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Il Red carpet della Festa del cinema di Roma quest’anno si presenta un po’ sbiadito. E di certo non perché il bel sole di questi giorni abbia scolorito il rosso vivo sul quale siamo abituati a veder sfilare attori, attrici, registi. Le star quest’anno sono molto poche («puntiamo soprattutto sulla qualità», ha più volte ripetuto il neodirettore artistico Antonio Monda) e perfino il film d’apertura – che ieri sera  ha dato ufficialmente il via alla Festa – viene presentato al pubblico senza i due protagonisti: Robert Redford e Cate Blanchett. Peccato.

C’era però il regista James Vanderbilt, al suo esordio con la regia di Truth, un film che in qualche modo ha a che fare con i “supereroi”. E di supereroi Vanderbilt se ne intende eccome. Ha collaborato, infatti, alla sceneggiatura di The Amazing Spider-Man 1 e 2. Ma in questo caso parliamo di tutt’altro tipo di eroe: il giornalista. Quel tipo di giornalista in via d’estinzione, il reporter d’inchiesta, che magari si prende del tempo, dei giorni, prima di confezionare la notizia. Una modo di lavorare quasi anacronistico rispetto ai nostri giorni, dove tutto scorre in modo velocissimo.

La storia

Ma attenzione, Truth (che significa verità) è la storia di una caduta. Come nelle tragedie di Shakespeare, in cui assistiamo alla capitolazione del Re (e quindi alla discesa vertiginosa dalla cima verso il basso), qui c’è soprattutto la vicenda di una donna di successo, Mary Mapes, che dopo aver raggiunto l’apice della sua carriera sprofonda verso il basso, perdendo tutto. Nessuna presa di posizione, nessun lieto fine, ma è l’aspetto umano della vicenda che sembra incuriosire di più il regista. Quale vicenda direte voi? Dunque, la pellicola si ispira al libro Truth and Duty: The Press, the President and the Privilege of Power scritto dalla giornalista e produttrice televisiva Mary Mapes (interpretata da Cate Blanchett) che per anni ha lavorato alla trasmissione della CBS 60 minutes, al fianco del noto anchorman Dan Rather (Robert Redford). Il film narra esattamente questo: le vicende che hanno portato al caso controverso eppure non molto conosciuto, noto come “Rathergate”, sui presunti favoritismi ricevuti da George W. Bush per andare alla Guardia Nazionale anziché in Vietnam. Una storia, tra l’altro, non confermata che, emersa nel 2004, a due mesi dalle elezioni presidenziali americane, ha poi provocato le dimissioni di Rather e il licenziamento di Mapes, portando tutta la CBS News ad un passo dal collasso.

Questa è la storia. Come viene raccontata? Da una parte costruendo un thriller politico e giornalistico alla maniera di Insider (tra l’altro anche in quel caso c’era un cronista che lavorava per “60 minuti” della CBC) e di Tutti gli uomini del presidente, anche se, a differenza di quest’ultimo film in cui veniva ripercorsa la vicenda che ha portato alle dimissioni di Nixon, qui non c’è in primo piano la vita di George W. Bush. Dall’altra parte indagando sul confine tra verità e faziosità. Ciascuno qui sembrano cercare la verità in modo quasi ossessivo (per questo forse il regista sceglie di montate il video facendo scorrere tutto in modo molto lento, esaltando ogni dettaglio). Eppure, appena qualcuno comincia ad insinuare che i preziosi documenti sono in realtà dei falsi, nessuno sembra più essere interessato alla vicenda Bush. Nell’occhio del ciclone ci finiscono i giornalisti. E alla fine, nessuno più sa qual è la verità.

James Vanderbilt, a proposito del suo film dice: «Quando ero ragazzo i giornalisti tv erano per me degli eroi, erano le sole voci che ascoltavo, due tre voci, non di più. Ora con l’avvento di Internet la vita di una notizia è di 24 secondi e le voci si sono moltiplicate». In America l’uscita di Truth, che sarà nelle sale italiane con Lucky Red dal 1 gennaio, ha avuto un effetto dirompente, e tra le tante accuse raccolte, c’è anche quella di essere un film “troppo tenero”. A questo proposito, spiega il regista: «Sapevamo che in nessun modo avremmo potuto far contenti tutti. La CBC non ha mancato di fare una sua dichiarazione a difesa, ma noi abbiamo raccontato anche un finale che ha il sapore di una tragedia». Sul caso, in generale, sottolinea che «c’è una molteplicità di opinioniì. Volevo rappresentare tutte le opinioni, tanti punti di vista. In questo senso siamo stati attenti a non inventare nulla, anche se siamo ovviamente partiti dal libro della Mapes».

Le reazioni 

Infine Vandebilt confessa: «Da ragazzo avevo pensato che mi sarebbe piaciuto fare il giornalista. Per me i giornalisti sono degli eroi. Se nascerà per questo film un dibattito sul ruolo dei media ben venga. Non giudico – sottolinea – se Mapes e Rather siano colpevoli o meno. Sono solo essere umani che cercano, come tutti, di fare bene il loro lavoro. In fondo è la verità che tutti cercano, proprio come il titolo del mio film».  Certo, ha aggiunto, «la posta in gioco allora era molto alta. Stiamo parlando del dopo 11 settembre e, per i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il loro rapporto con il servizio militare era sotto tutti i riflettori».

In Truth, accanto ai due premi Oscar,  recitano Dennis Quaid, Topher Grace e Elisabeth Moss, una gran bella squadra. Secondo il gruppo di scommesse Stanleybet , che quota i suoi 15 favoriti per il Premio del Pubblico BNL, il film di Vanderbilt è al primo posto. Staremo a vedere, abbiamo appena cominciato.

(l’Unità, 17 ottobre 2015)

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