Tag

,

L’immagine più forte del nuovo film di Pablo Larraín, El club (Orso d’argento-Gran Premio della Giuria a Berlino, candidato cileno all’Oscar, in uscita in Italia il 20 novembre con Bolero e proiettato ieri alla Festa del Cinema di Roma la in chiusura della retrospettiva sul cineasta), è la scena straziante in cui il personaggio di Sandokan (Roberto Farías) descrive, dettaglio dopo dettaglio, in una cantilena che suona come una preghiera, le violenze subite da un prete quando era bambino, con un linguaggio durissimo che ci parla di penetrazione, eiaculazione, prepuzio. «Ho incontrato tante vittime di abusi nella mia vita – ci racconta il regista – Sono persone che perdono il pudore e ti descrivono in modo ripetitivo, quasi graficamente, quello che è accaduto, come se fosse un mantra». Il film è una pellicola potente, che ti stordisce quasi per l’impatto emotivo che può provocare, eppure lo fa delicatamente considerando il tema di cui si parla. Larraín (autore, fra l’altro, di una trilogia sulla dittatura cilena e presto di un film dedicato a Pablo Neruda, attualmente in fase di montaggio) immagina una casa in riva al mare in cui vivono quattro sacerdoti e una suora che devono espiare i loro peccati del passato. La loro fragile stabilità fatta di routine un giorno viene interrotta dall’arrivo di un quinto uomo dal passato oscuro. Il suo suicidio porta in quella casa padre García (Marcelo Alonso), che inizia a fare tante domande.

Pablo, ancora una volta ha scelto di girato un film “politico”, perché?

«Io credo che tutto il cinema sia politico, non mi interessa trasmettere messaggi, sarebbe come insultare l’intelligenza degli spettatori. I miei personaggi sono inseriti in contesti politici, ma non ne sono consapevoli. Quando un film arriva come un pugno nello stomaco allora è davvero politico. In questo caso, in particolare, il film è un esercizio sulla non-remissione. Durante la confessione i fedeli raccontano i loro peccati al prete e poi vengono perdonati. Per quanto riguarda i sacerdoti, invece, non ce n’è uno che abbia confessato e quindi ammesso il proprio peccato. O almeno io non ne conosco. Non c’è quindi riconoscimento della colpa. Inoltre, davanti ad un abuso ci si aspetta che la questione venga discussa in Tribunale, non solo davanti a Dio. Io credo che la confessione sia una grande vigliaccheria».

Come si è documentato?

«Ho incontrato molti sacerdoti, che hanno chiesto l’anonimato. Ho parlato con tante vittime di abusi. E ho frequentato biblioteche, fatto delle ricerche in Internet. Poi ho messo insieme tutte queste cose con l’arbitrarietà della finzione».

Lei è cattolico?

«No, oggi no. Forse domani».

Che tipo di preti ha conosciuto nella sua vita? 

«Ho conosciuto dei buoni sacerdoti, rispettabili, e preti che sono stati in carcere. Ho saputo di preti spariti chissà in quali luoghi e la cosa mi è sembrata inquietante. Di questo tipo di preti mi interessava approfondire in particolare la loro intimità. Credo sia una storia universale. Nel film la casa si trova in Cile, ma potrebbe essere tranquillamente anche in Italia, in Sicilia per esempio».

Padre García è un gesuita come Papa Francesco: è la Nuova Chiesa che avanza?

«Sicuramente Padre García ha la stessa maniera di pensare di Papa Francesco. C’è un conflitto in atto fra la Vecchia Chiesa e quella Nuova, e questo aspetto è evidente anche nel film. García vorrebbe una nuova Chiesa, pulita, umile ed è quello che sta cercando di fare anche Papa Bergoglio, in aperto conflitto con la Vecchia, quella degli anelli e gioielli, delle decisioni dietro le porte chiuse. Quello che hanno in comune è la paura della stampa, che temono più dell’Inferno perché hanno bisogno di essere ben rappresentati, attraverso facebook per esempio o internet. La Chiesa si comporta con i fedeli come un’azienda con i propri clienti»».

Alla fine però si cade sempre negli stessi errori…

«Non saprei, questa è un cosa che giudica chi vede il film. A me interessa l’aspetto umano delle persone. Un sacerdote equivoco è pericoloso perché manipola il messaggio di Cristo, predica bontà  ma non sa reprimere il desiderio».

Come padre Vidal, interpretato da un attore a lei molto caro, Alfredo Castro…

«Alfredo Castro è l’unico personaggio che parla di celibato, di desiderio che non sa reprimere. Lui si definisce il “re repressore”, ma poi ad un certo punto il corpo esplode».

Cosa dovrebbe fare la Chiesa per essere  davvero rivoluzionaria?

«Per essere davvero rivoluzionaria dovrebbe rispettare le donne, eliminare il celibato, rispettare l’orientamento sessuale, compresa l’omosessualità, comprendere il desiderio, perdonare. Ma siamo ancora  molto lontani».

(l’Unità, 25 ottobre 2015)

Annunci