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È sempre così. Ogni volta che c’è uno spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella il teatro è colmo di gente. Bello vedere la sala piena, bello vedere con quanta energia questa coppia strampalata di artisti fuori da ogni schema o da ogni regola va avanti anno dopo anno per la sua strada, sempre e ovunque, mettendo in campo idee e provando a gettare in pasto al pubblico brandelli di realtà alla rinfusa per poi lasciare la gente lì, perplessa e terrorizzata nello stesso tempo, ma felice.

E visto che parliamo di pubblico, cominciamo da qui. Perché a giudicare dal nuovo spettacolo della coppia Rezza-Mastrealla – Anelante, in questi giorni in scena al Teatro Vascello – qualcosa sta cambiando. Sembra di aver visto solo ieri (e invece sono passati quasi trent’anni dal primo spettacolo) il terrore stampato sulle facce degli spettatori che speravano tremanti e imploravano tra sè e sè «no, ti prego, fa che non prenda me!» mentre assistevano ad uno dei tanti e assurdi lavori di Rezza. E lui non si faceva certo problemi a pescare a caso tra la gente e a gettarla sul palco, obbligandola alle peggiori torture. Ma già dal penultimo lavoro, Fratto X, il pubblico è rimasto seduto al suo posto. A fargli compagnia in scena c’era Ivan Bellavista, che ritroviamo anche in Anelante.

Stavolta, sono addirittura in cinque gli attori. Oltre a Rezza e a Bellavista, ci sono anche Manolo Muoio, Chiara A. Perrini, Enzo Di Norscia. Caspita… caspita, dopo tanti anni di solitudine sul palcoscenico, come mai questa scelta? Dunque, vediamo un po’. Rezza utilizza i corpi altri dal suo come un’estensione del proprio: braccia, gambe, teste, culi spuntano all’improvviso dall’habitat creato da Flavia Mastrella. È come se il suo corpo, ancora scattante come una molla, e il suo volto, capace di infinite sfumature di espressioni, e la sua particolarissima voce, non gli bastassero più. Ed ecco che ci troviamo di fronte ad un corpo di Rezza al quadrato (tanto per rimanere in tema di radici quadrate, di cui l’artista ci parla all’inizio dello spettacolo). Corpi o pezzi di corpi che parlano a modo loro di personaggi che si lasciano trasportare dagli eventi o di dialoghi impossibili.

Questione di numeri 

D’altra parte i numeri, a giudicare dagli ultimi lavori, sembrano appassionare parecchio l’artista di Nettuno. In questo caso ci mette dentro pure Pitagora, Copernico, Keplero. Ci sono anche i grandi della terra che si riuniscono per il G8,  ma che non riescono a raggiungere il numero legale; c’è pure il problema delle pensioni e quello del precariato, Dio e Freud… insomma i nostri giorni entrano nello spettacolo – come sempre del resto –  ma solo per raccontarci delle storie di ordinaria follia, che vengono presentate al pubblico come se stessimo ammirando un quadro vivente.

Nella parte finale, però, Rezza tira fuori dalla culla i suoi ricordi personali di bambino (alla sua maniera ovviamente… per esempio, dice, «se mi avessero chiesto “chi butteresti giù tra mamma e papà”? Io avrei detto mamma..»), ci racconta un po’ della sua famiglia e quando compare abbigliato come un marziano in compagnia dei suoi  performer è come se volesse confessarci che non ha più voglia di restare solo nel suo mondo extraterrestre. Forse chiede aiuto. O forse vuole solo dirci che è meglio ascoltare se stessi che altri. Ma almeno in compagnia ci si sente meno soli, e anche meno afoni.

(l’Unità, 4 gennaio 2016)

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