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«Cosa faccio nella vita? L’artista… bellissimo mestiere sì, c’è solo un piccolo dettaglio: si lavora tanto tanto tanto, per guadagnare poco poco poco». Se sei fortunato. Perché c’è anche chi è costretto a svolgere più lavori contemporaneamente pur di potersi dedicare alla grande passione della propria vita: il teatro o la musica, per esempio. Che non vuol dire – chiariamo subito – poter coltivare il proprio hobby, ma esercitare un mestiere, che sia quello del musicista o dell’attore. Spieghiamo ancora meglio. Stiamo parlando di tutti quegli artisti – impossibile quantificare il numero, ma sono tantissimi  – che si autoproducono o che non hanno enti alle spalle, dunque nessuna tutela sindacale, nessuna certezza.

Sono un popolo variegato e agguerrito, professionisti – non giovani alle prime armi –  che spesso svolgono questo mestiere già da parecchi anni, e che vogliono solo una cosa più di ogni altra: fare il proprio lavoro. E pur di andare avanti sulla strada intrapresa sono pronti a tutto: sveglia all’alba per raggiungere posti assurdi e rientro in nottata per evitare le spese di alloggio, cachet ridimensionati perché «o quello o niente», spettacoli alleggeriti di scenografie, schede tecniche più semplici possibili per risparmiare sui costi… Ma alla fine – tra viaggi, tagli e costi vari – si riesce a vivere decentemente col proprio lavoro?

«Bella domanda… diciamo che si sopravvive». Walter Leonardi, 58 anni, vive a Milano e i suoi spettacoli teatrali sono tutti autoprodotti. «Questo significa non avere uno spazio in cui poter provare o averlo a prezzi improponibili oppure dover provare, come mi è capitato, in un capannone a luglio con 50 gradi.. Ho perso quattro chili lavorando così, ma mi serviva uno spazio grande e non avevo alternative. Purtroppo con i teatri istituzioni nessun dialogo è possibile. E poco importa se fai un teatro di buon livello. Ho iniziato la mia carriera artistica nel 1994 con Giorgio Barberio Corsetti, con gli anni mi sono reso conto che non potevo andare avanti in quel modo ed ad un certo punto ho iniziato a lavorare per la televisione e per il cinema. È l’unico modo che ho per guadagnare qualcosa: tv e film. Questo però non significa che io possa comprarmi una macchina nuova o programmare una vacanza, e per fortuna non ho una famiglia da mantenere altrimenti sarebbero stati guai seri… Da un paio di anni viaggio moltissimo – continua a raccontare –  ma gli incassi sono ridicoli: diciamo che ne spendo 700 per guadagnarne 708, cioè questo significa che il mio guadagno netto di una serata è pari a otto euro. E a volte, soprattutto nei locali, faccio spettacoli di cabaret per 200 euro».

A lavorare in queste condizioni in Italia sono tantissimi. Laura Graziosi, per esempio, ha 37 anni e vive a Roma da cinque. Ci racconta soprattutto le difficoltà della sua generazione: «c’è un abisso rispetto alle condizioni di lavoro della generazione precedente. Alla mia età loro facevano tournèe lunghissime e potevano fare progetti di vita, per noi è impensabile. In genere mi ritrovo a fare chilometri e chilometri con la mia Panda pur di non rinunciare alle date che riesco a mettere insieme. Spesso percorro 400 km ad andare e 400 km a tornare in una stessa giornata, solo per un cachet di 300-400 euro. Quando sei giovane e alle prime armi puoi farlo, dopo un po’ però una vita così comincia a pesarti. Come farò fra dieci anni?  Se hai alle spalle un teatro che produce la situazione è diversa, sei più tutelato. Ma l’autoproduzione è completamente avvolta dall’incertezza: pagamenti che arrivano dopo mesi, date da cercarti da solo, autopromozione ecc.. Intanto c’è l’affitto da pagare». Laura convive con altre due persone, l’affitto è di 350 euro a testa. «In questo momento riesco a coprire le spese mensili ma con molta fatica. Il problema è tutto il sistema: la mancanza di fiducia per la nuova drammaturgia, il pubblico che non va  a teatro, la difficoltà di avere un calendario ricco di repliche. Ma è non è semplice invertire la rotta. E allora si fa anche l’impossibile: ti adatti agli spazi, rendi lo spettacolo più agile possibile. A volte è molto dura ma io non demordo».

Non molla neppure Maurizio Patella, 40 anni, genovese trapiantato in Toscana. «Ho frequentato la Paolo Grassi di Milano – racconta – Quando sono uscito dalla scuola non è stato facile, ho fotto mille lavori ma almeno qualche provino c’era. Poi è diventato tutto più difficile. Ho lavorato soprattutto con il teatro per i ragazzi. Ogni tanto ho avuto anche qualche bella recensione dei miei spettacoli, belle soddisfazioni ma soldi niente… Mi ricordo in particolare un’estate in cui ho avuto la nomination al premio Ubu, quell’estate sono finito a montare un palco per una festa… Mi sono molto scoraggiato, ma poi alla fine hai sempre la sensazione di costruire qualcosa e allora vai avanti lo stesso. Io personalmente riesco a mantenermi soprattutto con l’insegnamento e i laboratori. Ma spesso, per non saltare la lezione, ho attraversato l’Italia in un giorno. Non posso permettermi di perdere una giornata di lavoro». Maurizio ha una compagna e una figlia, ma non ha una casa di proprietà. «Figuriamoci, quale banca mi concederebbe un mutuo? Mi resta però la bellezza di fare una cosa che mi appartiene».

I lavoratori stagionali

Sono tempi molto duri, e non solo per gli artisti, ma anche per tutte le altre figure del mondo dello spettacolo, come i tecnici per esempio. Samos Santella, 50 anni, vive ha Napoli ed è padre di due figli. Fa il tecnico da trent’anni, sente parlare di teatro da quando è nato essendo “figlio d’arte”. «Fare questo mestiere è diventato sempre più complicato perché le compagnie sono in crisi e di conseguenza non mantengono le promesse contrattuali. Una vita sacrificata… Almeno un tempo i soldi ripagavano i sacrifici, Oggi non è più così, e se non accetti le loro condizioni sei fuori. Per molti anni sono stato un tecnico fisso in un teatro, poi non è stato più così e sono iniziati i problemi. Tra l’altro noi siamo considerati dei lavoratori stagionali e il jobs act non ci aiuta molto per quanto riguarda la disoccupazione: il lavoro è sempre più precario e non riusciamo a lavorare per un periodo sufficientemente lungo da permetterci di avere diritto alla disoccupazione. Il problema è che non circola molta informazione fra di noi, non c’è sindacalizzazione. Mi sembra che in generale, negli ultimi 3-4 anni, in tanti stiano mollando, compresi professionisti storici. C’è una crisi generale del settore e le compagnie si appoggiano sempre più ai service. Così viene meno anche la professionalità. E comunque è una guerra fra poveri».

Se poi provassimo a fare un paragone con gli altri Paesi la situazione rilsulterebbe ancora più paradossale. «Per un periodo ho fatto molte tournèe soprattutto in Germania, Austria e Francia – ci racconta Pietro Sinatra, 37 anni, romano – Cachet e organizzazione sono molto diversi rispetto all’Italia». Pietro nella vita fa il batterista, suona in tre gruppi musicali contemporaneamente. «Ho iniziato ad amare la musica da bambino, prima ho coltivato questa passione da autodidatta e poi ho studiato. Purtroppo però non riesco a guadagnarmi da vivere solo facendo concerti, per me è fondamentale l’insegnamento, come per il 90% dei musicisti italiani. Così la maggior parte delle mie entrate proviene dalle lezioni, 20 euro a ora. Quando suono nei locali, al netto delle spese, posso guadagnare 50-80 euro se va bene. Il cachet per il gruppo può oscillare fra i 200 e i 400 euro. Di sicuro mi va meglio con il terzo gruppo, quello con cui suono per i matrimoni. In quel caso posso guadagnare anche 150-200 euro (il gruppo 1200-1300). In genere ne faccio due-tre a settimana di concerti. Peccato che i nostri cantanti, quelli che hanno sfondato, scelgano sempre più spesso musicisti americani. Ed è un peccato perché di musicisti italiani bravi ce ne sono tantissimi». Ogni tanto, mi capita anche di essere chiamato per registrare un disco. «E allora lì le cose vanno abbastanza bene perché vengo pagato a giornata, in quel caso posso guadagnare circa 100 euro. Ma succede spesso, devi stare in certi circuiti. Comunque, in generale, quando mi imbatto in qualche proposta lavorativa – anche se il guadagno è molto molto basso – cerco di prenderla al volo, perché quello che più conta per me è lavorare».

Ripartire dalla scuola

È talmente complicata tutta la situazione dei lavoratori dello spettacolo che perfino il sindacato fa fatica ad imporsi. Giulio Scarpati, per cinque anni presidente Sai (Sindacato attori italiani), ci spiega perché: «È difficilissimo tutelare la nostra categoria, eppure cerco di farlo da molti anni, ma la sensazione è che non si muova una foglia. Io credo che sia soprattutto una questione culturale: essere attori è un lavoro e già questo concetto è molto difficile da far comprendere a chi non è del settore. Siamo senza dubbio delle figure atipiche e ciò implica la difficoltà di essere inseriti in una categoria piuttosto che in un’altra. Poi ognuno di noi segue un proprio percorso, ma senza dubbio se si vuole dare un minimo di sicurezza bisognerebbe, per esempio, dotarsi di un contratto che permetta di non andare al di sotto di certi limiti. Se ci sta a cuore il futuro – aggiunge – si deve ragionare sul futuro. E allora partiamo dalla scuola: andare a teatro non deve essere una sorta di deportazione per gli alunni, ma bisogna educare i giovani ad amare il teatro. L’attore, tra l’altro, non chiede ferie, vacanze o altro, chiede solo di lavorare, perché se non lavora è come se perdesse la sua identità. Forse bisognerebbe investire meno nelle strutture e più nelle produzioni. In questo senso la riforma del teatro mi pare che vada più in questa direzione». Poi aggiunge: «Ho visto la Tosca all’Opera di Roma l’altro giorno e ho notato che c’erano tanti stranieri. Mi sono molto sorpreso, ma non dovrebbe essere un caso eccezionale, perché più uno spettacolo viene apprezzato più attira altro pubblico, e se c’è varietà di proposte ovviamente c’è anche più lavoro».

Scarpati ci saluta facendo gli auguri a l’Unità, lui che molti anni fa il giornale lo diffondeva. «Eravamo animati da una grande passione politica – dice – Oggi l’Unità dovrebbe essere un luogo prezioso per approfondire certi argomenti, uno spazio di riflessione». In fondo, tempo fa, ci lavorò anche a l’Unità, come correttore di bozze nel film “Mario, Maria e Mario” di Ettore Scola. «Andammo a presentarlo a New York e, dato che c’erano i Mondiali, convinsi Ettore, che non aveva mai seguito il calcio, a venire allo stadio: mentre io guardavo la partita lui passò tutto il tempo ad osservare il pubblico». E allora, conclude, «un grosso in bocca al lupo a l’Unità».

(l’Unità, 8 luglio 2015)

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