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Ci sono storie che le parole giuste non saprebbero raccontare meglio. Ma ci sono anche storie che parlano attraverso i corpi, le voci e i sospiri, le pause e gli sguardi. Tutto deve essere ben calibrato, certo. I grandi attori, le grandi attrici, come Giulia Lazzarini, lo sanno bene. Lei, con i suoi 83 anni, e quella grazia che la caratterizza, infonde tranquillità solo a guardarla. Ma non bisogna lasciarsi ingannare, e lo scopriremo mano a mano che lo spettacolo andrà avanti, perché dietro l’apparente tranquillità della famiglia borghese che ci si presenta davanti si nascondono segreti, vergone, amori malati.
Parliamo dello spettacolo in scena in questi giorni al Teatro Argentina di Roma (fino al 23, una produzione Teatro di Roma): Emilia, scritto da Claudio Tolcachir, regista argentino che abbiamo imparato a conoscere grazie al Napoli Teatro Festival Italia, dove più volte è stato ospite con la sua compagnia Timbre 4.
Lo stesso testo ora all’Argentina è stato precedentemente allestito con la sua storica compagnia in lingua spagnola (nel 2015 è andato in scena al Piccolo di Milano). Ma qui il cast è tutto italiano e di un ottimo livello. C’è, fra gli attori, una bella armonia che rende la pièce accattivante e abbastanza convincente.
Giulia Lazzarini è Emilia, la bambinaia di Walter (Sergio Romano), che oggi è un uomo generoso e bisognoso come tutti i personaggi in scena di amore. Ma ognuno esprime questo desiderio a suo modo, declinandolo in mille maniere e rendendolo irraggiungibile per un misto di paura, senso di colpa, possesso, rinuncia, gratitudine. Emilia rivede Walter a distanza di vent’anni. Entra solo per un saluto nella sua nuova casa, fatta di coperte messe una sull’altra (la famiglia di Walter ha appena traslocato), ma resta per la cena, per dormire, e per quel tanto che basta per vedere. Conosce la moglie Carolina (Pia Lanciotti), che in un attimo cede al suo ex marito Gabriel (Paolo Mazzarelli), il padre di Leo (Josafat Vagni). Sarà proprio l’arrivo in casa di Gabriel a rendere più evidenti le crepe familiari. Crepe che però diventano così profonde da far crollare quelle che si pensava fossero certezze.
Il racconto è un’altalena tra il presente e il passato. E più scopriamo dettagli sull’infanzia di Walter più si fanno evidenti le conseguenze sulla sua vita. Walter è un uomo violento, geloso che quando non ottiene ciò che vuole è capace di gesti estremi… E qui, drammaturgicamente, c’è il punto meno convincente dello spettacolo. È vero che non bisognerebbe svelare i finali, ma qui c’è un femminicidio di mezzo che viene quasi giustificato, o perlomeno coperto. C’è chi ha visto, ma non parla, nel nome di quell’amore malato di cui accennavamo. Si può arrivare ad amare a tal punto da non riuscire più a riconoscere il bene dal male? Si può uccidere nel nome della famiglia che una donna non vuole?
Alla fine della pièce Emilia deve tornare in carcere… a fare cosa? Non sarà stata lei ad addossarsi la colpa di ciò che è accaduto? O forse no… Il suo sorriso è rassicurante e il pubblico applalaude ad una grande attrice.

E visto che parliamo di grandi attrici spendiamo qualche parola anche su Giuliana Musso. Ve la ricordate? Il suo Nati in casa uscì in dvd in una collana di teatro dell’Unità a cura di Rossella Battisti: “Teatro in-civile”. Giuliana Musso, classe 1970, è una di quelle attrici e drammaturghe che non mollano facilmente. Determinata a raccontare la realtà che ci circonda, negli ultimi dieci anni ha seguito un percorso coerente e appassionato durante il quale, partendo dal teatro d’indagine, ha raccontato storie dolorose o comiche, ma sempre con poesia e grande professionalità. Oramai vederla in scena nel centro, per non dire nel sud d’Italia, è diventata una rarità. Per fortuna ci ha pensato il Teatro del Quarticciolo – dove Veronica Cruciani e Ascanio Celestini stanno facendo un ottimo lavoro – ad ospitare due dei suoi spettacoli: La fabbrica dei preti e Mio eroe, entrambi prodotti da La Corte Ospitale. Due lavori molto diversi, ma animati entrambi dall’urgenza di trasferire in scena le testimonianze raccolte. Nel primo una breve galleria di personaggi – differenziati fra loro da sfumature quasi impercettibili eppure ben mirate – ricorda la vita in seminario negli anni Cinquanta. Tre uomini anziani raccontano, ed ecco che vengono fuori i tabù e le paure, i rapporti con le donne e nello stesso tempo una personale ricerca della felicità. Si ride anche in questo spettacolo. Di loro e di noi stessi.
E di noi parla anche Mio eroe (spettacolo vincitore del Premio CassinoOff 2017). Ma stavolta c’è poco da ridere. Si ascolta e si rimane incollati alle sue parole, alle parole di tre madri che hanno perso i loro figli in Afghanistan. Sono confessioni sincere, in cui queste donne ci raccontano com’erano i loro ragazzi e nello stesso tempo si fanno portavoci di una denuncia etica e politica che ancora una volta non può non riguardarci.

(l’Unità, 11 aprile 2017)

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