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È in viaggio quando la raggiungiamo telefonicamente. «Avrei preferito fare l’intervista per e-mail – mi dice -, temo che possa cadere la linea, purtroppo non ci sono altri momenti tranquilli, in questo periodo sono sempre al lavoro». Alba Rohrwacher, classe 1979, è un’attrice molto amata e apprezzata dai nostri registi, tanto che le lasciano ben poco tempo libero. Solo quest’anno è in sala con due film – Il racconto dei racconti di Matteo Garrone e Vergine Giurata di Laura Bispuri – e alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia la vedremo in altri tre lungometraggi e un corto: Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio, Viva la sposa di Ascanio Celestini, Taj Mahal di Nicolas Saada, De Djess di Alice Rohrwacher. E pensare che il suo esordio risale a soli undici anni fa, quando debuttò sul grande schermo con L’amore ritrovato di Carlo Mazzacurati, seguito da tanti altri film (Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti, Giorni e nuvole di Silvio Soldini, Caos calmo di Antonello Grimaldi, Il papà di Giovanna di Pupi Avati, Io sono l’amore di Luca Guadagnino, L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, Con il fiato sospeso di Costanza Quatriglio ecc…) e tanti premi, ultimo la Coppa Volpi per Hungry Hearts di Saverio Costanzo, proprio lo scorso anno a Venezia, dove sta per tornare.

Emozionata?

«Tornare a Venezia è sempre una grande emozione. Conservo un bellissimo ricordo dello scorso anno e essere di nuovo lì con Marco, Ascanio e Alice, con dei progetti tutti molto belli, mi dà una grande gioia».

Con «Sangue del mio sangue»,  film in gara, è già alla sua terza volta con Bellocchio dopo «Sorelle Mai» e «Bella addormentata». Ha imparato molto da lui?

«Lavorare con Marco è sempre un grande privilegio, per me è qualcosa di speciale e di unico. Poi ogni film ha una sua storia, ma in generale lavorare con lui è bellissimo e ogni volta è un insegnamento utile. Ha una visione precisa delle cose, e farne parte per un’attrice come me è molto coinvolgente. Tutto è vivo in lui, la sua ricerca è sorprendente. Entrare nel mondo di Marco è qualcosa che per me ha a che fare con il mistero. Non so come, ma quando lavoro con lui seguo una logica sconosciuta che rende il lavoro un territorio dove possono accadere anche i miracoli».

Prima ancora aveva avuto una piccolissima parte in «L’ora di religione», giusto? Risale ad allora il vostro incontro? 

«Sì, ho incontrato Marco quando frequentavo ancora il Centro sperimentale di cinematografia. Con gli altri attori del Centro sono stata sul set del film per tre giorni. Lì ho avuto la mia prima occasione di lavorare con lui. Avevo un ruolo piccolissimo: ero una suora che assisteva ad un concerto. È stato un incontro fondamentale per me, Marco mi ha insegnato tanto, sono stata fortunata. In quel caso sono stata più un’osservatrice».

Conosceva già Bobbio (dove è ambientato «Sangue del mio sangue»)?

«Sì, conoscevo Bobbio perché proprio lì avevo girato uno degli episodi di Sorelle Mai, ma non conoscevo le prigioni abbandonate. Un luogo molto misterioso che ho visitato, anche se il mio personaggio “abita” altrove».

Ecco, ci racconti del suo personaggio. «Sangue del mio sangue» (nelle sale dal 9 settembre) è la storia di Federico, un giovane uomo d’armi, che viene sedotto come il suo gemello prete da suor Benedetta, condannata ad essere murata viva nelle antiche prigioni di Bobbio. Nello stesso luogo, secoli dopo, tornerà un altro Federico, un ispettore ministeriale. Lui scoprirà che l’edificio è ancora abitato da un misterioso Conte, che vive solo di notte.

Quel è il suo ruolo in questa storia?

«Ad un certo punto della storia Federico viene ospitato da due sorelle (io e Federica Fracassi). Quest’uomo (Pier Giorgio Bellocchio) che entra in questa casa viene turbato dall’equilibrio delle due sorelle, che conducono una vita molto semplice».

E ci scappa anche un bacio…

«Non lo so, meglio non svelare troppo…».

Con questo film Bellocchio ha riunito attorno a sé la sua “famiglia” cinematografica: Roberto Herlitzka, Lidiya Liberman, Toni Bertorelli, Bruno Cariello, Filippo Timi, Fausto Russo Alesi e i figli Pier Giorgio ed Elena. Come è andata con loro?

«È molto piacevole lavorare in questa atmosfera “familiare”, c’è una condivisione del lavoro creativo, ci si sente parte di una famiglia che diventa altro. La facilità di comunicazione fa sì che le cose nascano quasi naturalmente» .

E del film di Ascanio Celestini, in uscita ad ottobre dopo le Giornate degli Autori di Venezia, cosa può anticiparci?

«Viva la sposa è un film corale che ha Ascanio come protagonista, il quale incontra una serie di personaggi ai margini della società. Io sarò Sofia, una ragazza che vive al Quadraro (quartiere romano, ndr) e sogna di trasferirsi in Spagna. Conosco Ascanio da spettatrice dei suoi lavori e poi avevo recitato nello spettacolo di Veronica Cruciani, l mondo salvato dai ragazzini, ospite del festival Bella ciao, che Ascanio dirigeva tempo fa. Ritrovarlo è stato bello».

E poi sarà a Venezia anche nel cortometraggio di sua sorella Alice… 

«De Djess è un corto per Miu Miu prodotto da Prada che affida le storie a registi di tutto il mondo. Nascono così del film che sono il punto di unione fra la moda e l’arte, che rispetta lo sguardo dei registi. Il corto racconta la storia di un abito in cerca dell’indossatrice giusta. All’inizio sembra doverlo indossare un’attrice capricciosa (io) ma poi alla fine, senza svelare come, la storia dell’abito avrà un altro finale. È girato tutto in una lingua immaginaria, che non esiste. Lavorare con mia sorella mi viene molto naturale, anche se non era affatto scontato. Abbiamo avuto percorsi diversi, ma alla fine tutte e due siamo approdate al cinema e con Le meraviglie ci siamo ritrovate anche sul set…Ed ora eccoci di nuovo insieme».

Molto cinema, poco teatro: una scelta o un caso?

«All’inizio ho fatto parecchio teatro, ma ad un certo punto della mia vita il teatro è sparito. Mi spaventano i ritmi delle tournèe».

Dal suo esordio a oggi cosa e come è cambiata?

«Non lo so… Ero piena di dubbi e lo sono ancora. Forse è cambiato poco».

(l’Unità, 25 agosto 2015)

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