Tag

, , , ,

È un ragazzone alto più di un metro e 90 Tim Robbins. Bello e disinvolto, da giorni se ne va in giro per Spoleto in shorts e canotta. Con lui una schiera di musicisti, attori, e tante tante valigie. Lì dentro c’è tutto il loro mondo, fatto di musica, arte, passione, condiviso in parte con il pubblico di Spoleto, dove ancora fino a domani è in corso la 59esima edizione del Festival dei 2 mondi. La star di quest’anno è proprio lui, Tim Robbins, stella del cinema (premio Oscar per l’interpretazione nel film di Clint Eastwood Mystic River e regista e autore, tra l’altro, di Dead Man Walking – Condannato a morte) con un grande amore per la musica e il teatro, che a Spoleto si traducono in tre eventi: un concerto con la sua band, uno spettacolo tratto da 1984 di George Orwell e Harlequino: on the freedom, da lui scritto e diretto, in scena ancora oggi (ore 15) e domani (ore 11) al Teatro San Nicolò.
«È la mia seconda volta a Spoleto e la terza in Italia – ci racconta l’attore americano – . È un onore per me tornare quest’anno con due spettacoli teatrali e un concerto. Quando progetto uno spettacolo, lo faccio pensando a una struttura leggera che possa viaggiare. I nostri lavori viaggiano in valigie assieme alla compagnia, è una sfida a ridurre all’osso, i costumi, l’attrezzeria. Per il resto ci adattiamo a quello che troviamo su piazza. Qui a Spoleto ci troviamo benissimo, l’accoglienza della gente, la bellezza del luogo, tutti noi ci sentiamo a nostro agio. Prima di arrivare qui quest’anno siamo stati a un festival a Sibiu in Romania, lo scorso anno a Lione e in Spagna; il teatro di Actors’ Gang è legato alla tradizione europea. Per sviluppare la mia idea di teatro è stato fondamentale l’incontro con il Theatre du Soleil e Arianne Mnouchkine e uno dei suoi attori, Georges Bigot, che ha collaborato a lungo con noi».
Parliamo di musica. Il concerto di Tim Robbins & Friends è stato uno dei primi eventi del Festival: l’abbiamo vista cantare e suonare con la chitarra brani suoi, per noi è stata una gran bella sorpresa vederla in queste nuova veste… quando ha iniziato ad amare la musica?
«Mio padre era un musicista e un attore. La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Mia madre era una cantante, mio fratello David è un musicista (sue sono le musiche di Harlequino) e mio figlio Miles ha una sua band. Entrambi hanno suonato con me a Spoleto qualche giorno fa. Ho iniziato a suonare molto presto e non ho mai smesso, ma la mia carriera ha preso altre strade. Sono tornato a dedicarmici con più costanza negli ultimi anni, e qualche anno fa con il produttore musicale Hal Wilner abbiamo realizzato un disco delle mie canzoni eseguite dai Rogues con cui appena possibile non perdiamo occasione per esibirci dal vivo».
Considerando le sue grandi passioni (il cinema, il teatro, la musica), cerco di immaginare com’era da ragazzino… Che infanzia ha avuto?
«Sono cresciuto nel Village degli anni’60/’70. New York era una città molto diversa da quella di adesso e nel mio quartiere c’erano bande di giovani e un’alta criminalità. Credo che sia stata la fascinazione del teatro a salvarmi da prendere una cattiva strada. Le mie sorelle lavoravano a uno spettacolo tratto dal Piccolo Principe. Avevo 14 anni e non avevo mai fatto teatro. È stata una rivelazione».
Quindi il teatro è entrato nella sua vita molti anni fa e ancora oggi continua ad avere un ruolo molto importante. Con la sua compagnia, The Actor’s Gang, nata nel 1984, che tipo di lavoro porta avanti?
«Il primo spettacolo della compagnia è del 1982, il nucleo originale era formato da studenti della UCLA, appassionati di musica punk e rock e il teatro ci interessava per la sua matrice sociale. Così cominciammo a rivolgerci al teatro europeo, ai classici, Cechov, Ibsen, Shakespeare, Brecht… Come modelli avevamo Peter Brook, Grotowski, Arianne Mnouchkine, ma subivamo anche l’influenza dei Sex Pistols e dei Clash, e volevamo portare quella stessa energia nei nostri spettacoli, sul palcoscenico dell’università. Il nostro primo spettacolo è stato Ubu Roi, e l’accoglienza che ha avuto ci ha incoraggiato a continuare».
Qui a Spoleto abbiamo visto “1984”, una saga del potere rivisitata che tira in ballo la guerra in Iraq e il Grande Fratello, e proprio in questi giorni “Harlequino: on the freedom”, rivisitazione della Commedia dell’arte. Da dove nasce il suo interesse per questa forma artistica nata all’inizio del Cinquecento?
«La mia fascinazione per la Commedia dell’Arte ha radici lontane. Negli anni ’80 ho seguito un workshop di Georges Bigot del Theatre du Soleil sulla maschera. E abbiamo portato quegli insegnamenti nei nostri spettacoli e li abbiamo usati anche nel lavoro che svolgiamo nelle carceri. I detenuti sono incentivati ad esprimersi attraverso l’uso delle maschere, a impersonare Arlecchino, Pantalone, il capitano o gli amanti. Ma fino all’anno scorso non avevamo mai messo in scena uno spettacolo con i personaggi della Commedia dell’Arte. Sei o sette anni fa ha debuttato uno spettacolo dal titolo Break the whip e parte del processo creativo di quello spettacolo consisteva nel selezionare i caratteri della Commedia dell’Arte italiana, metterli in un vascello che attraversava l’Atlantico e raggiungeva l’America all’inizio del XVII secolo, ovvero all’epoca dei primi insediamenti, con la fondazione di Jamestown, segnata da eventi cruenti, addirittura episodi di cannibalismo. Dall’esperienza di quello spettacolo mi è rimasta la voglia di approfondire la conoscenza della Commedia dell’Arte. Mi sono concentrato sui primi ottanta anni della Commedia dell’Arte, di cui non esiste nulla di scritto, non ci sono testi, né canovacci ma sono solo stati ritrovati dei contratti per gli attori. E questo certamente conferma che molta parte consisteva nell’improvvisazione. Ma ero curioso di capire di cosa parlassero: quali potevano essere gli argomenti trattati nelle rappresentazioni all’epoca? Nel 1530, di che cosa si parlava nelle strade? Cosa attirava l’attenzione del pubblico? Le mie ricerche mi hanno portato a scoprire che c’era un fenomeno nuovo che era iniziato alla fine del XV secolo, la tratta degli schiavi dall’Africa. Nel 1530 quando la Commedia dell’Arte fa la sua comparsa ci sono già centomila schiavi africani in Europa. Ma chi erano e chi li possedeva? Così ho cominciato a scrivere di una compagnia di attori della Commedia dell’Arte che irrompe durante una conferenza e c’è il confronto tra gli accademici da una parte e questi giovani attori che ne mettono in questione l’origine. Non so dove stia la verità, ma so come gli artisti e gli attori lavorano, e che essere un attore in diverse epoche voleva dire esporsi a grandi rischi, fino a metter a repentaglio la propria vita, per raccontare le storie che si aveva l’urgenza di raccontare, ma non sempre ben accette ai governanti. Se non abbiamo traccia scritta dei primi ottantott’anni perché gli scritti sono andati distrutti o bruciati dalla censura, si è trovato il resoconto di un processo di un duca che volle mettere a morte tre attori per il contenuto del loro spettacolo. Sono molto curioso di sperimentare la risposta del pubblico italiano… Ne ho discusso con Dario Fo e mi ha incoraggiato».
Si sente più artista facendo cinema o teatro?
«Ritorno sempre al teatro come a una sorgente di energia. È una forma di sopravvivenza, di antidoto a Hollywood, è il mio modo di restare con i piedi per terra. Il successo a Hollywood ti costringe a una forma di superficialità che a lungo andare può essere molto rischiosa per il proprio equilibrio non solo come artista ma come persona. Ci si trova a dover scendere a compromessi, anche artistici, soprattutto negli ultimi tempi. Il teatro mi consente di tornare alla fonte della mia creatività, di essere autonomo e di creare ciò che sento la necessità di creare».
Che progetti ha per il futuro?
«Sto lavorando con la compagnia a un nuovo spettacolo intitolato Refugees. L’America è nata grazie ai rifugiati, all’immigrazione, noi siamo tutti rifugiati. Trovo che l’Italia stia dimostrandosi capace di rispondere con umanità all’arrivo di tanti rifugiati sulle coste dal Mediterraneo».

(l’Unità, 9 luglio 2016)

Annunci