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Mario Martone se ne sta lì, all’ingresso della sala, a controllare che ognuno abbia il suo posto a sedere. Aggiunge pure qualche seggiola, se serve. Intanto sorride al pubblico e aspetta che tutti siano in sala per fare il suo piccolo sondaggio: «quanti di voi sono già stati al Nest?», chiede. La maggior parte di loro è la prima volta che mette piede nell’ex palestra di San Giovanni a Teduccio – periferia napoletana abitata anche da camorristi e baby-boss – da qualche hanno diventata un luogo vivo, grazie alla tenacia di attori, registi, intellettuali. Oggi il Nest è un teatro con un centinaio di posti. Dunque, lo spettacolo che va in scena in quella sala è già, prima ancora di cominciare, un gesto politico. Che si trasforma presto in qualcosa di vibrante e di commovente, di feroce e nello stesso tempo dal tratto umano.
La prima cosa che ci dice Mario Martone, regista di questo spettacolo prodotto da Elledieffe (la compagnia di Luca De Filippo, scomparso di recente), Nest e Teatro Stabile di Torino, è che è possibile attualizzare un capolavoro come Il sindaco del rione Sanità, non solo senza stravolgerlo ma addirittura sottolineando la contemporaneità di un testo scritto ormai quasi 60 anni fa, eppure nuovo.
Non aspettatevi, dunque, di vedere in scena il vecchio Antonio Barracano, 75enne secondo Eduardo. Eh no. Qui “il sindaco” è un giovane under40 bello, palestrato e tatuato. È Francesco Di Leva, “storico” attore di Martone, nonché fondatore del Nest con Adriano Pantaleo, Giuseppe Miale Di Mauro e Giuseppe Gaudino, anche loro in scena con Massimiliano Gallo, a cui è stato affidato la parte di Arturo Santaniello, Giovanni Ludeno, nei panni del medico Fabio Della Ragione, e poi Armando De Giulio, Viviana Cangiano, Mimmo Esposito, Morena Di Leva, Gennaro Di Colandrea, Salvatore Prosutto, Lucienne Perreca, Daniela Ioia, Daniele Baselice e Ralph P, il rapper autore delle musiche. Li abbiamo citati tutti gli attori, perché la buona riuscita dello spettacolo è frutto (anche) di un ottimo lavoro di squadra. E lo si capisce da quel ritmo incalzante che non ti molla neanche per un istante, fino alle fine.
È la Napoli dalle mille facce quella che ci troviamo di fronte, è la Napoli di Gomorra al primo impatto, ma è anche la Napoli borghese e legalitaria. Bene e male gareggiano in ogni personaggio. Tanto che lo spettatore stesso si trova spiazzato e nella testa gli frulla sempre la stessa domanda: da che parte sta la ragione? Per scoprire, alla fine, che non ci sono vincitori in questa storia. Ciascuno è responsabile delle proprie azioni. Ce lo dice chiaramente Antonio Barracano nel finale – diverso rispetto al finale scritto da Eduardo – con quella domanda rivolta ad Arturo e lasciata senza risposta… D’altra parte, Martone – qui al suo primo Eduardo e a quanto pare con un ottimo esito – per come ha concepito lo spettacolo non fa che ripeterci questo: la storia scritta da Eduardo è ancora viva e reale. Dentro ci sono criminali capaci di amare in modo sconfinato la propria famiglia (tanto che Barracano si lascerà morire proprio per salvare i suoi figli), criminali giovanissimi come quelli di San Giovanni a Teduccio. Il “sindaco” della Sanità che amministra le vicende del rione da qualche parte esiste, è un “uomo d’onore” che distingue tra “gente perbene e gente carogna”. Nel nostro caso si fa aiutare da un medico, Fabio, che non fa che estrarre pallottole dai corpi feriti. Chi “non tiene Santi in Paradiso” insomma va da Don Antonio. Ma quando Rafiluccio, figlio di Arturo il fornaio, dice di voler ammazzare il padre, ecco che “il sindaco” nel tentativo di riappacificare i due andrà incontro alla morte. Ma la fine di Barracano, durante una cena nella sua casa fatta di plexiglas trasparente e tovaglie dorate, sarà vendicata? Ogni cosa è in bilico in questo lavoro, ma in quell’oscillare ora da una parte ora dall’altra c’è tutto il senso del teatro.

(l’Unità, 12 marzo 2017)

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