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Quanti sono i veri maestri che hanno ripensato il teatro del Novecento? Non moltissimi: Stanislavkij, Mejercol’d, Craig, Piscator, Copeau, e poi Peter Brook, Julian Beck e Judith Malina, Peter Shumann, Eugenio Barba, Jerzy Grotowski… Ecco, soffermiamoci sul regista polacco che teorizzò il cosiddetto “teatro povero” e che con l’Italia ebbe un rapporto così intenso da decidere, nel 1986, di trasferirsi in Toscana, dove Roberto Bacci e Carla Pollastrelli, su invito del Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera (oggi Fondazione Pontedera Teatro), fondarono quello che dal 1999 prende il nome di Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards. Incredibilmente, 30 anni dopo quell’istituto è ancora un centro vivacissimo e attivo nella ricerca delle arti performative. Chi ha conosciuto Grotowski – nato l’11 agosto del 1933 a Rzeszow e morto il 14 gennaio del 1999 a Pontedera – , lo ricorda come una persona coraggiosa, audace, intelligente e sapiente, capace come pochi di tirare fuori il meglio dagli altri. «Averlo incontrato è stata una grande fortuna – racconta Carla Pollastrelli (che ha tradotto in italiano tutti i suoi scritti raccolti in quattro volumi pubblicati dalla casa editrice Usher) – Mi manca molto il suo sguardo sul mondo. Ma non credo che oggi sarebbe sorpreso di vedere come vanno le cose, le sue previsioni erano fosche. Sapeva leggere i segnali».
Quando nel 1997 l’Università di Bologna gli conferì la laurea ad honorem in Discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo per gli gli studenti del Dams fu un evento indimenticabile. Erano eccitatissimi all’idea, nonostante non avessero mai visto neppure uno dei suoi spettacoli, ovvero Il principe Costante di Calderón de la Barca nella riduzione di Slowacki (1965); Apocalypsis cum figuris (1968), elaborazione collettiva su testi della Bibbia, di Dostoevskij, Eliot e Weil, Cain di Byron (1960); The tragical history of doctor Faustus di Marlowe (1962); le quattro edizioni di Akropolis da Wyspianski (1962-67). Anche perché il periodo in cui si dedicò alla regia, tutto sommato, fu abbastanza limitato. Parliamo degli anni Sessanta. Fu alla fine di un lungo viaggio in India, nel 1970, che Grotowski annunciò di non voler più mettere in scena i suoi spettacoli e che si sarebbe dedicato alla ricerca pura. Eppure, poche esperienze teatrali avevano avuto un effetto dirompente per la radicalità delle scelte, il lavoro sull’interprete, la relazione tra attore e spettatore, l’uso dello spazio, il rapporto stesso con il testo. Grotowski maestro assoluto e carismatico. Grotowski in controtendenza rispetto alle avanguardie europee. Grotowski così anomalo e trasgressivo.
Il suo libro, poi, Per un teatro povero, è stato un testo sacro per generazioni di uomini e donne di teatro che si sono formati guardando all’esperienza del regista polacco, che affonda a sua volta le radici in quella di Konstantin Stanislawskj, precursore, all’inizio del Novecento, dello scavo nella memoria emotiva dell’attore. «C’è un solo valore che né il cinema né la televisione potranno mai sottrarre al teatro: – scrive Grotowski – il legame diretto che nasce tra esseri vivi. Quel legame fa sì che ogni atto di provocazione da parte dell’attore, ogni manifestazione della sua magia (che lo spettatore non è in grado di ripetere) diventi qualcosa di grande e straordinario. Nulla dovrebbe separare lo spettatore da questa eruzione feroce; che sia faccia a faccia con l’attore; che senta su di sé il suo respiro e il suo sudore». La “necessità” del teatro è il rapporto diretto tra attore e spettatore. Quindi niente scenografie, trucchi, costumi… tutto superfluo.
Era arrivato a queste conclusione dopo studi e ricerche sul campo. Anche in giro per il mondo. Dopo aver lasciato la sua Polonia a causa della guerra, Grotowski ebbe il diritto di asilo negli Stati Uniti. Portò il suo teatro anche nel College de France a Parigi, che per lui aveva creato la cattedra di “antropologia teatrale”. La sua prima lezione la tenne nel teatro parigino di Peter Brook, che lo accolse dicendo: «Non conosco nessun’altra persona al mondo, dopo Stanislawski, che abbia studiato la natura del gioco dell’attore, il suo fenomeno e significato, la scienza del suoi processi mentali, fisici e emotivi così profondamente e completamente come ha fatto Grotowski». A chi è capitato nella propria vita, magari durante gli anni universitari, di frequentare un seminario o un corso di teatro, ricorderà ancora certi esercizi preparatori come il famoso “gatto” o il “fiorire e l’appassire” inventati da Grotowski, che impegnava i suoi performer in ore e ore di esercizi anche pesanti: era il famoso training, l’allenamento dell’attore che si concentrava soprattutto sul corpo e solo successivamente sulla parola. Il suo Teatro-Laboratorio era una specie di collettivo pensante, dove emergeva un teatro basato su un intenso lavoro di ricerca, che partiva dai testi classici.
«Ho incontrato per la prima volta Grotowski nel 1975 alla famosa Biennale di Venezia, dove lui era l’ospite principale – racconta Carla Pollastrelli – . Ricordo una persona dallo sguardo molto acuto, intenso. Era capace di avere, da subito, un approccio serio e concreto con le persone. Abbiamo collaborato per anni, poi quella richiesta ardita: creare un istituto dove condurre un’attività di ricerca sistematica. Gli garantimmo “carta bianca”, non c’era l’esigenza di creare eventi pubblici, nessuna condizione per la sua ricerca. E fu proprio per questo, credo, che alla fine accettò».
Così iniziò la sua avventura in Italia, che frequentava spesso e dove aveva molti amici. A proposito del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards annota il regista: «Il Workcenter a Pontedera è – come ha scritto George Banu – è una specie di romitaggio. In certi periodi incontriamo i gruppi teatrali e normalmente la cosa avviene in questo modo: il gruppo arriva e mostra gli elementi del suo lavoro, gli esercizi e il suo spettacolo a noi, senza nessuno esterno, e noi stessi mostriamo quello che facciamo, cioè gli esercizi e gli elementi di preparazione e anche qualcosa che chiamiamo Azione, una struttura performativa molto elaborata. Dopo, si fa una specie di incontro in cui ci si parla e si analizza il lavoro dal punto di vista del mestiere, dell’artigianato, quello che che abbiamo osservato gli uni riguardo agli altri». (da Uno sguardo sul Workcenter a cura di Franco Quadri, nel quarto volume contenente gli scritti di Grotowski e pubblicato dalla casa editrice Usher). Oggi, lì a Pontedera, si continua ancora a lavorare. Anche seguendo nuove direzioni, luoghi sconosciuti nel teatro e oltre.

(l’Unità, 12 febbraio 2017)

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