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Il passato da camorrista, tre omicidi, e la condanna all’ergastolo «ostativo», quello più duro, che non prevede libertà fino alla morte, pesano come un grosso macigno sulle spalle di Cosimo Rega, oggi attore e scrittore. «Ci penso tutti i giorni, il senso di colpa è qualcosa che ti porti dentro. Ma in questi 37 anni di carcere ho capito che il male non si può combattere, si può invece coltivare il bene. Ed è quello che sto cercando di fare, attraverso la cultura e il teatro». Cosimo oggi ha 63 anni e lavora in portineria all’Università di Roma Tre. «La mia sveglia suona alle 5.30. Devo essere qui alle 7 quando sono di turno la mattina. Finisco alle 12.50. Poi pranzo, prendo l’autobus e alle 16 rientro in cella. Il sabato e la domenica, invece, resto in carcere. Lavorare è un beneficio che mi è stato concesso dal direttore dell’Istituto penitenziario di Rebibbia tre anni fa (articolo 21)». Mentre chiacchieriamo, lì all’Università, qualcuno passa, si ferma a salutare. Arrivano anche due studenti-attori del Dams, Alfonso Carfora e Clara Morlino, che da stasera e fino a giovedì saranno in scena con Cosimo Rega, Mariateresa Pascale e gli altri studenti universitari al Teatro Vascello di Roma per l’allestimento dello spettacolo NoveEtrentatrè (regia di Tiziana Sensi), ispirato al romanzo di Rega, Sumino ‘o Falco. Autobiografia di un ergastolano, pubblicato dalla casa editrice Robin.

«Sono loro, questi ragazzi, a rendermi felice, più che il film dei Taviani…». Eh già, perché Cosimo, probabilmente, lo avete visto sul grande schermo nei panni di Cassio in Cesare deve morire, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2012. «Per me, naturalmente, fare quel film è stata un’esperienza interessantissima, arrivata alla fine di un percorso iniziato anni prima. La cosa più bella è stata vedere  gli agenti, i detenuti, i tecnici… che stavano lì tutti insieme. Certo non avrei mai immaginato che il film avrebbe avuto un tale successo. Ho saputo dell’Orso d’oro mentre ero a pranzo con la mia famiglia per festeggiare il Natale. Ho visto la luce negli occhi dei miei figli e ho capito di aver recuperato la dignità. Fino ad allora credo che loro sentissero l’umiliazione di essere figli di un ergastolano. Alla mia famiglia ho raccontato tutto di me dopo la sentenza dell’ergastolo, che prevede tra le altre cose l’isolamento, la cancellazione dall’anagrafe, la perdita della patria podestà… Ero diventato un numero. In quel caso l’affetto familiare è stato fondamentale».

Che poi Cosimo ha sempre cercato di tenere i familiari fuori da certe questioni. «Vengo da una famiglia umile, siamo 9 figli. Quando avevo 17 anni decisi di lasciare il mio paese d’origine (Angri, in provincia di Salerno, ndr) per cercare lavoro a Torino. L’ho trovato all’Abarth, ma in seguito ad un brutto incidente decisi di tornare nella mia città, rinunciando alle mie aspirazioni (mi piaceva suonare ed ero un portiere di calcio abbastanza bravo). Mi fidanzai con la donna che è ancora oggi mia moglie, una donna molto forte che non  mi ha ma abbandonato. Lei rimase incinta. Ne parlai con mio padre, ma  la reazione fu molto dura. Disse: “Esci, vattene di casa”. Senza soldi e senza aver studiato ero molto fragile, mi ritrovai al bar con tre persone che stavano organizzando dei furti d’auto a Roma. Da lì è iniziata la mia carriera camorristica, fino a diventare un assassino…».

Ma come si combatte la camorra? A questa domanda Cosimo risponde con un aneddoto: «Un giorno, in un carcere minorile, un ragazzino mi ha chiesto “Quante persone hai ammazzato?”. Io ho risposto: “Dovresti riformulare la domanda e chiedermi quante persone ho reso vedove o orfane. Lui mi ha guardato senza più un briciolo di ammirazione… “Ti ho deluso? – gli ho chiesto – Ora vivo con 7,50 euro al giorno”. Mi ha guardato come per dire “ma tu si’ scemo…”, e poi ha detto: “Io guadagno 1500 euro a settimana senza fare niente”. L’unica arma per battere la camorra è la prevenzione».

Ma il passato, purtroppo, non si può cancellare. E neppure il rimorso per aver creato vedove e orfani è qualcosa che se ne va. Resta lì, a ricordarti tutto il dolore provocato. «Mi verrebbe voglia di prendere quel ragazzo che ero e di scuoterlo, ma quel ragazzo non c’è più, ora c’è un uomo do 63 anni che vive con quel rimorso. Grazie all’arte vivo almeno con la consapevolezza di non avere più una vita banale. Sento il senso della responsabilità verso quelle persone che in carcere tentano di ritrovare una strada persa… soprattutto per quelli come me, che accanto al nome portano la scritta “fine pena mai”».

Ma allora, chiediamo a Cosimo, cos’è la libertà? «Io non credo esista la libertà, c’è la ricerca della libertà, questo rende liberi. Io me la gestisco sul palco». La sua prima esperienza teatrale, grazie all’educatore Antonio Turco, è stata con Bazar napoletano, andato in scena al Teatro Argentina negli anni Ottanta. «Nel 1994 – continua a raccontare – fui trasferito nel reparto di Alta sicurezza, una condanna durissima. Lì ebbi paura di affossarmi nel nulla. Feci per due mesi lo sciopero della fame. Io volevo vivere e non sopravvivere. Il nuovo direttore del carcere fu molto disponibile. Aprimmo un Circolo Arci e fondai, all’inizio degli anni Duemila, la prima compagnia teatrale di Rebibbia: Liberi Artisti Associati», che, fra i tanti lavori, ha portato in scena La tempesta di Shakespeare secondo Eduardo De Filippo, con la regia di Fabio Cavallo. «Quando arrivò la moglie di Eduardo, Isabella, e mi prese sotto braccio chiedendomi “ma come te lo immagino Prospero?”, fu un’emozione grandissima».

Shakespeare, d’altra parte, gli fa compagnia da  un po’ («di perdono e di senso di colpa Shakespeare ce ne parla da tempo…»). Un po’ come Re Claudio nell’Amleto, un po’ come Gennaro Jovine in Napoli milionaria di De Filippo, Cosimo ha impersonato tanti personaggi in una sola persona («quasi sempre ho fatto degli eroi, quando sono stato costretto ad interpretare un assassino, ho capito che forse era il momento di fare i conti con me stesso»). Ma il suo sogno, ora, è fare il nonno: «Ho tre nipoti e… so che è impensabile, ma voglio essere fiducioso e sperare di poter trascorrere il tempo che mi rimane da persona libera».

(l’Unità, 24 novembre 2015)

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