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The walk, il nuovo film girato in 3D di Robert Zemeckis (geniale autore della trilogia di Ritorno al futuro, Forrest Gump, Chi ha incastrato Roger Rabbit, Contact e Cast Away) è un viaggio che ci porterà sulle nuvole, ad passo dalla luna. Da lassù, con la città ai nostri piedi, il mondo avrà tutta un’altra prospettiva. E alla fine usciremo dalla sala con la sensazione di poter scalare – metaforicamente, è ovvio – qualunque montagna. Spiccare il volo, si può, dunque, proprio come fece Icaro, che con le sue ali si lanciò nel vuoto. Ma attenzione, se al figlio di Dedalo quel salto costò la vita, nel nostro caso – ve lo diciamo subito perché il protagonista della storia, vera, è vivo e vegeto, lo abbiamo anche incontrato – l’incredibile impresa  è a lieto fine. Ma anche se tutto questo lo sappiamo dall’inizio, la tensione resta alta e il clima di suspance si trasforma in festa solo alla fine del viaggio, quando il grande sogno sarà diventato realtà.

Ad accompagnarci in questa incredibile avventura è il protagonista stesso, Philippe Petit (nel film interpretato da Joseph Gordon-Levitt), il funambolo francese che nel 1974 sorprese la città di New York camminando su una fune d’acciaio tesa tra le due torri del World Trade Center. Il film di Zemeckis (prodotto da Steve Starkey, Robert Zemeckis e Jack Rapke, sceneggiatura di Robert Zemeckis e Christopher Browne) ripercorre la sua storia, che lo stesso Petit ha raccontato in un libro, appena edito in Italia da Ponte alla Grazie con il titolo The walk. La stessa casa editrice, tra l’altro, ha pubblicato anche Trattato di funambolismo di Petit, che non è solo un funambolo, ma uno scrittore, un filosofo, uno che inventa il suo teatro danzando in cielo.

Alla sua storia si era già ispirato il documentario Man on Wire di James Marsh e uno spettacolo teatrale scritto da Marco Melloni, Look up America!, con Ugo Dighero nei panni di un giovane manager di successo il quale, dopo aver assistito casualmente alla performance di Philippe Petit (il giorno dopo già dimenticato da tutti, travolti dalle dimissioni di Nixon), decide di vivere sul marciapiede sotto le Twin Tower, perché si rende conto che pure lui sta camminando sul filo della vita e capisce che c’è un altro modo per raggiungere la felicità: anticipare la fine.

La chiave di lettura del film, invece, è un’altra: Petit, che riuscirà a raggiungere il suo obiettivo grazie al lavoro di squadra di quel gruppo sgangherato di amici che si porta dietro (la prima alleata è Annie, interpretata da Charlotte Le Bon), attraversa per otto volte quella fune posizionata a 412 metri di altezza e da lassù, seduto come un Re, è come se ci dicesse che tutto è possibile, una sorta di invito a non rinunciare mai ai nostri sogni. Certo, nel suo caso ci sono voluti mesi e mesi di preparazione, i consigli preziosi del suo mentore Papa Rudy (Ben Kingsley), uno sforzo continuo a mantenere la calma, nonostante la sua buona dose di follia, la concentrazione, perché l’equilibrio è una questione soprattutto di testa più che fisica. Un concetto che ricorda molto un bellissimo libro di Edward Carey, Observatory Mansions (fu il suo esordio, fra l’altro, edito da Bompiani), in cui un mimo verniciato di bianco raccontava l’arte dell’immobilità. Massima attenzione e grande amore per quello che si fa. Ecco gli ingredienti magici.

«Quando sono sulla fune trasporto con me la mia vita» ha ammesso Philippe Petit, che, ospite della Festa del Cinema di Roma, ha risposto alle domande dei giornalisti agitandosi sul palco, mimando la sua camminata, mostrando un cordoncino rosso che porta sempre con sè perché lui «prende sempre le misure». Oggi ha 66 anni, dieci libri all’attivo, e ancora tanti progetti nel cassetto: «Sotto il letto ho una scatola rossa, lì dentro ci sono tutti i miei progetti, tra cui un’impresa all’isola di Pasqua con i Rapa Nui che mi danno un’ispirazione mistica». E poi aggiunge: «Vorrei attraversare le cave di marmo di Carrara con un’illuminazione fatta da trentamila candele e con la musica di sottofondo. Aspetto solo l’invito delle autorità». Dell’attore che lo ha interpretato, Joseph Gordon-Levitt, dice: «Ho voluto che venisse da me anche se avevamo solo otto giorni per allenarci. Alla fine è riuscito ad attraversare una corda lunga trenta metri».

Ma cosa ha provato Petit quell’11 settembre in cui sono crollate le Torri? «È una domanda a cui non amo rispondere – dice – . Non riesco ad esprimere sentimenti in una vicenda in cui sono morte migliaia di persone oltre, ovviamente, il dispiacere della morte delle Torri». Che nel film vengono ricreate dalla scenografa Naomi Shohan e dal supervisore degli effetti visivi Kevin Baillie. E quella camminata, in fondo, va riempire il grande vuoto che il crollo ha lasciato. Quasi una rinascita.

(l’Unità, 19 ottobre 2015)

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