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I fogli manoscritti sono spuntati nei luoghi più impensabili: in una scarpiera, nei cassetti dell’armadio, negli spazi vuoti della libreria, tra le pagine di un libro, in un baule. Sembra quasi un altro dei suoi scherzi. E lui a prendersi gioco degli altri si divertiva come un matto, spesso in compagnia del suo amico Augusto Frassineti. Chissà come se la ride da lassù Giorgio Manganelli. A 25 anni dal «grande salto» – come preferisce dire la figlia Lietta – ecco che  l’autore di Hilarotragoedia o de La letteratura come menzogna  ci fa un gradito regalo: nuovi testi teatrali, tutti inediti. Ritrovati così, un po’ per caso, da sua figlia, curatrice del Centro Studi, e che da anni si dedica al recupero di testi dimenticati, perduti, inediti del padre.

Questi testi teatrali li ha raccolti, in un volume intitolato Riunioni clandestine,  la casa editrice Aragno (pagine 164, euro 12,00), che già aveva dato alle stampe anni fa Tragedie da leggere (a cura di Luca Scarlini, 2005), in cui venivano raccolti i testi scritti da Manganelli per il teatro, dai primissimi come Hyperipotesi al chicchieratao Cassio governa a Cipro, che andò in scena negli stabilimenti petrolchimici di Marghera con la regia di Gianni Serra durante la Biennale di Venezia allora diretta da Luca Ronconi.

In questo volumetto fresco di stampa, la lettura inizia ancora una volta con un gioco scherzoso. Ci avvisa la stessa Lietta nella sua prefazione: «Manganelli decide di iniziare con un gioco, facendo uno scherzo ai suoi lettori: la lista dei personaggi è un incredibile nonsense. A una prima lettura sembrerebbero dodici, quattro personaggi, due Signori, uno Scongiurante, un Numerologo, un Gattista, un Venerdista, un Salista senza dimenticare un Presidente. Bene in realtà tutti i personaggi si sovrappongono, personaggi e signori si trasformano in quegli strani esseri superstiziosi dai nomi assurdi e impronunciabili e nessuno sarebbe in grado di sapere se il Gattista, per esempio, prima fosse stato un personaggio, un signore, o che altro. Manganelli gioca con le superstizioni, gioca con i numeri, i venerdì, il sale, gli scongiuri, i gatti e non solo quelli neri. Tutto sembra serissimo, ma tutto è un gioco, un gioco estremamente serio come è la vita».

Scorrendo tra le righe questa preziosa raccolta ecco che vengono fuori diversi temi (per esempio quello della divinità) o scelte stilistiche ricorrenti in Manganelli, come gli amatissimi A e B  (L’uomo dell’alibi, La grande truffa  dei memoriali di Adolf Hitler, Scusi lei come lo vorrebbe Dio?). A e B, fra l’altro, è anche il titolo ad un suo libro che fu negli anni Settanta un caso letterario, conteneva “interviste impossibili” e testi teatrali. Manganelli sceglie spesso di non dare nomi a suoi personaggi –  i cui dialoghi pieni di indizi si intersecano – ma di chiamarli semplicemente A e B, personaggi indefinti, come tutto il suo teatro, Un luogo imprecisato, tanto per citare un’altra delle sue opere. D’altra parte Manganelli non amava molto il teatro, o meglio, non amava frequentarlo, preferiva leggerlo, per lui pubblico e attori erano praticamente inutili, pensate un po’…. E quanto al linguaggio adorava quello elisabettiano, un linguaggio totale, così lontano da quello più popolare di Eduardo De Filippo, che lo scrittore visionario odiava profondamente. «Diceva che aveva un linguaggio povero e reazionario – ricorda la figlia Lietta – . Una sola volta, tra l’altro, siamo stati a teatro insieme, ed è stata una notte indimenticabile».

Ma che padre è stato Manganelli? Le chiediamo. «È stato un padre meraviglioso nella sua assenza. Ho vissuto con lui fino all’età di tre anni. Poi non l’ho più visto fino ai 18 anni. Ad un certo punto mi sono stancata e sono andata a cercarlo io. Non sapevo neppure che faccia avesse. Ho suonato alla sua porta alle 7.30 del mattino e gli ho chiesto: “lei è il professor Manganelli?” Mi ha risposto: “sì”. Bene, gli ho detto, “io, sono sua figlia”. Non lo avevo più visto da quando era andato via di casa, ma non c’entra nulla la relazione avuta con Alda Merini, mia madre aveva già deciso che con lui non andava. In quegli anni ci siamo scritti tante lettere finché ho deciso di andare da lui, non ne potevo più di sentir dire che avevo un padre folle e pericoloso. D’altra parte sono sempre stata una ribelle».

E in questi 25 anni di assenza Lietta ha colmato questa grande mancanza pubblicando uno dopo l’altro testi, nuovi, che continuano a spuntare quando meno te lo aspetti. In Riunioni clandestine Manganelli sono contenute anche due prime stesure: Intervista per un quotidiano sportivo, che poi si trasformerà nell’Intervista a Dio, (a breve sarà pubblicata da Mincione Edizioni) e la La discrezione dell’omicidio, che darà vita a Teo o l’acceleratore del storia, scritto a quattro mani con il suo amico Frassineti. Forse è vero, come diceva il Manga, che «ogni libro contiene milioni di altri libri». O è falso? Che il falso sia più vero del vero è da sempre una lezione manganelliana, dunque tanto vale leggere questa raccolta  e provare a fare delle ipotesi. Il gioco è anche questo. E chissà, magari le risposte che non riusciremo a trovare qui, le ritroveremo nella biografia che Lietta sta scrivendo. La aspettiamo.

(l’Unità, 11 ottobre 2015)

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