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E alla fine spettacolo fu. Dentro e fuori il teatro più chiacchierato delle ultime settimane, l’Olimpico di Vicenza, dove l’artista catalana Angélica Liddell ha aperto il 68° Ciclo di Spettacoli Classici “I Fiori dell’Olimpo” diretto da Emma Dante. Tutto esaurito alla prima e liste di attese per accaparrarsi i pochi biglietti rimasti, grazie a Matteo Salvini e alla Lega Nord, che dopo aver gridato allo scandalo hanno innescato una serie di reazioni a catena da parte di piccoli gruppi di cattolici integralisti, associazioni vicentine ed esponenti di Forza nuova fino alle due manifestazioni che hanno animato la città di Vicenza poco prima del debutto venerdì sera. Tutti contro “tal” Angélica Liddell. E poco importa se nessuno di loro si è documentato sul lavoro pluripremiato dell’artista catalana – Leone d’Argento a Venezia nel 20013 –  o ha mai letto almeno uno dei suoi testi: Parole, frasi estrapolate e decontestualizzate sono state sufficienti ad invocare la censura.

Ma la censura, ai tempi del fascismo per esempio, era una cosa seria… i testi venivano letti, studiati, analizzati; qui chi protesta ignora ciò di cui si parla e neppure ci mette piede in Teatro per vedere con i propri occhi ciò di cui è capace la Liddell, che con Lettera di San Paolo ai Corinzi. Cantata BWV4, Christ lag in Todesbanden. Oh Charles! giunge alla sua terza tappa del Ciclo delle Resurrezioni dopo You are my destiny (Lo stupro di Lucrezia) e Tandy. Lo spettacolo è potente, è un urlo folle e sovversivo, è un disperato inno all’amore, un tentativo ossessivo di redenzione, dove la rivoluzione più grande è scardinare tutte le regole attraverso l’arte. Perché è di questo che parliamo, di arte. Poi lo spettacolo può piacere o non piacere, ma Angélica Liddell è artista geniale nella sua follia, ribelle e intelligente. Forse difficile da afferrare, come certe bellissime farfalle che ti svolazzano davanti agli occhi ma che non riesci ad acchiappare. Così hai giusto il tempo per ammirarle senza poterle studiare da vicino e capire fino in fondo quanti e quali colori contengono le loro ali perché sono già volate via.

Ma sbirciare si può, e magari con un po’ di calma si può anche ripensare al lavoro a cui abbiamo appena assistito, dove si mescolano sacro e profano prendendo spunto da un testo biblico che la Liddell conosce bene e a partire dal quale costruisce un’eresia, trasferendo l’amore divino in passione profana. Eppure il passaggio del testo tanto contestato («Dormivo con un crocifisso, / lo succhiavo, lo strofinavo contro il mio ventre, / baciavo la minuscola bocca del Signore. / Credo di aver avuto organismi da quando avevo tre anni, / cominciai a masturbarmi con le sbarre del culla / e poi con il crocefisso, / lo ricordo con una chiarezza completa, Gesù Cristo era il mio promesso sposo») non scuote più di quanto facciano altre scene, come quella della vera trasfusione di sangue a cui è sottoposto il Cristo dorato. Anzi, quel passaggio testuale è parte della Lettera della regina del Calvario al grande amante caratterizzata da una  qualità di scrittura rara e recitata dalla Liddell con una tale forza da non poter lasciare indifferenti. È incastonata fra azioni prive di parole: dall’ingresso in scena di un uomo/Cristo nudo alle Madonne rasate con i teschi di cervo fra le mani o alla bella ragazza bionda alla quale il Cristo taglia i capelli (se una donna non vuole mettere il velo davanti a Cristo allora si tagli i capelli, scriveva  San Paolo). Tutto sembra rafforzare la tesi della necessità per Cristo che esista il male (ci sono riferimenti anche a Charles Manson) affinché possa morire e risorgere. La sfida di Angélica Liddell è una sfida alla ragione: l’amore non ha a che fare con la pace ma con la guerra, grazie alla follia di Dio comprendiamo la follia d’amore.

Intanto a  poche centinaia di metri dal Teatro c’è chi prega: crocifissi, cartelli, fiaccole del «Movimento con Cristo per la vita» che recitano rosari per «riparare la bestemmia». Mentre dall’altra parte della città Forza Nuova espone con orgoglio i manifesti del sindaco Variati e del vicesindaco Bulgarini d’Elci imbrattati con vernice marrone, alludendo allo spettacolo di Romeo Castellucci, Sul concetto di Volto del Figlio di Dio, che fu contestato da un gruppo di cattolici integralisti. Blasfemia? Il teatro è blasfemo da sempre con le sue storie di madri che ammazzano figli o di figli che fanno l’amore con il proprio genitore. Dunque, nessuno scandalo ma rito al quale prendere parte dimenticandoci dei pregiudizi.

(l’Unità, 20 settembre 2015)

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