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Ci siamo. La Biennale di Venezia. Festival Internazionale del Teatro – alla sua edizione numero 43 e con la direzione di Àlex Rigola  – si prepara ad offrire al pubblico della città lagunare la sua passerella di spettacoli internazionali, ben 15, che dal 30 luglio al 9 agosto apriranno una riflessione a più voci sul nostro presente. Tocca a Christoph Marthaler, Leone d’oro alla carriera 2015, inaugurare il Festival, che, fra gli altri, ospita Thomas Ostermeier, Fabrice Murgia, Falk Richter, La Zaranda, Milo Rau, Christiane Jatahy, Jan Lauwers, Oskaras Koršunovas, Lluís Pasqual, gli italiani Antonio Latella e Romeo Castellucci e la compagnia Agrupación Señor Serrano, Leone d’argento per l’innovazione teatrale con A House in Asia, una sorta di caccia all’uomo, una storia di indiani e cow boys in cui la casa di Osama bin Laden diventa il contenitore di tutte le scene dello spettacolo, dalla Casa Bianca alle praterie dell’Afghanistan.

Ne parliamo con i tre componenti della compagnia, nata in Spagna nove anni fa da una storia di amicizia: «Noi siamo innanzitutto amici, con interessi per le arti performative, per il video arte, per il cinema, per la tecnologia, per le storie, per la vita. Ad un certo punto del 2006, quest’amicizia e questi interessi si sono ritrovati in una compagnia di teatro che ci permette di lavorare insieme mettendo in pratica le nostre passioni». Àlex Serrano, laureato in Industrial Design, ha fondato la compagnia dopo aver lavorato nel marketing multimediale. Subito dopo lo hanno raggiunto Pau Palacios, laureato in Sociologia, e nel 2008 Barbara Bloin per rafforzare le funzioni amministrative e di produzione. «Ma in tutto questo tempo niente sarebbe stato possibile senza la complicità stabilita con tutti i nostri assidui collaboratori: performer, autori, light designers, costumisti, musicisti, ecc…».

Nella costruzione dei vostri spettacoli, qual è la cosa che più vi sta a cuore: la storia o il modo di raccontarla?

«Per noi è impossibile fare questa differenza. Una storia senza un modo particolare di essere raccontata non è niente. E un modo di raccontare senza una storia forte, neanche. Ma per noi conta anche con quali mezzi (tecnici ed economici) raccontare una storia. I nostri spettacoli si appoggiano saldamente su queste tre domande: cosa raccontare? in che modo? con quali mezzi? Abbiamo avuto la (s)fortuna di crescere come compagnia all’ombra di una crisi economica ed istituzionale senza precedenti in Spagna e nel mondo e quindi ci siamo dovuti adattare. Fare diversamente sarebbe stato irresponsabile e suicida».

Parliamo di “A house in Asia”: è una specie di western teatrale… ma l’uomo a cui date la caccia è Bin Laden, come vi è venuta questa idea?

«In realtà non ci è venuta in mente, ma la realtà ce l’ha portata. Quando la CIA ha sviluppato il piano per attaccare la casa dove si nascondeva Bin Laden in Pakistan ha avuto la infelice idea di soprannominare Bin Laden nel modo più sbagliato possibile: Geronimo. Quindi, quando hanno ucciso il leader di Al Qaida i Navy Seal hanno detto per radio “Geronimo is down”. Chi vive in un’eterna mentalità di western non siamo noi ma le forze armate e l’intelligence americane: i buoni contro i cattivi, la civiltà contro i barbari. A partire di questo fatto, noi abbiamo trasformato tutta la vicenda in un western».

La casa: ce ne sono almeno tre in scena…

«Quando abbiamo scoperto che c’erano due copie della casa di Bin Laden (una per l’allenamento all’attacco dei Navy Seals e un’altra per il film “Zero Dark Thirty”) ci siamo chiesti se le copie della casa non erano, in realtà, più reali dell’originale stessa. Così, tutto lo spettacolo è basato sull’idea della copia, dello specchio, su come la finzione diventa l’unica realtà possibile, su come la logica della caccia a Geronimo è un riflesso di quella a Bin Laden ed è un riflesso anche di quella a Moby Dick (sì, la balena bianca), su come Bush, Bin Laden o quindi il capitano Ahab sono dei riflessi contorti di uno stesso modello, su come tutte le vittime sono un riflesso le une delle altre, sull’assenza di un originale».

Anche la storia viene raccontata su tre livelli (modellini, attori, proiezioni): sembra quasi un gioco, è così per voi?

«In effetti, nonostante la crudezza degli argomenti che trattiamo, la nostra proposta è sempre in apparenza ludica, è piacevole da vedere.  Noi ci presentiamo come tre uomini che non hanno perso la voglia di giocare, ma che giocano a cose molto serie. I tre livelli che presentiamo sono anche riflessi imperfetti l’uno dell’altro e i nostri spettacoli non si possono capire se non vedi tutti e tre i livelli insieme. È lo sguardo e la testa dello spettatore a completare lo spettacolo».

Vista dalla Spagna come sta l’Italia? 

«Abbiamo un infiltrato in Italia perché Pau Palacios abita in Alto Adige da dieci anni. Comunque, l’impressione è che l’Italia sia uno dei Paesi al mondo che più somiglia ai luoghi comuni che si dicono su di lei, sia in positivo che in negativo. Per quanto riguarda il teatro, ci sembra che in Italia ci sia una forte tradizione legata al testo e anche una forte tradizione naturalista, con poco spazio per la sperimentazione dei nuovi linguaggi. Ma c’è anche la forza creativa di chi vuole andare oltre i confini del mainstream, con poetiche e estetiche molto particolari, definite e potenti. C’è in Italia una consolidata rete di centri di creazione dedicati alla cultura contemporanea, che in Spagna non esiste. E c’è in Italia, come in Spagna, un attacco diretto, politico e ideologico a qualsiasi tipo di cultura scomoda. In effetti, quest’anno dovevamo presentare il nostro lavoro in due festival italiani che all’ultimo momento sono saltati per mancato sostegno economico, quindi politico. Fare teatro contemporaneo nel sud d’Europa è sempre più difficile».

(l’Unità, 29 luglio 2015)

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