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Ma quanti colloqui di lavoro avremmo fatto nella nostra vita? Forse molto pochi, o forse tantissimi, di certo ciascuno di noi avrà almeno un aneddoto da raccontare sull’argomento. È la prima cosa a cui pensiamo quando si presentano davanti a noi i quattro candidati ad un posto manageriale di una grande azienda, quattro candidati pronti a tutto pur di ottenere quel lavoro nella Deika (o forse Ikea?). Perfino a rendersi ridicoli, a farsi umiliare, a lasciarsi ricattare utilizzando le informazioni più intime e personali. Ma si può essere davvero così spietati, cinici, curiosamente assurdi come gli psicologi incaricati di scegliere il candidato giusto?

Siamo a teatro e sul palco, si sa, tutto è lecito. Eppure, questo curiosissimo testo, Il metodo, dello scrittore catalano Jordi Galceran (versione italiana di Pino Tierno) arriva dritto dritto al cervello dello spettatore, bombardato su più fronti – ma con leggerezza – da una serie di quesiti che lo spettacolo pone su diversi piani.

Il primo e più immediato, come dicevamo, è: fino a che punto siamo pronti a sopportare pur di raggiungere una posizione sociale di un certo tipo? La selezione a cui devono sottoporsi i quattro candidati (Giorgio Pasotti, Fiorella Rubino, Gigio Alberti e Antonello Fassari) è in realtà un colloquio congiunto. Per loro quattro il giovane Lorenzo Lavia, regista dello spettacolo ancora in scena alla Sala Umberto di Roma (fino al 18) , ha immaginato una sala asettica  illuminata da luci al neon. Lì su, da qualche parte, c’è qualcuno che li osserva, un po’ come l’occhio del Grande Fratello che spia ogni comportamento fino ad eliminare tutti, tranne uno, il vincitore. Ecco, il principio non è molto diverso. Nel nostro caso però le prove da superare arrivano sotto forma di lettere imbucate in un tubo trasparente che le recapita  ai quattro candidati. Vi raccontiamo solo la prima spiazzante prova: uno dei quattro è un impostore, un falso candidato; prosegue chi indovina per primo di chi si tratta.

Gioco o realtà?

E qui veniamo al secondo quesito, che riguarda il confine fra la realtà e la finzione: dove finisce il gioco e dove inizia la realtà? Probabilmente non interessa neppure all’autore del testo scoprirlo, tantomeno al regista, più attratto dal desiderio di riuscire a costruire una specie di thriller teatrale camuffato da commedia. Che detta così potrebbe sembrare una roba strana, ma in realtà il risultato è piuttosto interessante, soprattutto per l’atmosfera di suspence che si crea e che inevitabilmente tiene alta l’attenzione per tutta la durata dello spettacolo, grazie anche ai quattro interpreti, a loro agio nelle parti che sono stati chiamati a recitare.

Ma che bel quadretto

Infine, l’ultimo aspetto riguarda la società in cui viviamo. Mano a mano che le prove da superare si susseguono, viene fuori uno spaccato della nostra società che fa paura: quanto siamo razzisti? Sessisti? Cattivi verso il diverso? Anche questo gli psicologi della multinazionale riescono a tirar fuori da un angolino nascosto dentro di noi. E forse il Metodo Gronholm – qui semplificato con Il Metodo – è più in generale il Metodo che la nostra società utilizza per farci andare avanti, a colpi di violazione della privacy, e di continue prove da superare che a volte hanno la capacità di farci sentire forti e sicuri, altre volte ci buttano giù. E se a tratti, durante lo spettacolo, vi sembrerà di non sapere più chi supererà il colloquio, sappiate che tutto si risolverà nel finale. Forse prevedibile, ma d’effetto.

(l’Unità, 12 ottobre 2015)

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