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Ci siamo. Il programma dell’edizione 2017 del Napoli Teatro Festival Italia è stato annunciato. Ed è il primo a portare la firma del neodirettore Ruggero Cappuccio – con una lunga storia alle spalle come drammaturgo, attore, regista – che arriva proprio nel decennale del Festival e dopo la direzione, breve ma “rumorosa”, di Franco Dragone (di cui si era tanto discusso per il cachet costosissimo di Al Pacino, che l’anno scorso avrebbe voluto al Festival). In programma, dal 5 giugno al 10 luglio, circa 80 titoli, con tanti protagonisti internazionali (da Angelica Liddell a Dimitris Papaioannou) a tantissimi italiani (da Roberto Andò a Cristina Comencini, da Ascanio Celestini a Mimmo Borrelli).
Ruggero Cappuccio, una gran bella responsabilità accettare la direzione del Napoli Teatro Festival…
«Ho affrontato la direzione artistica come un dovere civile. La prima cosa che salta all’occhio guardando il programma, probabilmente, è che non ci sono miei spettacoli… Un mio lavoro, forse, ci sarà solo se se ne sentirà un’irrinunciabile necessità interiore. Ma non è una mia priorità. Mi sforzo di immaginare cosa il pubblico e gli artisti vorrebbero dal Festival».
E cosa vorrebbero?
«Come prima cosa, un atto pratico: i biglietti sono passati da 34 a 8 euro, 5 per gli under 35, ingresso libero per i pensionati e i disabili. Il teatro è un diritto, la cultura è un diritto».
D’accordo. Certo tutti gli altri teatri che non praticano questa politica dei prezzi contenuti non saranno molto contenti.
«Io li capisco, loro hanno ragione. Ma nel nostro caso il Festival prevede 35 giorni di programmazione. Il Festival è una piattaforma di esposizione in cui una persona per arricchirsi vorrebbe vedere 10 spettacoli in una settimana. Ma per uno strano mistero le persone che amano il teatro sono povere. Per questo abbiamo deciso di abbassare i prezzi degli spettacoli».
Un problema del Napoli Teatro Festival è sempre stato la mancanza di affezione da parte del pubblico. Mentre nei piccoli centri, da Santarcangelo a Spoleto, c’è una comunità che si raccoglie intorno al teatro, nelle grandi città, e Napoli è una metropoli, c’è un forte senso di dispersione e la gente, purtroppo, non partecipa.
«È vero, la metropoli è a sua volta una città plurima. La società che popola un quartiere non è la stessa società che popola un altro quartiere. Creare, quindi, un legame con la città è un’impresa complessa. Napoli ha tanti popoli. Lo sforzo va fatto in una direzione precisa: la politica dei prezzi contenuti va incontro a chi non ha soldi».
Osservando il programma sembra che guardare ai tanti popoli di Napoli significhi anche andare loro incontro attraverso altri linguaggi, dalla musica al cinema.
«Infatti un altro aspetto è esternare il Festival. Perché sarà Battiato ad aprire il Festival? Perché Battiato è un autore, uno scrittore, un poeta, che si esprime attraverso la musica. Il Festival avrà 10 sezioni, dal Cinema allo SportOpera (che racconta della passione dei grandi scrittori per il tema dell’agòne). Parliamo di un Festival che cerca la riunificazione delle arti attraverso i saperi. Quindi i laboratori…».
Ecco, parliamo dei laboratori.
«Sono laboratori che sfuggono all’esotismo… Nekrosius ha elaborato un progetto triennale, ma non gli ho chiesto di fare uno spettacolo, come non l’ho chiesto a Peter Brook e Tomislav Janezic. Ho chiesto loro di incontrare i giovani. Questa città è l’archetipo del teatro. Lo è perché ha una pesantissima eredità. Mentre parliamo in sono nel camerino storico di Eduardo, al Teatro San Ferdinando. C’è ancora la sua giacca da camera, il suo cilindro, i suoi abiti. Ma le eredità sono delicate da maneggiare. Il pubblico tratta l’eredità come un rituale stanco. La potenza della tradizione è interessante se produce nuova tradizione».
Chiariamo anche l’equivoco che si è creato, nei giorni scorsi, sui laboratori. Sfoceranno in produzioni? Bisogna pagare per seguirli?
«In tutti i Festival chi si iscrive ad un laboratorio paga. Da noi no. Tutti i laboratori, e sono dieci per 190 attori, sono gratuiti. Qualcuno, quindi, ha equivocato. Nekrosius quest’anno lavora sul Don Chisciotte. L’anno prossimo ci sarà un altro tema. Il terzo anno un altro tema ancora e solo in quest’ultimo caso il laboratorio potrebbe sfociare in una produzione. È chiaro che se sarà così gli attori – contrariamente a quanto scritto da qualcuno – verranno pagati come in ogni produzione».
Il laboratorio di Peter Brook su cosa verterà?
«Sarà un laboratorio sulla struttura del testo. Ma non sarà triennale, come per Nekrosius».
Un ruolo centrale, a quanto pare, lo avranno anche le periferie.
«Dopo l’esperienza di “Quartieri di vita”, che ha coinvolto 13 teatri di periferia, come farne a meno? È stata per me una felicità carnale, fisica, corporea. Le persone devono entrare in relazione con il teatro. Ai tempi del Globe tutti andavano a teatro. E oggi invece? E poi questo Festival è finanziato soprattutto da Fondi europei, soldi che arrivano dalle tasse dei cittadini. Quindi perché dovremmo chiedere un prezzo alto per il biglietto? Sarebbe come far pagare due volte le tasse ai cittadini».
A proposito di cifre, quando costa il Napoli Teatro Festival?
«Più o meno 4 milioni di euro, la metà rispetto all’anno scorso. La Fondazione Campania – che lo organizza – ha però indirizzato i fondi che destinava al Festival ad atri progetti».
E il suo “Don Chisciotte” quando debutterà?
«Il 23 marzo al Teatro San Ferdinando di Napoli (fino al 2 aprile). E poi sarò al Teatro Eliseo di Roma dal 18 aprile all’8 maggio con Spaccanapoli Times».

(l’Unità, 19 marzo 2017)

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