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Ho un debole per il teatro cosiddetto “civile”, lo ammetto. Mi emoziono e mi  indigno ogni volta che sento parlare di morti senza colpevoli, drammi irrisolti, personaggi dimenticati, pagine raccapriccianti della nostra Storia… Ma in teatro, si sa, non bastano i fatti, messi in fila uno dopo l’altro. Non basta la cronaca. Non basta documentare ciò che è accaduto. Ci vuole poesia e quel pizzico di creatività che riesca a trasformare il racconto di una storia in uno spettacolo privo di retorica e non solo celebrativo. Nel caso di Viva l’Italia. Le Morti di Fausto e Iaio, del regista argentino César Brie dal testo di Roberto Scarpetti (vincitore della Menzione speciale Franco Quadri al Premio Riccione per il Teatro nel 2011), basta poco: semplici teli di plastica trasparente e scatole-confessionali simili a casse da morto diventano elementi essenziali per raccontarci con ferocia e delicatezza insieme l’omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio, due diciottenni milanesi che frequentavano il centro sociale Leoncavallo, uccisi a colpi di pistola il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro. Si parlò di un regolamento di conti legato al traffico di  droga. Ma Fausto e Iaio non erano tossicodipendenti. Solo vittime innocenti, capri espiatori della strategia della tensione.

A questa tragica vicenda, avvenuta negli anni bui del terrorismo, si intreccia la morte di un giovane cronista de l’Unità, Mauro Brutto, che di quel delitto si era occupato. In un recente articolo,  sulle pagine del quotidiano fondato da Gramsci assente purtroppo dalle edicole dal 1° agosto, Oreste Pivetta scriveva: “(Mauro Brutto) S’era occupato di sequestri, di mafia, di rapporti tra i fascisti e la criminalità. Sarebbe morto pochi mesi dopo, in novembre, travolto da una macchina in una strada buia poco distante dalla sede dell’Unità. S’era fermato davanti a una tabaccheria, dall’altro lato di una strada. Aveva attraversato, era entrato, aveva acquistato due pacchetti di Gauloises senza filtro, le sue sigarette, era uscito, forse stava cercando di accenderne una mentre faceva per raggiungere la sua macchina, una Citroen Ds. Un’auto lo colpì di striscio, sull’altra corsia un’altra lo travolse e lo uccise. Una Simca bianca: non fu mai ritrovata. Mauro Brutto morì così. Le indagini non condussero a nulla: un incidente. Ma Mauro era stato minacciato altre volte, una volta gli spararono vicino per intimidirlo. Mauro aveva con sé un dossier, con il materiale raccolto nella sua personale indagine su Iaio e Fausto. Anche per lui i colpevoli erano fascisti, fascisti romani dei Nar o dell’Enr, esercito nazionale rivoluzionario (che con un volantino rivendicò l’omicidio, una vendetta). Del dossier di Mauro non si seppe mai nulla. Durante le indagini su delitto del Casoretto si giunse ad alcuni nomi di fascisti. In casa di uno di loro, a Roma, furono trovate foto di Iaio e di Fausto e dei loro funerali. Ma era solo un indizio. Furono tutti prosciolti, anche Marione, conduttore adesso di una rubrica radiofonica dedicata ai tifosi romanisti. Invece, in un appartamento di quel quartiere milanese, in via Monte Nevoso, dodici anni dopo, un operaio, al lavoro per un restauro, scoprì una intercapedine e dietro l’intercapedine pagine del memoriale, scritto durante la prigionia da Aldo Moro. Di fronte al covo delle Br era la casa di Fausto Tinelli: dalla scrivania della sua camera poteva vedere quanto succedeva all’altro lato della strada. Si pensò a una relazione tra la sua morte e il sequestro Moro: aveva visto troppo?”

C’è anche lui, Mauro, in scena al Teatro India di Roma, dove gli spettatori di Viva l’Italia (una coproduzione Teatro di Roma e Teatro dell’Elfo) hanno rivissuto non solo quei fatti accaduti molti anni fa eppure ancora così sentiti, ma anche le passioni e i sentimenti dei personaggi coinvolti: Fausto, che con la sua camicia a quadri macchiata di sangue si presenta al pubblico e racconta l’incontro con i suoi assassini (Federico Manfredi); Angela, la madre di Iaio (Alice Redini), con tutto il suo dolore ma anche il coraggio; Giorgio, uno dei tre assassini (Umberto Terruso), totalmente invasato dall’ideologia fascista; e poi il commissario della Digos titolare dell’inchiesta, Salvo Meli (Andrea Bettaglio)  e il giornalista dell’Unità, Mauro Brutto (Massimiliano Donato).

«Il testo di Roberto Scarpetti – ci tiene a precisare César Brie – non è un documento. È una finzione basata su fatti reali, accaduti non troppo tempo fa. L’autore, nel creare questa finzione, ha reso esemplare un periodo della nostra storia che non si è conclusa ancora, almeno per quanto riguarda la giustizia dovuta alle vittime e i rapporti tra apparati deviati dello Stato e il terrorismo. Gli assassini di Fausto e Iaio non sono stati trovati. Ci sono i nomi e i sospetti, ma non le prove che li inchiodano. Oggi va di moda accusare di tutto i magistrati. I grossi partiti (di destra e di sinistra) sopportano male un potere dello stato indipendente e cercano di controllarlo. Questo lavoro ha cambiato il mio modo di ricordare gli anni tra il ‘75 e l’82, in cui gestivo il Centro Sociale Isola, il primo Centro Sociale occupato a Milano. La notte della morte di Iaio e Fausto partecipai alla prima manifestazione spontanea, piena di sgomento e rabbia. Spero che questo lavoro serva a ricordare, a capire, a inquietarci, e aiuti i più giovani a capire cosa accadeva in questo Paese quando i loro genitori erano ragazzi». In scena il rosso si mescola al bianco, la realtà alla finzione, i ricordi ai nomi delle vittime della strage di Bologna. E la Storia si fa Teatro.

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