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Siamo così poco abituati a vedere cosa combinano i registi stranieri nei loro teatri che, in quelle poche occasioni in cui arrivano in Italia – per esempio a Venezia per la Biennale Teatro come in questi giorni (fino al 9 agosto) – di fronte allo spettacolo di Christoph Marthaler verrebbe da dire: caspita, l’ha fatto! Cosa? Riuscire a far ridere, e con intelligenza. Ridere come facevano i film muti, ridere come sapeva fare Chaplin o Keaton, giocando soprattutto con i gesti, i ritmi, i silenzi. Che sono tanti in questo Das Weisse vom Ei/Une île flottante, lo spettacolo che ha aperto l’edizione 43 del Festival Internazionale di Teatro, la pièce diretta dal regista svizzero al quale quest’anno è andato il Leone d’oro alla Carriera «per la ricerca di un linguaggio personale. Per il suo lavoro musicale in spettacoli in cui apparentemente la musica non appare. Per il suo senso dell’umorismo  sempre intelligente che permette di unire tragedia, dramma e commedia in un unico mondo. Perché ci fa sognare da svegli. Per la fantastica creazione in spazi scenici unici creati in collaborazione con l’immancabile Anna Viebrock, una delle migliori scenografe della storia del teatro. Per la sua capacità di porre davanti a uno specchio la società europea lasciando che osservi la miserie e la meschinità dell’umanità che ci caratterizza e che ci sa raccontare così bene». Cristoph Marthaler è imprevedibile. Non sai mai cosa aspettarti ed è così anche dopo ogni lunga pausa presente in Das Weisse vom Ei/Une île flottante, dove la comicità arriva all’improvviso con un semplice gesto: una smorfia della signorina Emmeline, un atteggiamento goffo di Frédréic, una mano insanguinata o una piuma da afferrare come farebbe un bambino. E il titolo (che si potrebbe tradurre in “Isola galleggiante”) allude all’atmosfera annoiata che si respira in un interno borghese, dove due fidanzati e le rispettive famiglie devono presentarsi e conoscersi in vista delle nozze. Atmosfera annoiata e sospesa per loro, comica per noi, è evidente. Per qualche istante, vedendolo, ho ripensato a Cechov, a quell’ozio di cui il drammaturgo russo ci ha tanto parlato divenuto qui spunto per evidenziare il ridicolo, il miserrimo, tanto più che le due famiglie in scena appaiono così piccole da esagerare o mentire sulle proprie ricchezze pur di fare colpo sugli altri. Non è il ritratto della buona borghesia di un’epoca, dunque, contrariamente a quanto ci si più aspettare da un primo colpo d’occhio alla scenografia ideata dalla Viebrock, che ha allestito un salotto decorato da grandi quadri e animali imbalsamati dove una società tipicamente labichiana viene smascherata e derisa. Forse siamo noi. Gli attori in scena? Semplicemente straordinari. Ogni personaggio è costruito alla perfezione ancora prima di aprire bocca. Anzi, senza la necessità di aprire bocca. Perché basta guardarli ed hai già capito tutto: quella spalla tirata su, o la boccuccia all’infuori, la camminata goffa o le scarpe rosse, tutto parla senza l’uso delle parole in Marthaler, che riesce a farci ridere dopo una canzoncina cantata in coro dagli attori o davanti ad una sedia che si rompe. Con effetti sempre sorprendenti e con uno stile unico. (l’Unità, 03 agosto 2015)

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