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Le Vie del teatro sono infinite… E allora ecco che per festeggiare i suoi primi dieci anni di vita il Festival Vie – organizzato dallo Stabile Regionale dell’Emilia Romagna – ha deciso di cambiare veste: si trasforma, si espande e si è presenta al suo pubblico in autunno. In diciassette giorni di programmazione, nel mese di ottobre, tante sono state le proposte internazionali e italiane. Angélica Liddell, per esempio, ha presentato il suo ultimo lavoro, You are my destiny (Lo stupro di Lucrezia); Belarus Free Theatre (compagnia costretta ad abbandonare la Repubblica Bielorussa a causa delle persecuzioni politiche) ha affrontato, invece, la questione ambientale in Red Forest; Jeton Neziraj ci ha parlato del suo Paese in One Flew the Kosov Theater; abbiamo anche visto il duo franco-israeliano Winter Family in una performance musicale che altro non era se non un viaggio nella società israeliana. E ancora, tra gli ospiti: il giapponese Toshiki Okada, lo svizzero Oskar Gòmez Mata, la danza di Alain Platel, Lisbeth Gruwez, DeLaVallet Bidiefono, il duetto Monika Gintersdorfer e Knut Klassen e gli italiani Virgilio Sieni, CollettivO CineticO, Pippo Delbono, Danio Manfredini, Babilonia Teatro, il duo Carullo–Minasi, Andrea Adriatico, Teatrino Giullare, Chiara Guidi e il Teatro delle Albe, che ha aperto il Festival con la sua ormai consolidata non–scuola e chiuso con la prima assoluta di Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, spettacolo al quale vogliamo dedicare qualche riga.

La prima cosa a cui pensi quando vedi Ermanna Montanari in scena è l’incredibile somiglianza con Aung San Suu Kyi. E, in effetti, le due donne hanno molto in comune: i lunghi capelli neri, certi lineamenti del viso, ma anche la stessa determinazione nel voler in qualche modo cambiare il mondo. La leader premio Nobel per la Pace cerca di perseguire il suo desiderio di democrazia sacrificando la propria vita per i birmani; l’attrice, premio Duse 2013, tenta di “agire” sulle persone attraverso il teatro. Ma il fine è lo stesso: trasformare gli altri.

“E’ distante la Birmania?”. Parte da questa domanda lo spettacolo ideato da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, che puntano a raccontarci una storia lunga cinquant’anni e apparentemente distante da noi, eppure così familiare. Per farlo il Teatro delle Albe ripercorre, anno dopo anno, le tappe di una dittatura durata mezzo secolo. In questo lasso di tempo la sfera pubblica e privata si rincorrono, si alternano, si intrecciano. Da una parte scorrono davanti ai nostri occhi scene di vita quotidiana di Suu, figlia di un presidente-contadino assassinato a soli 30 anni perché chiedeva democrazia, e rimasta chiusa in prigione fino al 2010 (anno in cui la narrazione si interrompe); dall’altra c’è una Birmania oppressa da una dittatura folle. Nel mezzo sfilano tre scimmie-militari, gli spiriti malvagi, la giornalista di Vanity Fair, i generali Saw Maung e Than Shwe, i Moustache Brothers, la domestica e il geco, l’inviato dell’Onu…

“C’è qualcosa di scandaloso nella vita di Aung San Suu Kyi: la mitezza d’acciaio, la compassione, la bontà”, spiega Marco Martinelli nelle sue note che arricchiranno la pubblicazione del testo in uscita per Sossella editore intorno al 18 novembre, in prossimità del debutto al Teatro Rasi di Ravenna (18 novembre – 14 dicembre). “La nostra Vita – continua – è anche un dialogo con Brecht, con quella Anima buona del Sezuan che qualche anno fa volevamo mettere in scena. Non lo facemmo allora, e questa Vita ci ha spiegato anni dopo il perché. La bontà intesa come la intende Aung San Suu Kyi, e come prima di lei una teoria di combattenti, da Rosa Luxemburg a Simone Weil, da Gandhi a Martin Luther King, da Jean Goss a Aldo Capitini, (più i tanti, innumerevoli felici molti di cui ignoriamo il nome), è scandalo in quanto eresia, ovvero, etimologicamente, scelta: si sceglie di non cedere alla violenza che domina il mondo, si sceglie di restare esseri umani: nonostante tutto. Di navigare evitando Scilla e Cariddi, i mostri del buonismo ipocrita e della violenza cinica. Di restare non abituati alle abitudini secolari dell’umanità, della sopraffazione e dei sacrifici umani. Interrogarci sulla vita di Aung San Suu Kyi ha significato interrogare il nostro presente: cosa significa bene comune? Cosa significa democrazia? Cosa significano verità e giustizia? Ha senso usare queste parole, e come? Non sono ormai usurate, sacrificate sull’altare della chiacchiera dei media? O ha senso proprio partendo dalla volontà di un sereno, paradossale, gioioso sacrificio di sé? Di un silenzioso, non esibito eroismo del quotidiano? Di un cercare nel quotidiano ciò che inferno non è, e dargli respiro, spazio, durata?”.

Insieme, Marco ed Ermanna, hanno lavorato con gli attori sul concetto di “casa comune interiore”: “se questa dimora si dà, se la si abita come luogo comune condiviso da coloro che salgono sul palco, essa ci permette di diversificare le figure e gli stili recitativi, gli stati di coscienza come li chiamava Leo de Berardinis, dal realismo della giornalista al taglio satirico grottesco dei generali e dei militari-scimmie. Ma questi salti si danno anche all’interno della stessa figura, come nel caso di Ermanna-Suu, nel passare dal tono dell’intervista a quello del comizio al soliloquio dell’anima”.

Il risultato è uno spettacolo molto poetico e di forte impatto politico, ricco di suoni, profumi e tradizioni, colori di un Paese che ha subito forse senza neanche riuscire a comprendere fino in fondo cosa stesse accadendo e che ci restituisce il ritratto di una donna testarda e coraggiosa e che forse, in futuro, potrebbe guidare la Birmania. Proprio in questi giorni, infatti, il Parlamento birmano esaminerà un possibile emendamento costituzionale che revocherebbe l’attuale divieto ad Aung San Suu Kyi di diventare presidente – al momento l’articolo 59(f) della Carta preclude la più alta carica dello Stato a chi è o è stato sposato con stranieri, o ha figli stranieri, come nel caso della leader dell’opposizione. Il futuro, dunque, è tutto ancora da scrivere.

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