La voce dell’acqua

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Sarà felice Ezio Frigerio, storico scenografo di Giorgio Strehler, nel vedere che, a quasi 40 anni anni dal Falstaff, quella sua geniale intuizione di trasformare il palcoscenico in una piscina piena di acqua sta contagiando festival, rassegne, stagioni teatrali.

Provate ad immaginare: barche che avanzano trasportando musicisti e danzatori, attrici con gli anfibi che attraversano il palco a grandi falcate, attori pronti a tuffarsi per raggiungere il punto esatto dal quale declamare le proprie battute. Affascinante, vero? Mica facile, però, riempire d’acqua un teatro o allestire uno spettacolo nel bel mezzo di un lago, né recitare stando immersi in una piscina o creare delle coreografie perfette in mezzo al mare. Pensate solo alla quantità di tecnici impiegati, alla necessità di coinvolgere rematori, sub, nuotatori…

Ne sa qualcosa Dacia Maraini, direttrice artistica del Festival di Teatro sull’acqua di Arona, quest’anno alla sua nona edizione (3-8 settembre), un festival che utilizza l’acqua del lago Maggiore come palcoscenico e l’antico porto di Arona, una specie di anfiteatro naturale, come platea. Cosa significa esattamente? Che la graticcia del palco viene sistemata sul fondo del lago, senza nessuna piattaforma galleggiante; che i sub si improvvisano macchinisti teatrali (nuot-attori) e che i pescatori locali allestiscono delle vere e proprie coreografie sull’acqua (rem-attori).

«È talmente forte il legame esistente fra la città di Arona e il lago Maggiore che la scelta di trasformare il lago stesso in un palcoscenico è stata del tutto naturale – racconta Dacia Maraini -. Quando Luca Petruzzelli mi ha portato ad Arona per la prima volta – con lui avevo già collaborato quando dirigevo il Festival di teatro di Gioia dei Marsi, poi chiuso per mancanza di finanziamenti – non ho avuto dubbi sulla scelta del lago come palcoscenico. Da allora ogni volta che c’è il Festival tutta la città partecipa all’organizzazione, con l’aiuto di un sindaco (Alberto Gusmeroli, stavolta leghista), che ha sempre rinnovato la sua fiducia verso la nostra manifestazione».

Ma cosa ha di diverso uno spettacolo sull’acqua? «È tutto molto più suggestivo – continua la scrittrice -, le barche arrivano sul lago trasportando attori e musicisti e i pescatori locali si esercitano a lungo prima di presentare al pubblico una vera e propria coreografia realizzata con le loro barche. Quest’anno il tema del Festival sarà la poesia, che attraverserà tutti gli eventi, compreso lo spettacolo sull’acqua, Concertazione per elementi, non un vero e proprio testo teatrale stavolta, ma una scelta di brani poetici, da Dickinson a Borges, con la regia di Monica Maimone».

Ogni anno il Festival di Arona coinvolge circa 150 volontari, dal 15 ai 99 anni. Una bella impresa insomma. Due esempi simili, all’estero, sono il Bregenz Festival, in Austria, dove ogni estate viene allestito un palcoscenico galleggiante nel lago di Costanza per poter ospitare la ricca stagione operistica, e il Teatro delle Marionette di Hanoi, in Vietnam, con pupazzi immersi nel lago di Hoan Kiem che fanno rivivere antiche leggende vietnamite.

Chissà se i nostri registi avranno preso ispirazione da loro. Una cosa è certa: sono in tanti ad aver scelto di allestire i propri spettacoli più che in mezzo lago tra le onde del mare. Qualche esempio? Mimmo Borrelli, che ricorderete per lo spettacolo teatrale Sanghenapule con Roberto Saviano, ha portato di recente gli spettatori di Efestoval (il festival itinerante da lui diretto nei Campi Flegrei) sulla piccola spiaggia di Torregaveta, all’alba, fra barche da pesca e attori che raccontavano la storia di due zingarelle annegate in mare (Memorie e versi dei Campi Flegrei). A Stromboli, nell’edizione 2019 della Festa del Teatro EcoLogico, perfino il pubblico è arrivato dal mare per raggiungere la spiaggia di Ginostra e ascoltare i racconti di una pescatrice delle isole Eolie (Mare, di e con Francesca Pica, con la supervisione di Elena Bucci). E in uno degli ultimi spettacoli di Mario Perrotta – Lireta – a chi viene dal mare, tappa finale di quel bellissimo progetto dedicato ai migranti che fu Versoterra – Paola Roscioli raccontava da una pedana in mezzo al mare la vera storia di Lireta Katiaj, sbarcata in Italia dall’Albania a bordo di un gommone e autrice del Diario finalista al Premio Pieve Saverio Tutino 2012. In tutti questi casi, tra l’altro, l’acqua non è un semplice elemento scenografico, ma è parte importante della storia stessa.

Nel nuovissimo spettacolo di Elena Guerrini, invece, a mollo ci sono finiti pure gli spettatori. Obbligatorio, quindi, presentarsi in biglietteria muniti di costume da bagno. In cambio sono a disposizione delle classiche cabine per infilarsi un due pezzi o un boxer in tutta comodità. Eh già perché Archeologia del coraggio si può dire che è un’opera acquatica totale, con attori e spettatori tutti uguali in mezzo al mare. E questa scelta non è solo un riferimento ai naufragi, ma al bisogno di essere accolti per imparare ad accogliere. Tra la “sposa del mare” e i 26 spettatori galleggiano tavole di legno su cui sono scritti i testi, zattere di salvezza grazie alle quali rinascere è possibile. Lo spettacolo dell’attrice maremmana, con la musica dal vivo di Papi Thiam, ha debuttato questa estate al Festival Inequilibrio di Castiglioncello (Bagni Ausonia) e a settembre inizierà la tournée invernale in piscina. Ecco le date più vicine: 1 e 2 settembre Hotel Atlantide di Castiglioncello (Livorno), 28 e 29 settembre Sasseta Alta agribenessere (Grosseto), Festival A veglia Teatro del baratto.

Ma a proposito di piscine, come non ricordare il Sirenetto dell’edizione 2017 di Santarcangelo? Il Festival del teatro di piazza affidò a Merman Blix il compito di insegnare al pubblico ad essere liberi anche di nuotare con una coda in silicone. Il messaggio era chiaro: mai rinunciare ad essere se stessi. Anche quest’anno, in realtà, il Festival di Santarcangelo ha invitato il suo pubblico in piscina, quella olimpionica di San Marino, per assistere stavolta ad uno spettacolo di nuoto sincronizzato diretto da due coreografi spagnoli, Pablo Esbert Lilienfeld e Federico Vadmir Strate Pezdirc, a cui è stata affidata l’apertura dell’edizione 2019 con Dragons rest your head on the seabed, una fusione di danza, sport e fantascienza. Un dragone marino, disordinato e imprevedibile, ha chiuso così il triennio del Festival narrato da creature mitiche: il sirenetto, l’unicorno e, appunto, il dragone, che ha fatto sognare grandi e piccini.

Ma se la vasca d’acqua va creata dal nulla, proprio dentro il teatro, la sfida diventa ancora più difficile. I risultati, però, sono di grande effetto, come ha dimostrato Davide Livermore, che per la sua Elena di Euripide, andata in scena questa estate al Teatro Greco di Siracusa, ha messo a mollo tutti i suoi attori, muniti di anfibi per potersi agevolmente spostare nello specchio d’acqua in cui è stato trasformato il palcoscenico. Lì si è consumato il “naufragio della memoria” con Elena (una Laura Marinoni glamour e ironica) impegnata a raccontare la sua verità, e cioè che non fu lei a scatenare la guerra di Troia ma un fantasma con le sue stesse sembianze. Nel frattempo tutto il palcoscenico suona, come fosse uno strumento musicale, attivato dai piedi al tocco dell’acqua (musiche originali di Andrea Chenna). Tanto per avere un’idea della complessità di un simile allestimento, basti pensare che sono stati coinvolti 39 tecnici, macchinisti, aiuti scenografi per uno specchio d’acqua di circa 600 metri quadrati. Se non siete riuscito a vederlo a Siracusa sappiate che replicherà all’Arena di Verona il 13 e 14 settembre.

Sul palco dell’Operaestate festival di Bassano del Grappa, le vasche acquatiche si sono addirittura moltiplicate in Muljil 2, lo spettacolo della celebre compagnia coreana Elephants Laugh, che ha creato una cabina trasparente colma d’acqua per ogni attrice immersa fino al collo. Ciascuna di loro ha raccontato la storia delle Haenyeo, le donne sub di Jeju Island che si tuffano in mare per raccogliere molluschi, sfidando continuamente la vita. L’acqua, in fondo, è questa: è vita. E il gioco di specchi del teatro continua.

(l’Espresso, 1 settembre 2019)

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La nostra dolcezza sconfiggerà i prepotenti

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«Un film dedicato a tutte le chiattone. Anche se non sono chiatte…». Partiamo dalla scritta finale che compare sul grande schermo per raccontarvi il secondo lungometraggio di Francesco Ghiaccio, regista del film sceneggiato con Marco D’Amore, il famosissimo Ciro di Gomorra. Insieme, i due amici hanno fondato qualche anno fa La piccola società, casa di produzione che con Indiana production, in collaborazione con Vision distribution, dal 1° agosto manderà nelle sale cinematografiche un film sulle emozioni, gli inciampi, le scoperte dell’adolescenza. Titolo? Dolcissime. Che poi altro non è se non il nome di una squadra di nuoto sincronizzato molto speciale, quella creata da tre amiche in sovrappeso, Letizia, Mariagrazia e Chiara (Giulia Fiorellino, Giulia Barbuto Costa da Cruz, Margherita De Francisco, tutte e tre attrici esordienti), che decidono di partecipare al campionato studentesco per vendetta contro chi le ha offese sui social network o meglio ancora per dimostrare a tutti che anche loro esistono. Ad aiutarle ci sarà Alice (interpretata da Alice Manfredi), costretta ad allenarle dopo essere stata ricattata. Eppure, anche quel sentimento di odio che inizialmente sembra esserci tra la bellissima capitana della squadra scolastica di nuoto e le tre “chiattone”, come le chiamano tutte, si trasformerà in qualcos’altro. Amicizia, sì. C’è anche questo nel film, e poi il dialogo spesso difficile con i genitori (Valeria Solarino è la madre di Mariagrazia, Vinicio Marchioni il papà di Alice), il problema del cyberbullismo e naturalmente il rapporto con il proprio corpo. Piacerà alle adolescenti? Grazia lo ha chiesto ad alcune giovani Giffoners, le giurate del Giffoni Film Festival, in programma dal 19 al 27 luglio, dove il film verrà presentato, il 23. Lo hanno visto in anteprima in una proiezione romana.

«A me questo film è piaciuto molto – racconta con entusiasmo Ludovica Guasoni, 17 anni, romana -. La scelta di dare centralità all’acqua, in particolare, mi ha comunicato un senso di leggerezza, di pulizia di tutte le insicurezze. E poi ho trovato molto attuale il tema del rapporto con i genitori, perché riguarda tutti, soprattutto oggi che alle famiglie viene rimproverato spesso il fatto di lasciare andare un po’ troppo i figli. Credo che il cinema possa fare tanto, dare un aiuto intendo. Le tre ragazze protagoniste sono tre ribelli e in un certo senso invitano chi ha gli stessi problemi ad esserlo, è come se ci dicessero che solo ribellandosi ci si può salvare».

Per Sveva Piacenti, 18 anni, anche lei romana, Dolcissime è adatto soprattutto alla ragazze più piccole. «Non è un film che rispetta molto i miei gusti – dice -, ma credo che potrebbe essere un buon film per le preadolescenti. Quando avevo 13 anni ho vissuto una situazione simile: a scuola mi prendevano in giro per il mio corpo e per il mio comportamento, ero molto brava ma poco aperta. Non sapevo con chi parlarne e anni dopo i miei genitori si sono meravigliati del fatto che io non avessi detto nulla. Alla fine mi sono fatta forza da sola, sono andata avanti con il triennio della scuola media finché alle superiori ho cambiato ambiente e le cose per fortuna sono andate diversamente. A quell’età se non sei una persona forte, rischi di sprofondare. E vendicarsi non serve».

Anche per Livia Ferraguzzi, 17 anni, di Roma, Dolcissime è perfetto per la fascia di età che va dai 10 ai 13 anni, «soprattutto per il tipo di tematiche che affronta, dal rapporto con il proprio corpo al cyberbullismo. Le ragazze devono capire che ci si può sentire bene anche senza dover per forza rispettare certi standard che la società ci impone. Questi sono problemi che pur non avendo vissuto sulla mia pelle conosco, perché magari è capitato a delle mie amiche di essere prese in giro per il loro corpo. Di solito chi offende lo fa credendo di scherzare e non si rende conto del male che fa. In questo caso mi è piaciuto molto il modo in cui sono stati costruiti i personaggi, compresa Alice, che inizialmente sembrava la ragazza perfetta e invece si è rivelata molto simile alle altre, con le sue tante insicurezze. Eppure tutte e quattro alla fine dimostrano di essere forti, molto diverse fra loro, ma tutte piene di rabbia e di sentimento. È un film che invita a guardare oltre l’apparenza».

Wally Galdieri, 18 anni, romana, ha apprezzato soprattutto il modo in cui il regista ha scelto di raccontare questa storia. «Non è il solito film americano con lei che cerca di dimagrire a tutti i costi – dice – . Qui le ragazze sono in cerca di riscatto e proprio per il tipo di taglio che ha credo sia un film che funzioni, il messaggio arriva più diretto. Per fortuna, perché la preadolescenza è un’età importante, strana, in cui cominci a conoscere il mondo: il sesso, il fumo, il corpo che cambia… Le ragazze si vedono cambiate e all’inizio può capitare di non piacersi. Io ricordo bene che la questione del peso per me era importante, per fortuna non me ne sono mai fatta un problema».

Ma evidentemente il corpo continua ad essere un bersaglio facile per molti ragazzi che attraverso i social network non perdono occasione per offendere e colpire le coetanee. Come è successo con la pubblicazione su Instagram delle prime immagini del film. Immediati, sono arrivati gli insulti.

«Purtroppo l’apparenza è al primo posto nella nostra società, per questo è importante vedere il film, aiuta a comprendere che ci sono ben altri valori», dice Ludovica Guasoni. «Mi aspettavo che sarebbero arrivati gli insulti e mi demoralizza – aggiunge Sveva Piacenti -. Mi chiedo che senso ha offendere… purtroppo i social danno coraggio anche chi dal vivo non riuscirebbe a trovare la forza per farlo, sono molto pericolosi». Per Livia Ferraguzzi «il film è un viaggio verso una presa di coscienza del proprio corpo, verso se stessi – dice -. Inviterei chi insulta ad andare a vederlo». Ancora più esplicita Wally Galdieri: «Chi ha offeso le attrici su Instagram evidentemente non ha niente altro da fare. Io ammiro molto queste ragazze che si sono messe alla prova, non solo nella recitazione ma nel mostrare una parte di sé. Credo siano un bell’esempio per molte di noi».

(Grazia, 18 luglio 2019)

Duro e puro, Cirano senza compromessi

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E pensare che il teatro, Leonardo Manzan (classe 1992, romano), lo ha scoperto quasi per caso, per una certa insofferenza alle regole scolastiche che gli impedivano di ragionare, creare in libertà, insomma di dire semplicemente ciò che gli passava per la testa. Il suo nome probabilmente non vi dirà nulla, anche perché finora, con la compagnia Bahamut fondata nel 2014, ha realizzato un solo spettacolo, It’s app tu you, una specie di videogioco interattivo ispirato da un seminario sull’Orgia di Pasolini in chiave virtuale.

Nato dal coinvolgimento di alcuni compagni della Civica Scuola d’Arte drammatica Paolo Grassi di Milano (Andrea Delfino, Paola Giannino, Camilla Mattiuzzo), dove Manzan ha studiato subito dopo il liceo scientifico, lo spettacolo punta a risolvere un giallo: a terra, infatti, giace una donna morta. Toccherà a un presunto spettatore risolvere il caso attraverso un’applicazione, mentre Algoritmo, dalla regia, detterà le sue regole. «Per noi è stata determinante la partecipazione al concorso InBox, che premia i vincitori producendo lo spettacolo e dandogli la possibilità di girare l’Italia – racconta Manzan -. Il teatro va fatto, ma va anche visto. Conosco tante giovanissime compagnie che trascorrono il tempo a provare e riprovare per poi fare solo una o due repliche l’anno».

Sarà anche per questo che in tanti si candidano alla Biennale College – Registi under 30, diretta da Antonio Latella, la sezione della Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta, dedicata alla formazione dei giovani. Vincitore della seconda edizione, che copre il biennio 2018-19, è proprio lui, Leonardo Manzan. Un debutto in grande, dunque, per il suo secondo spettacolo, Cirano deve morire, che andrà in scena il 24 e 25 luglio al Teatro Piccolo Arsenale di Venezia, all’interno del 47esimo Festival del Teatro Internazionale (22 luglio – 5 agosto).

Ma perché Latella ha scelto proprio lui? «Non credo sia per una questione di competenza, ma di aderenza a ciò che mi piace fare – spiega il giovane regista – . D’altra parte questo non è un premio allo spettacolo, ma un work in progress su cui si ragiona insieme per un anno fino al debutto. Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand è il mio testo preferito e da lì sono partito per la riscrittura in forma di concerto. Più che il triangolo amoroso però volevo approfondire la forza politica del testo. Cirano non scende a compromessi e questo suo aspetto mi interessava molto, come il confine fra realtà e finzione, una questine che mi pongo sempre in teatro…». Cioè? «Mi piace il teatro che racconta ciò che accade senza troppo sforzo immaginativo. Il teatro succede dal vivo, ha un pubblico, non credo ci sia bisogno di aggiungere altro».

Ma forse c’è l’esigenza di dire tanto e questo spiegherebbe anche perché molti giovani si avvicinano al teatro. «Io credo che alla base ci sia un’esigenza comunicativa forte. Ognuno vuole far sapere come la pensa, ma lo spazio per farlo è poco. Me ne sono reso conto stando a contatto con i liceali. Spesso sono storie intime, ma parlano del mondo».

(l’Espresso, 30 giugno 2019) 

Anche sul palco prima gli italiani

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Non ce ne voglia, da lassù, Giorgio Albertazzi. E nemmeno Elena Bucci o Andrea Chiodi, tutti ottimi artisti. Ma la prima cosa che balza agli occhi scorrendo il programma della settantaduesima edizione del Ciclo di spettacoli classici del Teatro Olimpico di Vicenza (19 settembre-26 ottobre), da sempre a vocazione internazionale, è questa: sono completamente spariti i registi stranieri. E probabilmente in molti avranno anche brindato vendendo, per esempio, che non c’è più traccia di Angélica Liddell, la regista catalana osteggiata nel 2015 da gruppi di cattolici integralisti e da esponenti di Forza nuova, che non ci pensarono su due volte a scendere in piazza dopo aver sentito Matteo Salvini e la Lega Nord gridare allo scandalo.

Dunque, cosa succede al Teatro Olimpico? Semplice, i motto salviniano “prima gli italiani” sembra farsi strada anche in palcoscenico. Con l’insediamento della giunta comunale di centrodestra, infatti, è stato nominato un nuovo direttore artistico del Ciclo di spettacoli classici per il biennio 2019-2020: Giancarlo Marinelli, regista, scrittore, editorialista e docente. A nominarlo è stato il sindaco Francesco Rucco (che è anche il presidente della Provincia di Vicenza), dopo aver battuto al primo turno, a giugno del 2018, l’avversario del centrosinsitra Otello Dalla Rosa grazie al sostegno di sei liste (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e tre civiche). Il risultato? L’apertura di stagione è stata affidata a Maurizio Scaparro che dirigerà frammenti di Memorie di Adriano in omaggio a Giorgio Albertazzi. A seguire Apologia di Socrate, con l’adattamento e la regia di Alessandra Pizzi, Medea diretta da Elena Bucci, Ecuba con la regia di Andrea Chiodi, e fra le altre cose, in chiusura, una lectio magistralis di Vittorio Sgarbi. Tutti italianissimi, insomma.

E pensare che a dirigere il Ciclo di spettacoli classici nel corso degli anni sono stati chiamati registi come Eimuntas Nekrosius o la nostra Emma Dante. In quel bellissimo teatro rinascimentale progettato da Andrea Palladio abbiamo visto spettacoli di Dimitris Papaioannou, Bob Wilson, Peter Greenaway, tanto per fare qualche nome. Anche l’ultimo direttore, Franco Laera, ha sempre lavorato con lo sguardo rivolto all’Europa, con un’attenzione particolare ai nuovi linguaggi, compreso il teatro d’avanguardia italiano. Ora la retromarcia della Fondazione Teatro comunale di Vicenza (istituita nel 2007 da Comune e Regione) e dell’Accademia Olimpica. In pieno spirito dei tempi.

(l’Espresso, 30 giugno 2019)

Questa sera si recita Manzoni

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La rivincita di Alessandro Manzoni? Arriva dal teatro. Dopo quasi 150 anni di lettura obbligatoria de I promessi sposi sui banchi di scuola di tutta Italia, perfino Leopardi, con il suo passero solitario e lo sguardo rivolto alla luna, è riuscito a conquistarsi più simpatie di lui. Gli studenti, si sa, lo hanno sempre considerato un autore noioso e difficile. E forse aveva ragione Umberto Eco (che riscrisse La storia de I promessi sposi) a dire che una lettura imposta riesce a rendere odioso perfino un capolavoro. Molto meglio abolirlo per legge, suggerì Matteo Renzi, perché una volta proibito diventerebbe subito affascinante. Oppure, meglio ancora, riscoprirlo a teatro, aggiungiamo noi, anche se portare sul palcoscenico un romanzo storico così denso e corposo può sembrare un azzardo.

Ma nei nostri teatri, si sa, i classici sono sempre andati forte. Pirandello, Shakespeare, Goldoni non mancano mai. Certo, stavolta non parliamo di un’opera teatrale (sebbene Manzoni abbia scritto due tragedie, Il Conte di Carmagnola e l’Adelchi), ma di un classico della letteratura italiana per eccellenza. È per questo che vederlo fra i titoli delle nostre stagioni teatrali può sembrare abbastanza bizzarro, oltre che anacronistico. E invece, altro che scrittore superato. Manzoni – ci dimostrano gli spettacoli andati in scena nella stagione che sta per chiudersi – è un autore sorprendentemente attuale, che ci parla di noi e della nostra epoca. Insomma, il nostro romanziere aveva intuito tutto tanto tempo fa e per questo ha creato dei personaggi “universali”. In effetti basta guardarsi attorno, il mondo di oggi è pieno di Azzeccagarbugli, monache di Monza, bravi e giovani in fuga.

Lo ha capito subito Michele Sinisi, per esempio, che nel suo adattamento teatrale de I promessi sposi (scritto con Francesco Maria Asselta e prodotto da Elsinor) non ha avuto dubbi nel mescolare antico e moderno, inserendo continui riferimenti ai giorni nostri. E così si vedono scorrazzare in scena una Lucia in pattini a rotelle, un Fra Cristoforo clochard, un Don Rodrigo androgino, dei bravi che sembrano usciti da un set di Gomorra… E poi ci sono tutti quei volti di immigrati e la paura di non riuscire a superare il senso di inquietudine che accompagna le nostre vite, né di capire davvero il significato della convivenza.

Ma le riletture del Manzoni non sono di certo una novità. Su di lui hanno riflettuto e scritto anche i grandi autori del Novecento, da Leonardo Sciascia a Giovanni Testori, fino ai più recenti saggi di Salvatore Silvano Nigro. Proprio dai testi di Giovanni Testori nascono due nuove produzioni del Teatro Franco Parenti di Milano. Il primo spettacolo ad aver debuttato è La monca di Monza, con Federica Fracassi (più volte interprete dei personaggi femminili di Testori) e regia di Valter Malosti, che ha dato voce alle confessioni di Marianna de Leyva, ripercorrendo, da morta, tutte le sue vicende a partire dalla nascita. Il secondo è I promessi sposi alla prova, con Luca Lazzareschi e Laura Marinoni e la regia di Andrée Ruth Shammah, che affrontò questo testo già nel 1984 (allora recitava Franco Parenti) e con il quale è tornata a confrontarsi per sviscerarlo nel tentativo di dare una risposta ai tanti dubbi sollevati dal romanzo. «In certi momenti alcuni testi sembrano necessari – spiega la regista – Rileggendo Manzoni e Testori sento che c’è un forte bisogno di valori come la solidarietà o la fratellanza. Io credo che non esistano buoni o cattivi, ma che dentro l’uomo ci siano tanti sentimenti. Questa capacità dell’Innominato di riuscire a scavare nel marcio di ognuno è esattamente quello che sta accadendo nella nostra epoca: la paura tira fuori il peggio di noi. Da questo punto di vista credo che il discorso di fine anno del presidente Mattarella sia stato importante, dal suo richiamo all’Europa al bisogno di sentirsi una comunità». Testori, aggiunge, «ha accolto, tradito e tradotto Manzoni in una nuova forma che rende contemporanee e facilmente comunicabili verità antiche di cui abbiamo di nuovo bisogno».

Al Teatro Niccolini di Firenze, invece, il romanzo manzoniano si è fatto in quattro. Ovvero quattro episodi per raccontare gli italiani di ieri e oggi nella riduzione teatrale di Simone Faloppa, con gli attori della compagnia i Nuovi pronti a ripercorrere le vicissitudini di Renzo e Lucia. Ma c’è anche chi preferisce riderci su. E allora si affronta il Manzoni per rendere un po’ più simpatico un autore spesso stereotipato. Ne I promessi sposi on air di Emiliano Poddi, regia di Carlo Roncaglia, i personaggi nati dalla penna del Manzoni si confrontano con il loro stesso ideatore. E così davanti a lui sfilano Lucia, Agnese, la monaca di Monza, Don Rodrigo. Ognuno, ovviamente, con le proprie lamentele.

Nella versione di Maurizio Colombi, Gli Sposi Promessi show, il romanzo storico diventa perfino musical, un carosello umoristico che ripercorre le tappe principali del classico ottocentesco andato in scena di recente al Brancaccio di Roma. A farne la parodia, d’altra parte, ci aveva già pensato nel 1990 il trio Lopez-Marchesini-Solenghi in un famoso sceneggiato televisivo, che a sua volta ironizzava su due miniserie precedenti, una andata in onda negli anni Sassanta con la regia di Sandro Bolchi, l’altra a fine anni Ottanta con la regia di Salvatore Nocita.

Con Renzo e Lucia, insomma, ci si può anche divertire. Ma se approfondiamo le ragioni di questo boom manzoniano a teatro, in realtà, non è che ci sia molto da ridere… «Ne I Promessi sposi non c’è solo il racconto degli umili, ma anche e sopratutto una pressione sociale continua, una violenza mascherata e una negatività dei rapporti che richiamano molto il clima incattivito che viviamo noi oggi», spiega Giulio Ferroni, critico letterario e storico delle Letteratura italiana. «C’è una irrazionalità diffusa nei rapporti, allora come oggi, c’è una società senza coscienza e all’orizzonte un mondo globalizzato molto pericoloso».

La storia si ripete, insomma, e il teatro che da sempre vigilia sulla nostra polis, non poteva non dire la sua per provare a smuovere le coscienze. Ma chi sono i bravi di oggi? «Il bravaccio supremo è senza dubbio Salvini – risponde Ferroni sorridendo – I bravi sono tutti quelli che oggi detengono il potere… ovviamente ci sono tante sfumature, ma senza dubbio sono coloro che comandano. Fra questi c’è anche chi pensa solo all’immediato, come Fra Cristoforo…». E Don Abbondio? «È dappertutto. Sono quegli italiani che non vogliono avere fastidi e il fastidio più grande per loro è l’immigrazione. Il Don Abbondio moderno, quindi, è il piccolo italiano che non vuole rinunciare alle proprie sicurezze. Ne I promessi sposi lui sa che Renzo e Lucia avrebbero diritto a sposarsi, ma quel matrimonio viene vissuto come un fastidio, così come lo sono gli immigrati per molti nel nostro Paese».

In fondo, spiega Ferroni, quello manzoniano è un romanzo antropologico in cui è possibile riconoscere tanti “tipi” italiani. «L’atteggiamento della monaca di Monza, per esempio, è lo stesso comportamento ipocrita di chi non si preoccupa delle cose e lascia che tutto precipiti implacabilmente. Geltrude, con le sue contraddizioni, è pronta a tradire, in maniera irrazionale… come irrazionali sono i rapporti tra le persone oggi».

Ma nel romanzo di Manzoni ci sono anche situazioni di emergenza, fatti storici documentati e raccontati, come la peste che colpì Milano nel 1630. «Anche noi oggi abbiamo le nostre emergenze – dall’equilibrio ambientale all’immigrazione – che incombono su ciascuno di noi. Donald Trump e Jair Bolsonaro sono i grandi untori che tutto vogliono sfasciare. La normalità del nostro vivere è minacciata e la peste ha come effetto immediato proprio la sospensione di questa normalità», conclude Ferroni. La peste come apocalisse, insomma, e come metafora del male (la pensava così Albert Camus, che nel 1947 scrisse La peste). Ma ne I Promessi sposi l’epidemia spazza via i cattivi salvando i buoni, mentre il nostro finale è ancora tutto da scrivere. E non è detto che sarà un lieto fine.

(L’Espresso, 10 giugno 2019)

Dacci oggi il mostro quotidiano

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Sarà anche ambientato in Gran Bretagna, ma certi ritratti, come quelli di una società in cui l’informazione preferisce privilegiare lo scandalo piuttosto che la verità, per esempio, si assomigliano tutti. Ecco perché ciò che apparentemente può sembrare un classico thriller – scritto, tra l’altro, in maniera brillante – finisce per diventare un vero e proprio atto d’accusa nei confronti del potere crescente dei media.

Facile quindi, sbattere in prima pagina Michael Wolphram, ex professore di lettere di un college maschile, amante dei libri, solitario, elegante, “strano”, “diverso” dagli altri, e trasformarlo in un mostro accusato di aver ucciso la bella e giovane Zalie.

Parte da qui, dal ritrovamento del corpo, il romanzo avvincente di Patrick McGuinness, Gettami ai lupi (Guanda, pp. 332, euro 19,00, traduzione Irene Abigail Piccinini), che attraverso l’indagine di due poliziotti, Gary e Ander detto il Prof, scava nel passato facendo emergere lati oscuri degli anni Ottanta, violenze ben celate dall’élite inglese, episodi di bullismo. Un libro denso, impietoso, coinvolgente.

(il Venerdì di Repubblica, 31 maggio 2019)

Il silenzio delle donne africane

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«Mio padre è un assassino, deve andare in carcere anche se sono passati quasi vent’anni da quella terribile notte che non potrò mai dimenticare… Ha ucciso la mia mamma durante il sonno, poi è venuto da me, che allora avevo 14 anni, e mi ha detto: “vieni a vedere cosa ho fatto a tua madre”». Il suo racconto è spezzato dalle lacrime, eppure Dalal Nabih, nata in Marocco 34 anni fa ma residente a Milano da molti anni, parla, ricorda, mette in fila i fatti e dice: «Mia madre è stata ammazzata perché aveva iniziato a ribellarsi a un marito violento che la trattava come una schiava. Io stesso non potevo parlare con i miei compagni di classe, né andare in biblioteca altrimenti erano botte. Un giorno lui ha spaccato la testa di mia sorella con una chiave inglese… Per questo oggi, come volontaria, cerco di aiutare le donne che vengono maltrattate. A tutte loro dico: ribellatevi!».

È una storia estrema quella di Dalal Nabih, eppure simile a tante altre, storie di donne africane che vivono in Italia recluse in casa, schiavizzate dai loro stessi mariti. Basterebbe dare uno sguardo ai più recenti fatti di cronaca per rendersene conto. L’ultimo è accaduto pochi giorni fa in una palazzina di Borgonovo, dove una donna di origine marocchina è stata sgozzata dal marito. E il mese scorso, un’altra marocchina, che vive a Torino da 15 anni, si è salvata dall’ennesima coltellata del marito solo perché il fratello, per proteggerla, ha inseguito l’aguzzino dandogli una bottiglia in testa. «Finora sono stata zitta – ha spiegato – perché la madre di mio marito è mia cugina e la nostra famiglia non capirebbe se io lo denunciassi o mi lamentassi. Anche perché nella nostra cultura non è ammissibile che una donna si ribelli all’uomo».

Per non parlare di tutte le altre mogli che non finiscono sui giornali, ma che vengono ogni giorno umiliate, maltrattate, picchiate. Secondo l’Istat, su 2.672.718 donne straniere residenti in Italia nel 2018, 278.102 provengono dall’Africa settentrionale, 112.950 dall’Africa Occidentale, 19.742 dall’Africa Orientale, 11.722 dall’Africa Centro Meridionale. Nel 2017 (sempre secondo i dati Istat) 24 donne straniere sono state uccise in delitti volontari e 53 sono state vittime di tentati omicidi, mentre 4.663 lesioni colpose, 4.345 minacce, 1.280 percosse sono state denunciate da donne straniere.

Provengono soprattutto dal Marocco, il Paese non comunitario più numeroso presente in Italia. «Dal 1995 in poi la maggior parte delle marocchine è arrivata per ricongiungimento familiare – spiega Souad Sbai, presidente dell’Acmid (Associazione comunità marocchina delle donne in Italia) -. Ma una volta qui, non trovano percorsi di alfabetizzazione o di presa di coscienza dei loro diritti. Per loro, che appartengono spesso ad un mondo rurale, la vita in Italia è un inferno, sono vittime silenziose di atroci episodi di violenza. E un problema gravissimo comincia a riguardare anche le più giovani, le immigrate di terza generazione: spariscono e non si sa che fine facciano. Il 60% di queste bambine smettono di andare a scuola e vengono date in sposa a uomini che le rendono schiave». Lo scorso anno il numero verde dell’Acmid ha registrato circa tremila chiamate, due anni fa seimila. «Noi cerchiamo di fare quello che possiamo, ma non riusciamo ad ospitarle. In questo ci sono di grande aiuto proprio le italiane, che spesso le accolgono in casa loro per due, tre giorni. Purtroppo siamo sole… intanto le donne vengono massacrate». Proprio poco prima di parlare con Grazia Souad Sbai riceve una telefonata da Acilia (Roma). «Una donna si è chiusa dentro casa e non vuole aprire la porta. Ci ha avvisato una sua vicina, che ha sentito delle urla e si è preoccupata».

Sono tantissime le africane che arrivano in Italia, «principalmente per tre ragioni – spiega Manuela Ulivi, presidente della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (Cadmi) -: tratta nigeriana a scopo di sfruttamento sessuale, ricongiungimenti familiari, singole iniziative per fuggire da fame e miseria. Dallo scorso anno come Casa delle donne abbiamo creato un osservatorio in collaborazione con Di.Re (Donne in Rete contro la violenza) e l’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Il progetto si chiama “Viaggio per la libertà”, un casa pensata per le donne spaventate ma che cercano di uscire dall’isolamento. In genere se un maschio è violento in Africa lo è ancora di più in Italia perché teme che la donna possa entrare in contatto con gli europei, e quindi le impedisce di avere relazioni sociali, di conoscere gente, la tiene segregata in casa e se si ribella picchia. In tanti anni di volontariato ho ascoltato storie di donne provenienti da tutta l’Africa, dal Marocco alla Tunisia, dall’Egitto alla Nigeria. Sono donne molto forti, per questo mi piacciono. Si arrabbiano quando qualcuno prova a calpestarle. Reagiscono, tentando di difendersi a modo loro, anche in caso di violenza. Che non sempre significa denunciare. A differenza delle italiane, non temono la vergogna. La domanda che si pongono è: cosa faccio della mia vita? Per le donne vittime della tratta è diverso: loro sono terrorizzate, hanno paura dei riti voodoo e che possa succedere qualcosa alle loro famiglie se non fanno esattamente tutto ciò che era previsto».

«In 25 anni di attività di storie violente ne ho ascoltato tante – aggiunge Francesca Mallamaci, responsabile del centro Angela Morabito di Reggio Calabria – . All’inizio, nel 1995, non c’erano straniere, ma solo italiane provenienti dall’entroterra, sedotte e abbandonate. Intorno al 1999/2000 sono cominciate ad arrivare prima dalla Bulgaria e Romania, poi dall’Africa (Nigeria, Tunisia, Sierra Leone, Eritrea…), tutte provenienti da situazioni di violenza o vittime di tratta. Purtroppo le storie di violenza che abbiamo raccolto non hanno mai avuto un lieto fine. Le donne seviziate dai propri mariti alla fine sono sempre tornate da loro, soprattutto le musulmane, che provengono da società patriarcali, dove l’uomo domina e considera la moglie un oggetto di sua proprietà di cui poter disporre».

(Grazia, 23 maggio 2019)

Ludovica Ripa di Meana. I miei versi clandestini tra Contini e Sermonti

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Pareti di libri e tanta luce. “Ecco, appoggi pure il suo cappotto sul Caravaggio”. Il voluminoso catalogo se ne sta disteso in mezzo a decine di edizioni della Divina Commedia. Quante saranno? “Chi lo sa, non le ho mai contate”, ammette Ludovica Ripa di Meana, 86 anni trascorsi tra letture appassionate, interviste impossibili e scritture inclassificabili. Ama definirsi “cantastorie” e parlando di sé preferisce usare il maschile, quindi poeta, scrittore, drammaturgo.

Nell’appartamento all’ultimo piano dell’elegante palazzina nel quartiere Flaming di Roma, Dante è ovunque. Ed è l’unico uomo che si sia messo in mezzo tra lei e Vittorio Sermonti (indimenticabile commentatore della Divina Commedia che divulgò in centinaia di letture pubbliche), ma per rafforzare e non certo per dividere un amore lungo, forte, bello. “Io e Vittorio vivevamo insieme già da 10 anni. Lui voleva sposarmi ma io non ne vedevo il motivo. Ad un certo punto mi disse che non voleva proseguire con Il Paradiso, era molto stanco. Io gli dissi: se lo fai ti sposo, e così fu che lui completò Dante e noi ci sposammo. Era il 1992”. Le foto di famiglia sono appoggiate senza cornice sulle mensole, quasi a voler alleggerire il peso di tutti quei libri. C’è anche quella del nonno, l’ex ministro giolittiano Carlo Schanzer, mentre duella. E c’è Gianfranco Contini, grande critico letterario e filologo scomparso nel 1990. A lui è dedicato il libro-intervista in uscita per Garzanti: Diligenza e voluttà. Ludovica Ripa di Meana interroga Gianfranco Contini (pp. 280, euro 16,90; la prima edizione fu pubblicata nel 1989 per Mondadori). Il suo ritratto è appeso alla parete dello studio di Sermonti, dove tutto è rimasto esattamente com’era al momento della sua morte, il 23 novembre 2016. In questa “casa d’amore”, come la definisce Ludovica Ripa di Meana, da quando non c’è Vittorio non fa mai buio. “Non ho più chiuso le finestre”. Poi fa una lunga pausa e spiega: “Ho bisogno di luce…”.

Come vi siete conosciuti lei e Vittorio?

Ci siamo conosciuti da giovani, ma non ci frequentavamo. Poi l’ho incontrato ad una proiezione in Rai. Ma è dopo aver letto il suo bellissimo libro, Il tempo fra cane e lupo, che è cominciato tutto… Allora ho capito che stava succedendo qualcosa fra noi. E lo ha capito pure lui…

In questa casa, che avete preso in affitto nel 1984, sono nati anche tutti i suoi libri?

Sì, sono stati scritti qui e a Cythera, l’isola greca dove io e Vittorio trascorrevamo le nostre estati. I miei libri sono nati da una crisi d’asma. Non riuscivo più a dormire e fu Vittorio a dirmi: perché non scrivi? Così nacque Asma, il mio primo romanzo tutt’ora inedito. Poi ho continuato a scrivere: La sorella dell’Ave, Rosabianca e la contessa, Marzio e Marta, i testi teatrali… Quando pubblicai il mio primo romanzo, dato che avevo 59 anni, la gente diceva che lo aveva scritto Vittorio. L’invidia è indomabile.

Sono testi scritti in versi e impossibili da etichettare, tanto che lei stessa si definisce una “clandestina” in quel bel libro che le dedicò Andrea Casoli qualche anno fa (Altro essendo dagli altri essendo te, Aracne). Quanto ha influito l’amore di Vittorio per Dante nella sua scelta di scrivere in versi?

Non è stata un scelta mia quella di scrivere in versi. Sono stata scelta dal canto. Ho scritto quasi 20mila versi in 14 anni e all’improvviso mi sono fermata. Certo, Dante ha contato tanto per me. Vittorio mi leggeva tutto quello che scriveva.

Fu proprio Gianfranco Contini a fare la supervisione dell’edizione commentata dell’Inferno e del Purgatorio. Si ricorda il vostro primo incontro?

Conoscevo Contini perché da giornalista ero andata ad intervistarlo per l’uscita della Cronica dell’Anonimo Romano, testo bellissimo, famoso per l’uccisione di Cola di Rienzo. Non ero attrezzata ad intervistare un filologo di quella portata, non sono neanche laureata, dunque ero terrorizzata e in più Contini aveva avuto un ictus, quindi faceva fatica a parlare. Ma lui apprezzò la mia umiltà e facemmo l’intervista. Da lì è nata la nostra amicizia.

Diligenza e voluttà è una sorta di autobiografia, molto densa e piena di curiosità. Come nacque?

Vittorio stava lavorando in Rai con Fabio Borrelli, allora direttore di Radio 3, e gli disse che avrebbe letto Dante solo con la supervisione di Gianfranco Contini. Vittorio lo aveva conosciuto a casa di Roberto Longhi, ma era certo che Contini non l’avrebbe mai fatto. Fui io che lo convinsi a chiederglielo. Avevo una tale passione per la letteratura che ero pronta a qualunque sfida. In più sono una donna e le donne sono più libere nell’osare. Quando L’Inferno fu pronto Fabio Borrelli mi chiese: perché non fai un’intervista a Contini prima di mandarlo in onda? E così per sei-sette giorni andai tutti i giorni da lui, per svariate ore, a Domodossola. Poi mi sono messa a trascrivere l’intervista, parola per parola. Sono tornata da lui e gli ho chiesto: vogliamo pubblicarla? Fu d’accordo. E mi ringraziò perché aveva riascoltato la sua voce.

Almeno all’inizio anche Contini fu un autodidatta nella scrittura, come lei nella lettura.

Almeno in una fase della sua vita diciamo che lo è stato. Quando da piccolissimo imparò a leggere e a scrivere lo fece da solo, a tre anni, sfogliando le pagine del Corriere dei Piccoli.

E poi entrambi condividevate un grande amore: Carlo Emilio Gadda. Cosa ha significato per lei questo scrittore?

Gadda per me è un desiderio impossibile realizzato… Per far nascere qualcosa di nuovo bisogna aspirare all’impossibile. E per me Gadda era questo. Leggere un italiano come il suo era molto difficile, eppure mi conquistò. Dato che Gian Carlo Roscioni lo conosceva, gli confessai che volevo provare ad intervistarlo. Così me lo fece conoscere. E lui non mi respinse, sentiva che aspiravo a conoscere. L’ho frequentato fino alla fine. Era un uomo malinconico, disperato.

Contini usa aggettivi impensabili per molti intellettuali: di Croce dice che era “ospitale senza ostentazione”, di Giorgio Morandi che era “un uomo fisicamente straordinario”, di Umberto Saba che aveva “un pessimo amabile carattere”. La spiazzava con i suoi ritratti?

Sì, sempre. I suoi aggettivi non coincidevano mai con i miei. Il ritratto più bello credo sia quello di Roberto Longhi (che lui considerava il più grande critico d’arte), un capolavoro della letteratura. Contini era così intelligente e ironico, un uomo fantastico. E anche molto simpatico, proprio lui che incuteva tanto timore.

Che effetto le fa rileggere oggi Diligenza e voluttà?

Trasecolo, mi chiedo: possibile che sia proprio io quella lì? E’ sorprendente.

(il Venerdì di Repubblica, 22 marzo 2019)

Akram Khan: vi dico cosa fa ballare il mondo

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LONDRA C’è ancora la grande insegna dell’ex officina: Mc Motors. Crash Repairs Mechanical Mot Failures Welding. Ma più che riparare macchine, oltre quella porticina ricavata dalla serranda di un garage si costruiscono sogni: film, documentari, book fotografici e perfino grandi eventi come i matrimoni. Niente a che vedere con i nostri Studios di Cinecittà, ma il loft dall’atmosfera retrò nel cuore di Dalston, un sobborgo multietnico snobatto fino a poco tempo fa dai londinesi, c’è da dire che ha il suo fascino. Gli ampi spazi industriali inondati di luce e le pareti di mattoncini rossi o rivestite con carta da parati offrono ad ogni angolo uno scorcio diverso. Ci arriviamo da Liverpool street, Shoreditch, dove gli street artists (non solo Bansky, ma anche Ben Eine, Obey, Roa, C215) hanno ridipinto quasi l’intero quartiere e i locali alla moda spuntano come funghi. Un esempio? Tramshed, un ex mattatoio in cui aleggia, sulle teste dei clienti, una grande mucca con gallina in formaldeide, opera di Danien Hirst.

Nel magazzino industriale di Dalton ci aspetta Akram Khan, il coreografo anglo-bengalese che sperimenta per la prima volta il lavoro su un set televisivo. “Bellissimo! Ora so di avere una nuova carriera davanti a me” dice scherzando mentre, tra una pausa e l’altra delle riprese, ci racconta la sua avventura. “Ho capito subito che si trattava di un’idea molto ambiziosa, di un’idea grande, e così ho accettato con entusiasmo questa nuova sfida”, ovvero 5 documentati commissionati da Sky Arts Production Hub dal titolo Why do we dance?. Andranno in onda dal prossimo 9 aprile. Akram Khan sarà la voce narrante.

Quando ballo riuscite a vedere il mio background, dove sono stato e dove sono adesso. Riuscite a intuire quell’intreccio di culture che nessuno può sottrarmi. Finché avrò corpo, avrò voce”. Dice più o meno così all’inizio della prima puntata, To Belong, dedicata alla danza come rifugio e senso di appartenenza ad un gruppo. Indossa un cappellino di lana e abiti sportivi. Ma l’abbigliamento cambia in ognuno dei cinque film documentari. Ecco gli altri quattro: To tell Stories, un viaggio tra l’India e la Danimarca alla scoperta di storie e racconti di vari e importanti coreografi; To get Hight, dedicato alla danza come ricerca della pace con noi stessi ma anche come raggiungimento di stati alterati di coscienza; For sex and Romance, un omaggio al ballo come attrazione sessuale e seduzione; To agitate, per una danza più politica e sociale.

Akram ripete le sue battute tante e tante volte, fino alla perfezione. Cammina, ma è come se danzasse mentre si muove tra i manichini sistemati sulla scena fatta di divani, antiche cassettiere e scritte al neon. La pioggia non aiuta, è vero. Il ticchettio delle gocce si sente distintamente sulle grondaie. Ma la troupe non si scoraggia. Ne ha viste di tutti i colori negli ultimi mesi. Le scene dei 5 film, infatti, sono state girate in America e in Giappone, in India e a Taiwan. Il materiale è tanto. Ora tocca ad Akram Khan trovare il filo giusto e mettere ordine. “Ho scoperto anch’io delle cose nuove dedicandomi a questo progetto, sono rimasto affascinato dal lavoro dietro la telecamera e poi ho imparato a conoscere meglio certi artisti. Di solito sono concentrato su me stesso, mentre in questo modo ho apprezzato molto il lavoro delle altre persone…Ho imparato soprattutto quanto è importante il valore della testimonianza, lasciare qualcosa agli altri, indipendentemente da dove tu sia”.

In questa nuova serie di documentari firmati Sky Arte, dunque, il pubblico attraverserà il mondo per scoprire quali sono le ragioni che ci spingono a ballare. E per capirlo nei cinque episodi si parlerà di Nijinsky e di Michael Jackson, e poi di tango, hip hop, butoh, charleston e danza verticale. Attraverso i secoli ed esplorando tutti e 5 i continenti, dalle strade di periferia alle piste da ballo delle metropoli, dagli spazi pubblici ai più importanti palcoscenici del mondo, Akram Khan cercherà la risposta alla domanda: perché balliamo? Alla serie parteciperanno, ovviamente, i principali coreografi della scena mondiale. Fra questi, Wayne McGregor del Royal Ballet di Londra e il taiwanese Lin Hwai Min. Ma anche Lil Buck, Camille Brown, Alex Mugler, Boris Charmatz, Christian Spuck, Aditi Mangaldas, Enzo Cosimi, Eva Yearbabuena, Bill T Jones.

In questo momento la danza è l’arte che ha meno pregiudizi sul colore dei ballerini, per esempio. Questa cosa dovrebbe essere usata come arma per cambiare certe situazioni. La generazione dei miei genitori era abituata a pensare al noi, mentre oggi i più giovani sono tutti concentrati sull’io. La danza, invece, sviluppa proprio questa idea della collettività”.

Quando gli chiediamo cosa ha imparato da Peter Brook risponde così: “Tanto e non solo da lui: Chaplin, Baster Keaton, Bruce Lee, Moamed Alì”. Ma perché ha scelto di danzare? “Difficile rispondere a questa domanda. Tutto è iniziato dalla musica, che per me era come un virus a cui reagire producendo movimenti. Da piccolo mi calmavo solo ascoltando brani musicali. Mia madre mi ha incoraggiato a danzare, ma non avrei mai pensato che ci avrei costruito la mia carriera. Avevo in mente più di fare l’attore o il musicista. Invece eccomi qua”.

(Il Venerdì di Repubblica, 25 gennaio 2019)

Uno sguardo fotografico sulla storia

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Ha scritto tanto, tantissimo Daša Drndić nel corso della sua vita: sceneggiati radiofonici, romanzi, saggi. Pochissime delle sue opere, però, sono state tradotte in Italia, dove la scrittrice croata è conosciuta soprattutto per il suo romanzo più famoso, Trieste, pubblicato nel 2015 da Bompiani. Oggi che lei non c’è più (è morta pochi mesi fa, il 5 giugno del 2018, all’età di 72 anni) è La nave di Teseo a mandare in libreria un volume pubblicato per la volta in lingua originale nel 2003, un libro non facile che parla di tante cose, mescolando realtà e finzione, ma capace soprattutto di spiazzarti per la modalità in cui mette in luce le atrocità della storia, a partire dal nazismo.

D’altro parte lo ha detto lei stessa in un’intervista che un racconto lineare con un inizio, uno sviluppo e una fine è un modo datato di interpretare la letteratura. Forse proprio per questo non poteva esserci un titolo più giusto: Leica format (pp 424. euro 22, traduzione di Ljiljana Avirović), con un chiaro riferimento al suo sguardo “fotografico”, alla sua maniera di documentare la Storia e le storie, come se ponesse il lettore di fronte a tanti scatti.

Dalla vicenda di Antonia Host, la donna che finisce in clinica psichiatrica per aver dimenticato la sua vera identità, al medico Ludwig Jacob Fritz affetto da sifilide, dalle violenze sui prigionieri ai cervelli di bambini chiusi nei barattoli, le storie raccontate sono tanti piccoli pezzi di un grande puzzle, storie apparentemente distanti e invece collegate tra loro e descritte utilizzando stili, registri, perfino tempi diversi. E la scrittura corre veloce, tranne quando compare quell’elenco degli esperimenti non autorizzati sugli esseri umani, dal 1939 a oggi.

Troppo facile dimenticare la storia, sembra volerci dire Daša Drndić. Troppo facile costruirsi una nuova identità e far finta che nulla sia accaduto.

(Il Venerdì di Repubblica, 25 gennaio 2019)