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Chi è ad avere il diritto, chi il dovere, di parola? Quali le parole che possono raccontare il nostro domani imminente? Da queste e molte altre domande è partito Fabrizio Arcuri per la nona edizione di “Short theatre”, non a caso intitolata “La rivoluzione delle parole”. Che poi può avvenire in mille modi: attraverso le performance o i laboratori, le conversazioni o i percorsi di formazione, i concerti o le installazioni… Il tutto nello splendido luogo che è la Pelanda, al Marco (Testaccio), che si apre al pubblico con le sue mille salette, spazi aperti e chiusi, luoghi intimi o più affollati, ma sempre capaci di creare quella particolare atmosfera così familiare dove sembra quasi naturale potersi incontrare per un confronto, per raccontarsi un’idea di scena. E’ un po’ quello che sta accadendo in questi giorni anche con “Teatri di vetro”, il Festival delle arti sceniche contemporanee diretto da Roberta Nicolai, che per l’ottava edizione (dopo le ultime sorti del Teatro Palladium) trasferisce gli spettacoli in vari luoghi della città di Roma, dal Teatro Vascello alle Scuderie Villino Corsini, da Carrozzerie n.o.t. alla Casa dei Teatri di villa Pamphilj. Dunque questo mese di settembre offre la bella opportunità, per chi è a Roma, di girare come una trottola alla scoperta di luoghi che si aprono alla danza e al teatro, con qualche interessante sorpresa.

Viene da sorridere, per esempio, quando i tre attori in scena nello spettacolo di Andrea Adriatico, Delirio di una trans populista. Un pezzo dedicato a Elfriede Jelinek, si presentano in abiti collegiali indossando delle parrucche dai lunghi capelli neri,  ballando tra grosse balle di fieno posizionate vicinissime al “big bambù” del Macro. Al centro, in piedi e in abiti maschili, c’è Eva Robin’s, trans dei trans, che presta voce e corpo alla scrittrice austriaca Jelinek. Questo è il primo dei tre spettacoli che la compagnia bolognese Teatri di vita dedica all’autrice premio Nobel. Il titolo originario è Addio. La giornata di delirio di un leader populista e contiene i discorsi di Jorg Haider, il governatore dei estrema destra della Carinzia, accusato di antisemitismo e neonazismo. E Adriatico parte proprio da qui per rovesciare il sistema, immaginando un comizio in cui vengono chiamati a raccolta i trans. Ecco allora che Eva Robins’, poi spogliata dell’abito maschile per indossarne uno estremamente femminile, tenta come può di convincere gli adepti e “vota trans” diventa il nuovo slogan di una politica grottesca che tira in ballo vecchi sogni totalitari. Le sue fanciulle (Saverio Peschechera, Alberto Sarti, Stefano Toffanin) ovviamente sono pronte ad immolarsi e tra canti e balli d’altri tempi coinvolgono perfino il pubblico, costretto ad indossare delle parrucche e poi ad immortale quell’attimo con un “selfie”. Il primo sasso è stato lanciato, bisognerà vedere come saranno gli latri due lavori dedicati alla scrittrice austriaca per poter fare un bilancio.

Subito dopo, pochi metri più in là, è in scena invece il Teatro Sotterraneo che presenta Be normal! Daimon project, un tentativo disperato di provare a spiegare come può un giovane sopravvivere in questo Paese senza dover essere precario a vita. Sara Bonaventura e Claudio Cirri tentano, in scena, di cercare una soluzione per superare questa condizione eternamente instabile in cui sono immersi i trentenni di oggi. E lo fanno, come sempre, attraverso l’arma dell’ironia e un continuo coinvolgimento del pubblico. Il suggerimento sembra essere uno solo: rinunciare ai propri sogni, fino all’atto estremo di Sara che ogni sera chiama un artista ad affiancarla in scena. In due sono troppi, dunque uno deve essere eliminato. Il malcapitato della serata è… Daniele Timpano! “Daniele dicci, quanto guadagni al mese? Ti aiutano i tuoi?”, Sara lo tartassa di domande alle quali Timpano non riesce a rispondere finché cominciano a passarsi una pistola.  Chi sopravviverà? Questa è la vera domanda a cui siamo tutti chiamati a rispondere. E forse, la soluzione, sta proprio nel titolo: “be normal”, ovvero siate normali e rinunciate alle vostre ambizioni. Sarà vero?

Diversa la storia che racconta la compagnia Civilleri/Lo Sicco (storici attori di Emma Dante) in Tandem, tratto da un testo di Elena Stancanelli, ispirato a sua volta ad una vicenda vera. In scena ci sono Manuela Lo Sicco e Veronica Lucchesi  – bravissime – che in sella ad un Tandem piantato su una molla fissata al centro della scena pedalano, pedalano, pedalano. Tutto avviene attorno a questa geniale scultura ideata da Mario Petriccione. La bici corre, si inclina quasi fino a toccare a terra, impenna, gira a destra e a sinistra mentre le due amiche ricordano i vecchi tempi e si scambiano piccoli grandi segreti. Jeans, maglietta e una pettinatura da paura, tanto basta per far rivivere la grassa preside, l’amico meccanico, quel vecchio amore… il resto lo fanno gli sguardi, le smorfie, le camminate, gli atteggiamenti burattineschi. Ma la vita non è tutta rose e fiori. Ci sono anche i momenti brutti. Come quella sparatoria avvenuta durante una manifestazione studentesca – che nell’allestimento ricorda molto il caso Carlo Giuliani. Una delle due amiche rimane uccisa. Paola muore, ma Federica non vuole lasciarla andare. Sospese su quella macchina ingegnosa sempre in movimento ma costretta all’immobilità, le due amiche tentano di trovare il punto di equilibrio della loro vita, del loro legame, saldo come quella molla, eppure per sempre spezzato da quell’atto violento e incancellabile Peccato che il testo sia troppo frammentato e non permetta allo spettacolo di decollare come meriterebbe.   Ma il Festival Teatri di vetro è anche questo – lo scrive la stessa direttrice artistica Roberta Nicolai – uno “sguardo su creature ibride che non vogliono esaurirsi completamente nell’opera, che rinunciano alla compiutezza e indagano ancora il senso, politico e etico, di compiere un gesto creativo”.

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