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Cos’è che spinge uno spettatore a prendere uno  zainetto in spalla, a metterci dentro una bottiglietta d’acqua, un panino, e a prepararsi così ad affrontare uno spettacolo teatrale lungo 24 ore? È la prima cosa che mi sono chiesta quando ho saputo che Mount Olympus – glorificazione della tragedia greca di Jan Fabre era già sold-out settimane prima del grande evento organizzato dal Romaeuropa Festival, come se fosse in programma chissà quale imperdibile concerto rock. Poi, il giorno della lunga no-stop teatrale, ho visto con i miei occhi  il Teatro Argentina strapieno. Qualcuno si è presentato munito anche di sacco a pelo e la domanda è tornata a farsi largo nella mia mente. Perché?

Intanto, poter assistere ad un lavoro teatrale che inizia alle 19 di un sabato e terminare alle 19 del giorno successivo è qualcosa di unico. Dunque, soprattutto per  gli appassionati, qualcosa di imperdibile. L’occasione per poter dire, un giorno, «io c’ero». Ma non è solo questo, perché l’atmosfera che si respirava in teatro era totalmente diversa dal solito. La gente era libera di entrare e di uscire quando voleva, l’importante era non far rumore. E guardandoci, uno a fianco all’altro, era come se avessimo avuto la sensazione di condividere un rito, un’esperienza che ci avrebbe reso parte di una comunità. Era però, una comunità non virtuale come può essere quella dei social network, illusoria e falsa. Noi eravamo tutti lì in carne ed ossa. Gli spettatori, e loro, i 27 incredibili performer, con i corpi nudi, coperti da candide lenzuola o ridipinti da mille colori. Insieme, per trascorrere 24 lunghe, folli, incredibili ore.

Lo spettacolo  

D’altra parte, se i riti dionisiaci in Grecia duravano tre giorni, perché non provare a raccontare il senso de tragico almeno in un terzo di quel tempo? È quello che deve aver pensato l’artista belga. Fabre, che non è nuovo a sfide artistiche intriganti e mai provocatorie (anche attraverso i suoi quadri). Sfide che servono a lui per affermare la propria presenza come artista, la sua visione del mondo, e a noi per andare a cercare con i nostri occhi, senza alcun tipo di maschera (che inevitabilmente crolla dopo tante ore in teatro), la via personale verso la catarsi.

È Dionisio il grande protagonista di questa maratona, che mescola dall’inizio alla fine vendetta, potere, miti, riti, danze, carne viva, e tanto sesso, con quei falli che non sono solo simbolici ma arrivano a mostarsi in tutte le forme possibili, perfino in un’erezione. Ma non c’è scandalo in Fabre. No. È semplicemente arte, totale, vera.

L’idea per questo spettacolo è nata addirittura sei anni fa, poi tre anni fa l’artista belga ha cominciato a scrivere con Miet Martens, che collabora con lui dal 1986, e Jeroen Olyslaegers, cui poi si sono aggiunte le musiche di Dag Taeldeman, quindi all’inizio del 2014 sono stati selezionati gli attori, davvero eroici in questa impresa, che mette assieme navigati professionisti con cui Fabre ha lavorato più volte e giovani che si sono immersi uno studio matto e disperatissimo. Tra i performer anche tre giovani italiani (Moreno Perna, Pietro Quadrino e Matteo Sedda).

Il risultato è un racconto visionario in forma teatrale, dove l’esperienza fisica, da entrambe le parti,  unisce, purifica, fortifica. E i 40 minuti di applausi finali sono stati, probabilmente, il tripudio per la grande e gioiosa bellezza della follia artistica.

(l’Unità, 26 ottobre 2015)

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