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«Nessuna felicità è reale se non è condivisa, la condivisione non è felice se non si nutre del reale». Partiamo da questa frase per raccontarvi il nuovissimo spettacolo di Oscar De Summa, attore, regista e drammaturgo di origine pugliese ma trapiantato ormai da anni a Bologna. Se ancora non lo conoscete siete dei pazzi. Recuperate subito… controllate la data più vicina a casa vostra e correte a vederlo. Non vi deluderà. Magari cominciate dalla Trilogia della provincia, tre monologhi uno più bello dell’altro (Diario di provincia, Stasera sono in vena, La sorella di gesucristo).
Intanto, però, De Summa ne ha inaugurata un’altra di Trilogia, tutta dedicata a quel che resta, nella società di oggi, dei miti. E in scena, stavolta, non è solo. Lui scrive il testo, lui firma la regia, lui recita, nei panni dello zio Tire – un magnifico “giullare” o grillo parlante della situazione – con Vanessa Korn, Marco Manfredi e la giovane Marina Occhionero, un vero talento e una bella scoperta.
Ma andiamo con ordine. Lo spettacolo prodotto dal Teatro Metastasio di Prato e in scena al Fabbrichino ancora fino a domenica si intitola La cerimonia. Cosa racconta? Esattamente quello che dicevamo all’inizio del pezzo: «nessuna felicità è reale se non è condivisa». Una frase chiave per capire questo lavoro che scava nella parte più intima dei nostri animi pur raccontando «una giornata normale», con schiettezza e perfino con ironia. In questo De Summa è un maestro. Riesce ad affrontare problematiche serie, nel nostro caso il difficile passaggio di un adolescente verso l’età adulta, senza rinunciare ai momenti di leggerezza. Intanto frasi scolpite nella luce scorrono sullo schermo, mentre la storia procede a ritmo di rock, elettronica, pop tra Skunk Anansie e Manu Chau, Green Day a Radiohead. Siamo negli anni Novanta, sì. La storia di Edi, un’adolescente che vive galleggiando, si svolge nel 1999, quando qualcuno era ossessionato dall’incubo del millennium bug… Come il padre di Edi, Laio, un genitore assente accusato dalla moglie Gio di disinteressarsi alla famiglia («Se ti pagassero per quanto tempo stai fuori dovremmo essere ricchi sfondati»). È una coppia che litiga di continuo, probabilmente mai cresciuta. Forse anche un po’ stereotipata, con un papà che non collabora e una madre isterica che chiede aiuto. Poi c’è lei, Edi, che per il 31 dicembre prepara una cena coi fiocchi (con sorpresa). Prima di arrivarci, però, alla resa dei conti finale, questa ragazzina dai capelli lunghi ci gela con i suoi monologhi e i suoi ripetuti «non lo so» allo zio Tire che le chiede «cosa vuoi Edi?», mettendoci tutti con le spalle al muro. E allora le domande che dobbiamo porci diventano altre: davvero non potevano fare diversamente? Chi decide del nostro destino?
Ecco, ora rileggete per un attimo i nomi di chi sta in scena, cosa vi ricordano? Edipo, chiaro. I personaggi principali ci sono tutti: Giocasta, Laio, Edipo, Tiresia… alla fine il mito edipico torna sempre. Forse perché ha a che fare con un’assenza ed una ferita che non riusciamo a colmare. Ma qui siamo ancora sul baratro. Nonostante tutto, in mezzo a questa follia c’è anche uno slancio verso la vita. Sta a noi scegliere se buttarci giù o vivere. Ma, ricordate, «per essere reale la felicità deve essere condivisa».
La cerimonia è uno spettacolo denso, non ci sono dubbi. Quello che ci piace di questo lavoro – seppure imperfetto – è anche il ritmo che inevitabilmente ti travolge. E poi certe frasi che d’un tratto sembra stiano parlando proprio di te. Infine, quell’affresco di un mondo adolescenziale così reale da fare paura. Se poi siete dei genitori, non rimarrete indifferenti. Siamo pronti a scommetterci.
(l’Unità, 5 aprile 2017) 

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