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Si apre il sipario ed eccolo lì. Il primo impatto, l’impronta visiva dello spettacolo si mostra davanti ai nostri occhi come fosse un grande quadro dipinto da un pittore che colora e mette in scena i mondi che popolano il suo immaginario. Sono circa 200 gli spettacoli firmati nella sua vita (1921-1947) da Giorgio Strehler, il Regista scritto proprio con la R maiuscola e fondatore nel 1947 con Paolo Grassi del Piccolo Teatro di Milano. In mezzo secolo Strehler ha totalmente svecchiato il teatro, rifondandolo. Ogni spettacolo per lui era come una grande sfida. Tutto era possibile sul palcoscenico. E per realizzare le sue idee non trascurava lo spazio scenico, né l’illuminazione. Per farlo si è sempre circondato di “grandi”, per esempio di scenografi come Gianni Ratto, Luciano Damiani o Ezio Frigerio, viaggiatore colto e curioso, al quale è dedicato questo libro pieno di ricordi, bellissimo e tutto da sfogliare, pubblicato da Skira: Ezio Frigerio. Cinquant’anni di teatro con Giorgio Strehler, un racconto per immagini che ripercorre un pezzo importantissimo della nostra storia del teatro.
Le idee prendono forma attraverso lo spazio, le quinte, i colori, le luci e per chi ha avuto la fortuna di assistere dal vivo a spettacoli come I giganti della montagna o Re Lear, Le nozze di Figaro o La trilogia della villeggiatura, sfogliare questo libro è un po’ come ripercorrere storie, fatti, emozioni. Per i più giovani, invece, uno stimolo a fantasticare sui quei lavori che hanno fatto storia.
Ezio Frigerio è «lo scenografo con la mano del pittore e la testa dell’architetto-ingegnere» che non rinuncia alle «monumentalità». Ma è anche pronto a «spolparle. Per esaltarne la valenza di spazi parlanti oppure di quinte meravigliosamente essenziali» scrive Angelo Foletto nel volume. E, in effetti, come ci racconta Maria Grazia Gregori, Frigerio è uno scenografo molto concreto, al contrario di Damiani, che invece ama l’astrazione. Ma il lavoro di Ezio, che oggi ha 86 anni, non inizia dal disegno, bensì dalla lettura, dalla riflessione. «Devo mettere in scena Goldoni? Allargo la visione, leggo Casanova, leggo Marivaux, guardo i quadri di quegli anni, entro nelle case… apro i cassetti… Solo allora posso creare il “mio” spettacolo da sottoporre al regista. A parecchi registi le scene che inventavo andavano subito bene. A Strehler invece non andava mai bene niente e così nascevano infinite discussioni, a volte divertenti, a volte no, perché erano la conseguenza dell’incontro diverso che avevamo avuto con quella certa epoca e con il suo mondo».
La sua prima scenografia per Strehler fu Arlecchino servitore di due padroni, che andò in scena al Piccolo di Milano nel 1956 ambientato in un ipotetica battigia, non lontana da quel mare che Frigerio aveva sempre amato (prima di iscriversi alla Facoltà di architettura aveva studiato all’Istituto nautico e si era imbarcato). E i mari tornano anche in Simon Boccanegra, dove acque in movimento e barche presentano lo spettacolo come una «magica apparizione di antiche architetture che dopo anni riemergono dal fondo marino». Ne I Giganti della montagna, invece, c’era un «immenso ambiente di mattoni praticamente invisibile, forse un grande teatro o forse un misterioso cielo, che le luci fanno vivere nel brulichio di mille tessere che lo compongono. Tutto come in un gioco tra teatro e realtà, una collina di finta erba, un praticabile di tavole e, sul fondo, uno schermo dove si proiettano le immagini: casa, mare, fondalini di teatro tutto in un imperscrutabile equivoco».
E quella volta del Fidelio al Maggio Fiorentino? Frigerio-Strehler affrontarono l’opera lirica con i grandi numeri, i grandi spazi, i movimenti delle scene. Quando nel 1980 tornarono al teatro lirico con il Falstaff, invece, fecero una versione “padana” di Verdi, con paglia, cantine, aie e quel palcoscenico trasformato in una immensa piscina di acqua vera sulla quale scivolavano barche con cantanti e danzatori diretti da Claudio Abbado (ricorda tanto il recente spettacolo galleggiante di Alvin Curran a Villa Borghese per Romaeuropa Festival andato in scena per la prima volta nel 1979). E L’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht? Quando debuttò, nel 1972 al Piccolo di Milano, la scena era dominata da due grandi ruote, come una immensa giostra del luna park. Gli attori erano Domenico Modugno, Milva, Giulia Lazzarini, Gianrico Tedeschi e Gianni Agus.
Quando nel 1980 toccò, invece, a Temporale di Strindberg, fu uno shock. Il boccascena del Piccolo teatro di Milano era tagliato da un elemento trasversale di vetro e metallo che arrivava fino al pubblico. Quindi gli attori recitavano un po’ sul palcoscenico, un po’ tra la gente (oggi lo fanno in tanti, ma pensate allora…). «Non fu facile – scrive Frigerio – convincere Strehler in questa operazione che contraddiceva un po’ la frontalità assoluta dei suoi spettacoli; per la prima volta venivano impiegati materiali a lui ostili come ferro e plastica. Sul pavimento di vere pietre, di vere mattonelle, vere sedie, veri oggetti della vita quotidiana. Un violentissimo contrasto fra vero e immaginario, fra realtà quotidiana e fantasia. Alla fine ne fu felice e ricordo il giorno in cui, impossessandosi di queste nuove sensazioni, le plasmò alla sua volontà, le trafisse con le sue luci e ne fece uno dei più significativi spettacoli della nostra esistenza».
L’ultimo spettacolo di Giorgio Strehler fu Così fan tutte di Mozart. «Non sapremo mai come sarebbe stato questo divino Mozart che Giorgio aveva fecondato di straordinaria intuizione – scrive Frigerio -. E tutto ciò è scomparso con lui». Strehler morì la notte di Natale del 1997. Ma il suo modo di fare teatro è stato così sconvolgente da sopravvivere, in altre forme, ancora oggi.
(l’Unità, 3 dicembre 2016)

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