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Renzo Martinelli – regista, sceneggiatore, produttore cinematografico – è una di quelle rare persone che quando si appassionano ad un argomento scavano fino in fondo: incontri, interviste, documenti, ore e ore di letture… In poche parole Martinelli porta avanti una vera e propria inchiesta e poi, con tutto il materiale raccolto, realizza i suoi film. Lo ha fatto per il Vajont (Vajont – La diga del disonore, 2001), per il caso Moro (Piazza delle cinque lune, 2003) ed ora lo fa per il caso Ustica, al centro del suo nuovo film in uscita nelle sale il prossimo 31 marzo: si intitola Ustica, appunto, ed è una coproduzione italo-belga (distribuzione Independent Movies e Zenit Distribution).

In redazione Martinelli si presenta con una enorme carta geografica dell’Italia. Una di quelle che tutti noi abbiamo visto appese alla parete della nostra classe quando frequentavano le scuole elementari. La srotola sulla scrivania e comincia a indicare con il dito alcune rotte aeree, elementi  chiave della tragedia avvenuta il 27 giugno 1980, quando un DC-9 della compagnia Itavia, diretto da Bologna a Palermo, si squarciò in volo provocando 81 morti: Bologna, Grosseto, il punto Condor, la base aerea di Sigonella… «“Risolvete il mistero dell’aereo libico abbattuto e risolverete il caso Ustica”, diceva Spadolini, e aveva ragione».

Martinelli, cominciamo dall’inizio. Perché ha deciso di girare un film su Ustica?

«Non è mai il regista a scegliere il film, ma il film a scegliere il regista. O almeno per me è così. Accadde anche quando girai il film sul Vajont: ero a Erto per fare un sopralluogo in previsione di una storia partigiana e mi aggredì Mauro Corona bestemmiando come un pazzo. Mi regalò un libretto di Tina Merlin, giornalista de l’Unità, dedicato alla tragedia del Vajont. Da lì cominciò tutto. La stessa cosa è accaduta per Ustica. Avevo già scritto una sceneggiatura che ruotava tutta attorno all’affare maltese. Poi un giorno due ingeneri areonautici mi dicono: ammiriamo il suo lavoro, abbiamo raccolto dei documenti, perché non dà un’occhiata? Guardando quei documenti mi accorgo che le cose hanno un senso, vado a spulciare negli archivi dei giornali. A cinque giorni dalla tragedia Paese sera e l’Unità parlano di collisione in volo, poi più niente. Perché? Ho deciso così di buttare la mia vecchia sceneggiatura. E ne ho riscritta un’altra, frutto del lavoro di tre anni. Marc Bloch dice: il giudice e lo storico hanno un dovere in comune: l’onesta sottomissione alla verità».

Questa nuova sceneggiatura, come si legge nel trailer del film, racconta “una verità inconfessabile”. Qual è questa verità?

«È quella scritta nelle 5mila pagine della sentenza del  giudice Priore. Era già tutto lì. Io non ho fatto altre che mettere in ordine le carte e raccontare i fatti attraverso il film. La sera del 27 giugno 1980 il DC-9, diretto a Palermo, parte da Bologna con due ore di ritardo. Quel giorno, viaggia nascosto sotto la pancia dell’aereo civile, un caccia libico Mig 23 che andava a fare manutenzione nella ex Jugoslavia (in genere i caccia circolavano sotto la pancia degli aerei di linea maltesi, quindi il Mig23 era sotto l’aereo sbagliato). Non solo. Nei nostri cieli c’era un gran traffico, un vero e proprio scenario di guerra. Il Mig 23 aveva un appuntamento con un aereo maltese proveniente da londra che era  in ritardo come il DC-9. Ma all’altezza di Grosseto un radar di avvistamento molto potente lo identifica: c’è un “intruso” sotto la pancia del DC-9. Da Grosseto mandano così due piloti italiani a vedere cosa succede. L’“intruso” viene identificato come caccia libico e scatta l’allarme Nato. Ai due italiani viene ordinato di rientrare, mentre l’America manda due F5E Aggressor con l’ordine di “abbattere il nemico senza preavviso”. A quel punto il DC-9 inizia la sua discesa verso Palermo. Il Mig 23 capisce che sta atterrando e si allontana “facendo un salto da canguro”. Questo è il momento in cui i due americani lo attaccano. Il libico si rende conto che solo la vicinanza all’aereo civile può salvarlo e si riporta verso il DC-9 per posizionarsi sotto la pancia. Ma uno dei due F5E Aggressor impegnato a prendere la mira contro il libico non vede il DC-9 e a quel punto c’è la collisione. L’aereo libico, invece, punta verso Crotone ma verrà abbattuto da due F14 decollati dalla base americana di Sigonella».

In quegli anni siamo in piena guerra fredda: l’America è vicina al conflitto con la Libia, ma l’Italia ha più di un buon motivo per mantenere buoni rapporti con Ghedaffi. Se le cose stanno come ci ha raccontato a nessuno, Italia per prima, interessava svelare la verità su Ustica… 

«Come disse Andreotti: “l’Italia ha una sposa americana e un’amante libica”. Troppi interessi in ballo. Comunque l’errore è stato far rientrare alla base i due piloti italiani. Se avessimo seguito noi tutta la faccenda la tragedia non sarebbe accaduta, anche perché il libico era disarmato».

La sua ricostruzione mette fuori gioco tutte e tre le altre ipotesi circolate in questi anni: cedimento strutturale, bomba a bordo, missile francese.

«Certo. Il cedimento strutturale è la prima ipotesi che viene avanzata ma anche la prima ad essere accantonata. L’ipotesi della bomba messa nella toilette è facilmente smentita dal fatto che la passeggera seduta proprio davanti alla toilette non ha la schiena ustionata come invece avrebbe dovuto avere. L’ipotesi del missile francese, rispuntata fuori anche di recente, non regge perché se davvero un missile fosse stato lanciato, oltre a lasciare la firma per via delle sfere d’acciaio, avrebbe colpito uno dei due reattori del DC-9 che invece sono stati ripescati intatti. Inoltre un piccolo missile non avrebbe avuto la forza di colpire un aereo civile».

Altri artisti si sono occupati di Ustica, da Marco Paolini a teatro e Marco Risi al cinema. Cosa ne pensa?

«Lavori interessanti, ma non avevano i documenti che ho avuto io a disposizione».

Perché il giudice Priore non è riuscito a dimostrare la sua tesi?

«Gli hanno sbarrato la strada, impedendogli di andare avanti: prove che sono state fatte sparire sotto il suo naso. “Non sa la solitudine e le pressioni con cui ho lavorato”, mi ha detto».

Parliamo del film: la storia è pura invenzione. Ce la racconta?

«Prende spunto da una storia vera, quella di un padre che ha messo sua figlia sul volo sbagliato ed è impazzito dal dolore. Nel film è una madre (interpretata da Caterina Murino) che di mestiere fa la una giornalista. Scopre che suo marito è un ‘ndranghetista e per non fargli incontrare sua figlia la mette sul volo sbagliato. Una giovane pilota trova un carta aeronautica nel punto in cui viene abbattuto il Mig 23, decide di nasconderla e di andare a parlare con quella madre, nonostante il marito parlamentare le avesse consigliato di stare alla larga da Ustica. Quando, il giorno dopo, la giovane pilota verrà trovata morta la giornalista decide di ricominciare a fare quello che sa fare meglio: le inchieste. Il resto non lo raccontiamo, così venite al cinema».

Ha ancora senso fare cinema di inchiesta? 

«Il cinema ha un potere maieutico che altre arti non hanno. Ha il potere di evocare la verità e di comunicarla. Poi sta ai pm continuare il lavoro».

Cosa si aspetta da questo film?

«Credo che solleverà un gran polverone, come fu per il film su Moro per esempio. Ma poi tutto tornerà come prima».

(l’Unità, 2 marzo 2016)

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