Tag

, , ,

È una strana giornata di settembre. Fa caldissimo, l’aria è afosa e così d’un tratto piove e subito dopo c’è già il sole. «Sarà il tempo, ma  questa gamba mi sta proprio facendo soffrire…». Il suo incedere è molto lento, stride con quella sua mente lucida, che invece con tanta facilità corre avanti e indietro nel tempo a frugare tra i ricordi e i progetti ancora da realizzare. Ci pensa il suo cane Roro a fare gli onori di casa. Si avvicina e si accuccia, mentre la sua padroncina racconta. «Roro è uno dei miei sette cani, gli altri sono in campagna, a Trevignano». Franca Valeri, 95 anni compiuti il 31 luglio scorso, in questi giorni si è presa una pausa dalla scrittura, che in genere le fa compagnia insieme a Roro. «Quando ho le prove in teatro non c’è tempo per scrivere». È incredibile con quanta naturalezza questa Signora del teatro, che solca il palcoscenico da quasi 70 anni riesca a recitare, scrivere, leggere e pensare… come ci riesce? «Mi tengo allenata – dice- ho sempre studiato, letto molto, non mi sono mai fermata». E non lo fa neppure ora.

In questo giorni, per esempio, torna in scena con Il cambio dei cavalli (regia di Giuseppe Marini, con Urbano Barberini e Alice Torriani) , che apre la stagione del Teatro della Cometa di Roma. Ma dopo tanti anni di teatro – le chiediamo – c’è sempre l’emozione del debutto? «L’emozione c’è… ma è diversa. Non è più paura del debutto, ma tmore di non farcela, di non ricordare, di non riuscire ad arrivare alla fine della recita. Finora però non è mai accaduto». Ma la fatica fisica, quella c’è, nonostante la sua forza di volontà sembri capace di fare miracoli, superando tutti gli ostacoli. «Non ho più la dinamicità di una volta. Scrivo molto, e dunque trascorro parecchie ore restando ferma, per questo ho qualche difficoltà a muovermi, ma alla fine ho sempre fatto di tutto».

Generazioni a confronto

Anche Il cambio dei cavalli, in scena in questi giorni (fino al 27 settembre), è scritta da lei e pone al centro il tema del conflitto generazionale. Quando le chiediamo cosa le manca della sua generazione lei alza lo sguardo, sospira e dice: «La nostra generazione è finita ed è stata unica perché ha vissuto intensamente gli anni delle guerra e la campagna razziale». Nel 1938 Franca Norsa (negli anni Cinquanta cambierà il suo nome in Franca Valeri su consiglio di un’amica che in quel periodo stava leggendo un libo di Paul Valèry) sopravvisse alle deportazioni (la madre era cattolica, il padre ebreo) grazie ad un impiegato dell’anagrafe che le rilasciò una carta d’identità falsa. «Ne abbiamo passate tante. Poi, negli anni Ottanta, è cominciata la pacchia. Ma non per i cani.. », aggiunge accarezzando il suo Roro. «La generazione di mezzo ha provato a fare il grande salto ma si è fermata a metà. I giovani, invece, non sanno neppure cosa vuol dire il passato. Per noi era importantissimo studiare…». E il potere? Nel testo in scena al Teatro della Cometa si parla anche di questo, e di ambizioni. «Di gente che ambisce al potere è pieno il mondo. Ma nel dopoguerra chi davvero aveva il potere erano le grandi personalità politiche: Togliatti, De Gasperi…. non era gente qualunque. Questo però ci dava sicurezza. Parlavano bene, proponevano cose importanti e per un po’ hanno tirato avanti. Poi siamo piombati un uno strano mondo politico, di cui la cosa più insopportabile è la litigiosità. La gente non sa più a chi deve crede. Ci sono certi cafoni… Non c’è più il rispetto reciproco. La lingua italiana viene usata come un battipanni».

La scrittura

Mentre la ascoltiamo, pensiamo chissà se nella vita di tutti i giorni Franca Valeri assomiglia almeno un po’ ai suoi personaggi, sempre ironici e divertenti. «Mio padre era molto ironico, mia madre comica, diciamo che ho preso da loro». E la scrittura? Le chiediamo perché le piace così tanto. «Amo scrivere perché mi affascina poter lavorare con la lingua italiana, che offre mille possibilità. Non ne posso fare a meno. Sento dire dai miei editori che scrivo molto bene… Una cosa che detesto è sentir parlare male. Non è perché sono vecchia, ma certi modi di parlare dei giovani mi irritano».

A proposito di scrittura, pronta nel cassetto c’è già un’altra commedia che aspetta solo di poter andare in scena al Teatro Valle appena riaprirà. «È il mio grande desiderio – ammette – che il Valle riapra al più presto. Parliamo di un teatro storico, dove, tra l’altro, sono andati in scena ben 5 miei testi. La nuova commedia ripercorre proprio la storia del Valle attraverso i ricordi di un custode. Sono partita da un’immagine: al centro di Roma c’è un barbone abbandonato. È il teatro Valle.. ma perché non si riesce a riaprirlo mi chiedo. Questo mondo politico è così ignorante. Trovo sia vergognoso e stupido, la vita potrebbe essere molto più bella… In Francia o in Inghilterra non sarebbe mai accaduto». E in attesa che questa commedia veda la luce sul palco, Franca Valeri sta scrivendo anche un libro sulla vecchiaia che verrà pubblicato da Einaudi. Ma cosa vuole raccontarci? «Quello che mi passa per la testa…  – risponde – la vita, i ricordi di questa mia età curiosa, curiosa soprattutto perché nonostante siano passati tanti anni mi interessano sempre le stesse cose». Il suo sogno? «Veder pubblicati tutti i testi del Teatro dei Gobbi (la compagnia formata da Alberto Bonucci, più tardi sostituito da Luciano Salce, Vittorio Caprioli, e Franca Valeri, ndr). Che stagione… penso che a qualche editore potrebbe interessare».

Cosa la rende triste? «La noncuranza della cultura, vedere i nostri tesori in rovina, la mancanza di aiuti economici destinati a mantenere bella l’Italia. È un periodo malandato il nostro, anzi, direi antipatico, si proprio antipatico».

A questo punto facciamo un balzo indietro. Le chiediamo se ripensa mai a lei da bambina. «Qualche volta – risponde – Ero una bambina curiosa, spiritosa, intelligente, attratta dal bello . Mia madre mi fece studiare pianoforte, mio padre mi portava a teatro a vedere le compagnie inglesi . Sapevano di avere una figlia un po’ eccezionale. Ho avuto dei genitori intelligenti ed anche avere un fratello con cui giocare mi è piaciuto. I figli unici fanno più fatica». Lei, invece, ne ha solo una di figlia e l’ha adottata.«L’ho trovata già fatta, più semplice no? E poi ho una nipote di quasi sette anni. È bellissima ed ha una fantasia immensa, questo mi piace molto di lei».

Quando le chiediamo se ha qualche rimpianto risponde senza esitare: «No. Volevo fare l’attrice e l’ho fatta, volevo il successo e l’ho avuto, ho avuto due uomini molto interessanti e tanti amici super. Con gli amici si vive in profondità, purtroppo molti sono scomparsi». Cosa le manca? «Camminare con disinvoltura».

Il cinema

Poi il pensiero corre al cinema, alla televisione, naturalmente al teatro, che resta la sua grande passione. «Il palcoscenico è il sempre il palcoscenico. Ma anche al cinema ho avuto fortuna, ho partecipato a film divertenti e lavorato con dei grandi: Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Peppino De Flippo… Ricordo, per esempio, che Sordi non era una persona estroversa, era molto professionale, si divertiva con me sul set, eravamo una coppia curiosa, ma finito il film finiva lì, ognuno per la sua strada, De Sica invece era un idolo, un mostro di simpatia di bravura».

I minuti nel frattempo scorrono ed è già ora di uscire di casa per le ultime prove prima del debutto. Prima di lasciarla andare proviamo a farci dire qual è il suo più grande desiderio: «avere la forza di scrivere ancora un’altra commedia», risponde.

Scrivere, scrivere e scrivere, quasi una malattia. Ma che in questo caso fortifica, cura, rende il tempo immobile come se la clessidra fosse sospesa e gli anni alle spalle fossero solo un grande bagaglio di esperienze e di successi sempre vivi grazie al pensiero e a quella mano tremolante che, nonostante tutto, tiene stretta per ore la penna fra le dita e riempie un foglio dopo l’altro di quaderno. Forse è questa l’eterna giovinezza.

(l’Unità, 18 settembre 2015) 

Annunci