Tag

,

Una nonna così «cazzuta» come Elle – passateci il termine… – piacerebbe perfino all’adolescente più ribelle. Combattiva e idealista, dura quando serve (per esempio quando bisogna dare una bella lezione al fidanzato della nipotina), ironica, sfacciata  sempre ma pronta a tutto pur di aiutare le persone che ama.  E poi femminista, lesbica, poetessa. Ok, forse non è così semplice trovare in giro una nonna che abbia tutte queste caratteristiche, ma di sicuro l’attrice che interpreta  – straordinariamente – questo personaggio nel nuovo film di Paul Weitz, Grandma, appena passato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione autonoma Alice nella Città, ha molto in comune con Elle:  è Lily Tomlin (esordì con Nashville di Robert Altman), «una persona che ti fa ridere, molto sensibile, cinica e idealista,  se non avessi incontrato lei – dice Paul Weitz (tra i suoi film ricordiamo American Pie, About a boy, Good Company, Admission…) – non avrei mai girato questo film, al quale pensavo da tanti anni ma che all’inizio era molto diverso». L’attrice, fra l’altro, è stata fra le prime ad Hollywood a rivelare la sua omosessualità, ed è legata sentimentalmente da oltre 40 anni all’autrice e produttrice Jane Wagner, che ha sposato nel 2013.

Grandma racconta la storia di un viaggio rocambolesco – della durata di un solo giorno – alla ricerca dei soldi necessari alla diciottenne Sage (Julia Garner) per abortire: 630 dollari. Ad aiutarla è la nonna Elle, ex docente univesitaria e poetessa, che ha appena perso la compagna di una vita, Violet. Inizia così un percorso di conoscenza tra nonna e nipote, che alla fine risolverà molti problemi.

Signor Weitz, come mai ha scelto di girare un film che parla di aborto?

«Non era mia intenzione fare un film politico. I temi che attraversa questo film sono tanti: la vecchiaia, i diritti delle donne, l’omosessualità e naturalmente l’aborto. Ma tutti questi temi per me non sono l’oggetto del film. Ciò di cui parla la pellicola sono i caratteri delle persone. Per me sesso, età, orientamento sessuale non dicono nulla sull’umanità delle persone. Ma a volte nei film rendiamo i personaggi inumani perché li vogliamo perfetti. Invece quello di Lily è pieno di difetti, sa essere la persona più intelligente del mondo e la più stupida. Ha dovuto combattere tutta la vita, e qui lo fa per sua nipote».

Nel film (prima con Karl, ex fiamma di Elle, che rifiuta di prestarle i soldi quando comprende il motivo, poi con la donna del banchetto davanti alla clinica) ci sono anche posizioni nettamente contrarie all’aborto. Qual è la sua opinione in merito?

«Io credo che le donne debbano essere libere di decidere se abortire o meno. Siamo esseri umani. Nessuna donna incinta desidera abortire, ma negli Stati Uniti un terzo delle donne quarantenni ha avuto almeno un aborto nella propria vita, per questo ho pensato che fosse importante girare un film sull’argomento, per toccare con mano la questione, senza prendere la cosa alla leggera. All’inizio del film Lily Tomlin chiede alla nipote: “ci hai pensato bene? Perché si tratta di qualcosa a cui penserai per sempre”».

Lo sa che in Italia 9 medici su 10 sono obiettori di coscienza e dunque non praticano l’aborto?

«Capisco che il tema qui sia caldo, ma non credo che  l’Italia sia molto diversa dall’America. Due mesi fa un medico americano è stato sparato per aver praticato un aborto. Penso che ci siano momenti in cui bisogna affrontare la realtà. Lily Tomlin appartiene ad una generazione cresciuta in una situazione in cui l’aborto non era legale, le donne subivano ferite o morivano».

Questo è un film tutto al femminile. Come è riuscito, da uomo, a scrivere una sceneggiatura adottando il punto di vista delle donne?

«Non lo so, ho avuto la sensazione che non fossi io a scrivere, ma che loro stesse scrivessero per me. Il film racconta tre generazioni di donne: la nonna, che ha lottato per i diritti e il potere delle donne, la madre Judy che ha beneficiato dell’impegno della madre, e Sage, che non riesce ad avere alcun tipo di potere. Vorremmo che i cambiamenti nella società fossero lineari, ma invece non è così, sono pieni di curve e passi indietro».

La relazione che si instaura fra  nonna e nipote ricorda molto quella fra Will (Hugh Grant) e Marcus (Nicholas Hoult) in «About a boy»…

«Hugh Grant in quel film stava attraversando un periodo depressione e da molti punti di vista era vero – no, sto scherzando ma se Hugh Grant fosse qui avrebbe riso molto! – , il suo personaggio aveva più bisogno di ricevere rispetto ad Elle. Sage invece,  – come Nicolas Hoult – deve imparare a mandare le persone a quel paese. In entrambi i casi quindi c’è la volontà di aiutare un ragazzino o una ragazzina a difendersi».

Molto spesso nelle sue pellicole i protagonisti sono proprio gli adolescenti, perché questa scelta?

«Sono molto naturali. mi piace dirigere attori con oltre 50 film alle spalle e altri che invece non ne hanno neanche uno».

E più facile dirigere un ragazzo o un attore professionista?

«Ad un ragazzino puoi dire cosa fare e lui lo fa. Durante le riprese di American Pie, per esempio, c’era un giovane che aveva un tic: ripeteva la battuta ogni volta mimandola con le labbra. Così gli ho detto “prova a saltare ogni volta che devi dire la battuta” e ha funzionato! Hugh Grant non lo avrebbe mai fatto, forse  Robert De Niro si!».

Per molti anni ha  codiretto le sue pellicole con suo fratello Chris, cosa è cambiato nel suo modo di lavorare da quando vi siete «separati»? 

«Nulla è cambiato… Cerco sempre una relazione intima con i miei attori. Diventiamo inseparabili e questo spesso significa che devo tenere la bocca chiusa».

(l’Unità, 23 ottobre 2015)

Annunci