Dalla parte della cultura, altro che sigilli ai teatri…

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È arrivato il momento dire basta. Basta al disinteresse delle istituzioni per la cultura, basta alle prese in giro e alla violenza, basta alla chiusura dei teatri. Roma deve tornare ad essere la capitale della creatività. Una città viva, dove gli artisti possano sentirsi liberi di creare e di esibirsi e dove il pubblico possa decidere di andare a scoprire nuovi talenti nei tanti spazi sparsi nella capitale. Spazi che purtroppo stanno chiudendo, uno dopo l’altro. Inesorabilmente e sotto la bandiera della “legalità”. Sembra quasi una beffa: nella città in cui spuntano all’insaputa appartamenti con vista Colosseo e polizze sulla vita si sente l’urgenza di mandare otto poliziotti a mettere i sigilli al Teatro dell’Orologio perché non c’è l’uscita di sicurezza (che manca da 37 anni). Attenzione, non stiamo dicendo che è giusto non avere rispetto delle regole. No. Lo abbiamo detto anche durante gli anni dell’occupazione del Teatro Valle. Che però in quel periodo era un luogo effervescente, produceva cultura. Ora è uno spazio chiuso e abbandonato. Che attende dal Comune di Roma di essere restaurato con quei 3 milioni stanziati. Intanto marcisce.
A proposito dell’uscita di sicurezza scrive il giovane staff dell’Orologio: «Noi ci abbiamo provato, con uno sforzo economico e di energie non indifferente, siamo arrivati a tre metri dall’aprire quell’uscita, ma poi abbiamo trovato la Storia e ci siamo dovuti fermare». La cultura fermata dalla cultura, bel paradosso. Risultato? La compagnia umbra Teatro di Sacco stasera non andrà in scena con Combustibili.
Non è andata meglio alle associazioni che fino a due-tre giorni fa avevano la propria sede presso il Rialto Sant’Ambrogio, a due passi da Portico d’Ottavia: dal Forum italiano dei movimenti dell’acqua e il mitico circolo Gianni Bosio, per non parlare di tutte le esperienze creative passate per quei locali. Anche in questo caso ci ha pensato la polizia a sgomberare gli spazi.
Vogliamo parlare anche del Quirinetta? Quella è un’altra storia, certo (il teatro trasformato in discoteca). Sta di fatto che anche il Quirinetta non c’è più.
Ha ragione Antonio Calbi, direttore del Teatro di Roma, a dire «quando si chiude un piccolo spazio teatrale è tutto il sistema culturale della città che ne soffre: è come in un ecosistema, dove accanto alla grande quercia crescono arbusti di piccola taglia e dove una fa bene agli altri e viceversa». Quell’ecosistema purtroppo è malato. E rischia di morire se non si interviene alla radice. Bello, quindi, che Calbi si sia offerto di aprire gli spazi del Teatro India alle compagnie in cartellone al Teatro dell’Orologio, ma qui bisogna trovare una soluzione urgentemente. Chi ha scelto di dedicare la propria vita al teatro – sia esso un attore o un regista, un direttore artistico a anche un critico – lo fa sapendo di essere parte di una sgangherata famiglia, povera ma idealista, di una comunità che cerca di farsi forza nel momento del dolore. Anche partendo da questa consapevolezza il prossimo sabato è stato organizzata un’assemblea pubblica da alcuni colleghi critici (Attilio Scarpellini, Andrea Porcheddu, Graziano Graziani, Sergio Lo Gatto). Ci sarà anche Luca Bergamo, assessore e vicesindaco della giunta Raggi. Ne vogliamo parlare o no di questa orribile deriva fascista (che volendo allargare lo sguardo alle censure subite da alcuni spettacoli teatrali riguarda, in verità, tutto il paese, come già denunciato su queste pagine)? La cultura è la nostra salvezza. Altro che sigilli.

(l’Unità, 18 febbraio 2017)

Teatro Valle, l’archivio inscatolato vedrà la luce

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Gentile Direttore,
riguardo l’appello lanciato da Francesca De Sanctis nell’articolo “Teatro Valle. Il giallo degli archivi” pubblicato sull’Unità lo scorso 31 gennaio è opportuno precisare che la documentazione di natura amministrativa e di programmazione che costituisce l’archivio del Teatro Valle, parte integrante delle carte dell’ex Ente Teatrale Italiano, è custodita presso il deposito della Direzione Generale Spettacolo, dove è in corso dallo scorso ottobre un intenso lavoro di esame e sistemazione di tutto il materiale, dapprima suddiviso per aree tematiche e collocato in apposite scaffalature per poi essere interessato da una successiva fase di censimento.
Nell’ambito di tale attività sono state individuate diverse cartelline contenenti materiale di uso corrente dell’ufficio di promozione del Teatro Valle con informazioni di varia tipologia fornite dalle compagnie sugli spettacoli, che possono includere in linea di massima il programma di sala, la locandina e talvolta fotografie. Tali documenti riguardano la programmazione dello storico teatro della capitale a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, periodo in cui cominciò la gestione dell’Ente Teatrale Italiano.
La Direzione Generale intende sviluppare ulteriormente, in collaborazione con la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Lazio, il lavoro di censimento della documentazione depositata presso la sede.

Con viva cordialità,

Onofrio Cutaia
Direttore Generale
per lo Spettacolo dal Vivo
del MiBACT
Il Teatro Valle sembra proprio non avere pace. Eppure qualcosa si muove. Oltre alla sua disastrosa chiusura e allo stato di abbandono in cui versa, avevamo denunciato, su queste pagine (https://francescadesanctis.wordpress.com/2017/02/03/teatro-valle-il-giallo-degli-archivi/), la sparizione dell’archivio storico. Ci spieghiamo meglio, riassumendo ciò che era emerso dalla nostra ricerca.
All’ultimo piano dello storico teatro capitolino, per anni e fino allo smantellamento dell’Ente teatrale italiano avvenuto nel 2010 e di cui era parte il Valle con il Quirino, la Pergola di Firenze e il Duse di Bologna, erano conservati manifesti, locandine, programmi di sala. Piccoli grandi gioielli risalenti al periodo che andava dal 1936-7 a oggi e che documentavano la vita del teatro, attraversato nel tempo da tantissimi artisti: da Vittorio Gassmann a Totò, da Anna Magnani a Eduardo De Filippo. Inoltre, lungo le pareti dello storico edificio, erano in bella mostra almeno 30-40 locandine originali.
Ci chiedevamo che fine avesse fatto tutto quel materiale, dato che non ne sapevano nulla né gli occupanti del Valle, né la Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio, né la Direzione Generale per lo Spettacolo dal vivo, che ci aveva detto di conservare solo documenti di natura amministrativa.
Ora è arrivata in redazione una lettera del direttore generale per lo Spettacolo dal vivo del Mibact, Onofrio Cutaia, che pubblichiamo integralmente qui accanto. Siamo felici di sapere che «è in corso dallo scorso ottobre un intenso lavoro di esame e sistemazione di tutto il materiale, dapprima suddiviso per aree tematiche e collocato in apposite scaffalature per poi essere interessato da una successiva fase di censimento». La documentazione di cui si parla sarebbe non solo di natura amministrativa ma anche di programmazione («in linea di massima il programma di sala, la locandina e talvolta fotografie»). Il periodo storico di riferimento, però, parte dagli anni Cinquanta del Novecento, scrive Cutaia. Dunque, la prima domanda è: i documenti relativi agli anni Trenta e Quaranta dove sono? Secondo il soprintendente Mauro Tosti-Croce sarebbe tutto lì, «inscatolato di fretta e mandato alla Direzione generale per lo Spettacolo dal vivo. Ora è stato varato un progetto, già finanziato – aggiunge -, per recuperare tutto quel materiale e censirlo».
La seconda questione è: come mai la Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio, che dovrebbe vigilare su questi beni, non è mai stata informata del trasferimento in altri luoghi dell’Archivio del Teatro Valle? «È successo tutto rapidamente – ci dice ancora il soprintendente facendo riferimento alla soppressione dell’Eti – Non c’è stato il tempo di comunicare nulla. L’importante è che l’archivio ci sia e che vedrà la luce».
Terza ed ultima questione: dove sono finiti alcuni arredi storici che contribuivano, con la documentazione cartacea, a scrivere la storia del teatro in cui debuttò Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello?
Purtroppo ci sono ancora dei tasselli mancanti in questa storia che sembra fare a pezzi un bene della collettività. La città ancora oggi è priva di quel meraviglioso teatro che attende di essere salvato dal Comune di Roma. Per il restauro sono stati a stanziati 3 milioni di euro. Ma al momento tutto è fermo.

(l’Unità, 14 febbraio 2017)

Quel genio di Grotowski

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Quanti sono i veri maestri che hanno ripensato il teatro del Novecento? Non moltissimi: Stanislavkij, Mejercol’d, Craig, Piscator, Copeau, e poi Peter Brook, Julian Beck e Judith Malina, Peter Shumann, Eugenio Barba, Jerzy Grotowski… Ecco, soffermiamoci sul regista polacco che teorizzò il cosiddetto “teatro povero” e che con l’Italia ebbe un rapporto così intenso da decidere, nel 1986, di trasferirsi in Toscana, dove Roberto Bacci e Carla Pollastrelli, su invito del Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera (oggi Fondazione Pontedera Teatro), fondarono quello che dal 1999 prende il nome di Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards. Incredibilmente, 30 anni dopo quell’istituto è ancora un centro vivacissimo e attivo nella ricerca delle arti performative. Chi ha conosciuto Grotowski – nato l’11 agosto del 1933 a Rzeszow e morto il 14 gennaio del 1999 a Pontedera – , lo ricorda come una persona coraggiosa, audace, intelligente e sapiente, capace come pochi di tirare fuori il meglio dagli altri. «Averlo incontrato è stata una grande fortuna – racconta Carla Pollastrelli (che ha tradotto in italiano tutti i suoi scritti raccolti in quattro volumi pubblicati dalla casa editrice Usher) – Mi manca molto il suo sguardo sul mondo. Ma non credo che oggi sarebbe sorpreso di vedere come vanno le cose, le sue previsioni erano fosche. Sapeva leggere i segnali».
Quando nel 1997 l’Università di Bologna gli conferì la laurea ad honorem in Discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo per gli gli studenti del Dams fu un evento indimenticabile. Erano eccitatissimi all’idea, nonostante non avessero mai visto neppure uno dei suoi spettacoli, ovvero Il principe Costante di Calderón de la Barca nella riduzione di Slowacki (1965); Apocalypsis cum figuris (1968), elaborazione collettiva su testi della Bibbia, di Dostoevskij, Eliot e Weil, Cain di Byron (1960); The tragical history of doctor Faustus di Marlowe (1962); le quattro edizioni di Akropolis da Wyspianski (1962-67). Anche perché il periodo in cui si dedicò alla regia, tutto sommato, fu abbastanza limitato. Parliamo degli anni Sessanta. Fu alla fine di un lungo viaggio in India, nel 1970, che Grotowski annunciò di non voler più mettere in scena i suoi spettacoli e che si sarebbe dedicato alla ricerca pura. Eppure, poche esperienze teatrali avevano avuto un effetto dirompente per la radicalità delle scelte, il lavoro sull’interprete, la relazione tra attore e spettatore, l’uso dello spazio, il rapporto stesso con il testo. Grotowski maestro assoluto e carismatico. Grotowski in controtendenza rispetto alle avanguardie europee. Grotowski così anomalo e trasgressivo.
Il suo libro, poi, Per un teatro povero, è stato un testo sacro per generazioni di uomini e donne di teatro che si sono formati guardando all’esperienza del regista polacco, che affonda a sua volta le radici in quella di Konstantin Stanislawskj, precursore, all’inizio del Novecento, dello scavo nella memoria emotiva dell’attore. «C’è un solo valore che né il cinema né la televisione potranno mai sottrarre al teatro: – scrive Grotowski – il legame diretto che nasce tra esseri vivi. Quel legame fa sì che ogni atto di provocazione da parte dell’attore, ogni manifestazione della sua magia (che lo spettatore non è in grado di ripetere) diventi qualcosa di grande e straordinario. Nulla dovrebbe separare lo spettatore da questa eruzione feroce; che sia faccia a faccia con l’attore; che senta su di sé il suo respiro e il suo sudore». La “necessità” del teatro è il rapporto diretto tra attore e spettatore. Quindi niente scenografie, trucchi, costumi… tutto superfluo.
Era arrivato a queste conclusione dopo studi e ricerche sul campo. Anche in giro per il mondo. Dopo aver lasciato la sua Polonia a causa della guerra, Grotowski ebbe il diritto di asilo negli Stati Uniti. Portò il suo teatro anche nel College de France a Parigi, che per lui aveva creato la cattedra di “antropologia teatrale”. La sua prima lezione la tenne nel teatro parigino di Peter Brook, che lo accolse dicendo: «Non conosco nessun’altra persona al mondo, dopo Stanislawski, che abbia studiato la natura del gioco dell’attore, il suo fenomeno e significato, la scienza del suoi processi mentali, fisici e emotivi così profondamente e completamente come ha fatto Grotowski». A chi è capitato nella propria vita, magari durante gli anni universitari, di frequentare un seminario o un corso di teatro, ricorderà ancora certi esercizi preparatori come il famoso “gatto” o il “fiorire e l’appassire” inventati da Grotowski, che impegnava i suoi performer in ore e ore di esercizi anche pesanti: era il famoso training, l’allenamento dell’attore che si concentrava soprattutto sul corpo e solo successivamente sulla parola. Il suo Teatro-Laboratorio era una specie di collettivo pensante, dove emergeva un teatro basato su un intenso lavoro di ricerca, che partiva dai testi classici.
«Ho incontrato per la prima volta Grotowski nel 1975 alla famosa Biennale di Venezia, dove lui era l’ospite principale – racconta Carla Pollastrelli – . Ricordo una persona dallo sguardo molto acuto, intenso. Era capace di avere, da subito, un approccio serio e concreto con le persone. Abbiamo collaborato per anni, poi quella richiesta ardita: creare un istituto dove condurre un’attività di ricerca sistematica. Gli garantimmo “carta bianca”, non c’era l’esigenza di creare eventi pubblici, nessuna condizione per la sua ricerca. E fu proprio per questo, credo, che alla fine accettò».
Così iniziò la sua avventura in Italia, che frequentava spesso e dove aveva molti amici. A proposito del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards annota il regista: «Il Workcenter a Pontedera è – come ha scritto George Banu – è una specie di romitaggio. In certi periodi incontriamo i gruppi teatrali e normalmente la cosa avviene in questo modo: il gruppo arriva e mostra gli elementi del suo lavoro, gli esercizi e il suo spettacolo a noi, senza nessuno esterno, e noi stessi mostriamo quello che facciamo, cioè gli esercizi e gli elementi di preparazione e anche qualcosa che chiamiamo Azione, una struttura performativa molto elaborata. Dopo, si fa una specie di incontro in cui ci si parla e si analizza il lavoro dal punto di vista del mestiere, dell’artigianato, quello che che abbiamo osservato gli uni riguardo agli altri». (da Uno sguardo sul Workcenter a cura di Franco Quadri, nel quarto volume contenente gli scritti di Grotowski e pubblicato dalla casa editrice Usher). Oggi, lì a Pontedera, si continua ancora a lavorare. Anche seguendo nuove direzioni, luoghi sconosciuti nel teatro e oltre.

(l’Unità, 12 febbraio 2017)

Filippo Timi: “Voglio fare tutto: teatro, cinema, tv…”

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Partiamo dalla fine per raccontarvi la nostra chiacchierata con Filippo Timi, attore amatissimo dal pubblico e non solo per l’indiscutibile talento, ma anche per quella sua capacità di sorridere sempre alla vita. Tenebroso e solare insieme, non si può certo dire che Timi si sia fatto mancare qualcosa durante la sua carriera. A 42 anni ha già alle spalle tanto teatro, cinema, e poi la tv e i romanzi. E soprattutto personaggi diversissimi con cui confrontarsi, caratteri da scoprire o da amare, da capire e far capire: dittatori, pornodivi, criminali, poliziotti, operai militanti…
Filippo, la sua galleria di personaggi è bella nutrita… ce n’è uno che vorrebbe tanto interpretare ma nessuno osa chiederle?
«Bella domanda, ci devo pensare. Umh… (ci riflette un attimo, ndr) Sì, ce l’ho! Mi piacerebbe tanto essere Majakóvskij! Rasarmi i capelli a zero e leggere le sue poesie russe che declamava in teatro… Che forza sarebbe! Ma a chi interessa? Pensi a quanto è bella La nuvola in calzoni? (e inizia a declamare, ndr) L’ho anche tradotta in dialetto umbro e una volta recitata in pubblico».
L’appello lo abbiamo lanciato, non si sa mai… Intanto, proprio in questi giorni, lei è impegnato in teatro con un adattamento di un testo mica da niente… Casa di bambola di Ibsen, qui diretto, adattato e tradotto da Andrée Ruth Shammah (produzione Teatro Franco Parenti – Fondazione Teatro della Toscana). E ovviamente non si accontenta di interpretare un solo personaggio, ma ben tre…
«Casa di bambola è un testo bellissimo e pieno di sfaccettature. Io vesto i panni di tre uomini molto diversi fra loro. Il dottor Rank, per esempio, è un fiume arido, dove non scorre acqua: ha preso la sifilide dal padre quando era bambino ed è come marchiato, non può avere relazioni. È innamorato, ma rifiutato. L’unico momento di gioia è quello in cui sta per morire. Helmer, invece, è un guerriero, è il marito padrone, il borghese ipocrita da cui Nora (interpretata da Marina Rocco, ndr) fugge, ma se leggi il testo capisci che non è così. E poi c’è Krogstad, il procuratore, l’uomo che vuole farcela e che paga l’ingiustizia. Tre personalità complesse, dolorose, primordiali».
A quale dei tre somiglia di più Filippo Timi?
«In tutti e tre ci sono situazioni che ho conosciuto. So cosa vuol dire essere un attore “rifiutato”, per esempio, conosco quella voglia di farcela e di difendersi. E come me anche tutti gli altri attori della compagnia».
Torna a Roma, dove hai vissuto a lungo, e cosa prova? La trova cambiata?
«Ormai vivo a Milano da tanto, eppure ogni volta che posso cerco di tornare nella Capitale. So che quando vengo qui devo mettere in conto, per esempio, che c’è un traffico bestiale e che quindi i tempi sono quelli che sono però… i tramonti, villa Borghese, i romani… tutto bello».
Nonostante la giunta Raggi?
«Ne abbiamo viste di tutti i colori a Roma, quindi… Quello che conta per me è che sto per andare in scena con uno spettacolo importante in un Teatro come l’Argentina (dove sarà in scena da al 7 al 19 febbraio; oggi e domani, invece, Teatro dei Rinnovati di Siena, ndr) e mi cago sotto!».
La sua gavetta è cominciata tanti anni fa proprio in teatro (quanti spettacoli con Giorgio Barberio Corsetti!). Quando l’Angelo Mai era al rione Monti faceva lì i suoi workshop. Poi è arrivato il cinema e le ha cambiato la vita: Bellocchio, Ozpetek, Placido, Costanzo, Salvatores… che cosa è per lei il cinema?
«Per me il cinema è un sogno meraviglioso e quando si concretizza sono al settimo cielo. Girare film, confrontarsi, raccontare, lavorare con il regista… quel mondo lì per me è un regalo. Ecco perché è così bello. Il teatro è un’altra cosa. È come se fossero due sport diversi: il football e il basket, che ne so… Hanno tempi diversi».
Parliamo di tv: i Delitti del BarLume. Davvero quella che abbiamo appena visto su Sky è stata l’ultima serie?
«Io spero proprio di no, e che arriverà una nuova serie perché io mi diverto moltissimo! Lavoriamo tutti con il sorriso, ci vogliamo bene. Se poi mi pagano anche per divertirmi… meglio di così!».
Una volta finita la tournée di Una casa di bambola che progetti ha?
«Devo finire il mio romanzo. Tema? L’Olimpo umbro… E poi vorrei scrivere il mio nuovo spettacolo sul potere. Insomma, tra un paio di mesi ho in programma di scrivere scrivere scrivere».

(l’Unità, 4 febbraio 2017) 

Teatro Valle, il giallo degli archivi

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Bel mistero quello del Teatro Valle. Che come una matrioska russa sembra contenere al suo interno tante altre piccole e grandi “sorprese”. Solo che in questo caso le “sorprese” non sono affatto piacevoli. Soprattutto per chi ha amato quel meraviglioso teatro e per chi ha a cuore la sua storia, la nostra storia.
Vi risparmiamo il riassunto della sua dolorosa vicenda, il cui esito finale è noto a tutti: il più antico teatro di Roma è chiuso al pubblico dall’11 agosto del 2014, quando si è concluso il periodo dell’occupazione successivo allo smantellamento dell’Eti (Ente teatrale italiano) di cui era parte, e tutt’ora è in uno stato di totale abbandono (come dimostrano le immagini pubblicate pochi mesi fa dal Corriere della sera) nonostante la promessa da parte del Comune di Roma di avviare i lavori di ristrutturazione per cui sono stati stanziati 3milioni e mezzo di euro. I lavori, secondo la Sovrintendeza capitolina ai Beni culturali, sono iniziati il 29 dicembre scorso, ma Alessandro Gassmann, che da tempo conduce la sua battaglia per la riapertura del Valle, denuncia sui social che l’ingresso è sigillato da tre anni. Riaprirà mai? Lo speriamo tutti, ma intanto vogliamo provare a fare la conta dei danni? Ci limitiamo a raccontarvi un bel mistero che finora nessuno è riuscito a risolvere: dove è finito l’archivio del Teatro Valle? Ci riferiamo ai manifesti, alle locandine originali, ai programma di sala che erano conservati nelle cartelline sistemate nella grande libreria a giorno dell’ufficio all’ultimo piano del Teatro. Lì c’erano documenti preziosi, dei piccoli grandi gioielli, che andavano dal 1936-7 a oggi. Solo chi ha frequentato Archivi, Biblioteche, o anche semplici mercatini, sa cosa si prova ad avere fra le mani materiali d’epoca. E 30-40 locandine originali, che raccontavano, per esempio, del debutto di Totò o De Filippo, erano appese in bella vista alle pareti. Dove sono finite? Idem certi mobili, svaniti nel nulla. Abbiamo provato a scoprirlo, ma di quel materiale non c’è traccia. Quando e da chi è stato spostato? E soprattutto dove è andato a finire?
Su tutto il materiale che era in teatro nel 2011, quando cioè è iniziato il periodo di occupazione del Valle, dovrebbe vigilare la Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio. Che invece non ha informazioni in merito. L’unica traccia che c’è è una cartellina semivuota contente un unico foglio datato 2006 contenente la richiesta di censimento del materiale presente in teatro. Censimento che, evidentemente, non è mai stato fatto. «Tutto quello che c’era prima dell’occupazione è stato inscatolato e mandato al Ministero dei Beni culturali» ci assicura Isabella Guidoni, ultimo direttore del Teatro Valle. «Alla Direzione Generale Spettacolo dal vivo in piazza Santa Croce in Gerusalemme», ci dicono dal Ministero. Una parte del cosiddetto “archivio Valle”, in effetti, è andato a finire lì, ma solo la parte amministrativa: pagamenti Siae, buste paga, contratti di scrittura, insomma tutti atti formali privi di valore storico. Anche qui di locandine, manifesti, programmi di sala neanche l’ombra. «L’unica cosa di valore che avevamo – qualche libro e rivista – l’abbiamo spedita alla Biblioteca Spadoni del Teatro La Pergola di Firenze», aggiungono dalla Direzione Generale Spettacolo dal vivo. Dal Centro Studi della Fondazione Teatro della Toscana, tra l’altro, ci dicono di avere 3-4 scatole piene di fotografie provenienti dall’ex Eti (e quindi anche dal Valle). Che probabilmente erano sistemate proprio in quella libreria all’ultimo piano. Ma le locandine? I manifesti? I programmi di sala?
«Quando abbiamo occupato il teatro non c’era niente» ci racconta Laura Verga, che fu una delle prime ad avervi preso parte. Lì dove c’era l’archivio nel periodo dell’occupazione era diventata la stanza dormitorio, piena di brandine. «Le locandine appese alle pareti le aveva fatte incorniciare Antonio, lo storico custode del teatro che purtroppo oggi non c’è più. Lui sapeva tutto del teatro». Poi Laura aggiunge: «L’unico materiale che abbiamo trovato al nostro arrivo era nel sottopalco: ma si trattava di documenti privi di valore, borderò, o contratti degli anni Sessanta. Abbiamo anche provato a chiamare la Siae per sapere se erano interessati, ma ci hanno detto di no. Così sono finiti nella nostra biblioteca, che raccoglie i libri e le riviste donati durante il periodo dell’occupazione. Con la fine della nostra esperienza la biblioteca è stata smembrata e attualmente si trova in qualche casa».
Tanti i “gioielli” che mancano all’appello. Per esempio dov’è conservato il manifesto originale di Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello, che andò in scena per la prima volta proprio al Valle nel 1921? La curiosità è che non era in teatro neanche durante gli anni di piena attività… Si trova forse nel Fondo Capranica depositato alla Biblioteca del Burcardo? Un altro pezzo di archivio, tra l’altro, è nella residenza della marchesina Capranica del Grillo in largo del Teatro Valle. Insomma, tra parti sparse qua e là e parti sparite, possiamo proprio dire che l’archivio del Teatro Valle è a pezzi. A questo punto chiudiamo con un appello: se qualcuno sa dove è finito tutto quel prezioso materiale che documenta la vita del Teatro Valle batta un colpo. È parte della nostra storia.

(l’Unità, 31/01/2017) 

Tira una brutta aria di censura

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Ci risiamo. L’arte è ancora una volta sotto attacco: Forza Nuova che grida all’orrore per uno spettacolo che parla di identità di genere; associazioni di estrema destra e gruppi cattolici che ancora si scandalizzano perché si osa parlare di omosessualità ai ragazzini; fascisti che sbraitano contro rapper che cantano la vita “comoda” del profugo (facendo in realtà il suo gioco: regalargli tanta tanta visibilità). Il punto è: ma che diamine di Paese siamo se Lega Nord, Azione Frontale, Generazione Famiglia lanciano una petizione che viene firmata da 80mila persone per impedire che vada in scena uno spettacolo teatrale come Fa’afafine. Mi chiamo Alex e sono un dinosauro (di Giuliano Scarpinato), una favola poetica e delicata che racconta soprattutto la storia di una crescita?
Sono le domande ad essere sbagliate. E spesso, purtroppo, sono anche i genitori a porle. Perché le recenti polemiche contro il lavoro di Scarpinato – peraltro patrocinato da Amnesty International e vincitore del Premio Scenario 2014 – o contro un altro spettacolo, Bent, sul tema dell’omosessualità, in programma proprio oggi presso il Teatro Verdi di Pisa per un pubblico di scolaresche medie superiori, si stanno allargando a macchia di leopardo in tutta Italia: San Pietro In Casale (Bologna) e Avellino, Rimini e Vicenza, Bolzano e Pistoia. Scandaloso non è parlare ai ragazzini di gender, omosessualità, diversità o scrivere in un titolo “fa’afafine” anziché “leone” o “elefante”. Scandaloso è che qualcuno si permetta di parlare senza aver neanche mai visto lo spettacolo. Scandaloso è strumentalizzare l’arte. Scandaloso è che in molte scuole il teatro in generale non sappiano neanche cosa sia. Scandaloso è che certi spettacoli pensati per i più piccoli siano sciatti o addirittura brutti.
Ma Fa’afafine. Mi chiamo Alex e sono un dinosauro, invece, è uno spettacolo bello. Infatti, sta circolando anche un’altra petizione, lanciata su you.allout.org, che invece invita a sostenerlo e chiede alla ministra Fedeli di opporsi alle minacce e difendere la libertà d’espressione.
In rete ci sono spezzoni delle spettacolo che possono aiutare a rendere l’idea di cosa stiamo parlando. Il regista è a partito da una parola (fa’afafine) che nella lingua di Samoa indica quei bambini che non amano identificarsi in un sesso o nell’altro, e che godono di considerazione e rispetto. Il protagonista, Alex (Michele Degirolamo), non vive a Samoa, ma vorrebbe anche lui essere un “fa’afafine”, un “gender creative child”, un bambino-bambina. A volte può essere difficile trovare il coraggio di essere fino in fondo se stessi. E questa è soprattutto una storia di coraggio, che non si schiera, ma racconta.
Come Bent, che ci parla di ciò che accadde durante il nazismo a danno degli omosessuali. «Non ci sono vittime di serie A e di serie B – spiega il direttore artistico del Teatro Verdi di Pisa, Silvano Patacca – . Per ricordare che le grandi tragedie nascono con piccoli gesti di sopraffazione da non sottovalutare mai, perché spesso sono proprio quelli, a gettare il seme per un odio montante verso questa o quella categoria di persone». La curatrice del progetto, Micaela Frulli, invita ovviamente i genitori che hanno contestato Bent (da un testo di Martin Sherman con la regia di Lorenzo Tarocchi) ad andate in teatro, oggi alle 10.
Ma il teatro, si sa, ultimamente è sta spesso oggetto di attacchi pesanti: pensiamo a quello che è accaduto pochi mesi fa al Terni Festival (la performance di coppia dei danzatori Florentina Holzinger e Vincent Riebeeksotto è finita nel mirino di Forza Italia per alcune scene di sesso) o al Festival di Santarcangelo un paio di anni fa (per la performance di un artista che orinava in pubblico, considerata “scandalosa” da un esponente di Forza Italia), oppure ad Angelica Liddell a Vicenza (in quel caso ci furono “preghiere riparatrici” per la sua Prima lettera di San Paolo ai Corinzi).
E del rapper che canta «sono nero e non pago l’affitto», «noi vogliamo le fighe bianche» ecc..? Ne vogliamo parlare? Bello Figo, sì proprio lui. Diciamo la verità, prima che Alessandra Mussolini si scagliasse contro di lui in tv chi lo conosceva? Sì, certo, ci sono tutte quelle visualizzazioni in rete. È chiaro che in questo caso siamo di fronte ad una provocazione, e forse ad un piano studiato a tavolino. Un po’ come è accaduto sul web con il personaggio di Martina dell’Ombra, che dispensava opinioni banali su ogni cosa e che poi si è scoperto essere un’attrice, Federica Cacciola. Ma gli attacchi di Forza Nuova a Bello Figo a chi giovano? A cosa servono? L’altro ieri uno striscione è stato attaccato vicino al locale romano che il 4 febbraio dovrà ospitare l’esibizione del rapper ghanese già costretto a cancellare date: «Bello Figo Roma non ti vuole». Azione frontale è pronta a picchettare l’entrata del locale. Tira proprio una brutta aria, di censura.

(l’Unità 26/01/2017)

“Animali da bar” nello zoo della notte

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Poveri illusi, disperati, frustrati, sfigati. E ce ne sono in giro, direte voi. Basta entrare, per esempio, in un bar qualunque di una città qualunque. Lì dentro di storie da ascoltare ce ne sono a bizzeffe. Entrano ed escono con una tale rapidità che a volte si resta un po’ frastornati. Più che dalla schiettezza, in verità, da una sincerità disarmante che non ha neppure bisogno di parole quando certi gesti o i personaggi stessi sono davanti ai nostri occhi. Come quelli, per esempio, che popolano il bar di cui stiamo per parlarvi. Un luogo dove trascorrono le loro giornate cinque “animali da bar” capaci di spiazzarci a tal punto da lasciarci immobilizzati come se ci avessero preso a schiaffi, così all’improvviso e senza motivo, ma subito dopo ci fossimo fatti una gran risata perché, tutto sommato, volevano solo tenerci svegli, destare la nostra attenzione.
E mica è detto che dopo aver portato in giro per due anni uno spettacolo di successo come Thanks for Vaselina (che presto diventerà un film), il lavoro successivo di Carrozzeria Orfeo sia all’altezza. Invece, questo Animali da bar della compagnia mantovana (prodotto dalla Fondazione Teatro della Toscana e in scena fino a domenica al Piccolo Eliseo di Roma) è proprio un bello spettacolo, pop, dark, blues, cattivo, schietto, divertentissimo. Sì, è tutte queste cose insieme.
Il testo di Gabriele Di Luca, che è anche co-regista con Alessandro Tedeschi e Massimiliano Setti e co-interprete con Beatrice Schiros, Pier Luigi Pasino, Paolo Li Volsi, Massimiliano Setti, è molto ben scritto. Politicamente scorretto e pieno di slang, arriva dritto dove deve arrivare, come pure i suoi personaggi: Mirka (bravissima Beatrice Schiros) è una donna ucraina che affitta il proprio utero ad una coppia di italiani; ha avuto un’infanzia difficile e ascolta tutte le musiche dei cartoni animali (il siparietto nell’ultima parte dello spettacolo, quando canta le canzoni di Frozen-Il regno di ghiaccio mentre si prepara ad una cenetta per due, oltre ad essere uno dei pochi momenti romantici, è riuscitissimo); Milo Cerruti (Gabriele Di Luca), invece, è un imprenditore ipocondriaco che gestisce un’impresa di pompe funebri per animali di piccola taglia, ed è l’unico che alla fine ce la fa…; poi c’è Colpo di frusta (Massimiliano Setti), un buddista che si nutre solo di mele e che subisce le violenze della moglie; Sciacallo (Paolo Li Volsi), invece, è uno zoppo bipolare che ruba nelle case dei morti il giorno del loro funerale, vorrebbe riscattarsi agli occhi dei suoi compagni di classe ma non ci riesce; e poi c’è Swarovski (Pier Luigi Pasino), scrittore alcolizzato, incazzato e pronto a sputare veleno su chiunque gli capiti sotto tiro; è costretto dal suo editore a scrivere un romanzo sulla grande guerra ma finisce per raccontare quella trincea quotidiana in cui si ritrova…
Chi vi ricorda? Bukowski, certo, e non è solo lui a ricordarcelo, dato che il sesto “animale da bar”, che ascoltiamo solo in voce, è Alessandro Haber, che a Bukowski somiglia molto per certi aspetti e allo scrittore ha anche dedicato uno spettacolo di successo (Haberowski). Qui è un vecchio malato, razzista, che sbraita contro Mirka… Ecco, i temi sono tanti e tutti mescolati: dal razzismo alla fecondazione assistita, dal comunismo a Dio.
È un grande zoo la notte, ma questi animali rabbiosi cercano solo una via di uscita e si aggrappano come possono appena vedono uno spiraglio; c’è chi gioca alla roulette russa con tanto di musica di Gomorra – la serie in sottofondo… Peccato che Animali da bar caschi proprio nel finale, prevedibile e scontato. Resta, tuttavia, uno spettacolo assolutamente da vedere (dopo il Teatro Eliseo di Roma sarà il 4 febbraio al Teatro Herberia, Rubiera; il 5 febbraio a Montepulciano; dal 27 marzo al 2 aprile all’Elfo Puccini di Milano).

(l’Unità 20 gennaio 2017)

“Io e Strehler dietro il sipario”

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Si apre il sipario ed eccolo lì. Il primo impatto, l’impronta visiva dello spettacolo si mostra davanti ai nostri occhi come fosse un grande quadro dipinto da un pittore che colora e mette in scena i mondi che popolano il suo immaginario. Sono circa 200 gli spettacoli firmati nella sua vita (1921-1947) da Giorgio Strehler, il Regista scritto proprio con la R maiuscola e fondatore nel 1947 con Paolo Grassi del Piccolo Teatro di Milano. In mezzo secolo Strehler ha totalmente svecchiato il teatro, rifondandolo. Ogni spettacolo per lui era come una grande sfida. Tutto era possibile sul palcoscenico. E per realizzare le sue idee non trascurava lo spazio scenico, né l’illuminazione. Per farlo si è sempre circondato di “grandi”, per esempio di scenografi come Gianni Ratto, Luciano Damiani o Ezio Frigerio, viaggiatore colto e curioso, al quale è dedicato questo libro pieno di ricordi, bellissimo e tutto da sfogliare, pubblicato da Skira: Ezio Frigerio. Cinquant’anni di teatro con Giorgio Strehler, un racconto per immagini che ripercorre un pezzo importantissimo della nostra storia del teatro.
Le idee prendono forma attraverso lo spazio, le quinte, i colori, le luci e per chi ha avuto la fortuna di assistere dal vivo a spettacoli come I giganti della montagna o Re Lear, Le nozze di Figaro o La trilogia della villeggiatura, sfogliare questo libro è un po’ come ripercorrere storie, fatti, emozioni. Per i più giovani, invece, uno stimolo a fantasticare sui quei lavori che hanno fatto storia.
Ezio Frigerio è «lo scenografo con la mano del pittore e la testa dell’architetto-ingegnere» che non rinuncia alle «monumentalità». Ma è anche pronto a «spolparle. Per esaltarne la valenza di spazi parlanti oppure di quinte meravigliosamente essenziali» scrive Angelo Foletto nel volume. E, in effetti, come ci racconta Maria Grazia Gregori, Frigerio è uno scenografo molto concreto, al contrario di Damiani, che invece ama l’astrazione. Ma il lavoro di Ezio, che oggi ha 86 anni, non inizia dal disegno, bensì dalla lettura, dalla riflessione. «Devo mettere in scena Goldoni? Allargo la visione, leggo Casanova, leggo Marivaux, guardo i quadri di quegli anni, entro nelle case… apro i cassetti… Solo allora posso creare il “mio” spettacolo da sottoporre al regista. A parecchi registi le scene che inventavo andavano subito bene. A Strehler invece non andava mai bene niente e così nascevano infinite discussioni, a volte divertenti, a volte no, perché erano la conseguenza dell’incontro diverso che avevamo avuto con quella certa epoca e con il suo mondo».
La sua prima scenografia per Strehler fu Arlecchino servitore di due padroni, che andò in scena al Piccolo di Milano nel 1956 ambientato in un ipotetica battigia, non lontana da quel mare che Frigerio aveva sempre amato (prima di iscriversi alla Facoltà di architettura aveva studiato all’Istituto nautico e si era imbarcato). E i mari tornano anche in Simon Boccanegra, dove acque in movimento e barche presentano lo spettacolo come una «magica apparizione di antiche architetture che dopo anni riemergono dal fondo marino». Ne I Giganti della montagna, invece, c’era un «immenso ambiente di mattoni praticamente invisibile, forse un grande teatro o forse un misterioso cielo, che le luci fanno vivere nel brulichio di mille tessere che lo compongono. Tutto come in un gioco tra teatro e realtà, una collina di finta erba, un praticabile di tavole e, sul fondo, uno schermo dove si proiettano le immagini: casa, mare, fondalini di teatro tutto in un imperscrutabile equivoco».
E quella volta del Fidelio al Maggio Fiorentino? Frigerio-Strehler affrontarono l’opera lirica con i grandi numeri, i grandi spazi, i movimenti delle scene. Quando nel 1980 tornarono al teatro lirico con il Falstaff, invece, fecero una versione “padana” di Verdi, con paglia, cantine, aie e quel palcoscenico trasformato in una immensa piscina di acqua vera sulla quale scivolavano barche con cantanti e danzatori diretti da Claudio Abbado (ricorda tanto il recente spettacolo galleggiante di Alvin Curran a Villa Borghese per Romaeuropa Festival andato in scena per la prima volta nel 1979). E L’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht? Quando debuttò, nel 1972 al Piccolo di Milano, la scena era dominata da due grandi ruote, come una immensa giostra del luna park. Gli attori erano Domenico Modugno, Milva, Giulia Lazzarini, Gianrico Tedeschi e Gianni Agus.
Quando nel 1980 toccò, invece, a Temporale di Strindberg, fu uno shock. Il boccascena del Piccolo teatro di Milano era tagliato da un elemento trasversale di vetro e metallo che arrivava fino al pubblico. Quindi gli attori recitavano un po’ sul palcoscenico, un po’ tra la gente (oggi lo fanno in tanti, ma pensate allora…). «Non fu facile – scrive Frigerio – convincere Strehler in questa operazione che contraddiceva un po’ la frontalità assoluta dei suoi spettacoli; per la prima volta venivano impiegati materiali a lui ostili come ferro e plastica. Sul pavimento di vere pietre, di vere mattonelle, vere sedie, veri oggetti della vita quotidiana. Un violentissimo contrasto fra vero e immaginario, fra realtà quotidiana e fantasia. Alla fine ne fu felice e ricordo il giorno in cui, impossessandosi di queste nuove sensazioni, le plasmò alla sua volontà, le trafisse con le sue luci e ne fece uno dei più significativi spettacoli della nostra esistenza».
L’ultimo spettacolo di Giorgio Strehler fu Così fan tutte di Mozart. «Non sapremo mai come sarebbe stato questo divino Mozart che Giorgio aveva fecondato di straordinaria intuizione – scrive Frigerio -. E tutto ciò è scomparso con lui». Strehler morì la notte di Natale del 1997. Ma il suo modo di fare teatro è stato così sconvolgente da sopravvivere, in altre forme, ancora oggi.
(l’Unità, 3 dicembre 2016)

Guardando la Puglia dalla prua di un barcone

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Lireta Katiaj è una donna dallo sguardo profondo e fiero. Nei suoi occhi c’è una bella luce, che brilla come una stella in mezzo al cielo scuro. È una persona felice Lireta, ma esserlo diventata è stata la sua grande battaglia della vita. Una battaglia combattuta a colpi di determinazione, coraggio e voglia di realizzare il sogno di un nuovo inizio, qui in Italia, lasciandosi alle spalle una volta per tutte l’Albania. Da una parte lei, dall’altra il Salento, in mezzo il mare. E proprio da un palcoscenico sull’acqua, nella cala di Acquaviva a Marittima di Diso, ascoltiamo la sua storia, la storia di Lireta, ultima tappa di un progetto corale e itinerante in terra salentina sul tema della migrazione: Versoterra – a chi viene dal mare (organizzato dall’associazione Permàr e della cooperativa Coolclub).
Partiamo dalla fine, perché il lungo viaggio ideato da Mario Perrotta, autore, attore e regista leccese già premio Ubu nel 2015 con un altro grande progetto (dedicato ad Antonio Ligabue) è soprattutto questo: un momento di riscatto per tutti i migranti, che uscendo dall’oblio si guadagnano il diritto ad avere una identità, come ha fatto Lireta consegnando la sua storia alle pagine di un diario, scritto in lingua italiana e finalista nel 2012 del Premio diaristico Pieve Santo, poi diventato libro (Lireta non cede, Terre di mezzo editore) e ora spettacolo teatrale. Titolo del monologo: Lireta – a chi viene dal mare, interpretato da Paola Roscioli, che come una Medea ci narra delle sue incredibili vicissitudini. Il suo destino sembra segnato ma lei resiste, combatte e va avanti: scopriamo così del padre violento e di quell’ascia che le scaglia addosso col rischio di spaccarle la testa in due, del matrimonio combinato, della caduta dal balcone che le segnerà per sempre il viso e di quel viaggio in gommone con la bimba di soli tre mesi e il tuffo in acqua col terrore di perderla per sempre…
Dall’alba a mezzanotte, dalla costa ionica a quella adriatica, lasciando parlare il diario di Lireta e di tantissimi altri diari mai scritti in luoghi che a loro volta hanno tanto da raccontare: ex Centri di permanenza temporanea, coste e spiagge di approdo, città rimodellate dall’arrivo di migranti.
Il nostro viaggio parte da San Foca, Marina di Melendugno, quando ancora è buio. Il sole sta sorgendo sul mare Adriatico facendo capolino fra i monti di Albania e comincia a rischiarare quel paesaggio fatto di rocce e sabbia dove troneggia l’ex Centro di permanenza temporanea Regina Pacis. Da qui comincia Partenze, da quell’enorme edificio sul quale vengono proiettati giochi di luce e immagini di uno sbarco. I migranti vestiti di stracci raccontano e danzano. Fra loro c’è anche chi, in quel Cpt ormai diventato luogo spettrale (dopo la chiusura e l’arresto di Don Cesare Lodeserto), c’è stato davvero, come i due musicisti arrivati in Italia per un concerto e mai più tornati nella loro patria. Sono proprio loro, muniti di guanti e mascherina, che a fine spettacolo distribuiscono caffè al pubblico. Ed ecco che all’improvviso ci siamo tutti noi dall’altra parte.
Che il viaggio ci riguardi diventa sempre più chiaro. All’ora del tramonto, con Approdi a Porto Selvaggio (Nardò), il cammino diventa anche fisico, reale: il pubblico in processione attraversa la pineta che guarda verso le acque del Mar Ionio, svelando lungo il percorso l’esito delle storie ascoltate nella tappa precedente. Richiedenti asilo scendono giù dai rami degli alberi e sul quel lembo di spiaggia, abitato da danzatori sfrenati, il mare sembra cullare i corpi galleggianti. Potente e d’effetto. Oltre che faticoso, ma di quella fatica che ti riempie l’anima. Proprio lì, in quel parco naturale per il quale si era tanto battuta l’assessora Renata Fonte, assassinata dalla mafia nel 1984 per aver contrastato speculazioni edilizie e lottizzazioni. La bellezza incontaminata di quel luogo, in fondo, è dovuta anche a lei.
Intanto si fa notte ed ecco che ci dirigiamo verso un altro luogo magico, cala Acquaviva, stavolta verso Est, dove un anfiteatro naturale accoglie, dal quel palcoscenico sull’acqua, la storia di Lireta, narrata da una Paola Roscioli molto brechtiana, accompagnata dalla chitarra di Laura Francaviglia e dal violoncello di Samuele Riva. Qui si chiude il cerchio, tra rabbia, disperazione e qualche sorriso. È stato un viaggio intenso durato tre giorni, con incursioni anche a Lecce (Emigranti Esprèss live, spettacolo in tre puntate sulla storia del treno Lecce-Stoccarda, andato in scena nell’ambito del Lecce Festival di Letterature) e nelle scuole, grazie ai laboratori sul tema del migrare. Con tanti artisti coinvolti – oltre 40 tra professionisti (Ippolito Chiarello, Claudio Prima, Emanuele Coluccia) e immigrati – e la consapevolezza di aver acceso una speranza, quella di un futuro migliore anche per chi viene dal mare.

(l’Unità, 5 ottobre 2016)

Su quel tiglio secolare c’è una casa. Per artisti

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Da lassù, i suoni della natura hanno tutta un’altra musica e il profumo delle foglie è così intenso che potresti ubriacarti di essenze, mentre la luce filtrata dai rami sembra accarezzarti timidamente. Perfino gli alberi, quei tigli secolari che avvolgono e sorreggono le cinque case vincitrici del progetto Foresta – primo esperimento di residenza artistica in case sugli alberi nato all’interno del TerniFestival – a guardarli bene non sono alberi come tutti gli altri. Sono alti, maestosi, belli. E la loro forma ricorda quella delle mani, aperte e rivolte verso l’alto, pronte ad accogliere, ad ospitare, ad aprirsi all’arte e al mondo, che ti invita ad osservarlo da un’altra prospettiva.
Proprio partendo da questa suggestione, ma non solo, nasce l’idea del progetto Foresta: «Quegli alberi sembrava quasi che mi chiamassero – racconta Leonardo Delogu, artista residente e curatore del progetto – Osservando la potatura di quei tigli ho immaginato che sarebbe stato bellissimo se avessero sorretto delle case… L’idea si sposava perfettamente con i temi sui quali lavoro da anni (dal lavoro sul camminare alle pratiche di abitazione) e con le domande che cerco di pormi sul presente: cosa sta accadendo? Quale è l’identità di un città come Terni? Che poi sono le stesse questioni su cui riflette il TerniFestival 2016, dunque è stato naturale dialogare insieme e soffermarci, in particolare, sul tema della rigenerazione urbana».
Leonardo Delogu – insieme agli altri 4 artisti in residenza: Michele Di Stefano, Friso Wiersum, Veridiana Zurita, Christophe Meierhans – ha vissuto per quindici giorni proprio lassù, tra foglie, uccelli e tanti insetti. Sole, pioggia, vento non lo hanno scoraggiato neanche per un secondo. Il suo giaciglio, seppur precario, è stato a rotazione in quelle cinque bellissime abitazioni dalle forme più strane, che trasformano gli spazi esterni del Caos (Centro Arti Opificio Siri) in un luogo dove è ancora possibile sognare, anche solo tornando indietro nel tempo alla nostra infanzia (chi di noi non mai desiderato rintanarsi in una casa sull’albero?) o immaginando un futuro diverso.
«Da undici anni, in questi ex spazi industriali si svolge il Terni Festival Internazionale della creazione contemporanea – ci racconta la direttrice artistica Linda Di Pietro – Il Festival è stato pensato da Indisciplinarte nell’ambito di un progetto per la creazione di un polo per le Arti contemporanee e per la riqualificazione di aree industriali dismesse, che è diventato un luogo vivo tutto l’anno. Uno spazio in cui convivono il Teatro Secci, il Museo civico, il cinema, uno spazio per le residenze artistiche e dal prossimo anno perfino un ostello da 10 posti. Chi pernotterà nell’ostello contribuirà concretamente a produrre cultura perché una parte dei soldi servirà a finanziare gli spettacoli».
Ma quelle cinque case come ci sono arrivate, vi starete chiedendo, sui tigli centenari del Caos? Prima di tutto attraverso un Bando internazionale al quale hanno partecipato ben 86 concorrenti. Una giuria nazionale (di cui fanno parte Stefano Boeri, Mariella Stella e Leonardo Zaccone) e una giuria tecnica hanno poi scelto i cinque progetti vincitori, che sono: Equalogical Lab, gruppo di lavoro italiano; Jacob Dench, Dario Sanchez, Chris Pugsley, neozelandesi; Zapoi, Falegnameria Fa.Sa. e Simone Picano-Valeria Poggiani-Mauro Poggiani, tutti italiani.
Le casa più grande assomiglia alla carrozza di Cenerentola, con la sua scala curva che arriva al cuore dello spazio abitativo per poi proseguire come prolungamento del solaio ligneo fino a terra. Gli artisti in residenza l’hanno ribattezzata Mercedes-Benz. In realtà si chiama Geo-Desto, il Nido Modesto ed è stata creata dalla Falegnameria Fa.Sa. di Campobasso, che ha pensato ad una forma sferica, rigida ma leggera. Poi c’è la Cloudster, detta anche Casa rossa, ideata da Equalogical Lab, che ha pensato ad una struttura ancorata a terra, senza gravare sull’albero. È una auto-costruzione che utilizza materiali naturali e riciclati. Lì dentro c’è un materasso, una piccola panca, uno sgabello, un piccolo spazio in cui studiare insomma, e una rete elettrica, ma senza allacci di gas né acqua. L’essenziale per trascorrere i pomeriggi in solitudine.
La casa immaginata dal gruppo neozelandese Dench-Sanchez-Pugsley, si chiama, invece, Ottavia e si ispira ad una delle Città Invisibili di Italo Calvino. È una specie di città ragnatela, o anche di grande tenda sospesa, in cui il giaciglio è formato da un’amaca. Un po’ pericolosa, forse, per dormire (c’è il rischio di cadere da lassù!), ma senza dubbio affascinante, come un precipizio in mezzo a due montagne scoscese, dove la città è il vuoto, legata alle due creste con funi, catene, passerelle.
Il gruppo campano Zapoi ha creato Lampiride (detta anche dagli artisti Ikea), una specie di lucciola, un punto luminoso nel buio della natura che sembra sospeso nelle ore notturne, mentre di giorno assomiglia più ad un coleottero sorretto da una struttura di pilastri e travi a vista. Peter Pan, infine, pensata dai due architetti (Simone Picano e Valeria Poggiani) e un operaio ternano in pensione (Mauro Poggiano) è un vero e proprio nido, una casa formata da decine e decine di corde annodate attorno ai rami con un metodo che non prevede l’utilizzo di chiodi o colle. Ma ognuno di voi, osservandole, potrà vedere in realtà cio che vuole, o meglio cio che la vostra fantasia vi suggerisce.
Il cuore del progetto ideato da DOM e cofinanziato dalla Fondazione Carit, comunque, sta in un dispositivo architettonico in grado di comunicare con l’esterno e accogliere al proprio interno la vita e le idee degli artisti in residenza. L’installazione ricrea, quindi – attraverso giochi di luce, costruzioni e allestimenti di spazi dedicati all’incontro – l’intricato ecosistema della foresta. In questa situazione i 5 artisti hanno studiato e guardato il mondo dall’alto, immersi nella natura, rispettandone i ritmi e immaginando un progetto che sarà realizzato nell’edizione 2017 del Terni Festival.
«Trovo che sia una situazione molto dinamica – ci racconta Michele Di Stefano, coreografo e performer fondatore del gruppo Mk – La casa è idealmente un rifugio, ma nello stesso tempo è un luogo in cui l’esposizione è molto forte». La gente, infatti, passeggia tra i tigli, attraversa quel luogo ad ogni ora. Ma stavolta con lo sguardo rivolto in su. «In questi giorni abbiamo cercato soprattutto di capire certe connessioni e abbiamo camminato molto insieme noi artisti», racconta Veridiana Zurita, artista brasiliana che lavora soprattutto sulle relazioni tra l’interiorità e lo spazio. «Adoro svegliarmi tra gli alberi – dice Christophe Meierhans, belga, da anni concentrato sullo sviluppo di strategie di intervento nel quotidiano attraverso la manipolazione delle conversazioni sociali e delle abitudini condivise – L’altro pomeriggio mi sono addormentato e avevo un piede che usciva fuori dalla casa… Ad un certo punto ho sentito la gente che iniziava a chiamarmi. Le persone cercano di interagire con noi». «È un esperimento interessante, soprattutto per il concetto di comunità – aggiunge Friso Wiersum, che con il collettivo Expodium si dedica ai temi relativi all’arte, alla politica e al city making – E poi mi aspettavo una città grigia, post-industriale, invece qui ho trovato una bellissima vitalità».
Ogni mattina, attraverso gli incontri coordinati da Silvia Bottiroli, gli artisti si raccontano e si confrontano anche con il pubblico. Il legame stesso con il territorio, in realtà, non è mai interrotto. Interessante, per esempio, il dialogo serale che si instaura con gli inquilini del condominio di fronte al parco. Sui balconi sono state installate delle luci colorate che si accendono a seconda della risposta che ciascuna famiglia, dopo averne discusso durante la cena, decide di dare alle domande rivolte dagli artisti muniti di altoparlante.
D’altra parte il Terni Festival è anche questo: un momento di confronto continuo e aperto alla ricerca di una identità che è anche azione creativa. Intanto la programmazione del Festival (che dallo scorso anno si è fuso con il Teatro Stabile dell’Umbria) va avanti, fino a oggi, con i suoi artisti provenienti da tutto i mondo (fra i tanti Livia Ferracchiati, Lucia Calamaro, Fernando Rubio, Salvo Lombardo) e la sua voglia anche di mettersi in gioco, producendo, rischiando, sperimentando sempre e comunque.

(l’Unità, 25 settembre 2016)