Tag

, , ,

Il silenzio prima di tutto. Quel silenzio che però non è muto, ma parla attraverso il linguaggio della natura: il suono dei gabbiani, il rumore del mare con le sue onde che si infrangono sulla piccola spiaggia di Torregaveta mentre il cielo, buio, inizia poco alla volta a cambiare colore. Sempre più chiaro fino all’alba di un nuovo giorno. Ma non solo. Perché nel momento in cui la luce rischiara i volti degli spettatori assonnati ma curiosi, ecco che un’altra pennellata di colore, guidata da una mano furiosa e folle, disperata e disordinata, impetuosa e potente, squarcia all’improvviso quel quadro paesaggistico carico di storie e di memoria.
È il teatro di Mimmo Borrelli (nato nel 1979 da un padre operaio con la passione per la pesca e da una madre casalinga con l’amore per il canto), che con quegli spazi dialoga raccontando storie reali e personaggi di fantasia, in una lingua altra eppure universale, come i temi che il suo viaggio itinerante sviscera: il dolore e la vedetta, la vita e la morte. Tutto questo e molto di più incontriamo in Memorie e versi dei Campi Flegrei che ha illuminato questi primi giorni di Efestoval. Festival dei Vulcani (12-30 settembre), da lui diretto con tanta passione per il secondo anno, affiancato da una squadra di giovani con i quali sta tentando di creare una comunità, proprio lì a Bacoli, a due passi da Bagnoli, dove non c’è un teatro né un cinema. Una comunità da costruire e che condivide emozioni ed esperienze. A cominciare dalla “paramentata”, che prende spunto da un’antica tradizione del Sud, abituato a chiudere i lavori “casalinghi” (dalle conserve di pomodoro all’uccisione del maiale) con una tavolata finale. «Facciamo anche noi una cosa simile – ci racconta Mimmo – . La sera prima del debutto, dopo aver montato ogni cosa, ceniamo tutti insieme aprendo la nostra tavola a chiunque voglia partecipare. E magari racconto anche qualche storia». Mimmo Borrelli, oltre ad avere una scrittura vulcanica (un talento vero), è un uomo di teatro che ama toccare con mano gli argomenti di cui vuole parlare e per questo se ne va in giro ad intervistare le persone, a raccogliere testimonianze. Così nascono molti dei suoi lavori.
Memorie e versi dei Campi Flegrei, per esempio, nasce da un laboratorio su due suoi testi scritti qualche anno fa: A Sciaveca (è il suo secondo lavoro, vincitore del Premio Tondelli, arrivato due anni dopo il Premio Riccione per ‘Nzularchia, scritto a soli 26 anni) e Sepsa sono entrambi ambientati e ispirati a Torregaveta. È un capotreno a irrompere per primo sul molo, dove le grida di dolore si mescolano alla rabbia per l’indifferenza di fronte alla morte di due zingarelle rumene, Cristina e Violetta, annegate in mare, proprio lì, dove il pubblico ascolta le loro storie, a due passi dalla linea ferroviaria Cumana, la stessa, che dall’altro versante, alla stazione di Montesanto, ha visto morire un altro rumeno, un musicista ambulante, Petru Birladeanu, ucciso in un agguato di camorra.
Torregaveta e Montesanto, dunque, sono storie terribilmente vere, sbattute in faccia al pubblico con una tale forza che sembra quasi di sentirlo, il dolore, per quello schiaffo ricevuto. Fa male, abbatte, distrugge proprio come i vulcani, ma, forse, può anche far rinascere.
A questa riflessione ci conduce anche la seconda parte dello spettacolo, dal testo la A Sciaveca, una tragedia in versi dove la storia di tre fratelli (Tonino u’ barbbone, Peppe Scummetiello e Cinqueseccie, fratellastro mai legittimato che si vendicherà della sua condizione) diventa lo spunto per affrontare i grandi temi della vita, affondando le radici nel mito antico e nella Bibbia, e nella storia del territorio campano. Intanto i dialoghi diventano piccoli grandi momenti di poesia, anche quando le parole sono feroci, e certi personaggi – come Pacchione, il pescatore di frodo, realmente esistente, che ha perso le sue mani a causa di una bomba artigianale utilizzata per pescare – sono ormai delle figure indelebili che restano scolpite nell’immaginario di chi ha avuto il privilegio di condividere questa esperienza unica.
Semplicemente straordinari i giovani attori in scena: Riccardo Ciccarelli, Veronica d’Elia, Renato de Simone, Paolo Fabozzo, Enzo Gaito, Lucienne Perreca.
«Per me fare teatro è una terapia – racconta Borrelli – , è stato la mia salvezza e se ha salvato me spero possa salvare anche la mia piccola comunità». Così scrive, scrive, scrive, sui cavatori di tufo, per esempio, e su molto altro ancora in attesa di vedere i suoi prossimi spettacoli prodotti dal Teatro Mercadante di Napoli e dal Piccolo di Milano, dove ha debuttato pochi mesi fa con Roberto Saviano in Sanghenapule.
Nel frattempo l’Efestoval va avanti, ospitando tanti artisti, da Roberto Latini a Saverio La Ruina, e proseguendo i suoi viaggi nei luoghi che raccontano la nostra storia recente (www.efestoval.it).

Annunci