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Partiamo da una premessa: ci sono spettacoli – e per fortuna – che sono come delle micce accese, fiamme pronte ad esplodere in una sana discussione, riflessione, confronto o chiamatela come volete. Sta di fatto che non possono esaurirsi sulla scena  ma devono in qualche modo continuare a vivere anche fuori, a sipario chiuso. Queste poche righe che stiamo scrivendo possono essere certamente un modo per proseguire la discussione. Ma ci sarebbe troppo da dire e allora proviamo a raccontarvi almeno l’essenziale del nuovo spettacolo di Fabrizio Arcuri, regista che ormai si è guadagnato il suo meritato spazio grazie soprattutto a certe intuizioni che in un modo o nell’altro ci inducono a riflettere su di noi (e ultimamente soprattutto sull’Europa, come Sweet Home Europa): dove siamo, chi siamo, in quale società viviamo…

E qui c’è già il nodo centrale del suo Candide di Marc Revenhill ispirato a Voltaire e in questi giorni in scena al Teatro Argentina di Roma: al centro di tutto c’è la nostra capacità critica, c’è da una parte un Occidente malato di “ottimismo” e dall’altro un pensiero che tenta di sfuggire all’ideologia dominante. Certo, c’è la filosofia di Leibniz da smontare, che Voltaire affrontò partendo dal terremoto di Lisbona del 1775 come risposta a chi pensava che il terremoto fosse parte di un piano divino per il bene dell’umanità. Revenhill la trasporta, invece, nel 2013, dandosi come obiettivo da colpire la crisi politica e culturale di oggi. Arcuri, infine,  ci presenta Cunegonda (oggetto de desiderio di Candide) come una vecchia Europa di 400 anni in cerca di un ultimo disperato bacio da parte di Candide, “pensiero positivo”.

Tre passaggi. Tre interpretazioni. Tante epoche, dal Settecento ai nostri giorni. Tanti generi, dalla farsa al musical. Una gran confusione? No, in realtà lo spettacolo è molto chiaro (forse non incisivo allo stesso modo in tutti i passaggi, ma diretto). Cerchiamo di spiegarci ancora meglio.

Qui abbiamo cinque quadri (e due storie parallele che poi si incontrano nel futuro). Nel primo capitolo siamo nel Settecento, Candide (filippo Nigro) è alla ricerca della sua amata Cunegonda (Federica Zacchia). Lo accoglie una contessa (Francesca Mazza) che per convicerlo a restare lo mette di fronte alla sua vita in forma di recita. Candide capisce che non è lì che deve stare. Col secondo capitolo piombiamo nel tempo presente: è il compleanno di Sophie, 18 anni, che  non comprende tante, troppe cose del mondo e allora fa un strage, uccide tutti. L’unica a salvarsi è la madre, che nel terzo capitolo scrive e racconta la propria storia in previsione di un film. Nel quarto atto ritroviamo Candide settecentesco che nel frattempo è arrivato a Eldorado, un luogo dove tutto appare bello e tranquillo, ma  in cui Candide sembra sentirsi come un pesce fuor d’acqua e dunque vola via su una pecora trainata da palloncini colorati. Lo ritroveremo ancora nel quinto e ultimo capitolo, in un futuro abitato da un Pangloss sopravvissuto al tempo e che continua morbosamente a credere alla sua idea di bene e da una vecchissima Cunegonda avvolta da una bandiera europea che chiede disperatamente di essere baciata.

Tra citazioni colte (tanto Shakespeare) e un linguaggio che cambia continuamente registro (cucito dalla musica dal vivo di H.E.R.) la domanda resta una sola: cosa ci aspetta davvero nel futuro? È come un grande lago in cui si rispecchiano le nostre immagini questo spettacolo, immagini deformate che ci guardano però dritto dritto negli occhi obbligandoci quasi ad una resa dei conti con noi stessi. Buono anche l’affiatamento fra gli attori. Senza dubbio da vedere.

(l’Unità, 7 marzo 2016)

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