E’ stata una sorpresa un po’ per tutti ascoltare Giulio Scarpati l’altra sera a Fregene mentre presentava il suo primo libro, Ti ricordi la Casa Rossa? Lettera a mia madre (Mondadori), in apertura di “Libri all’aria”, il Festival dell’editoria organizzato da Daniela Poggi, assessore alla Cultura del Comune di Fiumicino, con la direzione artistica di Silvio Peroni e Pierfrancesco Pisani. Un Festival che ha scelto di sostenere e dimostrare la sua solidarietà ai lavoratori del quotidiano l’Unità (che dal 1° agosto ha interrotto le pubblicazioni) esponendo, all’interno della pineta monumentale “Federico Fellini” alcune delle vignette di Sergio Staino e chiedendo ai giornalisti stessi de l’Unità di moderare gli incontri in programma durante il Festival dedicato a Giorgio Faletti, recentemente scomparso. Dunque, dopo la consegna della targa a Roberta Bellesini, moglie dello scrittore, è stato Giulio Scarpati ad inaugurare questa prima edizione di “Libri all’aria”. Sfogliando le pagine del suo libro, fra l’altro, scopriamo che lo stesso Scarpati, anni fa, ha diffuso l’Unità: “Eravamo animati da una grande passione politica – scrive -, da uno slancio ideale così forte da farci passare le domeniche a diffondere l’Unità porta a porta, accolti sia con diffidenza sia con sorrisi”.

E il quotidiano fondato da Gramsci ritorna più volte in questo libro, non è così?

“E’ vero, ricordo per esempio di Aggeo Savioli, critico teatrale molto stimato de l’Unità, che un giorno si materializzò nella platea deserta. Implorai al telefono mio padre e mia madre di venire. Fu surreale, da una parte c’era lui e dall’altra la mia famiglia che avevo chiamato per fare numero e che dovevo fingere di non conoscere. Il problema è che io e mio padre eravamo due gocce d’acqua… Poi c’è il film Mario, Maria e Mario di Ettore Scola dove interpretavo un correttore di bozze de l’Unità. Andammo a presentarlo a New York e, dato che c’erano i Mondiali, convinsi Ettore, che non aveva mai seguito il calcio, a venire allo stadio: mentre io guardavo la partita lui passò tutto il tempo ad osservare il pubblico”.

Il volume è una sorta di memoir, denso e commovente, che racconta il rapporto di un figlio con una madre malata di Alzheimer. Da una parte, dunque, c’è un genitore che poco a poco dimentica e dall’altra un figlio che impara a ricordare. Quanto le è costato scrivere questo libro?

“Difficile capire come comportarsi per chi ha una persona in casa malata di Alzheimer. C’è chi ti dice una cosa, chi te ne dice un’altra, e spesso i parenti non sanno come comportarsi. Ho cercato di raccontare tutto questo in chiave positiva, cioè ricordando una donna attiva e appassionata, che purtroppo da due mesi non c’è più. Mio padre diceva che io ero filogovernativo, perché ero sempre dalla parte di mia madre; era lei che in casa comandava. Ho imparato che stare dalla parte del potere può essere conveniente…”.

Il racconto comincia con il viaggio verso la casa Rossa di Licosa (comune di Castellabate), un luogo speciale che lei ha amato molto…

“La Casa Rossa era in un posto nel Cilento molto bello, dove mio nonno ci andava ancora prima di mia madre. Partivamo a bordo di una Seicento carica di bambini e di animali: papere, tartarughe, c’era di tutto… Una volta arrivati ci aiutavano le donne a trasportare i bagagli. Prima si usavano gli asini, ma forse gli asini al Sud hanno avuto una emancipazione più rapida rispetto a quella delle donne. In questo posto non c’era l’acqua, l’elettricità, e i bambini raccoglievano i pomodori, le olive… la vita era totalmente diversa da quella romana. La difficoltà, quando ho iniziato a scrivere questo libro, per me è stata affrontare il presente, così ho cominciato dal passato. Dall’infanzia, dal rapporto con mia madre, ma alla fine ho ricordato a me stesso cose che non ricordavo più nemmeno io. Ho amato molto la casa Rossa di Licosa e da pochi giorni il Comune di Castellammare mi ha dato anche la cittadinanza onoraria”.

Il libro corre su un doppio binario: il racconto della malattia da una parte, e la sua carriera artistica dall’altra. Nello stesso tempo scopriamo tante cose della sua vita privata, per esempio del suo passato politico, quando fu addirittura segretario della Fgci di Roma Nord. Come era fare politica in quegli anni?

“Quello era un momento molto euforico, la politica entrava dappertutto, ed io cominciavo ad essere un vero militante. Era bello perché così scoprivo il mondo. Erano anni di grande fermento. Ci sono stati degli eventi che mi hanno segnato, per esempio il comizio di Lama all’Università contestato con lancio di sassi. Mio fratello Luigi era un extraparlamentare. Io stavo sotto il palco di Lama e lui tirava i sassi. Potete immaginare cosa successe dopo… A casa, durante il pranzo, litigammo in modo furibondo e iniziarono a volare i patti; ci ha salvato il comico di casa, mio padre, che cominciò a  lanciare i piatti senza senso. L’altro episodio fu il viaggio organizzato in Russia, una delusione enorme perché trovammo una società molto chiusa, triste e lugubre; tutti avevano  paura”.

Tornando a sua madre, quanto è difficile per un malato prendere coscienza della propria malattia?

“Quando le diagnosticarono l’Alzheimer lei non volle crederci, era difficile farle accettare tutto, cominciava a nascondere le cose e poi non ricordava dove le metteva. Spesso sbagliamo a contraddire chi vive in un altro mondo. Ho sempre pensato che lei avrebbe reagito con forza, invece quando si vive in un’altra dimensione e si contraddice quella persona ci si sente ancora di più persi. Ho imparato che emozioni, affetto e amore sono l’unico linguaggio comprensibile in questi casi”.

Sua madre amava molto il teatro eppure si innamorò del film Il giudice ragazzino. E’ un personaggio particolarmente caro anche  a lei?

“Fu molto emozionante interpretarlo e soprattutto conoscere i genitori di Rosario Livatino. Ci sono personaggi che ti restano appiccicati addosso, e questo è uno di quei casi. Un altro personaggio che ho amato tanto è don Luigi di Liegro, di lui mi piace ricordare di quando organizzò l’incontro tra il Papa e l’Imam. Andando a parlare con il Papa disse: ‘è un bravo cristiano’.”

Con questo libro ha raccontato una storia comune a tante altre persone: cosa le dice la gente che ha vissuto in casa una esperienza simile? 

“Molte persone mi hanno detto: ‘questo libro mi ha tirato su’, e mi ha fatto molto piacere perché era esattamente l’intento del libro. Per me è stata una esperienza bella e unica”.

 

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