Tag

,

La storia del Québec racchiusa in un condominio. Più o meno, quel palazzo ad altezza uomo che troneggia al centro della scena ci racconta la storia di un Paese, con le sue mille contraddizioni, le differenze, gli scontri, come quelli che hanno animato il Québec negli anni Sessanta-Settanta, quando i francofoni cominciarono a reclamare la propria autonomia rispetto al Canada anglofono. Allora Robert Lepage era un bambino. E proprio da lì l’artista quebecchese sceglie di partire per il suo nuovo spettacolo, 887, che ha inaugurato la trentesima edizione del Romaeuropa Festival (a cui aveva già partecipato con Needles and Opium e The Andersen Project nel 1997 e nel 2006).

Un numero non certo casuale quell’887 che dà il titolo a questo interessante lavoro – molto politico – prodotto da Ex machina: è il numero civico di Rue Murray, dove il regista, attore, drammaturgo viveva con i genitori e i suoi fratelli. In quel palazzo abitavano tante famiglie. Ed eccole lì, una per una le vediamo comparire davanti ai nostri occhi. Si accedono gli appartamenti del condominio, si illuminano le stanze, si  muovono i condomini in miniatura, dai bimbi che saltellano come scimmie alla signora ossessionata dalle pulizie . È una grande “scatola magica” quel palazzo illuminato che nel corso del racconto cederà il posto via via ad ambienti diversi: una grande cucina, un bar, l’interno di un taxi… Basta una rotazione, un movimento e la scena si trasforma. È la tecnologia la regina che tutto può e che qui ci racconta tanti altri piccoli racconti attraverso mezzi differenti: smartphone, video, webcam. Dimenticate, quindi, il monologo recitato su una sedia in un palco vuoto a cui siamo abituati, qui la voce dell’attore apre squarci della memoria che prende vita in scena ogni volta in maniera imprevedibile.

La tecnologia

E pensare che proprio dalla difficoltà che oggi abbiamo di ricordare i numeri – ormai memorizzati dai vari dispositivi tecnologici a nostra disposizione – era partito Lepage, che nel prologo, rivolto al pubblico, spiegava le motivazioni di questo spettacolo, legate al tema della memoria, un concantenarsi di ricordi dei ricordi. Dunque, alla maniera di Cocteau, Lepage ci dice che a differenza dei computer ogni volta che l’uomo ricorda adatta, modifica, personalizza il passato, e così fa lui in 887. Mentre la storia individuale procede, Lepage –  che da solo in scena recita in italiano per gran parte dello spettacolo lungo due ore – , mette insieme vari pezzi che vanno a formare un grande puzzle i cui elementi si incastrano naturalmente con la storia del Québec; si creano così dei cortocircuiti continui fra la storia personale e quella collettiva; in mezzo momenti anche teneri (per esempio quando si parla del padre) poetici (la bambina e il teatro d’ombre) o di forte impatto (come quando racconta la nascita del Fronte di Liberazione del Quèbec, FQL). Fino al monologo di chiusura che aveva fatto da escamotage drammaturgico: Lepage all’inizio ammette di aver preso spunto da un episodio  riguardante la sua difficoltà a memorizzare un componimento poetico in occasione del Festival dei 40 anni della Poesia contemporanea in Québec: Speak white, scritto da Michèle Lalonde nel 1968. Un testo sulla memoria tutta politica del Québec separatista. Il titolo, tra l’altro, è l’ingiuria sprezzante rivolta ai franco-canadesi da parte degli inglesi. Sotto un grande cono di luce bianca lo spettacolo si chiude proprio con Speak white, pieno di rabbia e bellissimo, come il suo teatro.

(l’Unità, 5 ottobre 2015)

Annunci