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Laura Morante, 60 anni tondi tondi e sempre bellissima, è parecchio indaffarata in questo periodo. Recita, scrive, poi ci sono i figli (due femmine e un maschio, adottato una decina di anni fa), ma chiacchiera molto volentieri dei suoi impegni e dei suoi incontri, di registi tanto amati e di altri tanto odiati, di politici prepotenti e di produttori tutt’altro che liberi, di cinema e di teatro. «Non ho mai amato fare tournée teatrali per via dei figli – ci confessa – In questo caso almeno un pezzetto di famiglia me lo porto dietro». Parla dello spettacolo Locandiera B & B di Edoardo Erba, regia di Roberto Andò. Con lei sul palco del Teatro Ambra Jovinelli di Roma in questi giorni (fino al 5 marzo) c’è anche una delle sue sua figlie, Eugenia Costantini. «E c’è anche la figlia del regista», aggiunge. «Mi fa molto piacere condividere la tournée con Eugenia, è sempre così difficile trovare del tempo per stare insieme. Da quando anche lei ha scelto di intraprendere questo tipo di carriera ci scambiamo spesso opinioni, ci confrontiamo».
E come è andato, secondo voi, questo debutto romano?
«Sembra sia andato bene. Ma, sa, in camerino vengono a trovarti solo le persone a cui lo spettacolo è piaciuto…».
Cosa centra “La locandiera” di Goldoni con il testo di Edoardo Erba?
«In realtà è solo uno spunto, anche se poi a causa di certe alchimie i due testi si raggiungono. Certo, i due personaggi – Mira e Mirandolina – si assomigliano, ma solo in parte. Mirandolina è un’astuta manipolatrice che nel ‘700 deve cercare di mantenere intatta la sua reputazione, Mira, invece, è un’albergatrice moderna che all’inizio è impacciata ma poi riesce a trovare la via giusta. Il testo è molto divertente, è una specie di thriller moderno alla Agatha Christie, qualcuno ha detto, ma io non lo so perché di Agatha Christie ho letto solo i libri, non ho mai visto i film».
Il testo è stato scritto su misura per lei, è stato difficile arrivare alla stesura finale?
«Ci sono stati vari passaggi. Io e Roberto Andò – con il quale avevo lavorato nello spettacolo The Country di Martin Crimp – cercavamo un testo fruibile e giocoso. Avevamo letto tanti altri testi ma nessuno, per vari motivi, ci aveva convinto. Poi con Erba si pensò ad una Locandiera in chiave moderna. La prima versione era più vicina a quel testo, ma poi c’è stata una seconda versione fino ad arrivare alla stesura attuale. La decisione di Andò di farmi recitare in toscano ha comportato una nota umoristica. Immediatamente, quindi, è prevalso un tono meno serioso e naturalmente io, essendo toscana, mi sono sentita molto a mio agio».
Fu Mario Monicelli ad accorgersi per primo della sua vena comica…
«Rilasciò un’intervista in cui parlava di varie attrici. E di me disse “mi piace la sfumatura comica dei suoi personaggi”. Io lo presi come un grande elogio. Non credo ci sia tragico senza comico né viceversa».
È vero che Carmelo Bene la rinchiuse in teatro?
«Oh sì, è verissimo. Carmelo era uno strano personaggio, era come quei bambini crudeli che tagliano la coda alle lucertole ma sono privi di cattiveria o meschinità. A volte torturava le persone. Io fui prestata a lui dalla compagnia di danzatori di cui allora facevo parte. Lui lavorava di notte, mentre io avevo bisogno di dormire. Ecco, lui mi impediva di dormire. È stato per me un periodo da incubo».
E dopo l’esordio teatrale con Carmelo Bene, all’improvviso tanto tanto cinema.
«Il cinema è arrivato per caso. Per un po’ ho fatto piccole cose teatrali, era il periodo in cui frequentavo il gruppo formato da Donato Sannini, Carlo Monni, Roberto Benigni, Giuseppe Bertolucci… il primo film lo feci proprio con lui, con Giuseppe (Oggetti smarriti, 1980)».
E poi lavorò anche con suo fratello Bernardo (“La Tragedia di un uomo ridicolo”, 1981)…
«Eh sì. Lui era stupito della mia ignoranza in campo cinematografico. Gli sembrava che prendessi le cose poco sul serio. Durante il trucco ricordo benissimo che io e Victor Cavallo ci lanciavamo le molliche di pane… Bernardo aveva fatto tanti provini prima di scegliere me e credo l’avesse fatto proprio perché io non mostravo tutto questo interesse… la cosa lo incuriosì e mi prese».
Ci racconti dell’incontro con Nanni Moretti, il regista con cui ha lavorato di più insieme a Pupi Avati.
«Io e Nanni ci siamo conosciuti da ragazzi. Quando ho iniziato a lavorare con Pupi Avati, invece, ero già una professionista. Nanni era un grande appassionato di Bernardo Bertolucci e venne a vedermi. Siamo ancora oggi buoni amici per come si può essere amici con Nanni. Quando decide di condannarti all’ostracismo non c’è niente da fare… poi magari all’improvviso riprende i contatti riammettendoti nella sua cerchia. Quando volle farmi recitare in Sogni d’oro io ero una studentessa, ed ero incinta di sei mesi! Perciò fu anche un po’ complicato coprire la pancia. Ma lui era molto ostinato e spesso in contrasto con i produttori. Io non piacevo mai ai produttori. Per Bianca, per esempio, il produttore non mi voleva “né morta né viva”, disse. Nanni invece insisteva col dire che io ero quella giusta. Il produttore continuava a dire: “prendi chi vuoi, ma non lei”. Ecco una dei grandi insegnamenti che mi porto sempre dietro – utili soprattutto quando mi sono ritrovata dietro la cinepresa (due i film girati da regista: Ciliegine e Assolo) – è questo: bisogna avere capacità di ostinazione. Un buon regista deve saper distinguere quando è il caso di rinunciare e quando non lo è. C’è stato un periodo in cui le idee dei produttori erano fortemente influenzate dalla politica».
Ne ha mai pagato le spese direttamente?
«Una volta un regista di cui non farò il nome mi disse: “non posso prendere te perché devo prendere l’amante di Craxi”. Lo ricordo come un periodo in cui la politica aveva un influsso nefasto sul nostro mestiere. Quel cinismo, quell’arroganza, neppure nel periodo del berlusconismo ha raggiunto picchi di quel livello. Col tempo per fortuna le cose sono migliorate. Mi ricordo un regista francese, mio amico, che venne in Italia a fare provini e mi disse: “in due giorni ho visto solo amanti”. Per un periodo ho vissuto in Francia anche per questo motivo. Era tutto troppo complicato, tutto disonesto. La “questione morale” di Berlinguer era davvero urgente in quel momento. Abbiamo avuto Mafia capitale, è vero, ma quell’arroganza lì non l’ho più ritrovata. Le faccio un altro esempio: abitavo a Monteverde e dovevo cambiare casa, rimanendo nello stesso quartiere. Chiesi se potevo mantenere lo stesso numero. L’impiegata mi disse di sì, ma che sarebbero serviti due anni per trasferire il numero, a meno che non avessi avuto una raccomandazione».
Parliamo di donne. Ne ha interpretate tante e diverse, qual è quella che più le somiglia?
«Io cerco sempre di trovare un punto di incontro con ogni donna che interpreto, una via. Questo non vuol dire che finisco per assomigliare a tutte le donne che interpreto, ma che bisogna trovare un contatto, sempre».
Invece ha lavorato poco con registe donne.
«Sì poco, Cristina Comencini, Francesca Archibugi….».
A proposito di donne, che ricordo ha di sua zia Elsa Morante?
«Era una donna dall’influenza fortissima. Per un periodo sono stata la sua nipote prediletta, ma poi sono stata allontanata perché io la notte ero sonnambula. Quindi fui rispedita a casa. Comunque ricordo che mi incuteva molto timore. Era una donna dura, mi spaventava. Ricordo anche che era una donna generosa, a Natale si presentava sempre carica di regali ma la sorte avrebbe dovuto decidere a chi sarebbero dovuti andare. Poi noi di nascosto ce li scambiavamo».
I suoi progetti per il futuro?
«Intanto devo finire la tournée teatrale. Poi farò un film con un giovane regista, Capasso. E scrivo racconti… Elisabetta Sgarbi alla fine mi ha convinta: pubblicherò per la Nave di Teseo la mia prima antologia di racconti. Sono cresciuta in mezzo ai libri, scrivere mi è sempre piaciuto, vediamo come andrà».

 (l’Unità, 1 marzo 2017)

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