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Non amo scrivere di attori, scrittori, artisti o colleghi che se ne vanno. Se posso evito sempre di farlo, soprattutto quando si tratta di persone che conoscevo molto bene. Non ce la faccio. Ma dal momento in cui ho saputo della morte di Rita Sala, per oltre trent’anni colonna portante del Messaggero, durante tutto il giorno non sono più riuscita a pensare ad altro e i ricordi si sono mescolati all’incredulità e alla rabbia.

Rita era una persona speciale, coltissima e passionale, generosa e altruista, spesso imprevedibile. L’ho capito subito quel giorno in cui ci siamo conosciute all’ultimo piano della sede del Messaggero in via del Tritone, dove arrivavo per fare uno stage nel servizio Cultura, spedita – su mia richiesta – dalla Scuola Superiore di Giornalismo di Bologna, una città che in qualche modo ci accomunava, come pure l’amore per il teatro. “Piacere Rita Sala”, mi disse, e le bastò vedere il mio volto illuminarsi dalla gioia per gioire lei stessa e accogliermi sotto la sua “ala protettiva”. Seduta di fronte a lei l’ho vista parlare con la stessa disinvoltura in spagnolo, greco, inglese, rintracciare in pochi minuti grandi scrittori o attori, scrivere dei calciatori della Roma come se fossero eroi dell’antica Grecia… e fuori dal giornale l’ho vista dettare al telefono le sue recensioni teatrali subito dopo una prima, ascoltare per ore la musica lirica, fare interviste in ville private, musei o teatri con la stessa competenza. Mi portava sempre con lei Rita. Amava insegnare il suo mestiere e lo faceva senza ostentare la sua immensa cultura ma semplicemente perché le piaceva condividere il suo sapere e metterlo a disposizione degli altri. Io mi sentivo una spugna e cercavo di assorbire tutto quello che potevo.

Quando sono stata assunta all’Unità abbiamo brindato, col tempo abbiamo continuato a frequentarci,  e quando, anni dopo, mi diedero l’incarico di vicecaposervizio alla Cultura lei mi disse: “Non smettere mai di scrivere, anche se sei al desk devi scrivere. Non importa se questo significherà lavorare il doppio, non rinunciare mai alla scrittura…”.

Non sai quante volte ho ripensato a quelle parole cara Rita, tu che eri capace, dopo aver scritto le tue meravigliose 150 righe, di impaginare il pezzo, titolarlo in dieci modi differenti, stampare tutte e dieci le pagine e poi venire da me dicendo: “quale funziona di più secondo te?”. Rita era proprio così, esagerata.

Un giorno però ti ho aspettata e tu non sei arrivata. Era il  giorno più importante della mia vita e volevo le mie amiche accanto. Non mi hai mai detto il perché ed io non te l’ho chiesto. Tutte e due orgogliose e cocciute, ci siamo perse ed ora è troppo tardi. Forse queste poche righe le ho scritte solo per dirti che per me eri un’amica preziosa e che ti volevo bene.

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