Lucinda Childs, da “Einstein on the beach” al Leone d’oro

Tag

,

Gli anni Settanta a New York…che periodo straordinario, quando gli artisti di diverse discipline si incontravano e collaboravano, quando l’arte usciva dai teatri e dalle gallerie per andare nelle strade, sui grattacieli ed entrare nei loft. Erano gli anni della pop art e del minimalismo, del Living Theatre e di Merce Cunningham. Erano gli anni in cui Lucinda Childs, la coreografa e danzatrice americana diventata un punto di riferimento, creava la sua compagnia. Era il 1973, ma già da una decina di anni si era avvicinata alla coreografia unendosi al gruppo di artisti del Judson Church Theater, realizzando brevi pezzi senza musica che rifiutavano i canoni della danza moderna, una tra tutte Street Dance, sei minuti per raccontare agli spettatori affacciati da un loft i movimenti dei passanti in strada. Le regole, si sa, lei non le mai sopportate. Ed è a Lucinda Childs, classe 1940, che è andato quest’anno il Leone d’oro alla Carriera consegnato in apertura dell’undicesima edizione della Biennale danza contemporanea (23 giugno – 1 luglio), “per la sua pratica fortemente autoriale e la purezza delle sue proposte formali che creano una profonda emozione, e annoverano le sue opere fra i nuovi “classici” della storia della danza”. Al Festival ha presentato Dance, titolo manifesto del minimalismo astratto, Katema e Dance II. E nei prossimi giorni la Biennale di Venezia ospiterà anche altri grandi nomi come quello di Louise Lecavalier, Benoît Lachambre, Robyn Orlin, Xavier Leroy, Mathilde Monnier e La Ribot, e new entry in forte ascesa come Dana Michel, Leone d’argento 2017, Alessandro Sciarroni, Lisbeth Gruwez, Daina Ashbee, Clara Furey, Ann Van den Broek.

Lucinda, nella sua lunga carriera ha realizzato oltre 50 coreografie. Lei è diventata un’icona della danza controcorrente: è salita sul palco indossando dei bigodini in testa, mangiando una mela, ripetendo gesti infinitamente semplici: all’inizio come ha reagito il suo pubblico?
“Nei primi anni ’60 la maggior parte degli spettatori che avevamo alle nostre prime opere ispirate a Merce Cunningham e a John Cage erano artisti della comunità d’arti visive, che, dunque, avevano esigenze estetiche simili alle nostre, in particolare era il movimento della pop art. Così, la reazione era davvero aperta e positiva, ma era un pubblico molto limitato”.
Spinta da quali esigenze è nata la danza postmoderna?
“La danza postmoderna segue la tradizione moderna, che si basa soprattutto sulla narrativa. Come nel lavoro di Martha Graham, capisci che c’è sempre una storia, una narrazione, un’azione drammatica che è rappresentata dalla danza. Con l’avvento di Merce Cunningham la danza è diventata completamente astratta, senza storia o narrazione di alcun tipo. Merce si sentiva molto forte che la danza in sé e in sé è ciò che dobbiamo guardare, piuttosto che preoccuparci della narrazione”.
Lei ha collaborato con grandi artisti, ad esempio Philip Glass e Robert Wilson. Si ricorda come è andato il suo primo incontro con quest’ultimo?
“Il mio primo incontro con Robert Wilson è avvenuto a Broadway dopo la sua performance del 1974 A Letter for Queen Victoria. Ero ispirata nel vedere un grande artista che lavorava in un ambiente teatrale tradizionale. Quando l’ho conosciuto, mi ha chiesto di collaborare con lui e io, ovviamente, ho detto subito di sì e abbiamo lavorato insieme per Einstein on the beach“.
La sua prima apparizione in Italia fu proprio con Einstein on the Beach a Venezia, giusto?
“Sì, mi ricordo che venimmo a Venezia per le messa in scena e fu un’esperienza incredibile, allo stesso tempo vedere la collezione Peggy Guggenheim e, naturalmente, far parte di quella grande comunità di artisti emergenti era entusiasmante, ma forse anche controverso in quel momento”.
Dance, manifesto del minimalismo astratto di cui lei è una pioniera e destinato a influenzare generazioni di ballerini (musica di Philip Glass), è stato presentato ora in Italia per la prima volta, in apertura di Biennale, con il film-décor in rigoroso bianco e nero che l’artista americano Sol Le Witt aveva creato nel 1979. Dopo tanti anni è sempre così emozionante e attuale mostrare certe coreografie?
Dance ha ormai quasi 40 anni e naturalmente i ballerini del film di LeWitt provengono da un tempo diverso e hanno un diverso tipo di formazione e di background. È incredibile che molti dei danzatori che hanno iniziato con questa particolare rivisitazione di Dance, avvenuta nel 2009, stiano ancora ballando nella coreografia con me 8 anni dopo. Siamo davvero entusiasti di poter continuare a portare in giro il nostro lavoro. Nella messa in scena di oggi i danzatori ripresi nel film di LeWitt del 1979, tra i quali ci sono anch’io, dialogano con i corpi in scena degli undici interpreti della nuova compagnia, riattualizzando la coreografia alla luce del contrasto tra la fisicità dei danzatori degli anni 70’ e dei danzatori di oggi.”.
Lei, in effetti, si è esibita in tutto il mondo, ma forse molto più in Europa rispetto all’America.
“Sì, è vero che il mio lavoro in Europa è stato visto da molte persone e con una frequenza senza dubbio maggiore rispetto alle esibizioni della mia compagnia negli Stati Uniti. È grazie alle rivisitazioni del mio lavoro negli ultimi anni che i miei danzatori hanno avuto così tante repliche, ma è soprattutto nella comunità europea che le nostre opere vengono presentate. La coreografia, in generale, è una forma d’arte per me abbastanza imprevedibile. Non sono mai sicura di ciò che davvero accadrà quando entro in studio con i miei ballerini. Dico sempre che non sono realmente portata alla matematica, ma faccio molte misurazioni con i conteggi come modo per esplorare le opzioni possibili per organizzare le relazioni reciproche tra i danzatori nello spazio e nel tempo”.

(Left, 23 giugno 2017)

Celestini e il Pueblo che sta alla finestra

Tag

,

Trascorrere del tempo con Ascanio Celestini, che sia un’intervista o una semplice chiacchierata, è un po’ come essere catapultati all’improvviso dentro le sue storie fatte di uomini semplici in lotta per la sopravvivenza. Che poi in realtà ci siamo già dentro, solo che non le vediamo. Ecco perché ascoltare i suoi racconti è come aprire gli occhi sul mondo. Zingari e barboni, baristi e cassiere, africani e cinesi: stavolta saranno loro al centro del nuovo spettacolo, Pueblo, che debutterà il 17 ottobre al Romaeuropa Festival. Nel frattempo lui ce lo presenta in anteprima a Napoli (19-20 giugno, Napoli Teatro Festival), Pistoia (23 giugno, Pistoia Teatro Festival), Sansepolcro (Kilowatt, 15 luglio), dove andrà in scena uno studio dello spettacolo: Che fine hanno fatto gli Indiani Pueblo?.
Ascanio, ti alleni per il debutto di ottobre?
La parola “allenamento” è perfetta. Lo spettacolo è come una maratona. I tempi sono più o meno quelli. Tra la maratona e la mezza maratona. L’inizio è decisivo, ma non troppo veloce perché bisogna avere il tempo per spezzare il fiato, poi è tutto un equilibrio tra te e quelli che ti stanno intorno.
Che fine hanno fatto gli Indiani Pueblo? è un titolo curioso, che ha come sottotitolo “Storia provvisoria di un giorno di pioggia”. Qual è stato lo spunto stavolta per la nascita di questo spettacolo?
Dépaysement, la seconda parte della trilogia che inizia con Laika e finirà con I Draghi tra un paio d’anni. Quello è il titolo in Belgio e Francia dove abbiamo già debuttato, mentre in Italia si chiamerà semplicemente Pueblo. Abbiamo debuttato al festival internazionale biennale di Liége e poi a Bruxelles e Parigi. In scena eravamo Gianluca Casadei, Violette Pallaro, Patrick Bebi e io. È un pezzo del lavoro che ci sta portando verso questa versione italiana che si chiamerà Pueblo.
Cinque anni fa stavo per debuttare con Discorsi alla nazione, un racconto sul potere (su chi ha il potere e chi non ce l’ha) e Marco mi ha chiamato per farmi incontrare i facchini che lavorano nei magazzini delle società che si occupano di logistica. Facchini africani che scaricano pacchi dai grossi camion, li misurano, li pesano e li fanno ripartire su autoveicoli più piccoli. Un lavoro alienante e sottopagato. Marco l’ho conosciuto dodici anni fa perché faceva parte di un collettivo che s’occupava del lavoro precario d’un grande call center. Anche allora m’aveva cercato per raccontarmi come si lavorava in quel posto. E adesso mi cercava per raccontarmi d’un altro luogo nascosto. Spesso quello che tu chiami “spunto” mi viene proposto da qualcun altro. E io ho bisogno di persone che mi chiamano per rimettere insieme le storie di quelli che non hanno la forza per farle ascoltare.
Anche questa volta ritroviamo i tuoi luoghi preferiti: le periferie, i bar, i marciapiedi… sei come gli assassini che tornano sempre sul luogo del delitto. Loro, però, sperano, forse, di cancellare qualche traccia, tu, invece, di tracce ne lasci tante nei tuoi spettacoli.
Io cerco sempre gli stessi personaggi animati da una vita che viene raccontata solo quando accade qualcosa di estremo (furti, stupri, omicidi), mentre a me piacciono quando si tengono sul confine della notizia. Un attimo prima che arrivino i giornalisti del telegiornale regionale.
Pueblo, come dicevi anche tu prima, è la seconda tappa di una trilogia partita da Laika, spettacolo bellissimo, che segna anche una piccola svolta nella tua carriera. Ti abbiamo conosciuto e amato come affabulatore, una specie di folletto che affascina con le sue storie, con Laika, invece, sei anche tu dentro la storia, sei un povero Cristo che ha vissuto sulla sua pelle le difficoltà della vita. Anche in Pueblo incarni un personaggio? E quali saranno i temi della terza e ultima parte della Trilogia?
In Pueblo il narratore sta alla finestra e immagina le storie delle persone senza conoscerle, un po’ come fanno gli scrittori, sia quelli che cercano di capire come funziona il mondo, sia quelli che cercano di capire come funzionano nel mondo. Nella terza parte saranno i personaggi a tirare fuori lo scrittore dal monolocale in cui vive. Il monolocale del suo cervello.
Ma Pueblo vorrei che fosse il racconto di quelli che se ne stanno alla finestra. Una qualunque, la finestra dello smartphone, del computer… una qualsiasi finestra che ti fa credere di essere al centro del mondo mentre stai invece in una periferia sfigata qualunque. E da quella periferia che vive all’ombra del mondo vero (anche se ti fanno credere che il mondo vero sei tu perché hai l’App più performante, il software più democratico) senti di essere sufficientemente protetto per dire qualsiasi cosa. E allora c’è quello che dice “Noi paghiamo gli immigrati per starsene tranquilli negli alberghi” o “noi mettiamo gli zingari nelle casette che gli fa lo Stato sempre a spese nostre. E poi le hai viste le donne? Sono tutte belle grasse, mica patiscono la fame”. E poi “Per me ci vuole solidarietà e carità cristiana, ma se quelli non se ne vanno ci vuole pure la ruspa”. E ancora: “La guardia di finanza multa mia moglie perché non c’ha lo scontrino in mano quando esce dal bar. E a questi non torcono un capello anche quando è risaputo che rubano e non pagano un cazzo”.
E ancora: “In Italia ha fatto più il Gabibbo della guardia di finanza e senza andare oltre a parole”. Sembrano invenzioni letterarie, ma sono frasi che ho registrato da gente vera al bar o preso dai commenti che si trovano in rete. Il razzismo che spiegherebbe (se qualcuno ne tenesse conto) per quale motivo s’è azzerata la differenza tra destra e sinistra e perso l’istinto di solidarietà che sempre avevano le classi sociali più in difficoltà. E non vado oltre a parole!
Le tue storie partono spesso da Roma, una città oggi abbandonata in cui è sempre più difficile vivere. In cosa sta sbagliando la giunta Raggi?
Non ho un giudizio sulla Raggi. Ma so in cosa sbaglia M5s: è un partito. Dovrebbe essere un movimento. Non basta mettere quella parola nel nome.
E i partiti delle Sinistra, invece, secondo te cosa non vedono del nostro Paese?
Dobbiamo essere radicali. Faccio un esempio. Gli immigrati arrivano nel nostro paese come quelli che saltano dalla finestra di una casa in fiamme. Non hanno scelta. Una persona di sinistra non ha il diritto di parlare di “respingimenti”, non può dire “aiutiamoli a casa loro”. Queste parole sono come le bestemmie in chiesa.
Ascanio, parallelamente al teatro stai già lavorando ad un nuovo film?
No. Ho fatto due film (La pecora nera e Viva la sposa) e sono finito due volte all’ospedale con un infarto isterico. Per adesso mi basta.

(Left, 23 luglio 2017)

Fuoriclasse e giovani generazioni, una sfida in cerca di sogni

Tag

,

 

Al primo impatto è l’enorme manifesto a colpire l’attenzione, quel corpo nudo rannicchiato su se stesso che sembra spaventato e sordo a ciò che accade attorno. Metafora del teatro contemporaneo forse, impaurito a volte dall’indifferenza che ci circonda, ma che può riuscire con un guizzo a sfondare  le barriere e a prendere aria, proprio come quelle due gambe che nuotano verso la superficie della piscina nella stessa locandina di Primavera dei teatri, il festival dedicato ai nuovi linguaggi della scena contemporanea. La organizza da diciotto anni Scena Verticale, la compagnia diretta da Saverio La Ruina e  Dario De Luca. E ogni volta un piccolo grande miracolo accade a Castrovillari, cittadina calabrese abbracciata dai monti del Pollino e incastonata tra due mari. In una regione periferica e disagiata, questo festival sfida tutto e tutti fino a diventare luogo privilegiato di dibattito culturale, in cui si incrociano compagnie di diverse generazioni, alcune delle quali già molto apprezzate (quest’anno Babilonia, Fortebraccio, Oscar De Summa, lo stesso Saverio La Ruina), altre coraggiosamente in cerca di una strada (da Marta Dalla Via a Stabilemobile, da Maniaci d’amore a Frigoproduzioni). I risultati naturalmente sono diversi e non sempre perfetti, ma poco importa, perché ciò che conta è sapersi aprire al nuovo.

La sfida che affronta Enrico Castellani in Pedegree, per esempio, è misurare la capacità di un giovane uomo di chiarire a se stesso e agli altri il concetto di identità. Questione non da poco per uno che ha due madri, un padre donatore e cinque fratelli di sperma sparsi per il mondo e tutti con lo stesso identico nome: Loris. Lo spettacolo parte dal mito delle due metà descritto nel Simposio di Platone e narrato da Aristofane: un tempo gli uomini erano perfetti ma Zeus invidioso li divise a metà e da allora ciascuno è in cerca della propria anima gemella. Qui le due metà sono dei polli…uno, due, tre, quattro, cinque. Castellano, seduto su un divano rosso, li tira fuori dalla borsa per cucinarli allo spiedo. L’odore pervaderà la sala, ma seppiatelo, non finirà con cosce croccanti distribuite al pubblico. Nel mezzo, Pedegreee  parla di scelte e di diritti, di desideri e di generazioni in provetta con una scrittura asciutta e ironica, imperfetta nella costruzione drammaturgica ma di impatto, come sono spesso gli spettacoli di Babilonia Teatro.

E un’opera rap per Andrea Pazienza, invece, lo spettacolo presentato dai Fratelli Dalla Via con Gold Leaves e la Piccionaia: Personale Politico per Pentothal. Dentro c’è la Bologna degli anni Settanta ma anche l’Italia di oggi, tutto raccontato in maniera un po’ confusa, è vero, ma lei, Marta Dalla Via, a cui è affidato il monologo, riesce a gestire con disinvoltura quella carrellata di giochi di parole che ci ricordano tanto Alessandro Bergonzoni.

I fuoriclasse del festival sono senza dubbio Saverio La Ruina (Masculo e fìammina), Oscar De Summa (La Cerimonia) e Roberto Latini (Il cantico dei Cantici). Deludono, invece, Aiace della compagnia Stabilemobile di Antonio Latella, e Franco Stone – una storia vera dei Sacchi di sabbia. Il filo conduttore del festival? La ricerca d’identità, o meglio ancora del sogno, che anima le nostre vite dentro e fuori la scena.

(Il Manifesto, 10 giugno 2017)

Bonifati, dall’Odin teatret a Ridley Scott

Tag

, ,

I tratti somatici non lasciano alcun dubbio sulle sue origini meridionali. Occhi e capelli scurissimi, Giuseppe L. Bonifati, attore, regista e drammaturgo, è nato a Castrovillari nel 1985. Ma ormai da anni vive a Hostelbro, in Danimarca, proprio lì dove ha sede il Nordisk Teaterlaboratorium, l’Odin Teater di Eugenio Barba sì, lui, che ormai da più di 50 anni porta avanti la sua ricerca teatrale perennemente a confronto con le diverse culture del mondo.

L’avventura teatrale di Giuseppe è partita proprio da un workshop con l’Odin, dal quale non si è mai più allontanato. E una delle prime cose che gli chiediamo, viste le condizioni precarie degli attori italiani, è se la decisione di lavorare all’estero paga… “E’ una scelta di vita – ci racconta – A Hostelbro lavoro 24 ore su 24, dedico al teatro davvero tutto il mio tempo…”. Lo incontriamo durante i pochissimi giorni in cui è a Roma per le prime riprese del nuovo film di Ridley Scott, All the money in the world, sceneggiatura di David Scarpa. Ebbene sì Giuseppe è nel cast e lavorerà al fianco di Michelle Williams, Kevin Spacey, Mark Wahlberg… “Sono molto emozionato, ho sempre un po’ snobbato il cinema ma in questo caso… Ridley Scott…”. Il film racconta la storia del rapimento di John Paul Getty, nipote del magnate del petrolio, avvenuto negli anni Settanta. Il ragazzo restò rinchiuso per sei mesi in una grotta, mentre la madre, Gail Harris, cercava di convincere il nonno a pagare il riscatto.

“Per questo film ho dovuto prendere un congedo da me stesso – dice Giuseppe scherzando – . In Danimarca sono impegnato in un progetto lungo diciotto mesi che si chiama Mayor in residence (Sindaco in residenza), con una performance live al mese”. In scena ci sono Giuseppe (Jeppe) e l’attrice ungherese Linda Sugataghi, sua compagna anche nella vita, rispettivamente sindaco e first lady impegnati nella più lunga campagna elettorale in forma di performance. Nome del partito? Kunstpartiet, il partito dell’arte… “E in effetti la nostra filosofia è: la bellezza sopra ogni cosa. Arte e seduzione sono i due concetti sui quali insistiamo”.

Durante le loro performance parlano di economia e di politica, di educazione, di immigrazione, di società e di estetica. “Abbiamo stilato un manifesto di dieci punti… che poi si traducono in cose totalmente assurde impensabili in Italia: per esempio siamo andati in limousine dai direttori dei vari musei e a ciascuno abbiamo chiesto di firmare un capitolo sulla bellezza; oppure abbiamo bussato porta a porta per chiedere alle famiglie di firmare un contratto anti wi-fi convinti che potesse aumentare la natalità… e ora ci prepariamo al nostro evento finale. Mi presenterò tutto vestito di rosa  con l’obiettivo di uscire indenne da un pubblico che avrà tra le mani i pomodori… Perderemo a testa alta e dopo l’estate (questo è un altro progetto) annunceremo la Scuola-politica in cui daremo consigli ai politici perdenti in vista delle elezioni successive”. E allora non ci resta che augurare buon comizio a tutti.

Paco Ignacio Taibo II: “Quando sono in Italia divento garibaldino”

Tag

, ,

Incontenibile, irriverente, partigiano. Ma soprattutto, geniale. I suoi lettori lo amano anche per questo. E ogni volta che arriva in Italia è una festa. Mentre parliamo con Paco Ignacio Taibo II, lui si gode il sole seduto in un bellissimo giardino di Perugia, una pausa sigaretta (o meglio sarebbe dire sigarette vista la quantità di fumo…) con Lorenzo Ribaldi, editore de La nuova frontiera, che sta ripubblicando i suoi libri. L’ultimo è L’ombra dell’ombra – romanzo storico dall’atmosfera alla Chandler con qualche tocco di realismo magico – che proprio ieri ha presentato durante un incontro nell’ambito del festival di letteratura ispano-americana (“Encuentro”, in programma fino a oggi).
Paco, facciamo un gioco. Immaginiamo che non sia io qui ad intervistarla, ma che al mio posto ci sia Manterola, il cronista di nera, protagonista del suo romanzo “L’ombra dell’ombra”. Secondo lei, cosa le chiederebbe?
«Ummh…. cosa mi chiederebbe (ci pensa un attimo, ndr). Secondo me sarebbe interessato a sapere come faccio a conciliare la mia vita da attivista politico con quella di scrittore e vorrebbe anche chiedermi perché scrivo tanto di notte. Manterola è un giornalista molto famoso in Messico, ha fatto grandi interviste, ha intervistato perfino Mussolini».
Le faccio la domanda inversa, ora. Lei che ama molto il mondo del giornalismo – e lo si intuisce dalla quantità di volte in cui la vita di redazione entra nei suoi romanzi – quale personaggio avrebbe voluto incontrare se fosse lei l’intervistatore?
«La lista sarebbe molto molto lunga… Provo a dirne solo alcuni. Mi sarebbe piaciuto moltissimo intervistare Sciascia, per parlare con lui di potere. E anche Calvino, in particolare avrei voluto chiedergli del suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno. E poi sarebbe stato bellissimo intervistare tutti i garibaldini che hanno combattuto in Spagna. Ma dico proprio tutti, eh. Infine, la mia grande intervista l’avrei fatta a Spartaco, che non era italiano e che è stato sfanculato dai romani. Certo, avrei dovuto parlargli in latino, e non sarebbe stato proprio semplice, ma con un po’ di fantasia un modo l’avrei trovato… ».
Con la fantasia si può fare tutto. Perfino cambiare la realtà. In fondo è quello che fa la letteratura… la scrittura da questo punto di vista è “rivoluzionaria”, è d’accordo?
«Be’ sì. Con la fantasia si può fare tutto, è vero, ed è l’unica risorsa che abbino per cambiare la realtà. La scrittura più che rivoluzionaria la trovo alchemica».
A proposito di rivoluzione e interviste, cosa avrebbe chiesto a Che Guevara, al quale lei ha dedicato una biografia (“Non perdere la tenerezza”)?
«Tutte domande che avrei voluto fargli sono contenute in quel libro. C’è una cosa, però, che avrei voluto chiedere agli eredi: perché non hanno mai pubblicato i diari scritti nel periodo in cui lui era ministro? Mi piacerebbe tanto saperlo».
Perché ha scelto di raccontare la sua storia?
«Se sei un bambino cattolico, ed io non lo sono stato, la tua vocazione è scrivere la biografia di San Francesco. Io sono stato di sinistra per tutta la vita, i miei riferimenti per raccontare la storia sono stati due: Che Guevara e Ho Chi Minh, ma ho scelto di scrivere del primo perché non conosco la lingua vietnamita, anche se è un’idea alla quale non ho ancora rinunciato quella di raccontare di Ho Chi Minh. Anzi sicuramente scriverò una storia narrativa partendo da questa domanda: lui che era un grande fumatore, da dove prendeva le sigarette quando era in carcere?».
E qui torniamo al fumo… e quindi a Perugia. Come sono andati gli incontri?
«Oh benissimo, ma qui vedo cose sempre più strane… non ho ancora detto ai perugini che sono affascinato dal grifone che ho scoperto nel Palazzo dei notari. Qui c’è una piccola statua di un grifone che si sta facendo un maialino…. Ora capisco l’amore dei perugini per grifoni e maialini. In realtà da anni sto dando la caccia al Leone della Serenissima di Venezia, che mi interessa per diverse ragioni: intanto vorrei capire perché un logo assiro è simbolo di Venezia; e poi mi attrae la parola stessa “Serenissima”; e non capisco perché una Repubblica militare decida di prendere questo nome… Ho già scritto 15 pagine su questo argomento, in verità».
L’Italia, comunque, continua ad affascinarla…
«L’Italia tira fuori il meglio e il peggio di me stesso. Quando sono qui divento un anti neoliberale, divento un garibaldino. Anzi da 20 anni sto facendo una crociata affinché tutte le statue di garibaldini in Italia portino il poncho rosso».
E cosa altro ha scritto di nuovo?
«Due libri. Uno è appena uscito in Messico, sulla rivoluzione liberale messicana, simile al vostro Rinascimento. L’altro è uno dei cinque romanzi che ho iniziato a scrivere e che uscirà a fine anno».
Ma quando trova il tempo per scrivere così tanto?
«Quando inizio posso scrivere anche per 8-10 ore di fila…».
Spaziando da un genere all’altro…
«Sì ma questo è un fenomeno letterario controllato. Io sono sempre uno. Sia quando scrivo, sia quando vivo. Sono sempre Paco».

(l’Unità, 14 maggio 2017)

La poesia ci salverà la vita?

Tag

, ,

Un ladro buono e un professore con velleità letterarie. E poi due sedie e un tavolo. Nient’altro, dunque, se non il dialogo assurdo e molto beckettiano tra queste due “anime” nate dalla penna di Armando Pirozzi, e interpretate da Alberto Astorri e Luca Zacchini, provenienti da due differenti compagnie (Astorri /Tintinelli e gli Omini) e qui insieme per la prima volta. D’altra parte Massimiliano Civica, che con gli anni ci ha abituati ad una essenzialità mai banale (Soprattutto l’anguria, Alcesti ecc…) , sceglie con molta cura i suoi attori, stavolta accomunati dal destino in bilico tra disperazione e salvezza dei loro personaggi: Nino e Velonà, protagonisti di Un quaderno per l’inverno, spettacolo in scena in questi giorni al Teatro India di Roma e prodotto dal Metastasio di Prato (repliche fino a domenica).

Il tema è bello e vola alto: la poesia può salvarci la vita? La storia bizzarra che ci viene raccontata ha a che fare proprio con i versi poetici. Perché Nino, armato di coltello, entra in casa del professore per chiedergli qualcosa di molto speciale: vuole che scriva una poesia per lui, per la sua Anita che è in coma. Ma il tempo corre veloce e lui non riesce a leggerle la poesia di Velonà… Una notte indimenticabile, sia per il ladro che per il professore. E anni dopo, otto anni dopo, per la prima volta ricorderanno il tempo trascorso insieme come fossero stati due amici di vecchia data. Certo, uno strano modo di essere amici. Ma quell’esperienza, anche se in maniera diversa, ha segnato entrambi. E questo è il primo indizio che la scrittura, forse, qualcosa può fare. Dopo l’esito così catastrofico della scena in cui scopriamo che Anita muore prima di leggere la poesia scritta per lei, si apre una piccola speranza nel momento in cui Nino tira fuori dal taschino un foglietto stropicciato scritto da suo figlio. Titolo: Un quaderno per l’inverno. E forse Civica vuole dirci proprio questo con il suo spettacolo costruito “per sottrazione”: la poesia ha qualcosa di miracoloso, che può essere così dirompente da incidere perfino sulla realtà…

Più semplicemente Civica ci racconta una storia, che nel suo essere surreale dimostra che un ladro e un professore possono sedersi allo stesso tavolo. Come dire che non siamo tanto diversi l’uno dall’altro e che forse, ciascuno di noi è in cerca della propria personale felicità, della propria “poesia”.

(l’Unità, 21 aprile 2017)

Voglio la felicità a tutti i costi

Tag

, , , ,

Ci sono storie che le parole giuste non saprebbero raccontare meglio. Ma ci sono anche storie che parlano attraverso i corpi, le voci e i sospiri, le pause e gli sguardi. Tutto deve essere ben calibrato, certo. I grandi attori, le grandi attrici, come Giulia Lazzarini, lo sanno bene. Lei, con i suoi 83 anni, e quella grazia che la caratterizza, infonde tranquillità solo a guardarla. Ma non bisogna lasciarsi ingannare, e lo scopriremo mano a mano che lo spettacolo andrà avanti, perché dietro l’apparente tranquillità della famiglia borghese che ci si presenta davanti si nascondono segreti, vergone, amori malati.
Parliamo dello spettacolo in scena in questi giorni al Teatro Argentina di Roma (fino al 23, una produzione Teatro di Roma): Emilia, scritto da Claudio Tolcachir, regista argentino che abbiamo imparato a conoscere grazie al Napoli Teatro Festival Italia, dove più volte è stato ospite con la sua compagnia Timbre 4.
Lo stesso testo ora all’Argentina è stato precedentemente allestito con la sua storica compagnia in lingua spagnola (nel 2015 è andato in scena al Piccolo di Milano). Ma qui il cast è tutto italiano e di un ottimo livello. C’è, fra gli attori, una bella armonia che rende la pièce accattivante e abbastanza convincente.
Giulia Lazzarini è Emilia, la bambinaia di Walter (Sergio Romano), che oggi è un uomo generoso e bisognoso come tutti i personaggi in scena di amore. Ma ognuno esprime questo desiderio a suo modo, declinandolo in mille maniere e rendendolo irraggiungibile per un misto di paura, senso di colpa, possesso, rinuncia, gratitudine. Emilia rivede Walter a distanza di vent’anni. Entra solo per un saluto nella sua nuova casa, fatta di coperte messe una sull’altra (la famiglia di Walter ha appena traslocato), ma resta per la cena, per dormire, e per quel tanto che basta per vedere. Conosce la moglie Carolina (Pia Lanciotti), che in un attimo cede al suo ex marito Gabriel (Paolo Mazzarelli), il padre di Leo (Josafat Vagni). Sarà proprio l’arrivo in casa di Gabriel a rendere più evidenti le crepe familiari. Crepe che però diventano così profonde da far crollare quelle che si pensava fossero certezze.
Il racconto è un’altalena tra il presente e il passato. E più scopriamo dettagli sull’infanzia di Walter più si fanno evidenti le conseguenze sulla sua vita. Walter è un uomo violento, geloso che quando non ottiene ciò che vuole è capace di gesti estremi… E qui, drammaturgicamente, c’è il punto meno convincente dello spettacolo. È vero che non bisognerebbe svelare i finali, ma qui c’è un femminicidio di mezzo che viene quasi giustificato, o perlomeno coperto. C’è chi ha visto, ma non parla, nel nome di quell’amore malato di cui accennavamo. Si può arrivare ad amare a tal punto da non riuscire più a riconoscere il bene dal male? Si può uccidere nel nome della famiglia che una donna non vuole?
Alla fine della pièce Emilia deve tornare in carcere… a fare cosa? Non sarà stata lei ad addossarsi la colpa di ciò che è accaduto? O forse no… Il suo sorriso è rassicurante e il pubblico applalaude ad una grande attrice.

E visto che parliamo di grandi attrici spendiamo qualche parola anche su Giuliana Musso. Ve la ricordate? Il suo Nati in casa uscì in dvd in una collana di teatro dell’Unità a cura di Rossella Battisti: “Teatro in-civile”. Giuliana Musso, classe 1970, è una di quelle attrici e drammaturghe che non mollano facilmente. Determinata a raccontare la realtà che ci circonda, negli ultimi dieci anni ha seguito un percorso coerente e appassionato durante il quale, partendo dal teatro d’indagine, ha raccontato storie dolorose o comiche, ma sempre con poesia e grande professionalità. Oramai vederla in scena nel centro, per non dire nel sud d’Italia, è diventata una rarità. Per fortuna ci ha pensato il Teatro del Quarticciolo – dove Veronica Cruciani e Ascanio Celestini stanno facendo un ottimo lavoro – ad ospitare due dei suoi spettacoli: La fabbrica dei preti e Mio eroe, entrambi prodotti da La Corte Ospitale. Due lavori molto diversi, ma animati entrambi dall’urgenza di trasferire in scena le testimonianze raccolte. Nel primo una breve galleria di personaggi – differenziati fra loro da sfumature quasi impercettibili eppure ben mirate – ricorda la vita in seminario negli anni Cinquanta. Tre uomini anziani raccontano, ed ecco che vengono fuori i tabù e le paure, i rapporti con le donne e nello stesso tempo una personale ricerca della felicità. Si ride anche in questo spettacolo. Di loro e di noi stessi.
E di noi parla anche Mio eroe (spettacolo vincitore del Premio CassinoOff 2017). Ma stavolta c’è poco da ridere. Si ascolta e si rimane incollati alle sue parole, alle parole di tre madri che hanno perso i loro figli in Afghanistan. Sono confessioni sincere, in cui queste donne ci raccontano com’erano i loro ragazzi e nello stesso tempo si fanno portavoci di una denuncia etica e politica che ancora una volta non può non riguardarci.

(l’Unità, 11 aprile 2017)

Interno familiare con vene di follia

Tag

,

«Nessuna felicità è reale se non è condivisa, la condivisione non è felice se non si nutre del reale». Partiamo da questa frase per raccontarvi il nuovissimo spettacolo di Oscar De Summa, attore, regista e drammaturgo di origine pugliese ma trapiantato ormai da anni a Bologna. Se ancora non lo conoscete siete dei pazzi. Recuperate subito… controllate la data più vicina a casa vostra e correte a vederlo. Non vi deluderà. Magari cominciate dalla Trilogia della provincia, tre monologhi uno più bello dell’altro (Diario di provincia, Stasera sono in vena, La sorella di gesucristo).
Intanto, però, De Summa ne ha inaugurata un’altra di Trilogia, tutta dedicata a quel che resta, nella società di oggi, dei miti. E in scena, stavolta, non è solo. Lui scrive il testo, lui firma la regia, lui recita, nei panni dello zio Tire – un magnifico “giullare” o grillo parlante della situazione – con Vanessa Korn, Marco Manfredi e la giovane Marina Occhionero, un vero talento e una bella scoperta.
Ma andiamo con ordine. Lo spettacolo prodotto dal Teatro Metastasio di Prato e in scena al Fabbrichino ancora fino a domenica si intitola La cerimonia. Cosa racconta? Esattamente quello che dicevamo all’inizio del pezzo: «nessuna felicità è reale se non è condivisa». Una frase chiave per capire questo lavoro che scava nella parte più intima dei nostri animi pur raccontando «una giornata normale», con schiettezza e perfino con ironia. In questo De Summa è un maestro. Riesce ad affrontare problematiche serie, nel nostro caso il difficile passaggio di un adolescente verso l’età adulta, senza rinunciare ai momenti di leggerezza. Intanto frasi scolpite nella luce scorrono sullo schermo, mentre la storia procede a ritmo di rock, elettronica, pop tra Skunk Anansie e Manu Chau, Green Day a Radiohead. Siamo negli anni Novanta, sì. La storia di Edi, un’adolescente che vive galleggiando, si svolge nel 1999, quando qualcuno era ossessionato dall’incubo del millennium bug… Come il padre di Edi, Laio, un genitore assente accusato dalla moglie Gio di disinteressarsi alla famiglia («Se ti pagassero per quanto tempo stai fuori dovremmo essere ricchi sfondati»). È una coppia che litiga di continuo, probabilmente mai cresciuta. Forse anche un po’ stereotipata, con un papà che non collabora e una madre isterica che chiede aiuto. Poi c’è lei, Edi, che per il 31 dicembre prepara una cena coi fiocchi (con sorpresa). Prima di arrivarci, però, alla resa dei conti finale, questa ragazzina dai capelli lunghi ci gela con i suoi monologhi e i suoi ripetuti «non lo so» allo zio Tire che le chiede «cosa vuoi Edi?», mettendoci tutti con le spalle al muro. E allora le domande che dobbiamo porci diventano altre: davvero non potevano fare diversamente? Chi decide del nostro destino?
Ecco, ora rileggete per un attimo i nomi di chi sta in scena, cosa vi ricordano? Edipo, chiaro. I personaggi principali ci sono tutti: Giocasta, Laio, Edipo, Tiresia… alla fine il mito edipico torna sempre. Forse perché ha a che fare con un’assenza ed una ferita che non riusciamo a colmare. Ma qui siamo ancora sul baratro. Nonostante tutto, in mezzo a questa follia c’è anche uno slancio verso la vita. Sta a noi scegliere se buttarci giù o vivere. Ma, ricordate, «per essere reale la felicità deve essere condivisa».
La cerimonia è uno spettacolo denso, non ci sono dubbi. Quello che ci piace di questo lavoro – seppure imperfetto – è anche il ritmo che inevitabilmente ti travolge. E poi certe frasi che d’un tratto sembra stiano parlando proprio di te. Infine, quell’affresco di un mondo adolescenziale così reale da fare paura. Se poi siete dei genitori, non rimarrete indifferenti. Siamo pronti a scommetterci.
(l’Unità, 5 aprile 2017) 

Francesco Montanari: “Il dilemma di oggi? Cercare la felicità”

Tag

, ,

Lo abbiamo scoperto nel ruolo di un capo duro e senza pietà dallo sguardo cattivissimo, quello del “libanese” di Romanzo criminale, la serie tv che ha lanciato non solo lui, Francesco Montanari, ma anche Vinicio Marchioni, Marco Giallini, Alessandro Roja ecc… Poi però lo abbiamo ritrovato in parti diversissime, dal fidanzato “mollato” in Pigiama, pièce teatrale di alcuni anni fa, fino al più recente ruolo di padre disoccupato nel film di Daniele Vicari, Sole, cuore, amore, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in uscita nelle sale il prossimo 4 maggio. In questo periodo Francesco Montanari, attore disposto a mettersi sempre in gioco lasciandosi appassionare dalle avventure in cui questo mestiere può catapultarti, è impegnato su più fronti. Ne parliamo con lui, che a Roma è in scena con Aspettando Godot, diretto da Filippo Gili (Spazio Diamante, fino a domenica)
Francesco, ci tolga subito una curiosità: dopo il successo della serie televisiva “Romanzo criminale” lei continua a fare tanto tanto teatro, ma perché lo fa?
«Il teatro mi da la possibilità ogni giorno di confrontarmi con ruoli diversi. Per me è una specie di palestra a pagamento, solo che pagano loro… Non c’è molta differenza nel recitare per il teatro o per la tv. Cambia qualcosa solo dal punto di vista dei tempi. Il teatro è un’opportunità ciclica, ogni giorno nasci e muori. La televisione approfondisce il tempo “ideologico”».
Ancora una volta è in scena con Giorgio Colangelo, ormai siete quasi una coppia di fatto…
«Giorgio per me è un maestro assoluto, è un onore poter lavorare ancora con lui dopo Il più bel secolo della mia vita. Sono lusingato che mi abbia preso sotto la sua ala».
“Aspettando Godot” è un testo classico, messo in scena un’infinità di volte. Qual è l’approccio scelto da Gili?
«Aspettando Godot di Beckett è sempre stato messo in scena in maniera grottesca. Qui, invece, siamo di fronte ad una messa in scena iperrealista di un testo surrealista. È uno spettacolo che utilizza la modalità recitativa di un film, amplificando il senso di attesa che arriva in maniera più diretta, e in modo anche più comico. Si ride molto in questo spettacolo».
Si è mai ritrovato a vivere in prima persona questa situazione di “attesa”, di un domani che sembra non arrivare mai?
«Io credo che sia la situazione in cui vivono tante persone. È una condizione sociale: c’è una mancanza di presa di coscienza della felicità. Oggi una condizione comune sembra essere questa: ok, io voglio essere felice, ma come si fa? La mia generazione, e parlo dei trentenni-quarantenni, è disperata. I ragazzi vanno a prendersi un aperitivo per nascondere un disagio sociale. Chiamiamolo precariato o come vogliamo, è comunque uno stato emotivo e Godot è come se ci mettesse di fronte ad uno specchio per mostrarci noi stessi».
Una cosa simile accade, anche se in maniera diversa, nel film di Daniele Vicari: “Sole, cuore, amore”. Anche in questo caso c’è un mondo precario, un padre disoccupato (che poi è il suo personaggio), una madre che si sveglia all’alba tutte le mattine pur di lavorare… ma nel film la vita quotidiana travolge a tal punto le persone che alla fine resta un interrogativo: fin dove possiamo spingerci? Dove è il limite?
«Quando Daniele Vicari mi ha chiamato per fare questo film ha detto che era stanco di sentir parlare di periferie come sinonimo di criminalità. Voleva raccontare la vita di quelle persone che scelgono l’onestà. Questa cosa mi ha colpito. Il film racconta una storia di speranza, nonostante tutto. Mi ricorda quello che mi diceva un mio professore: sorridi e ricomincia. Cioè bisogna trovare il modo per andare avanti. Mi sono chiesto come fare per rendere umano il mio personaggio. E la risposta l’ho trovata, ho pensato: prendo 3 minuti di vita con mia moglie, in quei 3 minuti devo diventare la sua ricreazione. È questo che crea l’affezione del pubblico. Io non so, poi, se c’è un intento politico del film, ma quel disagio di cui si parla è reale. Purtroppo non ho la soluzione, altrimenti farei il politico».
Dal 6 aprile sarà sul grande schermo anche con “Ovunque tu sarai” di Roberto Capocci, qui al suo esordio. Che film vedremo?
«Il film racconta una storia d’amicizia. Francesco, Carlo, Loco e Giordano (il mio personaggio) partono da Roma direzione Madrid per festeggiare l’addio al celibato di Francesco ma soprattutto per fare un viaggio insieme, un pretesto per andare a vedere la propria squadra del cuore in trasferta in Champions League e anche una metafora individuale. Il mio Giordano è un tifoso scaramantico e maniacale, una persona che ha paura di vivere. Per me è stata una scoperta Roberto Capocci».
Lei è tifoso?
«No, ma ho scoperto il tifo, mi ricorda come la passione vera può unire le persone».
C’è un personaggio che le piacerebbe interpretare?
«Sì, San Tommaso d’Aquino. Non per una questione religiosa. Ma perché i santi sono eroi. Ognuno di noi ha i propri conflitti interni, un santo sente questi conflitti all’ennesima potenza. Trovo sia molto affascinante, ha a che fare con il nostro senso di colpa».
Tornerà a recitare con i “compagni di viaggio” di “Romanzo criminale”?
«Tornerò sicuramente a recitare con Vinicio Marchioni (il “Freddo”). Dal 4 dicembre inizieremo le prove per Zio Vanja. Vinicio, oltre ad essere il protagonista dello spettacolo, firma anche la regia».
Altri progetti?
«Dal 28 aprile inizieranno le riprese di una serie tv per Rai 2, ma non posso svelare altro».

(l’Unità, 30 marzo 2017)

Ruggero Cappuccio: “Vi racconto il mio Napoli Teatro Festival”

Tag

, , ,

Ci siamo. Il programma dell’edizione 2017 del Napoli Teatro Festival Italia è stato annunciato. Ed è il primo a portare la firma del neodirettore Ruggero Cappuccio – con una lunga storia alle spalle come drammaturgo, attore, regista – che arriva proprio nel decennale del Festival e dopo la direzione, breve ma “rumorosa”, di Franco Dragone (di cui si era tanto discusso per il cachet costosissimo di Al Pacino, che l’anno scorso avrebbe voluto al Festival). In programma, dal 5 giugno al 10 luglio, circa 80 titoli, con tanti protagonisti internazionali (da Angelica Liddell a Dimitris Papaioannou) a tantissimi italiani (da Roberto Andò a Cristina Comencini, da Ascanio Celestini a Mimmo Borrelli).
Ruggero Cappuccio, una gran bella responsabilità accettare la direzione del Napoli Teatro Festival…
«Ho affrontato la direzione artistica come un dovere civile. La prima cosa che salta all’occhio guardando il programma, probabilmente, è che non ci sono miei spettacoli… Un mio lavoro, forse, ci sarà solo se se ne sentirà un’irrinunciabile necessità interiore. Ma non è una mia priorità. Mi sforzo di immaginare cosa il pubblico e gli artisti vorrebbero dal Festival».
E cosa vorrebbero?
«Come prima cosa, un atto pratico: i biglietti sono passati da 34 a 8 euro, 5 per gli under 35, ingresso libero per i pensionati e i disabili. Il teatro è un diritto, la cultura è un diritto».
D’accordo. Certo tutti gli altri teatri che non praticano questa politica dei prezzi contenuti non saranno molto contenti.
«Io li capisco, loro hanno ragione. Ma nel nostro caso il Festival prevede 35 giorni di programmazione. Il Festival è una piattaforma di esposizione in cui una persona per arricchirsi vorrebbe vedere 10 spettacoli in una settimana. Ma per uno strano mistero le persone che amano il teatro sono povere. Per questo abbiamo deciso di abbassare i prezzi degli spettacoli».
Un problema del Napoli Teatro Festival è sempre stato la mancanza di affezione da parte del pubblico. Mentre nei piccoli centri, da Santarcangelo a Spoleto, c’è una comunità che si raccoglie intorno al teatro, nelle grandi città, e Napoli è una metropoli, c’è un forte senso di dispersione e la gente, purtroppo, non partecipa.
«È vero, la metropoli è a sua volta una città plurima. La società che popola un quartiere non è la stessa società che popola un altro quartiere. Creare, quindi, un legame con la città è un’impresa complessa. Napoli ha tanti popoli. Lo sforzo va fatto in una direzione precisa: la politica dei prezzi contenuti va incontro a chi non ha soldi».
Osservando il programma sembra che guardare ai tanti popoli di Napoli significhi anche andare loro incontro attraverso altri linguaggi, dalla musica al cinema.
«Infatti un altro aspetto è esternare il Festival. Perché sarà Battiato ad aprire il Festival? Perché Battiato è un autore, uno scrittore, un poeta, che si esprime attraverso la musica. Il Festival avrà 10 sezioni, dal Cinema allo SportOpera (che racconta della passione dei grandi scrittori per il tema dell’agòne). Parliamo di un Festival che cerca la riunificazione delle arti attraverso i saperi. Quindi i laboratori…».
Ecco, parliamo dei laboratori.
«Sono laboratori che sfuggono all’esotismo… Nekrosius ha elaborato un progetto triennale, ma non gli ho chiesto di fare uno spettacolo, come non l’ho chiesto a Peter Brook e Tomislav Janezic. Ho chiesto loro di incontrare i giovani. Questa città è l’archetipo del teatro. Lo è perché ha una pesantissima eredità. Mentre parliamo in sono nel camerino storico di Eduardo, al Teatro San Ferdinando. C’è ancora la sua giacca da camera, il suo cilindro, i suoi abiti. Ma le eredità sono delicate da maneggiare. Il pubblico tratta l’eredità come un rituale stanco. La potenza della tradizione è interessante se produce nuova tradizione».
Chiariamo anche l’equivoco che si è creato, nei giorni scorsi, sui laboratori. Sfoceranno in produzioni? Bisogna pagare per seguirli?
«In tutti i Festival chi si iscrive ad un laboratorio paga. Da noi no. Tutti i laboratori, e sono dieci per 190 attori, sono gratuiti. Qualcuno, quindi, ha equivocato. Nekrosius quest’anno lavora sul Don Chisciotte. L’anno prossimo ci sarà un altro tema. Il terzo anno un altro tema ancora e solo in quest’ultimo caso il laboratorio potrebbe sfociare in una produzione. È chiaro che se sarà così gli attori – contrariamente a quanto scritto da qualcuno – verranno pagati come in ogni produzione».
Il laboratorio di Peter Brook su cosa verterà?
«Sarà un laboratorio sulla struttura del testo. Ma non sarà triennale, come per Nekrosius».
Un ruolo centrale, a quanto pare, lo avranno anche le periferie.
«Dopo l’esperienza di “Quartieri di vita”, che ha coinvolto 13 teatri di periferia, come farne a meno? È stata per me una felicità carnale, fisica, corporea. Le persone devono entrare in relazione con il teatro. Ai tempi del Globe tutti andavano a teatro. E oggi invece? E poi questo Festival è finanziato soprattutto da Fondi europei, soldi che arrivano dalle tasse dei cittadini. Quindi perché dovremmo chiedere un prezzo alto per il biglietto? Sarebbe come far pagare due volte le tasse ai cittadini».
A proposito di cifre, quando costa il Napoli Teatro Festival?
«Più o meno 4 milioni di euro, la metà rispetto all’anno scorso. La Fondazione Campania – che lo organizza – ha però indirizzato i fondi che destinava al Festival ad atri progetti».
E il suo “Don Chisciotte” quando debutterà?
«Il 23 marzo al Teatro San Ferdinando di Napoli (fino al 2 aprile). E poi sarò al Teatro Eliseo di Roma dal 18 aprile all’8 maggio con Spaccanapoli Times».

(l’Unità, 19 marzo 2017)