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“Il mio sogno? L’anarchia dell’amore, l’anarchia dell’immaginazione, l’anarchia dell’arte”. D’altra parte Jan Fabre – coreografo, regista, scrittore, scultore belga – le regole non le ha mai sopportate, tranne una: inginocchiarsi alla bellezza. E stavolta “Fabre il visionario” ci invita a celebrare il suo stesso paese, il Belgio, al quale è dedicato il nuovo spettacolo teatrale, Belgian Rules/Belgium Rules, che andrà in scena in anteprima mondiale al Napoli Teatro Festival Italia (Teatro Politeama 1° luglio ore 20.30, 2 luglio ore 19) e poi in autunno al Romaeuropa Festival (Teatro Argentina 30 settembre ore 19, 1° ottobre ore 16).
Fabre, questo spettacolo è prima di tutto un omaggio alla sua terra, un po’ come fece Fellini con la sua città nel film Roma
In effetti ho voluto fare qualcosa di simile. Lo spettacolo è un’ode al Belgio, ma nello stesso tempo una lente di ingrandimento che mostra gli aspetti contraddittori. Come per Fellini, la mia è una dichiarazione critica d’amore.
Del Belgio lei dice che è un “paese artificiale e instabile”.
Lo è infatti. Da oltre duemila anni veniamo occupati da potenze straniere. Siamo critici nei confronti dell’autorità e scettici verso i regolamenti. Il rapporto individualistico con le regole è anche un tema importante della performance. Ancora oggi questo piccolo territorio è diviso in tre parti e ha tre lingue ufficiali! Nello stesso tempo è tutt’altro che uno stato fallito. Gli artisti belgi, per esempio, accompagnano tutta la drammaturgia del mio spettacolo: Van Eyck, Bosch, Rubens, Magritte… Il Belgio è una fucina di arti, dalla pittura fiamminga ai fumetti. Spero sopravviveranno in futuro.
Sopravviveranno anche i movimenti di estrema destra o l’ondata di populismo di cui parla lo spettacolo?
Ormai sono fenomeni non solo europei, ma mondali. Io sono stato fisicamente minacciato tre volte dagli estremisti di destra: mi hanno versato delle feci davanti la porta di casa, mi hanno spedito lettere minatorie anonime, mi hanno chiamato traditore… Credo che ogni artista debba essere libero e indipendente. Belgian Rules/Belgium Rules non è la storia del nazionalismo. E’ piuttosto una storia sull’assenza totale del nazionalismo. I belgi sono orgogliosi della loro mancanza di orgoglio.
Perché i suoi lavori danno ancora fastidio?
Perché credo nella forza e nella vulnerabilità della bellezza come insieme di valori etici e di principi estetici. Il mio lavoro è sempre stato coerente negli anni e non ho mai cercato la provocazione. Le mie creazioni o ti avvelenano o ti salvano la vita.

(L’Espresso, 25 giugno 2017) 

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