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Il Teatro India di Roma ci offre una bella occasione per avvicinarci ad un testo prezioso, necessario, illuminante: L’esposizione Universale di Luigi Squarzina. Fu pubblicato nel 1950 dall’editore Vettorini, poi da Laterza nel 1959 (in un volume che raccoglieva anche Tre quarti di luna, La sua parte di storia, Romagnola, Il pantografo) ed  è stato rappresentato in Polonia, a Katowice, nel novembre 1955 con la traduzione di Richard Landau e la regia di Zbigniew Sawan. Qui in Italia il testo non è mai andato in scena per via della censura; è stato letto solo nel 1950 da Vittorio Gassman, l’anno successivo da Giorgio Albertazzi e nel 1994 dallo stesso Maccarinelli che oggi lo allestisce. E lo ringraziamo per questa scelta, perché è come se ci avesse mostrato la nostra immagine – di tutti noi, in quanto cittadini d’Italia – riflessa in un grande specchio: siamo un popolo ancora malato, e i guai, i problemi narrati da Squarzina in questo testo ambientato nel secondo dopoguerra sono sempre gli stessi, ancora oggi.

L’Esposizione Universale è un racconto corale di un gruppo di sfollati dell’E42 (l’Esposizione Universale Romana prevista per il 1942 e cancellata dalla guerra).  Le loro storie personali di poveri disperati, rimasti senza nulla a causa dei bombardamenti, si intrecciano con le speculazioni edilizie, il malaffare, la miseria di una storia passata e purtroppo ancora presente. Tra gli scheletri degli edifici rimasti incompiuti dell’EUR42 –  che nelle intenzioni del regime avrebbe dovuto celebrare anche il ventennale della marcia su Roma e che qui campeggiano  nelle immagini fisse proiettate sullo sfondo –  un gruppo di senzatetto riceve un bel giorno la visita uno pseudo giornalista, l’ex fascista Barzilai, e di sua figlia, che si intrufolano negli spazi dell’Eur abbandonati con la scusa di un servizio giornalistico; in realtà l’obiettivo è a far ripartire i lavori nel quartiere in vista del Giubileo  ottenendo così un buon affare senza farsi alcuno scrupolo. Intanto tante storie vengono a galla: dalla giovane adolescente malata alla donna che stringe una relazione con un poliziotto per sfamare la famiglia, poi ci sono il ragazzo aspirante regista, l’avvocato profugo di Pola, il professore romano, Curbastro, che non rinnega la sua fede fascista, nonché un giovane – prima leader del gruppo e poi traditore – ricercato dalle forze dell’ordine per aver aggredito un politico e per il suo trasformismo durante una manifestazione al Viminale. Democristiani, comunisti, fascisti… c’è di tutto in questo testo che forse ha come unico difetto quello di dilungarsi troppo su certi sviluppi narrativi, appesantendo senza una reale necessità tutta la storia. Fin troppo bravo è stato Macarinelli nell’impianto complessivo dello spettacolo, interpretato dai giovani del Corso di perfezionamento per attori della Scuola del Teatro di Roma, affiancati da Luigi Diberti (Curbastro) e Stefano Santospago (Barzilai).

Lo spettacolo è molto cinematografico; la scenografia grezza, con i suoi letti a castello in primo piano, ci ricorda le pellicole italiane del dopoguerra. Per questo allestimento Piero Macarinelli ha vinto  il «Premio Anima», ideato per valorizzare il contributo di personalità dell’arte e della cultura alla crescita di una coscienza etica e per sensibilizzare le imprese e l’opinione pubblica sui temi della responsabilità sociale e della sostenibilità. Lo spettacolo, inoltre, si inserisce nell’ambito del «Progetto Roma. Il Presente del Passato», l’articolato programma del Teatro di Roma, che ha prodotto lo spettacolo, di spettacoli e di attività che porta al centro dell’attenzione la Capitale.

(l’Unità, 19 ottobre 2015)

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