Akram Khan: vi dico cosa fa ballare il mondo

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LONDRA C’è ancora la grande insegna dell’ex officina: Mc Motors. Crash Repairs Mechanical Mot Failures Welding. Ma più che riparare macchine, oltre quella porticina ricavata dalla serranda di un garage si costruiscono sogni: film, documentari, book fotografici e perfino grandi eventi come i matrimoni. Niente a che vedere con i nostri Studios di Cinecittà, ma il loft dall’atmosfera retrò nel cuore di Dalston, un sobborgo multietnico snobatto fino a poco tempo fa dai londinesi, c’è da dire che ha il suo fascino. Gli ampi spazi industriali inondati di luce e le pareti di mattoncini rossi o rivestite con carta da parati offrono ad ogni angolo uno scorcio diverso. Ci arriviamo da Liverpool street, Shoreditch, dove gli street artists (non solo Bansky, ma anche Ben Eine, Obey, Roa, C215) hanno ridipinto quasi l’intero quartiere e i locali alla moda spuntano come funghi. Un esempio? Tramshed, un ex mattatoio in cui aleggia, sulle teste dei clienti, una grande mucca con gallina in formaldeide, opera di Danien Hirst.

Nel magazzino industriale di Dalton ci aspetta Akram Khan, il coreografo anglo-bengalese che sperimenta per la prima volta il lavoro su un set televisivo. “Bellissimo! Ora so di avere una nuova carriera davanti a me” dice scherzando mentre, tra una pausa e l’altra delle riprese, ci racconta la sua avventura. “Ho capito subito che si trattava di un’idea molto ambiziosa, di un’idea grande, e così ho accettato con entusiasmo questa nuova sfida”, ovvero 5 documentati commissionati da Sky Arts Production Hub dal titolo Why do we dance?. Andranno in onda dal prossimo 9 aprile. Akram Khan sarà la voce narrante.

Quando ballo riuscite a vedere il mio background, dove sono stato e dove sono adesso. Riuscite a intuire quell’intreccio di culture che nessuno può sottrarmi. Finché avrò corpo, avrò voce”. Dice più o meno così all’inizio della prima puntata, To Belong, dedicata alla danza come rifugio e senso di appartenenza ad un gruppo. Indossa un cappellino di lana e abiti sportivi. Ma l’abbigliamento cambia in ognuno dei cinque film documentari. Ecco gli altri quattro: To tell Stories, un viaggio tra l’India e la Danimarca alla scoperta di storie e racconti di vari e importanti coreografi; To get Hight, dedicato alla danza come ricerca della pace con noi stessi ma anche come raggiungimento di stati alterati di coscienza; For sex and Romance, un omaggio al ballo come attrazione sessuale e seduzione; To agitate, per una danza più politica e sociale.

Akram ripete le sue battute tante e tante volte, fino alla perfezione. Cammina, ma è come se danzasse mentre si muove tra i manichini sistemati sulla scena fatta di divani, antiche cassettiere e scritte al neon. La pioggia non aiuta, è vero. Il ticchettio delle gocce si sente distintamente sulle grondaie. Ma la troupe non si scoraggia. Ne ha viste di tutti i colori negli ultimi mesi. Le scene dei 5 film, infatti, sono state girate in America e in Giappone, in India e a Taiwan. Il materiale è tanto. Ora tocca ad Akram Khan trovare il filo giusto e mettere ordine. “Ho scoperto anch’io delle cose nuove dedicandomi a questo progetto, sono rimasto affascinato dal lavoro dietro la telecamera e poi ho imparato a conoscere meglio certi artisti. Di solito sono concentrato su me stesso, mentre in questo modo ho apprezzato molto il lavoro delle altre persone…Ho imparato soprattutto quanto è importante il valore della testimonianza, lasciare qualcosa agli altri, indipendentemente da dove tu sia”.

In questa nuova serie di documentari firmati Sky Arte, dunque, il pubblico attraverserà il mondo per scoprire quali sono le ragioni che ci spingono a ballare. E per capirlo nei cinque episodi si parlerà di Nijinsky e di Michael Jackson, e poi di tango, hip hop, butoh, charleston e danza verticale. Attraverso i secoli ed esplorando tutti e 5 i continenti, dalle strade di periferia alle piste da ballo delle metropoli, dagli spazi pubblici ai più importanti palcoscenici del mondo, Akram Khan cercherà la risposta alla domanda: perché balliamo? Alla serie parteciperanno, ovviamente, i principali coreografi della scena mondiale. Fra questi, Wayne McGregor del Royal Ballet di Londra e il taiwanese Lin Hwai Min. Ma anche Lil Buck, Camille Brown, Alex Mugler, Boris Charmatz, Christian Spuck, Aditi Mangaldas, Enzo Cosimi, Eva Yearbabuena, Bill T Jones.

In questo momento la danza è l’arte che ha meno pregiudizi sul colore dei ballerini, per esempio. Questa cosa dovrebbe essere usata come arma per cambiare certe situazioni. La generazione dei miei genitori era abituata a pensare al noi, mentre oggi i più giovani sono tutti concentrati sull’io. La danza, invece, sviluppa proprio questa idea della collettività”.

Quando gli chiediamo cosa ha imparato da Peter Brook risponde così: “Tanto e non solo da lui: Chaplin, Baster Keaton, Bruce Lee, Moamed Alì”. Ma perché ha scelto di danzare? “Difficile rispondere a questa domanda. Tutto è iniziato dalla musica, che per me era come un virus a cui reagire producendo movimenti. Da piccolo mi calmavo solo ascoltando brani musicali. Mia madre mi ha incoraggiato a danzare, ma non avrei mai pensato che ci avrei costruito la mia carriera. Avevo in mente più di fare l’attore o il musicista. Invece eccomi qua”.

(Il Venerdì di Repubblica, 25 gennaio 2019)

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Uno sguardo fotografico sulla storia

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Ha scritto tanto, tantissimo Daša Drndić nel corso della sua vita: sceneggiati radiofonici, romanzi, saggi. Pochissime delle sue opere, però, sono state tradotte in Italia, dove la scrittrice croata è conosciuta soprattutto per il suo romanzo più famoso, Trieste, pubblicato nel 2015 da Bompiani. Oggi che lei non c’è più (è morta pochi mesi fa, il 5 giugno del 2018, all’età di 72 anni) è La nave di Teseo a mandare in libreria un volume pubblicato per la volta in lingua originale nel 2003, un libro non facile che parla di tante cose, mescolando realtà e finzione, ma capace soprattutto di spiazzarti per la modalità in cui mette in luce le atrocità della storia, a partire dal nazismo.

D’altro parte lo ha detto lei stessa in un’intervista che un racconto lineare con un inizio, uno sviluppo e una fine è un modo datato di interpretare la letteratura. Forse proprio per questo non poteva esserci un titolo più giusto: Leica format (pp 424. euro 22, traduzione di Ljiljana Avirović), con un chiaro riferimento al suo sguardo “fotografico”, alla sua maniera di documentare la Storia e le storie, come se ponesse il lettore di fronte a tanti scatti.

Dalla vicenda di Antonia Host, la donna che finisce in clinica psichiatrica per aver dimenticato la sua vera identità, al medico Ludwig Jacob Fritz affetto da sifilide, dalle violenze sui prigionieri ai cervelli di bambini chiusi nei barattoli, le storie raccontate sono tanti piccoli pezzi di un grande puzzle, storie apparentemente distanti e invece collegate tra loro e descritte utilizzando stili, registri, perfino tempi diversi. E la scrittura corre veloce, tranne quando compare quell’elenco degli esperimenti non autorizzati sugli esseri umani, dal 1939 a oggi.

Troppo facile dimenticare la storia, sembra volerci dire Daša Drndić. Troppo facile costruirsi una nuova identità e far finta che nulla sia accaduto.

(Il Venerdì di Repubblica, 25 gennaio 2019)

E a teatro arrivano i partigiani

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Chiudere i conti con la storia, mica facile… Soprattutto perché certi fatti ti restano appiccicati addosso anche se non li hai vissuti sulla tua pelle. Eppure lo senti che ti riguardano. Basta osservare quello che sta accadendo al nostro Paese, di nuovo alle prese con le stesse battaglie da combattere: razzismi, pestaggi, attacchi alla Costituzione, nuovi fascismi che avanzano. E allora senti un disperato bisogno di capire, di studiare, di scavare nel passato per tentare di tirare fuori storie dimenticate, come quelle delle tanti partigiani che hanno fatto la nostra Resistenza.

E’ quello che sta facendo il nostro teatro, da sempre luogo di confronto e di dialogo, con gli occhi ben puntati sulla realtà. Ci avete fatto caso? Nei cartelloni degli Stabili si torna a parlare qua e là anche di staffette partigiane, rastrellamenti, nazifascismo. Al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano, per esempio, è andato in scena per la seconda stagione consecutiva Uomini e no di Elio Vittorini (riduzione teatrale di Michele Santeramo, regia di Carmelo Rifici), uno spettacolo che racconta la storia di un gruppo di giovanissimi partigiani nella Milano martoriata dalla guerra civile. Al Gobetti di Torino, dal 24 al 28 gennaio, Matilde e il tram per San Vittore di Renato Sarti (con Maddalena Crippa, Debora Villa e Rossana Mola), racconterà la lotta al nazifascismo di madri, mogli, figlie e sorelle degli operai deportati nei lager dopo gli scioperi milanesi del 1943. A Roma rivedremo il 15 aprile sul palco dell’Argentina Nido di vespe di Simona Orlandi, dedicato al rastrellamento del Quadraro. E nella stagione 2019-20 probabilmente tornerà in diverse città d’Italia anche Tante facce della memoria di Francesca Comencini, storie di donne che vissero l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Tutti temi, tra l’altro, già presenti da anni nei centri sociali, nei piccoli teatri o in qualche festival più coraggioso.

Ovunque se ne parli, la gente va. Giovani e anziani escono di casa per ascoltare la storia della prima staffetta Ondina Peteani, della partigiana combattente Laura Seghettini, del reduce dal campo di concentramento Gavino Esse. Non sarà un caso se l’Anpi ha registrato un boom di iscritti nel 2018 e non stupisce nemmeno che sia proprio il teatro a farsi baluardo di certi valori democratici.

“Cerchiamo di mettere un argine a quello che sta accadendo – spiega Renato Sarti, drammaturgo, attore e regista dal Teatro della Cooperativa di Milano – Sono vent’anni che tentiamo di opporci a quest’ondata di populismi, iniziata con Berlusconi nel 1994. Ciclicamente la voglia di Destra torna perché in fondo gli italiani restano un popolo di matrice xenofoba, fascista e razzista. Come non vedere la pericolosità di quello che sta succedendo?”. Di sicuro c’è il desiderio generale di tornare a riflettere su certi temi e lo dimostrano, secondo Sarti, tre cose: “Il mio ultimo lavoro, Matilde, sarà in scena dal 28 maggio al 9 giugno anche al Piccolo Teatro di Milano, dove ha debuttato la scorsa stagione. Che il Piccolo ospiti per due anni consecutivi uno spettacolo sul fascismo credo sia un segnale importante. Finora i grandi teatri hanno sempre avuto paura di spettacoli che potessero dare scandalo. Il secondo esempio è Mai morti, con Bebo Storti, che debuttò nel lontano 2000 e quando arrivò al Teatro Eliseo di Roma subì l’irruzione dei fascisti in sala: aprirà la prossima stagione del Teatro Astra di Torino e sarà in scena anche all’Elfo Puccini di Milano dal 24 gennaio al 10 febbraio. In quell’occasione verrà presentato anche il testo in uscita per CUE press. Infine, Nome di battaglia Lia. Anche questo è un mio vecchio lavoro che racconta una storia di libertà attraverso le donne del quartiere milanese Niguarda, eppure continua ancora oggi a girare”.

Spettacoli storici che ritornano, dunque, ma anche nuovi allestimenti ci provano a raccontare la Storia. A ripensarci furono gli stessi fratelli Cervi, morti fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia, a servirsi del teatro per diffondere lo spirito antifascista. Nello loro casa di Gattatico, oggi Museo, ospitarono diverse compagnie, fra cui quella di Otello Sarzi, con cui cominciarono a girare portando in scena testi classici che venivano modificati con frasi, battute, esortazioni (“Popolo, ribellatevi!”). Proprio nell’aia di Casa Cervi si svolge dal 2000 il Festival della Resistenza, che ogni anno, dal 7 al 25 luglio (storica giornata della pastasciutta antifascista), ospita 7 compagnie selezionate tra centinaia di candidati. “L’idea del Festival nasce proprio dall’esperienza teatrale dei Cervi e dall’esigenza di voler attualizzare la Resistenza, ospitando non solo storie partigiane ma anche spettacoli dedicati ai diritti sociali, civili, alle ‘resistenze’ di oggi – racconta Paola Varesi, responsabile del Museo Cervi -. E se non ci siamo mai fermati è perché c’è ogni anno un interesse crescente, sia da parte delle giovani compagnie, sia da parte del pubblico che arriva da noi portandosi la propria sedia da casa. Si avverte una presa di coscienza diffusa, un bisogno di entrare dentro le cose e scegliere da che parte stare”. Ogni anno la direzione del Festival riceve sempre più candidature, circa 200 solo lo scorso anno. A fine mese uscirà il nuovo bando e così arriveranno altre storie per ricordarci che la Resistenza è ancora un capitolo aperto. Storie che poi viaggeranno nei nostri teatri, come è successo al fortunato spettacolo di Marta Cuscunà, E’ bello vivere liberi!, un progetto di teatro civile per un’attrice, 5 burattini e un pupazzo, che quest’anno festeggia dieci anni di repliche. Nonostante sia passato tanto tempo del debutto, la storia di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia deportata ad Auschwitz, continua ad andare in scena tutti gli anni (prossime date 25 e 26 aprile a Udine, il 27 a Cervignano).

Ma gli spettacoli “resistenti” ancora richiesti dai teatri sono tanti: Radio clandestina di Ascanio Celestini, Un’eredità senza testamento di Laura Cleri, A come Sebrenica di Roberta Biagiarelli, La fisarmonica verde di Andrea Satta e Ulderico Pesce, Dux in scatola di Daniele Timpano e il nuovissimo L’Italia liberata. Storie partigiane di Daniele Biacchessi, progetto multimediale realizzato in collaborazione con Arci Ponte di Memoria che prevede, oltre allo spettacolo, l’uscita di un libro ad aprile e di un film nel 2020.

“Se ancora oggi siamo qui a discutere di fascismo e antifascismo vuol dire che la questione è ancora irrisolta, figuriamoci per i più giovani – dice Ascanio Celestini -. Il punto è che non c’è più differenza tra buoni e cattivi, ma si tratta di aprire gli occhi e di fare delle scelte ideologiche precise, di avere una visiona sana del mondo. Casa Pound, Forza nuova, la Lega non sono molto diversi da chi li ha preceduti, sono solo più chiari, per questo hanno così tanto seguito”.

Gli affabulatori del nostro teatro civile – Marco Paolini, Laura Curino, Marco Baliani, Ulderico Pesce, fino a Mario Perrotta, Giuliana Musso, Davide Enia, Ascanio Celestini… – hanno avuto il grande merito di scavare nella memoria facendoci riscoprire vite e vicende dimenticate, raccontate semplicemente attraverso la voce e il corpo. Ma le giovani compagnie di oggi che decidono di affrontare questi argomenti scelgono di farlo sperimentando nuovi linguaggi, oltre il teatro di narrazione.

La compagnia romana Margine operativo, per esempio, ha raccontato la crescita delle destre estreme e xenofobo costruendo una specie di “cabaret surreale”, Partizan let’s go!, ideato e diretto da Pako Graziani e Alessandra Ferrari, con Michele Baronio e Andrea Cota (testo contenuto nel libro appena pubblicato da Editoria e spettacolo I teatri di Margine operativo a cura di Andrea Pocosgnich). Dopo questo “show politicamente selvaggio” è nato Operazione balena, con Tiziano Panici, spettacolo più performativo dedicato al rastrellamento del Quadraro e presentato di recente proprio all’interno del Festival Q44, che ogni anno ricorda l’operazione militare tedesca del 17 aprile 1944 ai danni del quartiere considerato un covo di partigiani.

“Si tratta di lavori che allestiamo anche nelle scuole – racconta Pako Graziani -. I giovani sembrano apparentemente disinteressati a questi argomenti, invece sentono l’urgenza di parlarne. Restano colpiti, per esempio, da quello che è accaduto nel 2006 a Renato Biagetti, accoltellato sul litorale romano da due fascisti, e si ritrovano a dover gestire la propria convivenza con Blocco studentesco, associazione di ispirazione neofascista”. Più in generale è il clima stesso che si respira, probabilmente, a stordire e spaventare, come racconta in maniera spiazzante il nuovo spettacolo di un giovane autore, Giovanni Franci, che ha aperto la stagione dell’Off/Off Theatre della capitale con il suo nerissimo Roma caput mundi sull’aggressività fascista di tre ragazzi come risposta rudimentale al disagio.

Ecco perché, forse, l’invito alla militanza sembra arrivare con più forza da più parti, compreso il mondo teatrale. “Odio gli indifferenti”, diceva Antonio Gramsci, e allora che Resistenza sia, politica, poetica e, perché no, anche pop.

(L’Espresso, 20 gennaio 2019)

Le vecchie cabine telefoniche? Ora si sfogliano…

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Belle, utili e pure gratuite. Di cosa parliamo? Delle vecchie cabine telefoniche, quelle che la Telecom ha dismesso e che ormai fatichiamo sempre più a trovare nelle nostre città (ce ne sono 18.000 su tutto il territorio ancora funzionanti per le chiamate di emergenza). D’altra parte, tra cellulari ultratecnologici e smartphone chi usa più il telefono pubblico? Eppure c’è chi ha pensato a come riutilizzarlo, donandogli una nuova vita. Solo che al posto della cornetta, ora ci sono i libri. Sì, avete capito bene, libri per grandi e piccini, di ogni genere e forma, sistemati sugli scaffali ricavati all’interno e pronti per essere consultati, presi in prestito o scambiati. L’obiettivo, oltre che promuovere la lettura, è quello di far rivivere gli spazi pubblici, recuperare aree dimenticate e creare delle vere e proprie “piazze” attorno alla vecchia cabina che può perfino ospitare reading o piccoli eventi letterari.

Le chiamano Biliocabine e la prima è nata nel 2014 ad Arona, in provincia di Novara, da un’idea di Juan Carlos Usellini e Camilla Sanneris, che si sono ispirati alle esperienze di Londra e New York. “Se possono farlo all’estero, perché non provarci anche noi? Ci siamo chiesti – racconta Usellini –. E così abbiamo contattato un ingegnere della Telecom che alla fine ci ha donato una cabina dismessa, che oggi si trova proprio davanti alla Stazione ferroviaria di Arona, zona di passaggio e mal frequentata. Anche per questo abbiamo scelto di posizionarla proprio lì e di affidarne la custodia ai giovani e ai tassisti, per provare a trasformare quel luogo in un punto di incontro”.

Poco dopo Arona è arrivata anche la Bibliocabina di Torresina, a Roma, grazie al Comitato di quartiere che l’ha voluta all’interno del parco Zietta Liù per poterla custodire meglio e renderla più fruibile anche dai tanti bambini che frequentano l’area verde. “Si può prendere un libro alla volta, ma senza l’obbligo di restituirlo, e portarne quante ne vuoi, tranne le enciclopedie! – racconta Antonio Giustiniani – Per il resto non ci sono regole, i volumi sono a disposizione di tutti gratuitamente e con le panchine a due passi perfino i nonni scelgono di sfogliare un libro mentre i nipotini giocano al parco”.

Nel frattempo, molte altre Bibliocabine sono nate in maniera spontanea un po’ in tutta Italia: Emilia Romagna, Toscana, Liguria, Lombardia, Umbria, Puglia, Sicilia e Sardegna. L’ultima è stata inaugurata pochissimi giorni fa a Marotta, sulla costa marchigiana, un progetto presentato in questo caso dal Consiglio comunale dei bambini, sempre all’insegna del riciclo e della condivisione, fra tante storie da leggere o ascoltare. Le “Favole al telefono”, per citare Gianni Rodari, non sono mai state così a portata di mano.

(il Venerdì – la Repubblica, 18 gennaio 2019)

Su il sipario sulle stragi nei college americani

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Scorrendo il suo curriculum a nessuno verrebbe in mente che ha soli 24 anni. Leland Frankel, autore teatrale californiano dallo stile tagliente, scrive da quando aveva 16 anni. Presto avremo l’occasione di conoscerlo, perché il 25 gennaio sarà a Roma per ritirare l’OnStage Award, il riconoscimento attribuito ad un drammaturgo statunitense a cui viene offerta la possibilità di portare in scena in prima mondiale la sua opera. La mise en espace di The girlfriend (a cura di Pietro Bontempo, con Mily Cultrera di Montesano, Cristina del Grosso, Amedeo Bianchimano) avverrà presso il Teatro di Villa Torlonia nell’ambito della prima edizione di On Stage! Festival, la rassegna di cultura americana diretta da Donatella Codonesu e nata in collaborazione con il Teatro di Roma (21-27 gennaio). Il testo, tradotto da Daph Mereu, sarà pubblicato da Mongolfiera Editore.

The girlfriend racconta di un inquietante rapporto fra compagni di college, sfociato poi in una strage. Si ispira a un fatto reale?

Non so quale sia la percezione pubblica della violenza da arma da fuoco in Italia, ma in America le sparatorie di massa sembrano all’ordine del giorno. Sono rimasto scioccato quando ho saputo che una mia compagna di classe è sopravvissuta ad uno dei più famigerati massacri pubblici dello scorso decennio. Il modo in cui lei ha costruito un muro attorno a sé ha ispirato gran parte della mia commedia. Questo è un aspetto chiave di cui parlo: le conseguenze a lungo termine del trauma.

E quale punto di vista ha scelto?

I miei spettacoli tendono ad avere un’inclinazione politica. Ma lo scopo delle commedie politiche non è quella di fare la predica. Io cerco di creare lavori più sfumati, in cui non emergono eroi o criminali chiari. È facile dire che il presidente Trump è un mostro o che Berlusconi è un idiota. Quando metti sul palco personaggi nello stesso tempo allettanti e ripugnanti, da lì nasce il dramma. Spero che The Girlfriend mostri in quanti modi diversi la violenza armata – un cancro che molti americani rifiutano di affrontare – può rovinare una vita. Perché la responsabilità è collettiva.

A proposito di Trump, suggerì di risolvere il problema armando i professori…Qual è, invece, la chiave giusta?

La vera chiave dovrebbe essere un cambiamento del sistema, a tutti i livelli. L’educazione, ad esempio, è importante. C’è una ragione per cui questi tiratori sono per lo più giovani uomini bianchi: sono stati educati da una società razzista e patriarcale a credere che la vita debba loro certe cose, a trasformare il rifiuto in omicidio. I conservatori vogliono mantenere lo status quo e tenere una parte enorme della popolazione in ostaggio ai bisogni dei ricchi, dei bianchi e dei potenti. Questo atteggiamento genera violenza armata. Abbiamo bisogno di un approccio nuovo. Noi giovani siamo il futuro, modelleremo il mondo a nostra immagine. E con un po’ di fortuna, sarà bellissimo.

(il Venerdì di Repubblica, 18 gennaio 2019)

Una Stella velenosa

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Bella, bionda e sicura di sé. Ma soprattutto, Stella Goldschlag, era una donna che sapeva recitare tanti ruoli: “la modella nuda, la cantante con la voce sottile, la bellezza quando era distesa nella vasca da bagno, la penitente, la bugiarda, la vittima, e la colpevole. Stella Goldschlag, la donna predatrice, la mia donna”.

Così la descrive il giovane Friedrich, voce narrante di Stella (Feltrinelli, pp. 192, euro 16,00, traduzione Nicoletta Giacon). Il nuovo romanzo del giornalista tedesco Takis Würger, già autore del bestseller Der Club, tradotto in 7 paesi, racconta una storia d’amore impossibile, quella tra un giovane artista svizzero di buona famiglia e una donna di origini ebraiche che durante la seconda guerra mondiale collabora con la Gestabo denunciando centinaia di ebrei. Una storia incredibile, documentata dalle testimonianze riportate in corsivo nel romanzo e tratte dagli atti processuali del tribunale militare che nel 1946 condannò Stella Goldschlag a dieci anni di carcere per complicità in omicidio.

La domanda centrale attorno a cui ruota il libro potrebbe essere se sia giusto o sbagliato tradire centinaia di persone, portarle fino alla morte, pur di salvare altre vite, in questo caso quelle dei genitori di Stella. Finché visse, tra l’altro, la Goldschlag non spiegò mai perché continuò a dare la caccia gli ebrei, anche dopo la morte della madre e del padre ad Auschwitz.

Era conosciuta da tutti come “Il veleno biondo”, temuta perfino dai suoi vecchi amici ebrei. Amante della bella vita e dei locali notturni, sembrava conoscere ogni segreto di Berlino. Ma un giorno bussò alla porta di Friedrich ferita e piena di lividi, confessandogli di non aver detto la verità. Probabilmente lui fu l’unico uomo ad amarla (“Resterai il mio ricordo più bello. Grazie per avermi fatto conoscere l’amore”). Le cronache raccontano che quando lei morì suicida nel 1994, nessuno dei suoi 5 mariti (né la sua unica figlia Yvonne) si presentò al funerale.

(il Venerdì di Repubblica, 11 gennaio 2019)

Bodour Al Kasimi, la principessa imprenditrice che conquista i govani lettori

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Francesca De Sanctis

Ci viene incontro sorridendo e dopo una decisa stretta di mano (quindi rinunciando al saluto arabo che vorrebbe la mano su torace, labbra e fronte) inizia a chiacchierare. Stavolta non porta neanche il velo Bodour Al Qasimi, che nel suo paese, gli Emirati Arabi Uniti, lo indossa come le altre donne. Figlia dell’attuale emiro di Sharja, dove vive, ha creato un impero editoriale a partire dalla casa editrice Kalimat, che pubblica libri per bambini e ragazzi come la nostra Gallucci. Insieme, hanno appena lanciato la collana “Libri ponte sul Mediterraneo”, testi bilingue illustrati, dedicati per lo più ai personaggi della cultura islamica e rivolti ai bambini di origine araba che vivono in Italia. I primi titoli sono tutti della scrittrice libanese Fatima Shareffedine, tradotti da Elisabetta Bartuli, Isabella Camera d’Affitto, Francesca Maria Corrao: Intorno a casa mia, Avicenna, Zia Osha, Le mie mani e I miei piedi.

L’amore per i libri Bodour Al Qasimi l’ha eredita dal padre, “sua altezza”, come lei lo chiama. Eh già, perché questa giovane donna dai capelli corvini è una principessa, con una bellissima storia da raccontare nata fra le mura di una casa regale. La sua dinastia pare derivi dal profeta Maometto. Quarant’anni tondi tondi, Bodour è sposata con lo sceicco Sultan Bin Ahmed Al Qasimi, presidente della Sharja Media Corporation (organizzazione governativa dedita allo sviluppo dell’industria dei media), ed è mamma di quattro splendidi bambini, che ha portato con sé nel suo viaggio in Italia. Hanno 15, 11, 8 anni e appena 4 mesi l’ultima arrivata. Dal 1° gennaio Bodour Al Qasimi sarà anche la prima donna araba vicepresidente dell’Ipa (International Publischer Association), che promuove e protegge l’editoria nel mondo. La incontriamo nel giardino dell’Hotel de Russie, prima della sua visita alla Fiera più libri più liberi di Roma.

Come è nata l’idea di fondare una casa editrice?

Tutto è cominciato grazie alla mia prima figlia, Miryam. Quando aveva 4 anni mi ha detto: “mamma, i libri arabi non mi piacciono”. In effetti erano privi di illustrazioni e poco attraenti. Così mi sono chiesta: come posso aiutare mia figlia ad amare la lingua araba? Da qui è nata l’idea della Kalimat, una casa editrice che tenta di stimolare i giovani lettori senza preoccuparsi del messaggio pedagogico. Ho provato a pubblicare i primi quattro testi ed è stata una bellissima sorpresa. Quindi sono andata avanti, sempre chiedendo consigli ai miei figli. Dal 2007 a oggi il gruppo Kalimat – che nel frattempo si è ampliato – ha pubblicato oltre 400 libri, tradotti in tutto il mondo, e vinto premi internazionali.

Anche lei ha imparato ad amare i libri da bambina, immagino.

Sì, da piccola leggevo molti romanzi e frequentavo biblioteche. I miei genitori mi hanno sempre incoraggiato a farlo. Ed io cerco di fare altrettanto con i miei figli. Per il resto non mi sono specializzata nel campo dell’editoria. Questo è un mestiere che si impara solo facendolo. Io ho studiato Antropologia all’Università di Cambridge, e poi alla Columbia University di New York City ho cercato di capire come si diventa editori.

Nel 2016 è nata anche la Fondazione Kalimat, che opera soprattutto nelle aree svantaggiate. Lei crede che i libri possano salvare la vita?

Certo. La Fondazione è nata dopo la visita al campo profughi della Giordania. Poter leggere un libro per loro significava offrire l’opportunità di immaginare un futuro migliore. Grazie alla Fondazione i libri sono arrivati in Germania, Svizzera, Brasile, Tunisia. Abbiamo pubblicato anche dei volumi per non vedenti e dei libri audio per chi ha difficoltà visive. In particolare il progetto “Ara” è pensato proprio per loro.

Ci sono molte donne che lavorano in questo campo negli Emirati?

Sì, in generale ci sono molte donne che lavorano. Poche però riescono ad avere ruoli di comando. Il presidente del nostro Parlamento, per esempio, Amal Al Qubaisi, è una donna. Sarebbe bello se ci fossero molte più donne a ricoprire questi incarichi ufficiali. Forse qualche opportunità c’è per chi appartiene alla mia generazione.

I dati del Ministero dell’economia dicono che quasi la metà delle microimprese locali sono dirette da donne. Eppure esistono ancora molte discriminazioni.

E’ vero, ma le donne – come i bambini – sono considerate una categoria protetta. Io credo che le sfide delle donne arabe siano le stesse di qualunque donna nel mondo: dobbiamo far valere i nostri diritti, sempre. Negli Emirati in ogni posto di lavoro c’è uno spazio in cui poter allattare. Questo tipo di scelta incoraggia molte donne a tornare al lavoro dopo il parto. I giorni di maternità, invece, che attualmente sono 90, vorremmo che fossero di più. Queste sono le sfide. Ma è una battaglia comune a tutte le donne del mondo.

(Donna Moderna, 19 dicembre 2018)

Massini: “Invento parole per raccontare il presente”

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Curioso e amante della nostra lingua lo è sempre stato, tanto da averci regalato negli anni testi teatrali, romanzi e racconti densi di storie provenienti da ogni parte del mondo. Stefano Massini, noto per i suoi interventi nel talk show di La7 “Piazzapulita”, ha alle spalle una lunga carriera come drammaturgo. E’ anche consulente artistico del Teatro Piccolo di Milano ed è l’autore del fortunato romanzo Qualcosa sui Lehman, pubblicato da Mondadori, che ora manda in libreria il Dizionario inesistente (pp. 216, euro 19), un catalogo di parole totalmente inventate per definire le infinite sfumature – quelle sì, reali – dei nostri stati d’animo.

Come i suoi monologhi televisivi, questo libro nasce da una miriade di storie: da dove provengono?

Dalle mie tante letture: diari, biografie, libri di ogni genere. Lo sorso anno raccontai in tv di un ammiraglio veneziano, Francesco Morosini, che aveva resistito per 23 anni all’assedio dei turchi a Creta, finché ad un certo punto mollò tutto. Lo definii un eroe, ma non c’era una parola per indicare la forza d’animo di chi, davanti ad una battaglia diventata inutile, ha il coraggio dire basta. Così inventai il termine morosinità. Il giorno dopo mi arrivò il messaggio di una signora che diceva di aver allegato alla sua lettera di dimissioni il link al mio racconto. Questa cosa mi colpì e cominciai a pensare che forse c’era lo spazio per creare nuove parole.

E’ un bellissimo gioco che ricorda quello dei bambini. Quindi liberare la lingua dalla gabbia in cui è imprigionata è possibile?

Certo, accade continuamente di inventare parole partendo da storie vere. Alcuni esempi? Stacanovista, silhouette, montgomery… In questo libro c’è un cortocircuito di storie provenienti da cronologie e meridiani disparati. E c’è pure qualche episodio comico, come quello sugli esiti catastrofici delle macchine da cucina inventate da Leonardo da Vinci. Un giorno, durante una festa, la sua affettatrice automatica provocò un’ecatombe. In questo caso la parola inventa per indicare chi si ostina a seguire la sua vocazione è villanismo, dalla cuoca Battista de Villanis, assistente ai fornelli di Leonardo.

Quale sarebbe secondo lei, oggi, la parola più usata del suo dizionario inventato?

La nostra epoca è ossessionata dal fisico, quindi forse la parola più usata potrebbe essere innesiano, del giovane pittore James Dickson Innes, per indicare un sentimento disperato di dipendenza dal nostro corpo. E poi faradiano, dalla storia del fisico Michael Faraday, per chi, nonostante ciò che fa nella vita, si sente trattato come un cameriere.

(13/12/2018, Grazia)

E Sepulveda fa parlare la balena bianca

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Ed ecco che Luis Sepúlveda torna alla tanto amata favola. Scrivere per i bambini è difficilissimo, come lui stesso ha ammesso, ma per uno scrittore che adora le sfide può essere molto stimolante trovare le parole giuste per rendere una storia universale, accessibile a grandi e piccini, senza correre il rischio di lasciare per sempre il messaggio chiuso in una bottiglia e in balìa delle onde. Proprio dal mare arriva la nuova favola, Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa, edita da Guanda (traduzione Ilide Carmignani, illustrazioni Simona Mulazzani, pp. 116, euro 14), che a 25 anni dalla prima edizione manda in libreria anche Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, con una prefazione inedita dell’autore.

Quella della balena bianca è una storia che mescola ancora una volta tutti quegli ingredienti ai quali lo scrittore cileno ci ha abituati sin dai tempi della Storia delle gabbianella e del gatto che le insegnò a volare: il mondo animale, la malvagità degli uomini, il rispetto per la natura, la solidarietà e più in generale una certa visione politica che accompagna tutte le sue opere. Questa volta però lo fa seguendo le tracce di un altro grande scrittore, Herman Melville, l’autore di Moby Dick.

Sepúlveda decide di dar voce a un personaggio chiave e finora rimasto in silenzio, la balena bianca, che qui racconta in prima persona ciò che accade. Scopriamo così che un capodoglio color della luna ha dedicato tutta la sua vita a svolgere il compito che gli è stato affidato da un capodoglio più anziano: proteggere dai balenieri il tratto di mare che separa la costa cilena da un’isola sacra per i nativi di quel luogo, i lafkenche (Gente di Mare, gruppi Mapuche legati alle balene da lunghissimo tempo). La voce di Mocha Dick diventa così la voce di tutti quelli lottano contro le ingiustizie, difendono la libertà e sperano ancora in un futuro migliore.

(il Venerdì della Repubblica, 7 dicembre 2018) 

Trent’anni di rivoluzione e delusione

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Un popolo di roccia e vento. Così, la giovane scrittrice Golnaz Hashemzadeh Bonde, classe 1983, definisce la stirpe iraniana. E così titola il suo secondo romanzo (edito da Feltrinelli, pp 201, euro 16,00, traduzione Anna Grazia Calabrese), che parla della sua gente, “una generazione di sabbia”. La storia è chiara e semplice, limpida come una sequenza di scatti fotografici. E forse fa centro proprio per questo: è un racconto vivo quello di Golnaz Bonde, poco più grande della protagonista e anche lei nata in Iran e fuggita in Svezia, dove oggi ha fondato un’organizzazione no profit per sostenere i giovani imprenditori in campo sociale. E’ un mix di rabbia e amore questo romanzo, di passione e disillusioni, rassegnazione e speranza che lo rendono reale e nello stesso tempo universale.

A Nahid, malata di cancro, restano sei mesi di vita. Da qui inizia il racconto, che torna spesso nel passato per ripercorrere gli anni della rivoluzione islamica. Aveva solo 18 anni quando conobbe Masood, nel 1978. Entrambi studenti di medicina, erano infiammati dal fuoco della rivoluzione, si sentivano immortali quindi, eppure furono spiazzati da quell’ondata di violenza che sconvolse le loro vite. Trent’anni, dopo, quando ormai le restano pochi mesi di vita, Nahid ripensa ai rapporti con sua figlia Aram, alla madre, a sua sorella Noora. Nei suoi pensieri ci sono quattro generazioni di donne e un mondo che parla anche di noi: “All’epoca della nostra fuga, il problema più grande era come saremmo riusciti a lasciare il paese. Ma una volta capito questo, non abbiamo dovuto fare altro che comprare i biglietti per l’aereo. E poi volare verso la libertà. Queste persone, invece. Lottano con le unghie e con i denti per arrivare qui, chilometro dopo chilometro. E quelli che ce la fanno, pensano di avercela fatta per sempre. A loro vorrei dire che questo è solo l’inizio”.

(il Venerdì – la Repubblica, 16 novembre 2018)