César Brie è un regista argentino dalla vita incredibile (ha tentato di rivoluzionare il sistema politico e teatrale, ha recitato per i contadini e combattuto per i diritti dei campesinos). All’età di 18 anni ha scelto di restare a vivere in Italia, dopo essere stato costretto all’esilio dalla dittatura militare. Questo ci ha permesso, soprattutto negli ultimi anni, di seguire più facilmente i suoi lavori (in realtà non si è mai fermato, fra i due periodi italiani, quello degli anni Settanta e quello attuale, ha vissuto in Danimarca e in America Latina). È un artista visionario César, con una grande capacità: saper trasformare (quasi sempre) il teatro in poesia. Che significa riuscire a commuovere, con storie lineari o più complesse, ricorrendo a volte a soluzioni sceniche semplicissime eppure ingegnose.

Bastano pochi elementi, ma giusti, per farsi ascoltare. Ce lo ha insegnato in Viva l’Italia! Le morti di Fausto e Iaio, per esempio, e ce lo ricorda ora, in questo Orfeo ed Euridice, scritto e diretto per il Teatro presente /Eco di Fondo, andato in scena al Teatro dell’Orologio di Roma dopo aver debuttato a Milano (al Campo Teatrale e poi all’Elfo Puccini) .

Una scena scarna – fatta di lenzuola bianche sdradiate a terra a forma di X forse a simulare una corsia di ospedale o la strada verso il cielo – accoglie due giovani attori, Giacomo Ferraù e Giulia Viana, che tentano in tutti i modi di parlarci di una sola cosa: l’amore. Perché è questo, in fondo, il grande tema attorno a quale ruota lo spettacolo: lasciare andare significa uccidere? O è proprio nella perdita che l’amore si consolida?

Ce lo chiede Cèsar nel momento in cui decide di rileggere il mito di Orfeo e di Euridice come metafora dell’eutanasia. Come Orfeo tenta, attraverso la forza del canto, di strappare la propria sposa Euridice dal regno dei morti, così Giacomo cerca di salvare come può la sua Giulia, in stato vegetativo inconscio  dopo un incidente stradale che la costringe a sopravvivere in un mondo dove non è più né viva e né morta. Orfeo/Giacomo vuole voltarsi per staccare la spina perché è innamorato e perché così facendo potrà perdere la sua Euridce/Giulia nell’amore puro e infinito.

Nello spettacolo c’è il loro passato naturalmente – l’incontro, l’innamoramento, il matrimonio – e c’è il presente, fatto di infermieri, cure, accanimenti terapeutici e del tempo che passa… «Lasciami andare», implora lei. Ma cosa significa davvero lasciarla andare?

Di eutanasia, tra l’altro, si è parlato in teatro proprio di recente con lo spettacolo della compagnia quotidiana.com, Io muoio e tu mangi, e prima ancora con Sospesi tra cielo e terra di Stefania Mulè, ispirato alle storie di Luana Englaro a Piero Welby. Ma probabilmente il pubblico ricorderà meglio il film di Marco Bellocchio, Bella addormenta o Miele di Valeria Golino. Il tema è purtroppo ancora attuale, non essendoci ancora in Italia una legge sul testamento biologico. Ma lo spettacolo, per quanto sia chiaro il punto di vista, non dà risposte. Semplicemente fa quello che un artista dovrebbe sempre fare: aprire le menti. E se riesce farlo in modo poetico, ecco che lo il gioco è fatto. In questo caso riesce perfino a strapparci un sorriso. Ci mette lo zampino il Caronte siciliano del versatile Giacomo Ferraù.

(l’Unità, 23 novembre 2015)

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