Buon compleanno Edimburgo, il Fringe compie 70 anni

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Ci siamo. Anche quest’anno il “gigante scozzese” si è risvegliato ed è pronto a travolgere chiunque abbia voglia di lasciarsi incuriosire: è l’Edimburgh International Festival (4-28 agosto), che nel 2017, pensate un po’, festeggia 70 anni di vita, tondi tondi. Eh sì, ci sono festival che sono davvero grandi, per il numero di artisti coinvolti, per la quantità di pubblico che attraggono, per  la macchina organizzativa che riescono a mettere in moto.

La città Edimburgo, conosciuta ormai come la Festival City, non si può certo dire che dal 1947 a oggi non ce l’abbia messa tutta pur di garantire un programma di alta qualità, sempre inseguendo la ricerca e la sperimentazione in tutti i campi (teatro, danza, musica ecc..) e spalmando le esibizioni nelle tre settimane di festa che regalano ogni volta alla città un’atmosfera meravigliosamente caotica eppure magica. Attorno all’Edinburgh International Festival ruotano, tra l’altro, altre manifestazioni che negli anni hanno contribuito ad arricchire il calendario di eventi: sono l’Edinburgh Festival Fringe, il Royal Edinburgh Military Tattoo e l’Edinburgh International Book Festival.

Soffermiamoci sul Fringe, che nel frattempo è stato copiato un po’ in tutto il mondo (Italia compresa) ed è diventato il più grande festival delle arti. Che cos’è esattamente? E come mai ha tutto questo successo? Ripassiamo velocemente un po’ di storia: è nato nel 1947 come alternativa al Festival internazionale  su iniziativa di otto compagnie scartate dalla rassegna ufficiale; nei primi anni non ha avuto una vera e propria organizzazione ed è stato portato avanti a lungo da studenti e volontari, fino al boom negli anni Ottanta e quindi alla nascita di una società (la Fringe Society). Nelle edizioni più recenti sono state registrate circa 2-3mila esibizioni, un numero incredibile! Le compagnie che presentano i propri lavori provengono un po’ da tutto il mondo e vanno in scena in sale di ogni forma e dimensione. Il Fringe, infatti, utilizza qualunque spazio, dai teatri originali a quelli fatti su misura, dai castelli alle aule, dai centri conferenze alle sale universitarie, perfino i bagni pubblici o la parte posteriore di un taxi, e ovviante le case del pubblico! In genere gli spazi più improvvisati sono quelli che ospitano gli spettacoli del Free Fringe, cioè quelli per i quali non è richiesto un biglietto d’ingresso ma semplicemente una libera offerta (un po’ come per Avignone Off).

Quest’anno sono una dozzina le compagnie italiane presenti al Fringe (in verità pochine rispetto agli altri Paesi), da Daniele Fabbri (con A gentle, Shy Anticrist) a Stefano Patti e Marco Quaglia (con Echoes di Lorenzo Liberato), mentre al Festival internazionale ci saranno Emma Dante con il suo Macbeth prodotto dal Teatro Regio di Torino (presente anche con altri spettacoli) e Riccardo Chailly che dirige la Filarmonica della Scala.

Perché partecipare al Fringe? La prima risposta potrebbe essere: per farsi conoscere. Certo, e sperare (cosa complicatissima in realtà) che gli operatori del settore possano accorgersi di te. Quindi? E’ davvero un’opportunità? In realtà il Fringe può esserlo per chi sa di avere un progetto molto valido e quindi può utilizzare la presenza al Festival sopratutto per avere un proprio feedback, una specie di verifica che li aiuti a capire se quella intrapresa è la strada giusta. Inutile dire che per il pubblico il Fringe è la più grande festa a cui abbia mai preso parte, quindi maggiore è il numero  di compagnie, più ampia (e complicata) è la scelta…Anche se, inutile dirlo, la qualità non è una garanzia. Il Fringe è più che altro una fucina delle idee, un’isola di libertà dove chi vuole può mettere la propria arte a disposizione del pubblico.

Con questo spirito sono nati nel corso del tempo tanti altri Fringe, dal Nord America al Sud Africa, dall’Europa all’Italia. Qui, negli ultimi anni, sono spuntati come funghi, concentrati soprattutto nelle grandi città: Roma, Napoli, Torino, Matera, Milano. Chi li frequenta sa bene che gli spettacoli si rincorrono uno dopo l’altro, in spazi diversi pronti ad accogliere compagnie che difficilmente avrete visto nei grandi teatri o in quelli più ufficiali. E’ anche come strategia di difesa verso questa pessima abitudine degli Stabili italiani di scambiarsi gli spettacoli tra di loro che nascono i Fringe, spazi sempre in movimento dove la creatività non ha confini né strane regole da rispettare e che molto ci dicono su quale direzione sta prendendo il teatro italiano.

(Left, 9 agosto 2017)

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Seminare cultura nelle serre di Albenga

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Nel manifesto dell’ottava edizione di Terreni creativi, a cura di Kronoteatro, c’è una linguaccia spavalda in primo piano, a forma di petalo di rosa però, come a voler dire: attenzione, nonostante le difficoltà (che pure ci sono state in questi anni)  noi non abbiamo perso la voglia di giocare e soprattutto di creare, di stimolare, di “seminare dubbi” come indica lo slogan del festival, giunto quest’anno alla sua ottava edizione. Il manifesto è azzeccato come pochi (con Terreni creativi un altro festival che si distingue spesso per i bei manifesti è Primavera dei Teatri di Castrovillari) e serve a catturare l’attenzione di chi posa per un attimo il suo sguardo su quella lingua petalosa e poi, chissà, magari decide di acquistare il biglietto per una delle tre serate. Eh sì perché  se si sceglie di andare a vedere con i propri occhi gli spettacoli di teatro, danza e musica in programma bisogna organizzarsi, prendere la macchina e prepararsi ad affrontare una lunga serata con gli artisti, il pubblico, gli operatori, che si mescolano e condividono spettacoli, aperitivi quasi cena, balli con il dj e assaggi di gelato.

E’ proprio questo il bello di Terreni creativi, che porta il teatro contemporaneo nel cuore economico di Albenga: le serre. Per tre giorni (quest’anno dal 5 al 7 agosto) le aziende agricole l’Ortofrutticola, Terraalta, Rb Plant si trasformano in palcoscenici da cui poter “seminare dubbi” appunto, e magari capire dove sta andando il nostro teatro. E poco importa se la scelta dei singoli spettacoli non ci ha del tutto convinti (di alcuni lavori andati in scena, tra l’altro, avevamo già parlato sulle pagine de l’Unità, da Il Milite Ignoto di Mario Perrotta a To be or not to be Roger Bernat di Fanny & Alexander) , l’aspetto più interessante è proprio il clima che si respira,  fatto di vera condivisione della cultura, perfino culinaria con tutti quei piatti della tradizione locale sparsi sui lunghi tavoli che accolgono il pubblico tra uno spettacolo e l’altro. E poi entrare nelle serre facendosi travolgere dall’odore sprigionato dalle piantine sistemate una sull’altra non ha prezzo.

Tra quelle piantine abbiamo visto, per esempio, Mangiare e bere letame morte di Interno 5/Davide Iodice, con Alessandra Fabbri, una performer interessante anche se la costruzione dello spettacolo, nonostante i momenti poetici, è piuttosto debole. Il lavoro di Iodice si interroga sull’attorialità e lo fa procedendo con un parallelismo tra una pappagallina e un’attrice, che diventa animale da palcoscenico e che non ha paura di mettersi in mostra ma finisce per ridicolizzarsi e per restare schiacciata dalla sua solitudine.

E’ un gioco divertente e curioso, invece, Il desiderio segreto dei fossili di mare della compagnia Maniaci d’Amore, che affronta con ironia il tema dell’immobilità del nostro Sud partendo da una città immaginaria chiamata Petronia, dove non si nasce e non si muore finché l’arrivo di un personaggio letteralmente uscito fuori dalla tv romperà l’equilibrio, mettendo a nudo il gioco tra realtà e finzione.

Segnaliamo, infine, Sorry boys di Marta Cuscunà, che attraverso una sfilza di volti in lattice e ferro ci racconta di 18 ragazze che pianificano contemporaneamente la  propria gravidanza in una scuola superiore (una storia vera avvenuta nel 2008 nel Massachusetts). Una vicenda che fece scandalo e che parla di rapporti padri/figli, di maschilismo e di razzismo. Da vedere.

A Monticchiello il sogno di un futuro migliore

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Al primo colpo d’occhio sono i colori a colpirti: il giallo, la senape, il verde… La Val d’Orcia è come una grande coperta della nonna che ti avvolge con il suo calore e ti inonda di luce, di odori e di bellezza. E’ un piacevole senso di benessere quello che ti assale mentre attraversi le dolci colline toscane, pronte a svelare borghi dal sapore antico, come Monticchiello, abitato da un nucleo di persone che ogni estate, da 51 anni, vanno in scena davanti ad un pubblico pagante per raccontare a modo loro i grandi problemi della comunità, che poi sono anche quelli della nostra Italia: la sostenibilità ambientale, il rapporto con l’altro, le nuove guerre, l’emigrazione. Un “autodramma”, come lo definì Giorgio Strehler, ideato, scritto e realizzato dalla gente di Monticchiello che per mesi si riunisce, discute, si confronta, scrive il testo che poi verrà da loro interpretato sotto la guida registica di Andrea Cresti, uno dei fondatori e promotori di questa incredibile esperienza del Teatro Povero.

Eh già, perché Monticchiello è davvero un caso unico, prima di tutto di drammaturgia partecipata, ma è anche un gesto politico autentico e condiviso. I partecipanti crescono, vivono, affrontano i problemi quotidiani facendo teatro, recitando pur rimanendo se stessi. E il loro modo di recitare sul palco al centro della piazza è così naturale e spontaneo, così vicino alla tradizione orale, che basta questo, forse, per dimostrare quanto siano incredibili i loro spettacoli anche se imperfetti. Ma l’atto unico di questa edizione,  malComune (ancora in replica fino al 14 agosto), stavolta lascia un senso di amaro in bocca. Sarà per quel finale aperto che ti fa andar via con molti interrogativi per la testa. Vivere, sembrano volerci dire, è sempre più difficile. Ce lo farà capire prima di tutto Marco, giovane precario che presto diventerà padre di famiglia. La sua Giulia, infatti, aspetta ben tre gemelli.

Proprio in concomitanza di questa nascita la piccola comunità deve affrontare un problema tecnico-amministrativo ferreo e spietato che si preoccupa solo di far quadrare i numeri: gli abitanti delle frazioni devono avere un numero di residenti pari ad almeno il 3,78% della popolazione del capoluogo, pena la cancellazione. Dunque, restare uniti o dividersi? Anteporre la propria scelta individuale o cercarne una collettiva? Di questo si discute animatamente e si torna anche indietro nel tempo, a quando un gruppo di contadini tentò di creare una cooperativa agricola, progetto poi naufragato perché non si trovò l’accordo sul trattore da acquistare, un Landini o un Fiat 70? Il punto è proprio questo: come interpretare le trasformazioni in atto, come coltivare qualche speranza anche per le giovani generazioni. Ancora una volta e anche qui gli anziani sembrano detenere il potere. Ma per salvaguardare il nostro futuro, prima o poi bisogna affidarsi ai ragazzi, per ora più distanti rispetto a questa esperienza di drammaturgia partecipata.

Il pubblico applaude, gli attori sorridono e il confronto prosegue in altri luoghi, dalla taverna de Bronzone (aperta solo nei giorni di replica dello spettacolo) al Bed and breakfast, dove riconosciamo gli abitanti-attori che chiacchierano volentieri della loro esperienza e della vita nel piccolo borgo di Monticchiello.

Deledda rivive sul palco in “Quasi Grazia”

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A Nuoro, diciamo la verità, non l’hanno mai digerita. Basterebbe girare oggi per le strade della città in cerca di qualche traccia, per capire che il paesino dell’entroterra sardo in cui è nata Grazia Deledda, unica donna italiana ad aver ricevuto il Nobel per la letteratura (era il 1926), quella scrittrice l’ha sempre osservata con sospetto e diffidenza.

“La chiamavano ‘la contadinella’, ‘la brava massaia’, ‘l’ortolana’ e oggi, in suo onore, c’è una statua alta appena un metro e 40…”, ci racconta Michela Murgia, anche lei scrittrice, anche lei sarda, anche lei animata da una grande voglia di autonomia e dal desiderio di inseguire sempre ciò in cui crede e di cui sente il bisogno di parlare. Sarà proprio lei, l’autrice che nel 2006 esordì con Il mondo deve sapere (romanzo sul precariato),  a dare corpo e voce a Grazia Deledda nello spettacolo che debutterà a Nuoro il 27 settembre e che sarà presentato in anteprima il 9 agosto al festival dei Tacchi di Ogliastra Teatro (Jerzu, Ulassai e Osini 3-10 agosto). Quasi Grazia – questo il titolo – è stato scritto da Marcello Fois, altro autore sardo, nuorese per la precisione, ossessionato dall’idea che di questa scrittrice tanto importane per la cultura del nostro Paese bisognasse rappresentare la carne. “Un giorno Fois, lo scrittore più deleddiano che ci sia, mi ha chiamata dicendomi che avrebbe scritto un testo teatrale su Grazia Deledda solo se fossi stata io ad interpretarla in scena – prosegue Michela Murgia – All’inizio mi è sembrata una follia,  poi mi sono detta: lo faccio solo se a dirigermi è Veronica Cruciani, che ho conosciuto per Acabadora, lo spettacolo tratto dal mio omonimo romanzo interpretato da Monica Piseddu e di cui Veronica cura la regia, al debutto il prossimo 4 novembre”.  

Lo spettacolo, pensato da Veronica Cruciani e prodotto da Sardegna Teatro, è diviso in tre atti: il primo è ambientato a Nuoro nel giorno in cui Grazia si trasferisce col marito Palmiro a Roma; il secondo si svolge a Stoccolma, proprio nel pomeriggio della cerimonia di conferimento del Nobel; il terzo a Roma nello studio radiologico in cui le verrà diagnosticato il tumore che la ucciderà nel 1936.

Scrittrici a confronto

“E’ vero, ci sono molti tratti in comune tra me e Grazia Deledda: la Sardegna, la scrittura, il cancro a cui io sono sopravvissuta e di cui lei invece è morta… ma credo che la cosa importante di questo spettacolo sia il fatto che si interroghi sull’eredità di ciò che lascia una scrittrice come Grazia Deledda, verso la quale la critica ha sempre avuto tanti pregiudizi. Proprio lei che invece è stata rivoluzionaria per le scelte che ha fatto e per i temi che ha affrontato nei suoi romanzi, per il suo stile innovatore che assomiglia spesso a Mary Shelley, altro che Verismo, come qualcuno ha scritto”.

E le sua parola, la sua scrittura, che abbiamo imparato a conoscere soprattutto attraverso romanzi come Canne al vento (anche se lei scrisse in realtà tantissime novelle), rivivrà anche sulla scena. “All’inizio, dicevo, pensare di doverla interpretare mi è sembrato folle, ma il modo che ha Veronica di condivide tutto il processo creativo con gli attori mi ha tranquillizzata. Così abbiamo letto insieme il testo, io, lei, Lia Careddu, Valentino Mannias, Marco Brinzi; e poi abbiamo costruito una scrittura parallela, aggiungendo delle cose, per esempio le lettere, e togliendone altre, per esempio delle battute. All’inizio può sembrare che Veronica non sappia dove stia andando, invece lo sa molto bene”. Eppure, prima di cominciare questa avventura, Michela non ha voluto rinunciare a sottoporsi ad un lungo provino. “Non avevo mai recitato prima, però ho fatto una campagna elettorale!”. Un bilancio di quell’esperienza politica del 2014, quando si candidò come presidente della Regione Sardegna? “Stare davanti alla gente mi piace. Quella è stata l’esperienza più bella che potessi fare nella mia vita, lo rifarei ma non lo rifarò. Era giusto farlo in quel momento. Credo, tuttavia, che l’alternativa alla politica sia la buona politica. Cosa avrei fatto se fossi stata eletta in Sardegna? Sarei intervenuta urgentemente sui trasporti”.

La voce della regista

“Ci sono persone che sono dei talenti e hanno una forte capacità comunicativa. Michela è un esempio”, ci racconta Veronica Cruciani, che spiega perché ha accettato con entusiasmo questa regia: “L’ho fatto per tre motivi. Prima di tutto perché dal testo viene fuori un ritratto inedito di Grazia Deledda, animata da una grande passione per la scrittura, quasi un’ossessione per lei che a 29 anni decise di lasciare la sua terra proprio per poter scrivere. Secondo, per la presenza di Michela Murgia. Con un’altra attrice non sarebbe stata la stessa cosa interpretare un’autrice che, pur non essendosi mai esposta politicamente, nei suoi libri ribalta l’ordine sociale, si mette contro la madre, va via dalla Sardegna… Terzo motivo: avere Michela Murgia in scena mi offriva lo spunto per raccontare il presente, cosa che cerco di fare sempre nei miei lavori. In questo caso parliamo di donne, delle loro battaglie; ce ne sono ancora molte da combattere”. Da questo punto di vista, aggiunge la Murgia,  “l’unica cosa che è cambiata è che ora possiamo anche noi sposarci. Ma io, per esempio, vengo ancora giudicata per il mio corpo”. La questione femminile contemporanea, dunque, resta aperta. “Un ultimo aspetto non secondario che mi interessava approfondire- conclude la Cruciani – è il modo in cui Michela entra nella scrittura scenica, facendo se stessa. Non sappiamo mai, in realtà, se davanti a noi c’è Grazia Deledda o Michela Murgia”. Intorno a lei la scena è animata dai tanti personaggi fantasiosi della Deledda – dal cinghialetto al diavolo cervo – che portano una ventata di magia nella realtà.

Lettera aperta

“Io credo che Marcello Fois abbia scritto questo testo anche come lettera aperta per me, affinché io non smetta di scrivere – ci confessa l’autrice – . In effetti sono più interessata alla questione politica che alla letteratura. Voglio dire che ogni mio libro nasce perché sento di avere qualcosa da dire. La scrittura arriva quando non rimane altro da fare che raccontare. Devo dire però che questa esperienza mi ha fatto riflettere”. E comunque, per ora, non molla la scrittura, dato che sta per consegnare all’Einaudi un nuovo saggio che potrebbe intitolarsi Pance che non sono la mia. (“anzi di scuro non sarà questo il titolo dato che me lo cambiano sempre!”). Intanto l’aspetta anche un nuovo programma televisivo – dopo il successo di Quante storie – dall’autunno prossimo ogni sabato pomeriggio su Rai3. Titolo: Chakra.  Di cosa si tratta? “E’ l’esegesi culturale di certi fenomeni. Se si discute dell’addio di Totti, per esempio, siamo sicuri che stiamo parlando solo di calcio? Se per una settimana in primo piano c’è la moglie di Macron, siamo certi che non stiamo parlando anche di patriarcato? Avere la possibilità di poter dialogare con chi ha una posizione diversa dalla mia credo sia un bel gesto politico”. E infine, una confessione: “Adoro la lirica!”. Chissà, magari il prossimo progetto Murgia-Cruciani potrebbe avere a che fare con Mozart.

(Alias, il Manifesto, 05/08/2017)

Silvia Gribaudi, la rivoluzione del corpo

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La vera rivoluzione, a volte, sta anche nelle cose semplici o apparentemente banali, cose che però nessuno osa mai dire o fare. Per paura. E per non volersi sottrarre all’omologazione. Proprio per questo motivo, forse, quando accade siamo tutti un po’ spaesati, sorpresi. Ma il disorientamento che provoca con i suoi spettacoli Silvia Gribaudi, coreografa e performer torinese, è un disorientamento che ti fa sentire bene e finalmente libero/a anche di ridere del proprio fisico. I suoi sono corpi felici che danzano oltre gli stereotipi e che aprono nuovi spazi di bellezza. Li abbiamo visti quest’estate in vari festival teatrali, da Inequilibrio a Santarcangelo, e li vedremo ancora anche nelle prossime settimane: R.osa, per esempio, sarà a lunedì all’Insolito Festival di Parma, il 5 agosto a Granara, il 26 agosto a Bassano del Grappa, l’8 settembre al Festival Castel dei Mondi di Andria.

Silvia, ci parli di lei. Quando è nato il suo amore per la danza?

La danza è sempre stata la mia passione. Insomma, ero la classica bambina che sognava di fare la ballerina. Ho iniziato facendo ginnastica artistica, in seguito ho frequentato una scuola di danza dove si sperimentavano un po’ tutti i generi, ma nel frattempo sono diventata un perito chimico industriale. All’inizio facevo cose più neoclassiche, ho collaborato con la Fenice di Venezia e con il Teatro Regio di Torino, e intanto studiavo danza contemporanea e facevo le mie prime esperienze in Francia. La danza è stata liberatoria per me rispetto alla chimica. Ad un certo punto però il mio corpo è cambiato e non rispettava più i canoni del balletto classico. Non è stato semplice rinnovarsi dentro ad un cambiamento fisico. Avevo un’immagine di me che piano piano si allontanava da quello che ero, per cui soffrivo, ma grazie alla pratica buddista che seguo dal 2001 sono riuscita a comprendere e a capire come poter trasformare quella difficoltà, quel limite nella mia più grande fortuna e così poi ho scoperto altre qualità, per esempio che potevo essere anche comica. Ho provato a fare cabaret e su suggerimento dell’attore padovano Vasco Mirandola ho iniziato a intraprendere un percorso artistico sulla comicità e il clown. Ho sentito la necessità di parlare del mio corpo in maniera diversa.

E nel 2009 è nato A corpo libero, dove riesce a ridere e a far ridere del corpo.

A corpo libero per me è stata una grande sorpresa. Tutto è partito da una necessità: sentirsi a proprio agio con il corpo. Una necessità che è venuta fuori anche durante i laboratori che ormai da anni conduco con le over 60. In questo spettacolo, per esempio, faccio danzare tutte le parti del corpo, perfino la parte più molliccia delle braccia, proprio sotto le ascelle… Il mio tentativo è simile a quello di uno scultore che cerca del materiale umano da trasformare in opera d’arte.

Come deve essere il corpo per esprimere bellezza?

Ecco per me non esiste il corpo perfetto o imperfetto, a me interessa valorizzare ogni diversità. Ogni fisicità è unica. Dunque, bella. Chi ha detto che la cellulite è brutta? Soffrire per come siamo oggi è diventata una schiavitù. Il corpo è la prima cosa che col tempo vediamo cambiare, per questo in genere abbiamo un rapporto difficile. Ma se invece il rapporto è buono, la questione del tempo si può superare. La tendenza oggi è ad essere tutti uguali. Invece non esiste un modello di bellezza. E’ solo un’illusione.

Quello che dice è quasi rivoluzionario di questi tempi in cui si tende, appunto, all’omologazione…

In effetti mi rendo conto che lo è. Se vado in un negozio di abbigliamento in Canada so di trovare taglie grandissime, in Italia no. Spesso vediamo delle ragazzine costrette ad infilarsi taglie xs anche se non ci stanno, ma va di moda e quindi scelgono la scomodità pur di non rinunciare a quel jeans strettissimo…

Con R.osa, spettacolo da lei scritto e diretto ma interpretato da Claudia Marsicano, il corpo boteriano dell’attrice diventa un corpo che parla, e molto anche. Come nasce questo lavoro?

Ho incontrato Claudia in occasione di un progetto a cui stavo lavorando con Roberta Torre. Cercavo delle taglie 48. Tramite La Corte Ospitale, che produce lo spettacolo, ho conosciuto Claudia. Avevo in mente da tempo qualcosa sul concetto di osare da fare con il corpo ancora più in libertà. E la performance è nata, anche con il supporto di Armunia, nel 2016 in forma di studio. Claudia è continuamente una sorpresa. I suo è un corpo politico, è un corpo che parla anche quando cammina per strada. Questo è uno di quei casi in cui l’attore si mette al servizio dell’autore. Il suo talento senza dubbio cattura.

Il suo obiettivo, quindi, era parlare di libertà del corpo, come si deduce anche da un altro  lavoro, What age are you acting?, dove lei è in scena don Domenico Santonicola, entrambi completamente nudi in scena.

Questo è uno spettacolo che nasce da un progetto europeo di dialogo intergenerazionale sull’invecchiamento attivo verso l’arte della danza: Act your age. E da un percorso di ricerca sulla trasformazione del corpo. Di Domenico, che ha quasi 70 anni e ha lavorato per una vita nelle forze armate scoprendo l’amore per la danza a 40 anni, mi è piaciuta la sua leggerezza nel rigore. Anche qui torna il concetto di osare. Ma la sua nudità è invisibile. Non ostentata. Anche quando io entro in scena nuda trovo che sia così naturale che serve molto anche a me, perché imparo tantissimo dalla reazione del pubblico. Il clown nudo è un modo per me di lavorare sulla comicità, con un corpo estremo, un corpo con le curve. Diciamo che Domenico è la parte visionaria e poetica dello spettacolo, io sono quella comica.

Parliamo dei laboratori con le donne over 60 (il prossimo a Rubiera, presso la Corte Ospitale dal 16 al 22 luglio): sono come le note a margine di un libro dedicato al corpo. Cioè alla fine tutto ruota sempre attorno allo stesso concetto.

Be’ sì, i laboratori con le over 60 vanno avanti dal 2011 e non si fermano mai. Ci sono donne – soprattutto le bolognesi – che mi seguono sempre. Mi accompagnano. Ed è una cosa bella che nasce dalla loro necessità di scoprire quella voglia di stare insieme. E’ come se questi laboratori itineranti fossero delle residenze artistiche over 60, cosa che nessuno si sognerebbe di fare. E così loro si sentono protagoniste, si sentono delle opere d’arte.

Ci racconti l’esperienza televisiva di “Vieni via con me”, la trasmissione condotta da Fabio Fazio con Roberto Saviano. Come è andata?

E’ stata un’esperienza bellissima, grazie a Roberto Castello, che ha curato la coreografia e ha chiamato tanti artisti. Io ero lì con A corpo libero. E’ stata un po’ un’azione politica. Spero che anche i prodotti di qualità possano arrivare in televisione.

Dove, per esempio?

A Gazebo! Mi accontenterei di stare lì per 5 minuti. Ecco ho lanciato l’appello. Ora chissà.

(Alias, il Manifesto, 22 luglio 2017)

Biennale Teatro al femminile. Realtà e illusione secondo le olandesi Schoot-Boogaerdt

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Guardarsi alle spalle per vedere la realtà o guardare una rappresentazione della realtà attraverso un schermo? A voi la scelta… sembrano volerci dire le due giovani registe olandesi, Bianca van der Schoot e Suzan Boogaerdt, da anni impegnate in una serie di performance dedicate alla “società dello spettacolo” e al ruolo dell’immagine nella cultura di oggi. Bel tema. Ancora attuale anche se non nuovissimo, eppure ancora da approfondire senza necessariamente utilizzare le parole ma, per esempio, dando al pubblico un’esperienza viscerale delle immagini.

Alla successione di lavori denominati “Visual Statements” appartengono anche i due spettacoli che verranno presentati alla Biennale Teatro (in programma a Venezia dal 25 luglio al 12 agosto): Bimbo  (5 e 6 agosto, Teatro delle Tese) e Hideous Wo(men) (8 agosto, Teatro delle Tese), entrambi dedicati ad un mondo di rappresentazioni nel quale il “reale” scompare. “Il lavoro dei filosofi Guy Debord e Jean Baudrillard è stata un’importante fonte di ispirazione per Bimbo – ci raccontano le due registe – . Nello scrivere dell’influenza che hanno le immagini sulla nostra cultura, sostengono che siamo spettatori della nostra esistenza,  e che la realtà è fatta unicamente di rappresentazioni. Nel passato le immagini servivano per illustrare la realtà, mentre oggi cerchiamo di adattare la realtà alle illusioni. E crediamo, attraverso quell’illusione, di conoscere la realtà. Abbiamo realizzato Bimbo spinte dalla nostra profonda preoccupazione per la smisurata influenza dell’immaginario irrealistico sulla nostra società, per l’immagine delle donne oggi e l’immagine che le donne hanno di sé”. Dunque, l’illusione è più reale della realtà? In questo spettacolo il pubblico viene sistemato con la scena alle spalle  e con delle televisioni di fronte. Ovviamente ognuno si guarderà attorno e la situazione potrebbe sembrare abbastanza bizzarra, mentre il video che rimbomba dagli schermi proietterà  figure di donne bellissime e corpi senza volto.

Le prove in vista del debutto si sono svolte in un vecchio capannone dei treni in un’area di smaltimento ad Amersfoort, un capannone pieno zeppo di casse contenenti l’attrezzatura tecnica e di dozzine di televisioni impilate su tre lati in mezzo a reggiseni, parrucche e collant sparsi ovunque. Lo spettacolo, a quanto pare, non ha intenzione di lasciare il pubblico indifferente, punta semmai proprio a bombardarlo. “Siamo costantemente tempestate da quelle stesse immagini nel nostro quotidiano, ma solo attraverso il teatro ci rendiamo conto di quanto sono estreme”, ci tengono a sottolineare le due registe.

Hideous (wo)men, invece, è una specie di telenovela realizzata dal vivo e che sperimenta il concetto e l’illusione dell’autonomia personale. “E’ un’opera che abbiamo sviluppato in collaborazione con la regista Susanne Kennedy – spiegano Boogaerdt e van der Schoot -.  Un’istallazione teatrale radicale con personaggi iperrealistici che indossano maschere di lattice su un palco girevole; il deserto del reale. In questo lavoro giochiamo con tutti gli aspetti attraverso i quali ogni persona rappresenta la sua identità. E’ il sè al centro delle storie che ci raccontiamo. La persona che sono, o la persona che voglio essere, è una composizione complessa di ragioni e di cause incredibili. In questo modo, io recito la mia esistenza. Imito la vita che ho imparato a vivere. Imitazione e rappresentazione sono temi importanti nel nostro lavoro”.

Per seguire un processo artistico di una regista, però, non basta uno spettacolo. Ecco perché la Biennale di Antonio Latella, che ha scelto di invitare tutte registe donne (ben nove, provenienti da Italia, Germania, Francia, Polonia, Olanda, Estonia), è fatta di tante mini-personali che aiutano a intravedere meglio la nascita dei nuovi linguaggi. “Molte di queste registe donne  sono capaci di evolvere con grande naturalezza, ma nello stesso tempo con profondo senso critico, l’unione dei linguaggi che fanno da ponte tra il secolo scorso e questo. E’ proprio nella concentrazione di una ricerca del linguaggio che, soprattutto nelle registe donne, abbiamo riscontrato un’esigenza, una necessità mai gratuita, mai legata a un bisogno puramente carrieristico o di affermazione, ma da una sincera urgenza creativa”.

Quest’anno il Leone d’oro alla carriera è stato assegnato alla scenografa tedesca Katrin Branck, che lavora molto sui concetti di aria, luce, tempo. Una delle sue installazioni sarà esposta nel foyer del Teatro delle Tese per tutta la durata del Festival. Il Leone d’argento è andato, invece, a Maja Kleczewska, considerata una delle figure polacche più rilevanti. Sarà lei ad inaugurare la Biennale con The Rage. Le altre registe ospiti sono Ene-Liis Semper dall’Estonia, la francese Nathalie Béasse, e poi Maria Grazia Cipriani, Livia Ferracchiati, la tedesca Anna Sophie Mahler, Claudia Bauer dalla Baviera. I nomi non vi dicono molto? Be’, almeno per una volta siamo liberi di scoprire, conoscere e magari lasciarci conquistare.

 

Bob Wilson e il teatro che non c’è

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Di Robert Wilson, detto Bob, abbiamo ammirato per anni la sua straordinaria capacità di fondere  arte visiva e drammaturgia, luci – utilizzate non per illuminare il palco ma per scolpire le forme – e musica elettronica, smantellando l’impostazione tradizionale della scena con spettacoli onirici e visionari (da Deafman Glance a Odyssey, tanto per citarne alcuni). Forse proprio per questo da un grande regista ci si aspetta sempre di lasciarsi sorprendere. Ma col tempo anche le idee più originali rischiano di apparire superate se manca il coraggio di andare oltre e di rinnovarsi ancora.

Bob Wilson, a quanto pare, ha pericolosamente imboccato questa strada. Per festeggiare i suoi dieci anni di presenza al Festival dei Due mondi di Spoleto, il regista texano ha pensato di presentare uno spettacolo messo in scena per la prima volta nel 1986 con gli studenti dell’Università di New York: Hamletmachine di Heiner Müller, considerato il più grande autore tedesco dopo Bertolt Brecht (repliche nella Sala convegni di San Nicolò, Spoleto, fino al 16 luglio). L’incontro fra i due avvenne in un viaggio americano che Müller fece nel 1977. Nove anni dopo nacque lo spettacolo, che qui viene allestito per la prima volta in lingua italiana. In scena ci sono i giovani allievi dell’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico, che chissà, fa intuire Giorgio Ferrara, direttore del Festival, potrebbero anche costituire una compagnia Stabile e dunque girare per l’Italia con le loro pièce.

Cosa ci racconta Hamletmachine? Dal punto di vista visivo è una bellissima opera vivente, in perfetto stile Wilson: c’è un lungo tavolo con delle sedie, un albero spoglio, e poi i volti pallidi degli attori, i colori abbaglianti, le luci scolpite… tutti elementi che ritroviamo anche questa volta. Ma è una performance, appunto, verso la quale ormai da diversi anni sembra dirigersi il teatro (basta citare, tra gli italiani, la Socìetas Raffaello Sanzio di Romeo Castellucci). Ci chiediamo, allora, che fine ha fatto il teatro di parola?

Qui il testo è davvero ridotto al minimo e non sono neppure chiari i rapporti tra lo scritto di Müller e Shakespeare. Certamente non si tratta di una riscrittura dell’Amleto, anche se diversi elementi shakesperiani sono sparsi qua e là, tra un riferimento beckettiano e uno all’arte espressionista. Si  parla di eventi drammatici, con riferimenti alla rivoluzione ungherese del 1956. E proprio per accentuarne la drammaticità Wilson decide di meccanizzare tutti i movimenti scenici, che nello stesso tempo donano anche un pizzico di leggerezza ad Hameltmachine. Un lavoro visivamente perfetto con la sua splendida partitura di immagini, ma che di teatrale ha davvero ben poco.

(Left, 15 luglio 2017)

Quel misterioso Cantico

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Venticinque anni di palcoscenico alle spalle, di cui quasi venti trascorsi lavorando giorno dopo giorno con la compagnia da lui fondata nel 1997 (Fortebraccio Teatro), premi importanti (tra cui l’Ubu 2014 come migliore attore) e una sfilza di spettacoli intelligenti, poetici, che attraversano  secoli teatrali anche lontani. Roberto Latini, attore, autore e regista romano, è uno di quegli artisti che non può proprio farne a meno del teatro. “Ne ho visto tanti, con grandi capacità progettuali, smettere di avere a che fare con questo mondo. Chi va avanti – ci spiega – è perché non può vivere senza. Io mi considero un sopravvissuto”. Difficile fare teatro di questi tempi, difficile dover tenere testa a certi meccanismi politici, a richieste ministeriali, alla mancanza di soldi che rallenta e a volte scoraggia la creatività, che però, nonostante tutto, non si ferma e va avanti. Deve andare avanti. E domani sera, al Festival Inequilibro di Castiglioncello (Li), debutterà il nuovo lavoro di Roberto Latini, Il Cantico dei cantici, proprio a chiusura di questa ventesima edizione che ha avuto anche ospiti internazionali con un focus dedicato alla danza del Medioriente. Partiamo proprio dal Cantico per la nostra chiacchierata con Latini, che ci racconta anche del perché ha lasciato Roma, e del “pasticciaccio” di Chiusi, dove avrebbe dovuto dirigere la compagnia del Festival Orizzonti.

Roberto, Il Cantico dei cantici non è un testo in cui ci imbattiamo spesso a teatro, perché questa scelta?

Ero stufo di procedere nell’astrazione, volevo andare avanti nel mio percorso per attrazione. E così ho seguito un doppio binario. Da una parte sono partito da Pirandello con i Giganti della montagna, dove l’unico personaggio sono proprio le parole di Pirandello, da Amleto + Die Fortinbrasmaschine, con le parole di Shakespeare che sono dentro la forma contemporanea, e dal Cantico, un testo che se privo di riferimenti biblici resta ad un’altezza tale che… può apparirci all’improvviso con il suo profumo, come in una dimensione onirica, non di sogno, ma di quel mondo, forse parallelo, forse precedente, dove i sogni e le parole ci scelgono e ci accompagnano. Dall’altra parte sono partito dalle Noosfere (Noosfera Lucignolo, Noosfera Titanic, Noosfera Museum) per arrivare sempre al Cantico, un percorso più di senso che drammaturgico. Nel 2010 ho pensato che Pinocchio fosse in grado di raccontarci Lucignolo come se fossimo noi tutti in attesa di salire su un carro verso il paese dei balocchi, aspettando la mezzanotte con quel desiderio di andare via che accomuna intere generazioni. Con Titanic è come se il grande sogno fosse stato interrotto all’improvviso e  in Museum, lo spettacolo che abbiamo modificato più di tutti, siamo affondati. Avevo bisogno, dunque, dopo l’affondo, di un testo che mi portasse verso l’alto, ecco perché Il Canto dei cantici, uno spettacolo che nasce dalla ricerca dell’ascolto.

I suoi lavori sono spesso dei “concerti per voce  e corpo”, la musica è parte fondamentale della drammaturgia, sarà così anche stavolta?

Le musiche e i suoni (di Gianluca Misiti) sono qui più teatralizzati, sono più radicali. Ho imparato facendo Iago che l’amplificazione amplifica anche il silenzio, dei silenzi immensi. La novità è che stavolta c’è la necessita di un personaggio, c’è una scenografia, c’è uno studio radiofonico e lo spettatore vede quello che accade mentre si va in onda.

I primi spettacoli di Fortebraccio Teatro sono nati a Roma, perché ad un certo punto ha deciso di lasciare la sua città?

Andare via da Roma è stata una delle cose migliori che io abbia fatto nella mia vita. Roma non ti permette di crescere davvero. Dopo aver portato per due settimane uno spettacolo al Teatro India per una compagnia non ci sono altre possibilità. Roma ha mantenuto una promessa: lasciare che le cose restino nel limbo.

E ora dove vive?

Da un paio di mesi, dopo gli anni bolognesi durante i quali ho diretto il Teatro San Martino, vivo a Milano. E sto benissimo. In dieci mesi la nostra compagnia è stata cinque volte a Milano. E ora è stata avviata una produzione con il Piccolo, la prima produzione. A Roma, ogni volta che sei in cartellone, ti senti quasi in colpa. E poi il pubblico è spaesato.

Il titolo del nuovo spettacolo che produrrà il Piccolo?

Il teatro comico di Carlo Goldoni, con la mia regia, in scena dal 20 febbraio al 25 marzo. Mi sembra incredibile aver potuto scegliere gli attori: Marco Sgrosso, Elena Bucci, Marco Manchisi, Savino Paparella, Marco Vergani. A Roma sarebbe impensabile. Però sarò al Teatro Vascello, con tre spettacoli: I Giganti della montagna,  Amleto + Die Fortinbrasmaschine, Il Cantico dei cantici.

Veniamo alla vicenda di Chiusi. Il festival Orizzonti è stato annullato e poi di fretta e furia riannunciato in una versione molto molto light.  Ci racconti cosa è successo.

Sono stato ospite per tre anni, con la mia compagnia, al Festival Orizzonti di Chiusi. Quest’anno Andrea Cigni mi ha chiesto di selezionare dei ragazzi per un laboratorio, poi la situazione è cambiata, si è deciso che dovevo creare una compagnia del Festival. E’ stato fatto un bando e sono arrivate 450 candidature per 7 posti non pagati, cioè la paga era prevista solo per le date di replica.  Ho chiesto di annullare il bando, ma non sono stato ascoltato. Così, dato che le lettere erano indirizzate a me, mi sono chiuso in casa per cinque giorni e ho selezionato 150 attori, che ho incontrato, a gruppi, per altri 5 giorni. Ho chiesto una persona in più e alla fine ho avuto le otto persone. Bene, dopo aver lavorato con loro alle prime due tappe del percorso, ho ricevuto una telefonata di Cigni che mi preannunciava dei problemi con il Festival, finché con la seconda chiamata mi ha confermato che il Festival avrebbe chiuso a causa di un buco economico di oltre 300mila euro. Una vicenda assurda dall’esito tragico… e anche offensivo nei confronti miei e dei ragazzi selezionati.

Si poteva evitare?

Certo che si poteva evitare: il direttore artistico ha delle responsabilità, se non ha la certezza di poterlo fare non può sostenere un progetto.

E non è stato l’unico recente “terremoto teatrale”. Armando Punzo, per esempio, per intoppi burocratici ha lasciato la direzione artistica di VolterraTeatro dopo vent’anni…

Sì, gli ho scritto una lettera. Credo che abbia fato bene, non si può essere complici del sistema. Bisogna vantarsi di averle chiuse, a volte, certe situazioni.

(Il Manifesto, Alias 1 luglio 2017)

 

  

Jan nel Paese delle meraviglie

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“Il mio sogno? L’anarchia dell’amore, l’anarchia dell’immaginazione, l’anarchia dell’arte”. D’altra parte Jan Fabre – coreografo, regista, scrittore, scultore belga – le regole non le ha mai sopportate, tranne una: inginocchiarsi alla bellezza. E stavolta “Fabre il visionario” ci invita a celebrare il suo stesso paese, il Belgio, al quale è dedicato il nuovo spettacolo teatrale, Belgian Rules/Belgium Rules, che andrà in scena in anteprima mondiale al Napoli Teatro Festival Italia (Teatro Politeama 1° luglio ore 20.30, 2 luglio ore 19) e poi in autunno al Romaeuropa Festival (Teatro Argentina 30 settembre ore 19, 1° ottobre ore 16).
Fabre, questo spettacolo è prima di tutto un omaggio alla sua terra, un po’ come fece Fellini con la sua città nel film Roma
In effetti ho voluto fare qualcosa di simile. Lo spettacolo è un’ode al Belgio, ma nello stesso tempo una lente di ingrandimento che mostra gli aspetti contraddittori. Come per Fellini, la mia è una dichiarazione critica d’amore.
Del Belgio lei dice che è un “paese artificiale e instabile”.
Lo è infatti. Da oltre duemila anni veniamo occupati da potenze straniere. Siamo critici nei confronti dell’autorità e scettici verso i regolamenti. Il rapporto individualistico con le regole è anche un tema importante della performance. Ancora oggi questo piccolo territorio è diviso in tre parti e ha tre lingue ufficiali! Nello stesso tempo è tutt’altro che uno stato fallito. Gli artisti belgi, per esempio, accompagnano tutta la drammaturgia del mio spettacolo: Van Eyck, Bosch, Rubens, Magritte… Il Belgio è una fucina di arti, dalla pittura fiamminga ai fumetti. Spero sopravviveranno in futuro.
Sopravviveranno anche i movimenti di estrema destra o l’ondata di populismo di cui parla lo spettacolo?
Ormai sono fenomeni non solo europei, ma mondali. Io sono stato fisicamente minacciato tre volte dagli estremisti di destra: mi hanno versato delle feci davanti la porta di casa, mi hanno spedito lettere minatorie anonime, mi hanno chiamato traditore… Credo che ogni artista debba essere libero e indipendente. Belgian Rules/Belgium Rules non è la storia del nazionalismo. E’ piuttosto una storia sull’assenza totale del nazionalismo. I belgi sono orgogliosi della loro mancanza di orgoglio.
Perché i suoi lavori danno ancora fastidio?
Perché credo nella forza e nella vulnerabilità della bellezza come insieme di valori etici e di principi estetici. Il mio lavoro è sempre stato coerente negli anni e non ho mai cercato la provocazione. Le mie creazioni o ti avvelenano o ti salvano la vita.

(L’Espresso, 25 giugno 2017) 

Angélica Liddell come Romeo Castellucci

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Da Angélica Liddell, si sa, ci si può aspettare di tutto. Irrequieta, indisciplinata, provocatoria. Più di una volta i suoi spettacoli hanno suscitato proteste e malumori (un paio di anni fa a Vicenza, per esempio, il suo Prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Cantata BWV 4, Christ Lag in Todesbanden. Oh Charles! scatenò l’ira dei cattolici). Dunque, ci siamo quasi stupiti nel vedere applaudire in modo abbastanza convinto il pubblico del Napoli Teatro Festival, dove ha debuttato in anteprima mondiale il suo Genesis 6, 6-7, terzo capitolo del percorso dedicato all’infinito dopo Esta breve tragedia della carne e Que haré yo con esta espada.
Non si può dire che sia uno spettacolo riuscito, ma neppure che lasci indifferenti. Le azioni performative che la Liddell mette in fila l’una accanto all’altra suggeriscono un’infinità di domande, forse troppe, incapaci però di trovare una risposta in chi osserva. Domande che si accavallano e si incrociano come le visioni che procedono per accumulo in questo lavoro della regista catalana (già vincitrice del Leone d’argento per l’innovazione teatrale). Quadri, pose plastiche, tanti nudi integrali come al suo solito e sempre meno parole rispetto ai primi lavori. Lei, Angélica, è una specie di maga/stregona sulla scena. Legge un libro, probabilmente il Vecchio Testamento, e recita un monologo finale ancora una volta su un tema a lei caro: l’uccisione dei figli. Ecco, dunque, che torna Medea, la madre che annienta le sue creature e racconta la perdita e la riconquista della bellezza proprio attraverso un atto violento.
Ma la violenza finalizzata alla rinascita, in fondo, attraversa lo spettacolo dall’inizio alla fine. Nei primi dieci minuti un filmato molto dettagliato mostra l’intervento chirurgico per la circoncisione maschile. Un po’ alla volta gli attori entrano in scena, i primi due nudi e colorati di rosso, poi le gemelle bionde con il pancione, l’ebreo, l’uomo senza avanbraccio e c’è perfino un maialino morto (vero), e un cavallo a sei zampe che viene bendato, infine un bambino con la corona di spine che imbraccia un kalashnikof… Insomma, Angélica Liddell come Romeo Castellucci ultima versione in salsa catalana.

(Left, 24 giugno 2017)