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È arrivato il momento dire basta. Basta al disinteresse delle istituzioni per la cultura, basta alle prese in giro e alla violenza, basta alla chiusura dei teatri. Roma deve tornare ad essere la capitale della creatività. Una città viva, dove gli artisti possano sentirsi liberi di creare e di esibirsi e dove il pubblico possa decidere di andare a scoprire nuovi talenti nei tanti spazi sparsi nella capitale. Spazi che purtroppo stanno chiudendo, uno dopo l’altro. Inesorabilmente e sotto la bandiera della “legalità”. Sembra quasi una beffa: nella città in cui spuntano all’insaputa appartamenti con vista Colosseo e polizze sulla vita si sente l’urgenza di mandare otto poliziotti a mettere i sigilli al Teatro dell’Orologio perché non c’è l’uscita di sicurezza (che manca da 37 anni). Attenzione, non stiamo dicendo che è giusto non avere rispetto delle regole. No. Lo abbiamo detto anche durante gli anni dell’occupazione del Teatro Valle. Che però in quel periodo era un luogo effervescente, produceva cultura. Ora è uno spazio chiuso e abbandonato. Che attende dal Comune di Roma di essere restaurato con quei 3 milioni stanziati. Intanto marcisce.
A proposito dell’uscita di sicurezza scrive il giovane staff dell’Orologio: «Noi ci abbiamo provato, con uno sforzo economico e di energie non indifferente, siamo arrivati a tre metri dall’aprire quell’uscita, ma poi abbiamo trovato la Storia e ci siamo dovuti fermare». La cultura fermata dalla cultura, bel paradosso. Risultato? La compagnia umbra Teatro di Sacco stasera non andrà in scena con Combustibili.
Non è andata meglio alle associazioni che fino a due-tre giorni fa avevano la propria sede presso il Rialto Sant’Ambrogio, a due passi da Portico d’Ottavia: dal Forum italiano dei movimenti dell’acqua e il mitico circolo Gianni Bosio, per non parlare di tutte le esperienze creative passate per quei locali. Anche in questo caso ci ha pensato la polizia a sgomberare gli spazi.
Vogliamo parlare anche del Quirinetta? Quella è un’altra storia, certo (il teatro trasformato in discoteca). Sta di fatto che anche il Quirinetta non c’è più.
Ha ragione Antonio Calbi, direttore del Teatro di Roma, a dire «quando si chiude un piccolo spazio teatrale è tutto il sistema culturale della città che ne soffre: è come in un ecosistema, dove accanto alla grande quercia crescono arbusti di piccola taglia e dove una fa bene agli altri e viceversa». Quell’ecosistema purtroppo è malato. E rischia di morire se non si interviene alla radice. Bello, quindi, che Calbi si sia offerto di aprire gli spazi del Teatro India alle compagnie in cartellone al Teatro dell’Orologio, ma qui bisogna trovare una soluzione urgentemente. Chi ha scelto di dedicare la propria vita al teatro – sia esso un attore o un regista, un direttore artistico a anche un critico – lo fa sapendo di essere parte di una sgangherata famiglia, povera ma idealista, di una comunità che cerca di farsi forza nel momento del dolore. Anche partendo da questa consapevolezza il prossimo sabato è stato organizzata un’assemblea pubblica da alcuni colleghi critici (Attilio Scarpellini, Andrea Porcheddu, Graziano Graziani, Sergio Lo Gatto). Ci sarà anche Luca Bergamo, assessore e vicesindaco della giunta Raggi. Ne vogliamo parlare o no di questa orribile deriva fascista (che volendo allargare lo sguardo alle censure subite da alcuni spettacoli teatrali riguarda, in verità, tutto il paese, come già denunciato su queste pagine)? La cultura è la nostra salvezza. Altro che sigilli.

(l’Unità, 18 febbraio 2017)

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