Tag

, ,

Incontenibile, irriverente, partigiano. Ma soprattutto, geniale. I suoi lettori lo amano anche per questo. E ogni volta che arriva in Italia è una festa. Mentre parliamo con Paco Ignacio Taibo II, lui si gode il sole seduto in un bellissimo giardino di Perugia, una pausa sigaretta (o meglio sarebbe dire sigarette vista la quantità di fumo…) con Lorenzo Ribaldi, editore de La nuova frontiera, che sta ripubblicando i suoi libri. L’ultimo è L’ombra dell’ombra – romanzo storico dall’atmosfera alla Chandler con qualche tocco di realismo magico – che proprio ieri ha presentato durante un incontro nell’ambito del festival di letteratura ispano-americana (“Encuentro”, in programma fino a oggi).
Paco, facciamo un gioco. Immaginiamo che non sia io qui ad intervistarla, ma che al mio posto ci sia Manterola, il cronista di nera, protagonista del suo romanzo “L’ombra dell’ombra”. Secondo lei, cosa le chiederebbe?
«Ummh…. cosa mi chiederebbe (ci pensa un attimo, ndr). Secondo me sarebbe interessato a sapere come faccio a conciliare la mia vita da attivista politico con quella di scrittore e vorrebbe anche chiedermi perché scrivo tanto di notte. Manterola è un giornalista molto famoso in Messico, ha fatto grandi interviste, ha intervistato perfino Mussolini».
Le faccio la domanda inversa, ora. Lei che ama molto il mondo del giornalismo – e lo si intuisce dalla quantità di volte in cui la vita di redazione entra nei suoi romanzi – quale personaggio avrebbe voluto incontrare se fosse lei l’intervistatore?
«La lista sarebbe molto molto lunga… Provo a dirne solo alcuni. Mi sarebbe piaciuto moltissimo intervistare Sciascia, per parlare con lui di potere. E anche Calvino, in particolare avrei voluto chiedergli del suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno. E poi sarebbe stato bellissimo intervistare tutti i garibaldini che hanno combattuto in Spagna. Ma dico proprio tutti, eh. Infine, la mia grande intervista l’avrei fatta a Spartaco, che non era italiano e che è stato sfanculato dai romani. Certo, avrei dovuto parlargli in latino, e non sarebbe stato proprio semplice, ma con un po’ di fantasia un modo l’avrei trovato… ».
Con la fantasia si può fare tutto. Perfino cambiare la realtà. In fondo è quello che fa la letteratura… la scrittura da questo punto di vista è “rivoluzionaria”, è d’accordo?
«Be’ sì. Con la fantasia si può fare tutto, è vero, ed è l’unica risorsa che abbino per cambiare la realtà. La scrittura più che rivoluzionaria la trovo alchemica».
A proposito di rivoluzione e interviste, cosa avrebbe chiesto a Che Guevara, al quale lei ha dedicato una biografia (“Non perdere la tenerezza”)?
«Tutte domande che avrei voluto fargli sono contenute in quel libro. C’è una cosa, però, che avrei voluto chiedere agli eredi: perché non hanno mai pubblicato i diari scritti nel periodo in cui lui era ministro? Mi piacerebbe tanto saperlo».
Perché ha scelto di raccontare la sua storia?
«Se sei un bambino cattolico, ed io non lo sono stato, la tua vocazione è scrivere la biografia di San Francesco. Io sono stato di sinistra per tutta la vita, i miei riferimenti per raccontare la storia sono stati due: Che Guevara e Ho Chi Minh, ma ho scelto di scrivere del primo perché non conosco la lingua vietnamita, anche se è un’idea alla quale non ho ancora rinunciato quella di raccontare di Ho Chi Minh. Anzi sicuramente scriverò una storia narrativa partendo da questa domanda: lui che era un grande fumatore, da dove prendeva le sigarette quando era in carcere?».
E qui torniamo al fumo… e quindi a Perugia. Come sono andati gli incontri?
«Oh benissimo, ma qui vedo cose sempre più strane… non ho ancora detto ai perugini che sono affascinato dal grifone che ho scoperto nel Palazzo dei notari. Qui c’è una piccola statua di un grifone che si sta facendo un maialino…. Ora capisco l’amore dei perugini per grifoni e maialini. In realtà da anni sto dando la caccia al Leone della Serenissima di Venezia, che mi interessa per diverse ragioni: intanto vorrei capire perché un logo assiro è simbolo di Venezia; e poi mi attrae la parola stessa “Serenissima”; e non capisco perché una Repubblica militare decida di prendere questo nome… Ho già scritto 15 pagine su questo argomento, in verità».
L’Italia, comunque, continua ad affascinarla…
«L’Italia tira fuori il meglio e il peggio di me stesso. Quando sono qui divento un anti neoliberale, divento un garibaldino. Anzi da 20 anni sto facendo una crociata affinché tutte le statue di garibaldini in Italia portino il poncho rosso».
E cosa altro ha scritto di nuovo?
«Due libri. Uno è appena uscito in Messico, sulla rivoluzione liberale messicana, simile al vostro Rinascimento. L’altro è uno dei cinque romanzi che ho iniziato a scrivere e che uscirà a fine anno».
Ma quando trova il tempo per scrivere così tanto?
«Quando inizio posso scrivere anche per 8-10 ore di fila…».
Spaziando da un genere all’altro…
«Sì ma questo è un fenomeno letterario controllato. Io sono sempre uno. Sia quando scrivo, sia quando vivo. Sono sempre Paco».

(l’Unità, 14 maggio 2017)

Annunci