paola Galassi e Michela Andreozzi (da oggi a domenica al Teatro Il Celebrazioni di Bologna e dal 26 dicembre al 17 gennaio al Teatro Quirino di Roma, dove sarà in compagnia del pubblico perfino la notte di Capodanno).

Claudia, come andò quel tuo primo incontro con Verdone?

«Benissimo, è da lì che ha preso il via la mia carriera. Carlo venne a vedermi al Teatro Colosseo. Recitavo nella saletta «off» in Angelo e Beatrice di Francesco Apolloni, spettacolo ispirato alla storia di Adriana Faranda, una storia di lotta armata. Carlo venne a trovarmi in camerino, mi salutò e mi propose di fare il provino per Viaggi di nozze. Che andò molto bene. E da lì cominciò tutto».

E sul set è stato subito feeling?

«Be’, lavorare con Verdone è molto stimolante… Pensa che prima di conoscerlo io studiavo tutti i suoi film, lo imitavo, conoscevo a memoria le sue battute. Facevo parte di un gruppo di amici “verdoniani” che studiavano le sue movenze, l’ho tanto amato e quando ho iniziato a lavorare con lui ho avuto la conferma di avere di fronte un grande artista. Grazie a lui mi sono scoperta attrice comica e brillante. Chimicamente siamo una coppia. Siamo Jessica e Ivano. Non sono Claudia che fa da spalla a Carlo, non lo sono mai stata. E tutto è accaduto con grande naturalezza».

Tornerete a lavorare insieme?

«Sicuramente. Arriverà anche il quarto film…  Intanto, da marzo uscirà il film di Luca Lucini, Nemiche per la pelle, con Margherita Buy. Trovo che Margherita sia un’attrice fantastica, siamo anche diventate amiche. Siamo diverse, ma abbiamo anche qualcosa in comune, per esempio Carlo Verdone».

Nella tua carriera c’è anche tanta musica e, forse, lo zampino del tuo compagno, Federico Zampaglione (fondatore dei Tiromancino): è stato lui a tirare fuori la tua anima musicale?

«No, in realtà la musica è parte della mia vita sin da quando avevo 12 anni. Quando feci Sono pazzo di Iris Blond, il film di Verdone in cui cantavo, era il 1997 e io e Federico acora non ci conoscevamo. Lui mi ha fatto amare molta musica, mi ha fatto crescere e lavorare anche insieme è stato moto interessante. Ma la musica ha sempre fatto parte della mia vita».

E anche in questo nuovo spettacolo, «Storie di Claudia», ci sarà molta musica. Non solo, perché a quanto pare ti vedremo cantare, ballare, recitare…

«Sì le musiche dello spettacolo sono molto belle e sono state curate da Leonardo de Amicis. Io canterò cose molto diverse: I fall over again; Chica chica boom e Tico Tico di Carmen Miranda, Please dont’go…. Nello spettacolo, è vero, faccio un po’ di tutto, intrecciando balli e canti, è quello che volevo fare da tempo. Questo spettacolo era nella mia testa da molto».

Quanto c’è di Claudia Gerini in questo lavoro?

«È sicuramente uno spettacolo che mi rappresenta, ma non è una autobiografia. Parte da un presupposto romanzato, che ci racconta della piccola Claudia, una ragazzina curiosa, e della signorina Maria, ormai centenaria, che abita nel suo stesso palazzo e che rievoca tutto il Novecento attraverso una serie di personaggi. Grazie  ai racconti e alle storie della signorina Maria, Claudia  conosce donne incredibili, artiste famose e complicate,  cresce e diventa grande. Diventa a sua volta un’artista famosa e una mamma affettuosa, che porta con sé il desiderio di raccontare e trasmettere  l’amore e la passione per la vita e per il mondo dello spettacolo, così come la signorina Maria ha fatto con lei. Dunque davanti ai noi nostri occhi, come un baule pieno di cimeli, vengono rievocate grandi donne come Carmen Miranda, Marlene Dietrich, Monica Vitti…»

Queste donne sono state per te dei punti di riferimento?

«Si, sono donne che mi hanno ispirato e che qui vengono evocate con leggerezza. Trovo che sia uno spettacolo poetico e divertente».

È la prima volta, tra l’altro, che ti cimenti con la scrittura. Come è andata questa nuova esperienza?

«In effetti è la prima volta che mi trovo a scrivere un testo. All’inizio mi sembrava una cosa difficilissima. Ma volevo confrontarmi con un testo che mi rappresentasse. Poi ho scavato nel profondo del mio animo e non avendolo trovato me lo sono inventato. L’ho scritto anche mentre recitavo, nel senso che queste prime repliche (Avezzano, Pescara, Ancona) sono state un po’ delle prove, delle verifiche prima del debutto romano il prossimo 26 dicembre. Chiaramente abbiamo buttato giù il copione, ma poi la scrittura è cresciuta sul palcoscenico».

Bene, ora non ti manca proprio nulla. Dopo il teatro e il film di Lucini cosa altro dobbiamo aspettarci?

«Ah non so, sicuramente avrò l’estate impegnata. Vedremo».

(l’Unità, 18 dicembre 2015)

Zingaretti si fa in due per parlarci d’amore

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Di storie gay, omosessualità e lotta al pregiudizio siamo ormai abituati a sentirne parlare anche in teatro (per fortuna). Le rassegne dedicate a queste tematiche pullulano e ci sono gruppi teatrali che ne fanno addirittura una bandiera (basta pensare a ricci/forte). Ma il testo in scena in questi giorni al Teatro Argentina di Roma va oltre gli interrogativi che possono scaturire da una scelta gay o etero, perché l’autore americano di origine greca, Alexi Kaye Campbell, si prende la briga di andare più a fondo, di scavare dentro di noi fino ad obbligarci a guardare la nostra immagine riflessa in uno specchio nel tentativo di rispondere alla domanda: chi siamo davvero? Cosa vogliamo dalla nostra vita?

È questo il punto di forza dello spettacolo The Pride, diretto da Luca Zinagretti, che è anche attore nei panni di Philip con Valeria Milillo (Sylvia), Maurizio Lombardi (Oliver) e Alex Cendron (L’uomo, Peter, il dottore). Aver scelto di portare in scena, per la prima volta in Italia, questo testo contemporaneo che ha debuttato al Royal Court Theatre di Londra (vincendo anche il Critic’s Circle Award e l’Olivier Award) e che affronta la grande questione dell’identità, riferendosi inevitabilmente ad ognuno di noi, uno per uno, è senza dubbio un merito. I tre protagonisti di questa storia  – Philip, Sylvia e Oliver –  vogliono la stessa cosa: «una vita più facile». Ma per ottenerla  devono fare i conti prima di tutto con se stessi. In maniera anche brutale a volte (come nella scena dell’atroce terapia medica per la cura dalla «deviazione»), eppure necessaria  se davvero sono in cerca di risposte. In realtà i personaggi non sono solo tre, ma sei. Ci sono cioè due Philip, due Oliver e due Sylvia in scena. E ci sono anche due storie e due epoche. Apparentemente lontane, eppure così vicine  da coincidere quasi, seppure con esiti diversi.

E qui veniamo all’altro aspetto interessante dello spettacolo. Le due storie si svolgono in periodi lontani fra loro: il 1958 e il 2015. Ma  le due epoche non corrispondono ai due atti. Le storie, infatti, procedono alternandosi dall’inizio alla fine. Così la pièce si apre in un interno di salotto borghese della Londra anni Cinquanta. Seduti su un divano c’è Sylvia, ex attrice reduce da un esaurimento, che finalmente può presentare a suo marito Philip lo scrittore per bambini Oliver, con il quale sta collaborando per le illustrazioni di un libro. I tre chiacchierano per in un po’ prima di uscire dalla casa che nei colori e nelle linee essenziali ricorda tanto i quadri di Hopper. Mentre i tre escono un grande schermo cala dall’alto ed ecco comparire un uomo in abiti nazisti che urlando punta una pistola contro un altro Oliver (un giornalista gay che ha appena rotto con Philip, fotoreporter). Lui se ne sta rannicchiato a terra in mutande. Poi si alza e mette fine al gioco di ruoli consolatorio. Siamo catapultati nella nuova epoca.

Il cambio di scena avviene ogni volta con semplici trovate e molto abile è stato lo scenografo Andrè Benaim ad accogliere questa sfida non facile. I personaggi entrano ed escono da un’epoca all’altra, cambiando abito rapidamente. E mano a mano che le due storie procedono anche la musica è diversa. Le pareti cadono. E le scene si fanno sempre più scarne fino ad ambientare il secondo atto in giardino, all’aria aperta. Bravi, dunque, gli attori a misurarsi con personaggi doppi eppure univochi. Coraggioso Zingaretti per aver scelto di affrontare una simile sfida, in cui il sentimento che prevale è pur sempre lo stesso: l’amore.  «Da quando mi sono innamorato di te, ho capito che il mondo si sbagliava» dice Oliver. Anche se negli anni Cinquanta amare poteva voler dire essere considerati malati. Oggi, invece, amare è possibile, ma per «avere una vita facile» prima di tutto bisogna aprire il proprio cuore a se stessi. Ed essere sinceri.

(l’unità, 30 novembre 2015)