Sono seduta davanti al mio pc mentre il treno Barletta-Roma mi riporta a casa. Per un attimo prendo il mano il telefono e… mi fermo, stavolta non chiamo le ragazze in redazione. “Ehi allora, quante righe mi lasciate?”. Mi torna in mente l’ottavo piano di via Ostiense. L’ultima volta che ci sono stata, solo pochi giorni fa, l’Unità era un corpo vuoto, uno scheletro fatto di computer, telefoni, scrivanie disabitate. Nessun giornalista ci ha più messo piede per “fare” le pagine, come da anni succedeva. Ma chissà, forse, come in una favola, quel luogo dove a lungo ho abitato tornerà presto a rivivere, ad essere attraversato da giornalisti sempre di corsa e un po’ fuori di testa, con le maniche di camicia tirate su e l’orecchio sempre attaccato al telefono. In attesa che quel momento arrivi rimango aggrappata come posso al mio lavoro, per questo sono andata ad Andria, dove in questi giorni è in corso il Festival internazionale Castel dei Mondi, e ho scritto il mio pezzo, esattamente come avrei fatto se l’Unità fosse ancora in edicola.

Andria, luogo di elezione di Federico II, è una città dai ritmi lenti che invita i visitatori a percorrere a piedi le bianche stradine del centro. Se si rivolge lo sguardo un po’ più in alto spuntano i tre campanili che giocano a nascondino tra le casette. E ancora più su, sopra un colle della Murgia a circa 18 chilometri dalla città, domina Castel del Monte, splendido e misterioso maniero voluto da Federico II, un capolavoro di architettura medievale. Lì, spalmata sulla sua pianta ottagonale, ha preso il via la diciottesima edizione del Festival internazionale Castel dei Mondi di Andria con Tapis magiques –L’origine du monde, una istallazione luminosa di Miguel Chevalier. Come in un enorme caleidoscopio lo spettatore vede prendere forma sotto i suoi piedi curve che sembrano arazzi, sagome in bianco nero, mosaici pixelati.

Intanto, nei più disparati luoghi della città, risuonano note soul, si svolgono performance senza performer, spettacoli con non-attori e vengono interpretati testi di Shakespeare come se fossero brani musicali… Bingo! Ecco uno spettacolo di cui voglio parlarvi. Si tratta del Riccardo III di e con Michele Sinisi (collaborazione scenica Francesco Asselta e Michele Santeramo, prodotto da Fondazione Pontedera Teatro/Teatro Minimo). Lo spettacolo si svolge nel Teatrino San Francesco, che però del teatro non ha nulla. O meglio, un palco con un sipario rosso c’è ma è situato lateralmente rispetto allo spazio in cui Sinisi si muove, recita, fa delle azioni ben precise partendo da un monologo, quello stesso monologo che apre il testo di Shakespeare e che contiene già tutto. “Now is the winter of our discontent / Made glorious summer by this sun of York” (Ora è l’inverno del nostro scontento / Gloriosa estate col sole di York)… Le parole di Shakespeare – in lingua inglese, anche se prima dello spettacolo al pubblico viene distribuito il testo con la traduzione in italiano a fronte – vengono ripetute, scandite, recitate come se fossero una partitura musicale  mentre il corpo di Sinisi/Richard dialoga con quel luogo contenente pochi elementi scenici: un Super Santos, un microfono che non funziona, un telefono che di tanto in tanto squilla, un grande tavolo di metallo dove Riccardo scrive i nomi con il pennarello rosso (Clarence, il Duca di Buckungham, Lord Hastings…), li cancella, disegna le faccine, dipinge con una spray la sagoma di Lady Anne, che qui ha il volto di Marylin Monroe, e subito dopo comincia a colpirla violentemente con ripetute cinghiate. In quel momento, così vestito, solo con i suoi pantaloni e il fazzoletto sulla bocca, visivamente ricorda tanto il famoso graffito di Banksy che raffigura, in quella stessa posizione in cui si trova Sinisi, un ragazzo nell’attimo prima di lanciare un mazzo di fiori. Qui però non c’è spazio neanche per un fiore, ma solo per la cattiveria, la violenza, il desiderio di potere, la malvagità cosciente di un deforme. Che sono così evidenti da andare anche oltre Shakespeare, qui completamente stravolto ma per una buona causa: renderlo comprensivo anche ai più giovani, ravvivarlo senza mancare di rispetto, raccontarlo con tutti i mezzi a disposizione ma sempre con intelligenza, mescolando ai brani di Shakespeare anche pezzi reali di vita vissuta.

Diversissima, invece, la scelta che fanno gli svizzeri Roger Bernat e Yan Duyvendak nel mettere in scena Please, continue (Hamlet), che tratta “il caso Amleto” secondo le regole della procedura giudiziaria. Solo le parti di Amleto (Benno Steinegger), Ofelia (Francesca Cuttica) e di Geltrude (Francesca Mazza) sono interpretate da attori, per il resto in scena ci sono giudici, pubblici ministeri, avvocati, psichiatri veri. Loro, in effetti, devono essersi molto divertiti in questa messa in scena, che però ha il grande difetto di banalizzare un capolavoro, riducendo tutto ad un mero fatto di cronaca, dove, tra l’altro, Otello sostiene di aver ucciso Polonio per sbaglio e di non aver mai desiderato ammazzarlo… Lo spettacolo è stato allestito in tutto il mondo: 44 volte Amleto è stato assolto, 47 volte condannato, come in questo caso (ma a soli due anni di reclusione). Nonostante le lunga durata, c’è da dire però che il pubblico ha seguito con interesse fino alla fine.

Il Festival proseguirà fino a domenica 31, tra gli ospiti attesi Teresa Ludovico, Karima, Mama Marjas, Arturo Cirillo, Levante, Danio Manfredini, Arnaldo Santoro e poi spettacoli, concerti e artisti provenienti da Algeria, Croazia, Francia, Giappone, Gran Bretagna, Messico e Svizzera.

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