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Lo abbiamo scoperto nel ruolo di un capo duro e senza pietà dallo sguardo cattivissimo, quello del “libanese” di Romanzo criminale, la serie tv che ha lanciato non solo lui, Francesco Montanari, ma anche Vinicio Marchioni, Marco Giallini, Alessandro Roja ecc… Poi però lo abbiamo ritrovato in parti diversissime, dal fidanzato “mollato” in Pigiama, pièce teatrale di alcuni anni fa, fino al più recente ruolo di padre disoccupato nel film di Daniele Vicari, Sole, cuore, amore, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in uscita nelle sale il prossimo 4 maggio. In questo periodo Francesco Montanari, attore disposto a mettersi sempre in gioco lasciandosi appassionare dalle avventure in cui questo mestiere può catapultarti, è impegnato su più fronti. Ne parliamo con lui, che a Roma è in scena con Aspettando Godot, diretto da Filippo Gili (Spazio Diamante, fino a domenica)
Francesco, ci tolga subito una curiosità: dopo il successo della serie televisiva “Romanzo criminale” lei continua a fare tanto tanto teatro, ma perché lo fa?
«Il teatro mi da la possibilità ogni giorno di confrontarmi con ruoli diversi. Per me è una specie di palestra a pagamento, solo che pagano loro… Non c’è molta differenza nel recitare per il teatro o per la tv. Cambia qualcosa solo dal punto di vista dei tempi. Il teatro è un’opportunità ciclica, ogni giorno nasci e muori. La televisione approfondisce il tempo “ideologico”».
Ancora una volta è in scena con Giorgio Colangelo, ormai siete quasi una coppia di fatto…
«Giorgio per me è un maestro assoluto, è un onore poter lavorare ancora con lui dopo Il più bel secolo della mia vita. Sono lusingato che mi abbia preso sotto la sua ala».
“Aspettando Godot” è un testo classico, messo in scena un’infinità di volte. Qual è l’approccio scelto da Gili?
«Aspettando Godot di Beckett è sempre stato messo in scena in maniera grottesca. Qui, invece, siamo di fronte ad una messa in scena iperrealista di un testo surrealista. È uno spettacolo che utilizza la modalità recitativa di un film, amplificando il senso di attesa che arriva in maniera più diretta, e in modo anche più comico. Si ride molto in questo spettacolo».
Si è mai ritrovato a vivere in prima persona questa situazione di “attesa”, di un domani che sembra non arrivare mai?
«Io credo che sia la situazione in cui vivono tante persone. È una condizione sociale: c’è una mancanza di presa di coscienza della felicità. Oggi una condizione comune sembra essere questa: ok, io voglio essere felice, ma come si fa? La mia generazione, e parlo dei trentenni-quarantenni, è disperata. I ragazzi vanno a prendersi un aperitivo per nascondere un disagio sociale. Chiamiamolo precariato o come vogliamo, è comunque uno stato emotivo e Godot è come se ci mettesse di fronte ad uno specchio per mostrarci noi stessi».
Una cosa simile accade, anche se in maniera diversa, nel film di Daniele Vicari: “Sole, cuore, amore”. Anche in questo caso c’è un mondo precario, un padre disoccupato (che poi è il suo personaggio), una madre che si sveglia all’alba tutte le mattine pur di lavorare… ma nel film la vita quotidiana travolge a tal punto le persone che alla fine resta un interrogativo: fin dove possiamo spingerci? Dove è il limite?
«Quando Daniele Vicari mi ha chiamato per fare questo film ha detto che era stanco di sentir parlare di periferie come sinonimo di criminalità. Voleva raccontare la vita di quelle persone che scelgono l’onestà. Questa cosa mi ha colpito. Il film racconta una storia di speranza, nonostante tutto. Mi ricorda quello che mi diceva un mio professore: sorridi e ricomincia. Cioè bisogna trovare il modo per andare avanti. Mi sono chiesto come fare per rendere umano il mio personaggio. E la risposta l’ho trovata, ho pensato: prendo 3 minuti di vita con mia moglie, in quei 3 minuti devo diventare la sua ricreazione. È questo che crea l’affezione del pubblico. Io non so, poi, se c’è un intento politico del film, ma quel disagio di cui si parla è reale. Purtroppo non ho la soluzione, altrimenti farei il politico».
Dal 6 aprile sarà sul grande schermo anche con “Ovunque tu sarai” di Roberto Capocci, qui al suo esordio. Che film vedremo?
«Il film racconta una storia d’amicizia. Francesco, Carlo, Loco e Giordano (il mio personaggio) partono da Roma direzione Madrid per festeggiare l’addio al celibato di Francesco ma soprattutto per fare un viaggio insieme, un pretesto per andare a vedere la propria squadra del cuore in trasferta in Champions League e anche una metafora individuale. Il mio Giordano è un tifoso scaramantico e maniacale, una persona che ha paura di vivere. Per me è stata una scoperta Roberto Capocci».
Lei è tifoso?
«No, ma ho scoperto il tifo, mi ricorda come la passione vera può unire le persone».
C’è un personaggio che le piacerebbe interpretare?
«Sì, San Tommaso d’Aquino. Non per una questione religiosa. Ma perché i santi sono eroi. Ognuno di noi ha i propri conflitti interni, un santo sente questi conflitti all’ennesima potenza. Trovo sia molto affascinante, ha a che fare con il nostro senso di colpa».
Tornerà a recitare con i “compagni di viaggio” di “Romanzo criminale”?
«Tornerò sicuramente a recitare con Vinicio Marchioni (il “Freddo”). Dal 4 dicembre inizieremo le prove per Zio Vanja. Vinicio, oltre ad essere il protagonista dello spettacolo, firma anche la regia».
Altri progetti?
«Dal 28 aprile inizieranno le riprese di una serie tv per Rai 2, ma non posso svelare altro».

(l’Unità, 30 marzo 2017)

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