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Sigaretta alla mano, uno sguardo veloce alla posta raccolta poco prima dalla buca delle lettere e poi si comincia. Gli occhi di Alessandro Haber si accedono appena inizia a parlare, mentre se ne sta seduto davanti alla sua scrivania piena di cose, libri, quaderni, piena come la sua vita, un susseguirsi ininterrotto di film, spettacoli, concerti.

Sono quasi cinquant’anni di carriera… mica male. «Si, ma non mi sento “arrivato”. Ho esordito molto tempo fa, questo è vero. La Cina è vicina di Marco Bellocchio fu girato nel 1966 ed uscì nel 1967, in effetti quasi mezzo secolo fa. Si può dire che il lavoro è l’unica vera donna della mia vita». Poi, dopo Bellocchio, Bernardo Bertolucci, i fratelli Taviani, Mario Monicelli, Pupi Avati, Francesco Nuti, la tv, il teatro (tanto) e pure i concerti… Insomma, non si è fatto mancare nulla. Eppure, lo spettacolo teatrale al quale resta più legato è uno solo: Orgia di Pier Paolo Pasolini con la regia di Mario Missiroli. «Mi arrivò la proposta mentre ero a Londra. Ero lì anche dieci anni prima, quando appresi la notizia della morte di Pasolini. Quindi interpretai quella telefonata come un segnale, una strana casualità…Ovviamente accettai la parte e lo spettacolo fu un successo enorme. Nel monologo finale sulla diversità cosmica mi spogliavo completamente nudo, ma non era un nudo volgare. Perfino Laura Betti, anche lei nello spettacolo, fu turbata dal successo. Non se lo aspettava». E poi aggiunge: «Quanto avrei voluto lavorare con Pasolini! Ho avuto la fortuna di conoscerlo. Avevo solo 18 anni ma ero già animato da una grande passione per la recitazione, che nutrivo sin dai tempi della mia infanzia in Israele. Lui venne a fare un seminario allo Studio Fersen, già allora era un regista rivoluzionario, un outsider». E mentre parla gli viene in mente Charles Bukowski…

Pasolini e Bukowski

«Tutti e due in fondo sono contro il perbenismo, la burocrazia, la falsità e il malgoverno, entrambi sono sempre stati dalla parte degli ultimi. Uno, Bukowski, scriveva in modo irregolare, l’altro, Pasolini, aveva una poetica razionale. Ho amato molto i film di Pasolini e poi era un artista puro. Avevo anche recuperato il numero di telefono della madre e ogni tanto la chiamavo, ma non sono mai riuscito a parlare con lui, avrei tanto voluto dirgli: voglio lavorare con te!». Di Pasolini Haber leggerà alcuni brani a fine mese, nel piccolo Borgo di Gallo Maltese, mentre a Bukowski ha già dedicato uno spettacolo teatrale che tornerà a girare, rinnovato, nella prossima stagione (Haberowski, a febbraio all’Elfo Puccini di Milano).

Ma la formula del reading funziona? «Direi di si, io metto la stessa passione in tutto quello che faccio. Tra le altre cose la prossima stagione riprenderò, per il terzo anno, lo spettacolo Il visitatore, con la regia di Valerio Binasco, e poi il mio grande progetto: la regia di film. Quando ho tirato fuori dal cassetto lo scritto di Nicola Guaglianone ho pensato: è una storia bellissima! Ma non posso rivelare altro al momento».

La regia 

Non sarà però il primo film da regista per l’attore bolognese classe 1947, che nel 2003 girò Scacco pazzo, trasposizione cinematografica della pièce teatrale omonima di Vittorio Franceschi, messa in scena nel 1990 da Nanni Loy (il film verrà proiettato il prossimo 31 agosto all’Isola Tiberina di Roma). «Purtroppo la pellicola non venne distribuita perché il produttore tedesco fu raggiunto da un’ingiunzione di pagamento e quindi sommerso dai debiti. Ci rimasi così male… Mario Monicelli, che lo aveva visto, mi disse: “Hai fatto un grande film”. Ma sono rimasto troppo scottato e non ho più fatto regie da allora. A settembre però ne farò una piccola: dirigerò uno dei cinque episodi de La provincia bianca, cinque storie sul sociale, dall’operaio dell’Ilva al giro di malaffare. In uno dei cinque reciterò anche. Per la stagione teatrale del 2016, invece, sarò in scena con un testo molto bello sull’alzheimer, Il padre di Zeller, prodotto dalla Goldenart (di Placido e Visconti)».

Non ci vuole molto per capire che ad Haber piace mettersi in gioco. «Lo faccio anche con la musica – racconta – Il suono non ha bisogno di traduzioni, lo trovo affascinante». Per lui Francesco De Gregorio compose La valigia dell’attore. «Mi diceva che avevo una grande musicalità e che l’armonia è una cosa che ci portiamo dentro. Il prossimo concerto? Il 23 agosto a Vasto».

I personaggi

Tantissimi i personaggi a cui l’attore ha prestato il suo corpo e la sua particolarissima voce. «Fare questo mestiere mi permette di stare fuori dagli schemi del quotidiano. C’è un po’ di me in tutti i personaggi, quando interpreto un omosessuale, per esempio, cerco di tirare fuori la parte femminile che è in me, e la stessa cosa succede quando faccio la parte di un personaggio ignobile, ecco che viene a galla la parte più cattiva». Un ruolo non ancora interpretato? «Il trans. Mi piacerebbe cimentarmi in questa parte. Anche quella del serial killer non mi dispiacerebbe. Diciamo che mi attraggono i personaggi negativi». Quando gli chiedo dei registi, quelli con i quali non ha mai lavorato mi dice senza pensarci troppo «Paolo Virzì». Poi si sofferma però sui registi con i quali tornerebbe a lavorare volentieri: «Mi piacerebbe moltissimo essere diretto di nuovo da Marco Bellocchio, regista con il quale ho esordito, e con Nanni Moretti. Con lui ho fatto Sogni d’oro, ma litigammo e da allora non abbiamo più lavorato insieme. È un peccato, perché da registi come Bellocchio o Moretti è come se mi fossi fatto scopare… Mi hanno fatto godere e mi piacerebbe tornare a godere con loro, ecco». Poi il pensiero corre ai giovani, «con i ragazzi mi trovo molto bene» dice. E qualche istante dopo ripensa a Monica Scattini, l’attrice scomparsa pochi mesi fa: «Mi manca molto, era la mia amica del cuore, abitava a poche centinaia di metri da casa mia». Infine parla del nostro Paese, della cultura da valorizzare e della scuola, dalla quale «bisogna ripartire – dice – per sensibilizzare gli studenti». L’altra sua donna, tra l’altro, a parte il lavoro, si chiama Celeste ed è sua figlia. «Mi piacerebbe se scegliesse di fare l’attrice nella vita». Ma per ora ci pensa lui a girare teatri e film perché «Haber – dice – è sempre da vedere».

(l’Unità, 20 agosto 20015)

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