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Ho incontrato per la prima volta il Living Theatre in un libro scritto da Cristina Valenti: Conversazioni con Judith Malina (Elèuthera). Rimasi folgorata dalla storia di quella donna straordinaria e ribelle, che nel volume raccontava della sua infanzia, del suo innamoramento e sodalizio con Julian Beck – con il qual fondò il Living Theatre nel 1947 –, della perenne e instancabile ricerca di un linguaggio rivoluzionario che ribaltasse tutte le regole. Non ci volle molto a capire che si trattava di un pezzo fondamentale e unico di storia del teatro. Molti spettacoli del Living sono diventati leggendari: The Connection, The Brig, l’Antigone, Mysteries and Smaller Pieces, Frankenstein, Paradise Now… Per tutta la sua vita – prima con Julian Beck e  poi con Henon Rennikov – Judith Malina ha cercato di portare il teatro fuori dal teatro, di abolire la suddivisione tra attore e spettatore, di far coincidere arte e protesta politica, sempre nel segno dell’anarchia e del pacifismo. E per farlo non ha mai avuto timore di essere accusata e più volte imprigionata, né di apparire scandalosa.

Per tutti questi motivi rimasi stupita quando vidi per la prima volta in carne ed ossa Judith Malina: per me era un gigante, invece il suo corpo era così minuto… Ma quando era in scena la sua presenza era immensa. E a pensarci bene, lo era anche fuori dalla scena. Bastava guardarla negli occhi, luccicanti come due diamanti, e ti aveva già rapita. La incontrai molti anni fa a Bologna, durante i miei anni di studi universitari. Lei era seduta a terra, al centro della piazza, circondata da persone che erano lì per ascoltarla. Recitava poesie. Quando finì, alla gente che le chiedeva di appuntare un pensiero o qualche parola su quel libriccino, lei scriveva semplicemente: “peace and love”.

Allora rimasi impietrita. Ma l’anno successivo trovai il coraggio di chiederle un’intervista. Avevo iniziato a scrivere da poco e lei stava per presentare un nuovo lavoro: “64, oratorio per attori in 64 movimenti”, promosso dal Centro di promozione teatrale La Soffitta in collaborazione con Arena del Sole. Approfittai del fatto che in quel periodo il Living Theatre avesse una sede italiana, a Rocchetta Ligure. Judith era molto felice, dato che la mancanza di un luogo in cui poter provare è sempre stato un problema costante nella storia della compagnia, mai sostenuta né aiutata dal governo americano, neanche quando era ormai appurato che fosse una pietra miliare del “nuovo teatro”. Dunque, in quegli anni (era il 2001) Judith era contenta di avere uno spazio in cui vivere e lavorare. Parlammo naturalmente di “64”, un progetto di Andrea Liberovici, che aveva ascoltato tutti nastri sonori registrati del Living; ma parlammo anche di molte altre cose: di poesia e di rivoluzione, di pace e di gioventù, di utopia e di anarchia. “Esistono 300milioni di persone che vogliono un mondo migliore – disse – , vogliono la pace, vogliono porre fine una volta per tutte alla fame alla e guerra. Il problema è che tutti lo vogliono, ma credono che non sia possibile perché questo hanno imparato a scuola, credono che sia un’utopia avere un mondo migliore, è questo l’errore. Per questo motivo dobbiamo lottare. La rivoluzione è possibile in ogni momento della vita, anche in questo preciso istante”.

Le chiesi , tra le altre cose, che impatto avessero avuto i loro spettacoli sulla gente, almeno fino ad allora. Lei mi rispose dicendo che si chiedeva come fosse possibile – dopo spettacoli come Paradise now – che le persone non riuscissero a comprendere. “La gente non capisce, ma ho fiducia nei giovani – ammise – in loro intravedo uno spirito di ribellione”.  E proprio con una giovane, Silvia Calderoni dei Motus, era tornata in scena negli ultimi anni in Italia, insieme in The plot is the revolution dialogavano e si confrontavano sulla società di oggi. Quella sua frase, “la gente non capisce”, sembra risuonare oggi con ancora più forza, considerando gli spazi ridotti che la stampa ha concesso a questo gigante del teatro il giorno dopo la sua scomparsa. Il New York Times, invece, le ha dedicato una intera pagina, un piccolo risarcimento per la guerra che l’America le ha dichiarato per tutto il periodo di attività del Living. Intanto, subito dopo la sua morte, la rete, i blog, i social network hanno iniziato a riempirsi di ricordi personali, perché chi ha incontrato il Living Theatre almeno una volta nella vita non lo ha mai più dimenticato.

Stavolta però, la mattina del 10 aprile,  Judith Malina è uscita di scena in silenzio. Si trovava a Englewood, New Jersey, nella Lillian Booth Actors Home, la casa di riposo per attori anziani dove viveva dal febbraio 2013. Avrebbe compito 89 anni il prossimo 4 giugno. Judith se n’è andata via senza un soldo e incompresa, come è stato spesso il Living Theatre, che tuttavia resta un’esperienza unica, come unica era Judith Malina.

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