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Venticinque anni di palcoscenico alle spalle, di cui quasi venti trascorsi lavorando giorno dopo giorno con la compagnia da lui fondata nel 1997 (Fortebraccio Teatro), premi importanti (tra cui l’Ubu 2014 come migliore attore) e una sfilza di spettacoli intelligenti, poetici, che attraversano  secoli teatrali anche lontani. Roberto Latini, attore, autore e regista romano, è uno di quegli artisti che non può proprio farne a meno del teatro. “Ne ho visto tanti, con grandi capacità progettuali, smettere di avere a che fare con questo mondo. Chi va avanti – ci spiega – è perché non può vivere senza. Io mi considero un sopravvissuto”. Difficile fare teatro di questi tempi, difficile dover tenere testa a certi meccanismi politici, a richieste ministeriali, alla mancanza di soldi che rallenta e a volte scoraggia la creatività, che però, nonostante tutto, non si ferma e va avanti. Deve andare avanti. E domani sera, al Festival Inequilibro di Castiglioncello (Li), debutterà il nuovo lavoro di Roberto Latini, Il Cantico dei cantici, proprio a chiusura di questa ventesima edizione che ha avuto anche ospiti internazionali con un focus dedicato alla danza del Medioriente. Partiamo proprio dal Cantico per la nostra chiacchierata con Latini, che ci racconta anche del perché ha lasciato Roma, e del “pasticciaccio” di Chiusi, dove avrebbe dovuto dirigere la compagnia del Festival Orizzonti.

Roberto, Il Cantico dei cantici non è un testo in cui ci imbattiamo spesso a teatro, perché questa scelta?

Ero stufo di procedere nell’astrazione, volevo andare avanti nel mio percorso per attrazione. E così ho seguito un doppio binario. Da una parte sono partito da Pirandello con i Giganti della montagna, dove l’unico personaggio sono proprio le parole di Pirandello, da Amleto + Die Fortinbrasmaschine, con le parole di Shakespeare che sono dentro la forma contemporanea, e dal Cantico, un testo che se privo di riferimenti biblici resta ad un’altezza tale che… può apparirci all’improvviso con il suo profumo, come in una dimensione onirica, non di sogno, ma di quel mondo, forse parallelo, forse precedente, dove i sogni e le parole ci scelgono e ci accompagnano. Dall’altra parte sono partito dalle Noosfere (Noosfera Lucignolo, Noosfera Titanic, Noosfera Museum) per arrivare sempre al Cantico, un percorso più di senso che drammaturgico. Nel 2010 ho pensato che Pinocchio fosse in grado di raccontarci Lucignolo come se fossimo noi tutti in attesa di salire su un carro verso il paese dei balocchi, aspettando la mezzanotte con quel desiderio di andare via che accomuna intere generazioni. Con Titanic è come se il grande sogno fosse stato interrotto all’improvviso e  in Museum, lo spettacolo che abbiamo modificato più di tutti, siamo affondati. Avevo bisogno, dunque, dopo l’affondo, di un testo che mi portasse verso l’alto, ecco perché Il Canto dei cantici, uno spettacolo che nasce dalla ricerca dell’ascolto.

I suoi lavori sono spesso dei “concerti per voce  e corpo”, la musica è parte fondamentale della drammaturgia, sarà così anche stavolta?

Le musiche e i suoni (di Gianluca Misiti) sono qui più teatralizzati, sono più radicali. Ho imparato facendo Iago che l’amplificazione amplifica anche il silenzio, dei silenzi immensi. La novità è che stavolta c’è la necessita di un personaggio, c’è una scenografia, c’è uno studio radiofonico e lo spettatore vede quello che accade mentre si va in onda.

I primi spettacoli di Fortebraccio Teatro sono nati a Roma, perché ad un certo punto ha deciso di lasciare la sua città?

Andare via da Roma è stata una delle cose migliori che io abbia fatto nella mia vita. Roma non ti permette di crescere davvero. Dopo aver portato per due settimane uno spettacolo al Teatro India per una compagnia non ci sono altre possibilità. Roma ha mantenuto una promessa: lasciare che le cose restino nel limbo.

E ora dove vive?

Da un paio di mesi, dopo gli anni bolognesi durante i quali ho diretto il Teatro San Martino, vivo a Milano. E sto benissimo. In dieci mesi la nostra compagnia è stata cinque volte a Milano. E ora è stata avviata una produzione con il Piccolo, la prima produzione. A Roma, ogni volta che sei in cartellone, ti senti quasi in colpa. E poi il pubblico è spaesato.

Il titolo del nuovo spettacolo che produrrà il Piccolo?

Il teatro comico di Carlo Goldoni, con la mia regia, in scena dal 20 febbraio al 25 marzo. Mi sembra incredibile aver potuto scegliere gli attori: Marco Sgrosso, Elena Bucci, Marco Manchisi, Savino Paparella, Marco Vergani. A Roma sarebbe impensabile. Però sarò al Teatro Vascello, con tre spettacoli: I Giganti della montagna,  Amleto + Die Fortinbrasmaschine, Il Cantico dei cantici.

Veniamo alla vicenda di Chiusi. Il festival Orizzonti è stato annullato e poi di fretta e furia riannunciato in una versione molto molto light.  Ci racconti cosa è successo.

Sono stato ospite per tre anni, con la mia compagnia, al Festival Orizzonti di Chiusi. Quest’anno Andrea Cigni mi ha chiesto di selezionare dei ragazzi per un laboratorio, poi la situazione è cambiata, si è deciso che dovevo creare una compagnia del Festival. E’ stato fatto un bando e sono arrivate 450 candidature per 7 posti non pagati, cioè la paga era prevista solo per le date di replica.  Ho chiesto di annullare il bando, ma non sono stato ascoltato. Così, dato che le lettere erano indirizzate a me, mi sono chiuso in casa per cinque giorni e ho selezionato 150 attori, che ho incontrato, a gruppi, per altri 5 giorni. Ho chiesto una persona in più e alla fine ho avuto le otto persone. Bene, dopo aver lavorato con loro alle prime due tappe del percorso, ho ricevuto una telefonata di Cigni che mi preannunciava dei problemi con il Festival, finché con la seconda chiamata mi ha confermato che il Festival avrebbe chiuso a causa di un buco economico di oltre 300mila euro. Una vicenda assurda dall’esito tragico… e anche offensivo nei confronti miei e dei ragazzi selezionati.

Si poteva evitare?

Certo che si poteva evitare: il direttore artistico ha delle responsabilità, se non ha la certezza di poterlo fare non può sostenere un progetto.

E non è stato l’unico recente “terremoto teatrale”. Armando Punzo, per esempio, per intoppi burocratici ha lasciato la direzione artistica di VolterraTeatro dopo vent’anni…

Sì, gli ho scritto una lettera. Credo che abbia fato bene, non si può essere complici del sistema. Bisogna vantarsi di averle chiuse, a volte, certe situazioni.

(Il Manifesto, Alias 1 luglio 2017)

 

  

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